[1] Nel più ingenuo paese che prosperi in Europa sotto il sole della
civiltà, gli ottusi che leggono senza comprendere sono in numero
sterminato. Quando apparve per la prima volta nel poco ammirabile
paese l'opuscoletto di Roboamo Puffista, i volghi letterati urlarono
allo scandalo, e il clamore della indignazione esplose così impetuoso
e brutale, che i venditori girovaghi di stampati, atterriti dalle
invettive, riportarono all'editore le copie dello incriminato volumetto
protestando di non voler più oltre prestarsi allo spaccio della merce
abbominevole. Allarmarsi per un titolo, condannare un libro prima di
leggerlo e riprovarlo senza averlo compreso, son casi che avvengono
ogni giorno, laddove l'intelligenza umana, evirata dai gesuiti e
dai pedanti, è inevitabilmente condotta ad incaponire. Benedetta la
Francia! benedetta la nazione dello spirito e della tolleranza, dove si
possono scrivere e pubblicare dei libri intitolati: _L'arte di rendersi
antipatico,_ _L'arte di ingannare il prossimo_, _L'arte di rubare,_
ecc, ecc. senza incorrere la scomunica dei citrulli. Nell'opuscoletto
di Roboamo Puffista, che è da capo a fondo una satirica ironia,
diretta a smascherare la frode, si contengono delle osservazioni le
quali importerebbero un più serio sviluppo. Vi siete mai chiesti se
il debito sia un crimine, o in quali casi lo sia, e come avvenga che
nell'ordine delle moderne istituzioni, la condizione inesorabilmente
imposta a tutti gli enti individuali e collettivi, è quella di doversi
indebitare? Avete mai considerato che il debito, nell'abominevole
condizione creata dalla società a milliaja e milliaja di individui
diseredati, rappresenta l'unica valvola di salvezza fra la disperazione
e il delitto?
Credete voi che il _puffista_, se questa valvola si chiudesse, non
si darebbe al ladroneggio, fors'anco all'assasinio? Allorquando i
governi ed i popoli ignoravano la grand'arte di reggersi sul debito,
non avvenivano più frequenti le invasioni, le guerre di conquista
brutalmente coronate dalla rapina e del saccheggio? Provatevi un poco,
o citrulli, a procedere su questa via di considerazioni; vedrete
allora, capirete forse, ciò che in altri paesi meno gaglioffi fu capito
da un pezzo, che l'ironia e la satira vestite delle apparenze più
frivole, sono le lanterne magiche dalle quali si sprigiona la luce più
atta a porre in evidenza le verità meno apparenti o meno esplorate.
[2] Evidentemente, l'opuscolo dell'ottimo Roboamo fu scritto in
quell'epoca barbara, quando ancora esisteva, a frenare la baldanza
del _puffismo_ invadente, lo spauracchio dell'arresto personale. Noi
dobbiamo a Napoleone III, imperatore dei francesi, l'iniziativa della
provvida riforma che emancipò i debitori dalle antiche tirannidi del
codice commerciale. Quando le nuove franchigie vennero proclamate in
Francia, l'onorevole corpo accademico dei reclusi di Clichy improvisò
una splendida luminaria. La Bastiglia dei debitori era demolita, e il
santo diritto del libero _puff_ affermato all'umanità. La costituzione
del secondo impero era basata sul _puff_; fino a quando Napoleone III
tenne le redini dello Stato, i _puffisti_ ottennero protezioni, favori,
privilegi. Via! Non disconosciamo i benefizii resi da quel potente
sovrano alla causa dei diseredati! Sulla base del monumento che fra
poco vedremo erigersi in Milano alla memoria di Lui, proporrei che si
scolpisse l'epigrafe:
A
=NAPOLEONE III=
I PUFFISTI RICONOSCENTI.
[3] Quand'io faceva il mio corso di studi all'università di Pavia, un
_puffista_ quasi imberbe, che ebbe poi a segnalarsi in Europa colle
sue grandiose strategie, esordiva nella carriera con una saporitissima
burla, della quale si parla ancora oggidì con ammirazione sotto i
portici dell'Ateneo torinese. Al nostro giovane eroe, testè laureato
nelle matematiche, occorreva, per ripatriare decorosamente, un pajo di
stivali. Gli mancavano pochi spiccioli per procacciarsi quel lusso di
calzatura, una miseria!--dodici.... quattordici lire. Che si fa? Si fa
così: sentite questa che è proprio bellina!--Si va da un calzolajo,
gli si ordina un bel pajo di stivali, a patto ch'ei debba recarveli
al domicilio, il tal giorno, alla tal'ora. Poi, si entra in un'altra
bottega e ad un altro calzolajo si replica la commissione. Al primo
si dice: sarò in casa ad attenderti alle dieci; all'altro si ingiunge
di venire alle dodici. Il giorno stabilito, allo scoccar delle dieci,
arriva cogli stivali il primo calzolajo. Lo studente li calza, encomia
la fattura, si mostra pienamente soddisfatto; ma poi, levandosi in
piedi e contrafacendo le grinze di un addolorato--vedi s'io fui bestia!
esclama battendosi la fronte: quando mi feci prendere la misura,
ho scordato di dirti che qui, sul piede sinistro, ho una maledetta
ingrossatura... Senti, figliuolo mio, se tu riportassi via lo stivale e
lo tenessi in forma sino a domani... non ti pare..?--La servo subito,
risponda il dabben Crispino; si metta a sedere, dia qua...! Dall'altro
piede non soffre? --Niente affatto! la calzatura mi va come un
guanto.--Tanto meglio! E il buon uomo se ne va collo stivale sinistro
sotto il braccio, promettendo di riportarlo l'indomani all'istess'ora.
A mezzodì arriva l'altro calzolajo. Da parte dello studente le stesse
grinze, le stesse contorsioni nel provarsi gli stivali; ma questa volta
la ingrossatura non è, come poco dianzi, al piede sinistro; lo stivale
che vuol essere allargato è quello che corrisponde al piede destro. Sta
bene! Lo terrò in forma fino a domani, e verrò a riportarglielo all'ora
che crede.--Alle dieci: ti pare?--Alle dieci! Viene il domani. I due
calzolaj all'ora fissata salgono le scale che conducono al domicilio
dello studente e si arrestano entrambi dinanzi alla stessa porta,
ciascuno col suo stivale sotto braccio.
--Chi cercano? domanda la signora della casa, presentandosi--lo
studente B..., rispondono ad una voce i due calzolaj.--Partito jeri
sera per Cremona.--Diamine! Io doveva portargli questo stivale...--E
anch'io...!--I due Crispini spalancano tanto d'occhi.--Quando tornerà
il signor B...?--Dio sa quando! forse mai, rispondo la signora; ha
compiuto i suoi studii, ha ottenuto la laurea, non occorre chʼegli
torni.
--Ma io....!--Ma io!--esclamano allʼunissono le due vittime,
sollevando lo stivale. Non ha lasciato il destro?--Non ha lasciato il
sinistro?...--Io ne so nulla, dice la signora, che ha già indovinata
la strana burletta perpetrata dal suo arguto inquilino; ciò che io
so, è chʼegli è partito con un bel pajo di stivaletti nuovi, così
nitidi e lucenti che abbagliavano a vederli.--Finalmente anche, i due
malcapitati calzolaj compresero ciò che era forza comprendere.
--Col mio stivale destro..., disse lʼuno.
--Col mio stivale sinistro..., soggiunse lʼaltro.
--Si può ancora formare il pajo.
--Verissimo... Non ci resta che ad accoppiarli... È quello appunto
che ha fatto il nostro birbo committente.--I due calzolaj eran stati
minchionati così bene, che passato il primo bruciore, risero insieme
più volte della mala ventura loro occorsa.
* * * * *
Quantunque assai noto, perchè più recente, merita di passare ai posteri
il brillante episodio _puffistico_ dal quale ebbe origine il motto:
_el gha gamba bonna_; motto che a Milano suol ripetersi ogni volta
che sia in gioco la strategia di qualche matricolato furbacchione.
Anche in questo caso la vittima fu un calzolajo. Un giovanotto
decentemente vestito entra in una bottega sulla corsia del Broletto
e domanda un pajo di stivaletti.--Veda un poco se questi gli vanno!
disse il padrone di bottega.--Lʼaltro, si prova a calzarli, si leva
dal sedile, divincola il piede, fa qualche passo... ottimamente! non
cʼè che dire.--Dʼun tratto balza nella bottega, uno sconosciuto, si
slancia contro il giovane dagli stivaletti, gli applica alla guancia
un sonorissimo schiaffo, e via di corsa.--Aspetta che ti acconcio io
per le feste! grida lo schiaffeggiato, uscendo furioso dalla bottega
e dandosi ad inseguire lo sconosciuto. Il calzolajo ed i fattorini
accorrono in sulla porta per vedere come la vada a finire.--I due fanno
a chi più corre, e allo svolto di una contrada scompariscono.--Lo
raggiungerà! lo raggiungerà! esclama il dabben calzolajo; quel briccone
corre lesto, ma anche lʼaltro è di buona gamba!--Infatti i due sozii
corsero tanto e con lena siffatta, che nessuno ebbe più nuova di loro
nè degli stivaletti elegantissimi che lʼun dʼessi si era procacciati
con quellʼaudace stratagemma.
[4] Se la parca inesorabile non avesse troncato innanzi tempo il filo
deʼ suoi giorni e delle sue opere immortali, lʼautore del presente
opuscolo avrebbe indubbiamente dettato degli stupendi precetti ai
_puffisti_ sulla maniera di redigere il loro epistolario. Si vuole
unʼarte finissima, si vuole una rettorica speciale per intrattenere
coi creditori una profittevole corrispondenza epistolare, per
rispondere alle lettere, talvolta volgari e atrocemente irritanti
che ordinariamente accompagnano le note dei fornitori insubordinati.
Si tratta di ammansare una belva. Con poche linee di scritto,
contrapposto ad una grossolana intimazione di salumiere o di macellajo,
si riesce talvolta ad ottenere che un libro mastro, già saturo di
addizioni illiquidabili, si riapra per un credito illimitato. Questo
genere di eloquenza non si insegna nelle scuole, non trova esempi
nei trattati; è lʼeloquenza del genio _puffistico_. In certi casi,
si tratta semplicemente di indirizzarsi al cuore e di commuovere;
talvolta convien ostentare meraviglia e disdegno, opporre alla minaccia
il risentimento, allʼarroganza lʼinsulto. Gli argomenti derivati
dallʼidealismo umanitario, rilevati dalle più assurde astruserie, dalle
più stravaganti insensatezze, è ben raro che falliscano allo scopo.
Nullameno, io sono dʼavviso, che a meno di aver raggiunta la più alta
meta cui possa aspirare, un _puffista_ di prima classe, il sistema
epistolare da preferirsi sia quello che si indirizza al sentimento, che
mira ad ispirare una simpatica e generosa commozione. Con tal metodo
il mio giovane amico D. B. ottenne, durante la sua dimora a L..., dei
risultati ammirabili. Trascriverò, ad esempio del genere, la breve
lettera da lui indirizzata ad un salsamentario, il quale aveva osato
alla fine dʼanno mandargli una nota di lire trecento:
«Pregiatissimo Signore,
«Al capezzale della mia povera vecchia madre morente, ho ricevuto la
vostra lettera, che mi ricorda un sacro dovere. Appena avrò un poʼ di
testa... per esaminare... per confrontare... ecc. ecc... appena la santa
donna, che mi vuol sempre vicino, sarà uscita di pericolo, io correrò da
voi per regolare le partite. Frattanto, credete ai sensi ecc.»
Vostro devotissimo
D. B.
Una lettera quasi identica spedì a quella medesima epoca il nostro
_puffista_ esordiente agli altri suoi creditori. Questi non osarono
rinnovare le istanze, e attesero con giorno, lʼamico D. B. abbandonò
_insalutato hospite_ la città dove avea vissuto lautamente per un anno;
probabilmente la povera santa vecchia era guarita, ma i creditori non
ebbero motivo di rallegrarsene.
* * * * *
Prima di ricorrere alla rettorica esacerbante delle insolenze, un
abile e prudente puffista deve aver esaurite tutte le pratiche
ammollienti. Lʼimpressione più istantanea e più naturale che deve
prodursi nellʼanimo cavalieresco di un _puffista_ al vedersi dinanzi
la nota impertinente di un creditore, è quella di un olimpico stupore.
Un personaggio alto locato, che si atteggia da principe, da barone, da
marchese, che si fa chiamare sua eccellenza il sig. commendatore ecc.
ecc., non può a meno, di atteggiarsi a meraviglia al vedere che un
miserabile subalterno osa importunarlo per una inezia. Mille, duemille,
ventimille lire, non rappresentano infatti, per un principe russo, per
un ammiraglio peruviano, altrettante cifre impercettibili? Qual vʼè
somma tanto ingente che passando pel lambicco aritmetico di un debitore
insolvibile, non si pareggi ad uno zero?
--_Tiens! Tiens!_ esclamava un francese puffista (sono famosi!) ogni,
volta che un creditore commetteva lʼirriverenza di presentargli una
nota. E quel monosillabo, profferito con accento di sorpresa, saldava
la partita.
Ordinariamente, nel rispondere alle sollecitazioni dei fornitori più
impertinenti, i grandi puffisti si appigliano al seguente formulario:
«_Pregiatissimo Signore_,
«Ho lʼonore di informarvi che la nota da Voi speditami in data...
ecc. ecc. lʼho trasmessa oggi stesso al mio amministratore, perchè
più sollecitamente che per lui si possa, come di ragione, provveda al
pareggio. Tanto; per vostra norma, e mi dico
«Barone di PUFFARDARA ecc. ecc.»
Naturalmente, il creditore si consola e lascia passare una quindicina
di giorni prima di ripetere lʼattacco. La risposta che i baroni di
Puffardara sogliono contrapporre alla seconda richiesta, è scritta su
per giù in questi termini:
«Con mia somma meraviglia vengo ad apprendere dalla S. V. che il mio
amministratore non ha finora provveduto a mettersi in regola con voi.
Mi piace attribuire ad un obblìo questa irregolarità di condotta del
mio uomo dʼaffari, anzichè sospettare in lui una negligenza colpevole.
Questa sera lo farò chiamare nel mio gabinetto, e in ogni caso, gli
ricorderò i suoi doveri. Aggradisca ecc. ecc.»
Ecco unʼaltra dilazione spontanea, ottenuta con quattro linee di
scritto. È raro il caso che un barone di Puffardara debba replicare
ad una terza lettera della vittima. Quando ciò avviene, la frase
dellʼesordio è sempre questa: «Ho dato al mio amministratore una
buona lavata di testa per la sua colpevole trascuranza ed ho
minacciato di licenziarlo se entro la settimana ecc. ecc.» Entro la
settimana, il barone si licenzia dalla città nelle ore mestissime del
crepuscolo--abbandonando ai numerosi clienti la cura di amministrare i
suoi _puff_ a tutto loro agio.
* * * * *
Le frasi ad effetto, che intontiscono chi legge, rare volte falliscono
allʼintento. Recherò un solo esempio. Anni sono, quando io conduceva a
Milano la vita sbrigliata dello scapolo, un giovane poeta e romanziere,
dotato di molto accume puffistico mi pregò lo presentassi ad un sarto
acciò questi gli fornisse un abbigliamento completo da pagarsi in rate
mensili. Gli abiti in men di tre giorni furono allestiti e consegnati,
ma i mesi trascorsero, trascorse lʼanno, e il poeta romanziere, assorto
nella sue divine fantasticherie, sdruscì le stoffe prima di averle
pagate. Naturalmente, il sarto gli scrive. Il poeta, che per caso è
anche gentiluomo, risponde, e siccome la cortesia delle risposte non
è mai avvalorata di qualche spicciolo, lʼepistolario si prolunga per
parecchi mesi. Un giorno il dabben sarto si reca da me. Veda un poco,
mi dice, che razza di istorie mi vien contando quel signor poeta da
Lei raccomandato! Così parlando, mi presenta una lettera. Nelle prime
linee, lʼamico faceva le sue scuse, parlava di gravi e urgenti impegni
pei quali aveva dovuto sprovvedersi di ogni suo avere, chiedeva nuove
proroghe al pagamento. Ciò che aveva colpito il sarto--ed io pure,
lo confesso, ne rimasi colpito--era la chiusa della lettera--«Io vi
ho esposti, concludeva lʼamico poeta, con schiettezza da galantuomo
le tristi condizioni nelle quali verso attualmente; ma se questo non
bastasse ad impetrarmi grazia, se fosse intento vostro di continuare a
vessarmi con visite e con scritti impertinenti, allora sarò costretto a
rammentavi che _voi siete sarto, e che, una volta accettata la missione
di sarto, avete lʼobbligo di vestire lʼumanità_.» Non vi par questo uno
di quei motti sublimi di insensatezza che sfidano la dialettica più
ardita, che ottundono il cervello più arguto? Io mi dichiarai incapace
di confutare lʼamico, e il povero sarto non osò per alcun tempo
riprendere i suoi attacchi contro un uomo sì fortemente trincierato
negli argomenti del diritto naturale.
[5] Chieder denaro a prestito a mezzo di lettera non è tattica da
_puffista_ distinto, a meno che la domanda non sia stata preceduta da
abili strategie, le quali escludano ogni probabilità di un risultato
negativo. Un celebre artista da teatro, del quale sopprimo il nome, mi
narrò a tale proposito una graziosa storiella che amo qui riferire ad
edificazione di chi intende iniziarsi alla grandʼarte.--Ero giunto da
pochi giorni a Milano (ripeto testualmente le parole dellʼamico) per
dar principio ai concerti della mia nuova opera destinata alla Scala.
Un bel mattino, mentre stavo abbigliandomi, sento bussare allʼuscio
della mia camera.--Chi e là?--Era un garzonetto con una lettera alla
mano. Getto gli occhi sulla soprascritta--diamine! son caratteri
noti!... i caratteri del mio _quondam_ amico X. Diamine! Che vorrà
dire?--È dʼuopo sapere che con questo signor X, letterato e giornalista
di qualche fama, io mʼera due anni prima bisticciato a cagione di
non so quali sue polemiche. Dʼallora in poi era cessata ogni nostra
relazione; non ci eravamo più veduti, non ci eravamo più scritti.
Comprenderai la mia sorpresa al ricevere una sua lettera.
Ecco di che si trattava:
«_Mio caro D._....,
«Oggi ricorre lʼanniversario della mia nascita, è il giorno delle
ricordanze soavi, il giorno delle dolci espansioni. Voglio, allʼora
del pranzo, avere intorno alla mia mensa tutte le persone a me care.
Ho invitato i parenti e gli amici--nessuno mancherà. Orbene: Che vuoi?
Questa mattina appunto mi venne detto che tu eri a Milano. Ho provato
una stretta al cuore. E il primo pensiero che mi sovvenne fu questo:
anchʼegli... una volta... era deʼ nostri!... Non ho saputo resistere...
Ho preso la penna e ti ho scritto..; Via! Ti stendo la mano... Confesso
dʼaver avuto dei torti... Forse qualche torto... vi fu anche da parte
tua... Ma dunque? Sʼha proprio da troncare una vecchia amicizia...!
Qua la mano, mio buon Peppo; prometti che oggi alle quattro (alle
quattro precise, bada bene--poichè i risi alla veneziana, che ti
piacciono tanto, non mancheranno) tu sarai qui, seduto alla mia tavola
al posto dʼonore... al fianco mio, al fianco di mia moglie, in mezzo
ad una corona di amici che brinderanno alla nostra riconciliazione.
Tu verrai... tu sarai dei nostri, non è vero?--Due soli motti al
fattorino--ed io conterò questo fra i più lieti anniversarii della mia
vita. «Col cuore, proprio col cuore:
«Tuo affez. X.»
Una strana commozione si impossessò di me al leggere quello scritto--tu
sai come Dio mi ha fatto--ho proprio sentito una lacrima scorrermi
sulle guancie.--Il mio buon... X! Ma presto!... chʼegli non soffra...
nellʼincertezza!--Detti mano alla penna e vergai di fretta la risposta:
«_Mio caro X._...,
«Ma... figurati!... toccava a me...! tutti i torti eran miei... ti
domando mille scuse... Non dubitare... Alle quattro sarò da te...
Ah! sʼio sapessi di qual modo attestarti la mia gioja, la mia
riconoscenza!.. Chiedi, domanda... Io sono ancora lʼamico di una
volta!... Oggi... a tavola discorreremo... Non dubitare... sarò
esatto... Hai pensato anche ai risi...! Bravo amicone! A ben vederci,
fra poche ore... Intanto quattro baci grossi... grossi... di quelli che
vanno in fondo dellʼanima dal
«Tutto tuo G. B.»
Consegnai la risposta al fattorino, che partì come una freccia. Ero
proprio contento. Saltellavo per la stanza come avessi guadagnata
un terno al lotto--e già avevo divisato di spendere una trentina di
lire per un bel mazzo di fiori da inviare alla signora, quando il
fattorino mi comparve di nuovo nella stanza e mi porse unʼaltra lettera
dellʼamico:
«_Mio amatissimo G. B._,
Non puoi immaginare qual festa abbiamo fatto, mia moglie ed io, al
leggere la tua amabile risposta! Sempre pari a te stesso!... Una gran
mente e un gran cuore!--Vuoi subito una prova della fede che noi
riponiamo nella tua schiettezza e nella tua generosità? Tu mi scrivi
laconicamente: _chiedi, domanda_... Ed io, senza esitare un istante,
_chiedo... domando_. Puoi tu farmi avere, dentro oggi, prima delle
quattro, un biglietto da lire cinquecento? Tu lo puoi, senza dubbio, e
quindi me li spedirai subito a mezzo del fattorino... Dopo questo, a
rivederci alle quattro. Ti prepariamo una ovazione.
«Il tutto tuo, ecc.»
Tutto caldo, comʼero, di entusiastica commozione, chiusi, senzʼaltro
riflettere, in un involto la piccola somma e la inviai allʼamico. Poi,
alle quattro, mi recai, come avevo promesso, a pranzare da lui. Dio!
quali feste! quale accoglienza da parte di tutti! Fui collocato al
posto dʼonore. Fui colmato di amorevolezze. Alla frutta, cominciarono i
brindisi e le declamazioni. Ma al momento, in cui lʼallegria generale,
fomentata dallo sciampagna, toccava il colmo, una cupa tristezza si
aggravò sul mio spirito, il sorriso si dileguò dal mio labbro, divenni
mutolo ed imbronciato. Non riuscivo di cavarmi dalla mente questa idea
fissa: Questo pranzo eccellente, questi vini squisitissimi, sei tu, o
minchione, che li ha pagati--e forse lʼamico si burla di te nel segreto
del cuore, e ride della tua dabbenaggine!
Ed ecco di qual maniera, un grande ed esperto _puffista_ può, anche
a mezzo dellʼepistolario, spostare le banconote a suo vantaggio ed a
gloria dellʼarte.
[6] Nellʼanno 1850 io accompagnava in qualità di segretario, un celebre
violoncellista che percorreva la Francia dando dei concerti. Nella
piccola città di C... le cose erano andate alla peggio. Allʼalbergo,
ove da oltre un mese eravamo alloggiati e nutriti lautamente, vi
era già un grosso conto a nostro carico. Lʼultimo concerto, sul
quale si era fatto assegnamento per soddisfare al nostro debito,
aveva fruttato a mala pena una diecina di scudi. Allʼindomani, il
mio violoncellista entra nella camera dove io stava abbigliandomi,
e mi dice: «Caro segretario, conviene prendere una risoluzione! Per
partire decorosamente da questa città ci occorrono cinquecento lire
allʼincirca--bisogna trovarle. Tu sai che il signor Roux, pel quale
ebbi una lettera commendatizia, mi accolse con molto affetto e mi
tiene in gran conto; sono andato più volte da lui, e siccome egli è
buon dilettante di musica e amantissimo dei classici, abbiamo suonato
insieme i duetti di Beethoven. Il signor Roux, per quanto dicono, è
assai ricco. Animo dunque! Prendi una penna. Scrivigli a mio nome
una bella lettera, esponigli schiettamente la nostra situazione, e
domandagli a prestito la somma che ci occorre.--Ma io...--Non pensare!
la lettera, naturalmente la firmerò io.» Non posi di mezzo altre
osservazioni, scrissi, e la lettera fu spedita a mezzo di un garzone
dellʼalbergo. Di lì a unʼora, mentre si faceva colazione nel salottino,
un domestico in livrea venne a portare la risposta. Il signor Roux con
frasi oltremodo cortesi ed amabili si scusava di non poter pel momento,
malgrado il suo vivo desiderio di favorire un artista tanto valente,
prestargli la piccola somma. E soggiungeva, tanto da ammorbidire il
rifiuto: «Se fosse lʼepoca del raccolto dei bozzoli, quando il denaro
affluisce nelle casse dei possidenti, vi assicuro che non esiterei
un istante a compiacervi, e sarei lietissimo di potervi dare anche
più di quanto richiedete.» II mio violoncellista punto sconcertato da
quella lettura, stette alcun tempo silenzioso cogli occhi affissati sul
foglio. Poi, colla maggior calma del mondo: «Sai tu dirmi in qual mese
dellʼanno si raccolgono i bozzoli?--Credo, ai primi di giugno.--Siamo
ora... agli ultimi di marzo... soggiunse pacatamente lʼamico.... Non
importa! Lʼalbergatore vorrà ben fidarsi della parola del signor Roux.
Prendi subito la penna, e scrivi al signor Roux che noi attenderemo i
suoi comodi.» Confesso che nel vergare questa seconda lettera io aveva
le vertigini nel cervello. Che fare? Nella mia qualità di segretario,
mi era forza di piegare il capo.--Scrissi ciò che lʼamico dettava, e la
lettera fu consegnata al domestico. Non starò a narrare per filo e per
segno di qual maniera io riuscii a distaccarmi da quellʼuomo singolare,
che stampò in ogni provincia dellʼEuropa delle orme incancellabili di
genio.
Egli rimase allʼalbergo di C... in attesa delle lire cinquecento, e
verso la metà di giugno io ricevetti a Lione una sua lettera dove mi
annunziava che lʼ_infame_ Roux, mancando alla data promessa, non gli
aveva ancora pagate le cinquecento lire, e chʼegli contava trascinare
quel _vile_ dinanzi ai tribunali, mettendo a suo carico gli interessi e
domandando il risarcimento dei danni materiali e morali a lui derivati
dal mancato pagamento. Più tardi mi venne riferito che il signor Roux,
per liberarsi da quella noja _pagò_ le cinquecento lire e a proprie
spese provvide a che il celebre suonatore di duetti classici partisse
per Marsiglia.