«...Noi arrivammo stracchi e affamati, e a farla apposta in quel

momento la macchina non andava; ma il ministro della cartiera, che è

un buon modenese, ci usò la cortesia di farla allestire, sebbene noi,

aggiunta alla stanchezza e all'appetito anche la noia dell'aspettare,

volessimo andar via a tutti i patti. Ed ecco, puliti i cilindri e

ammannito il tutto, la macchina comincia a muoversi: vedere quello

spettacolo e cessare la stanchezza fu tutt'una. Immagina due grandi

stanze unite da più archi a rottura, l'una di solaio più alta che

l'altra: nella superiore, vedi cinque grandi pile di pietra, nelle

quali i cilindri triturano continuamente il cencio, e non ce ne

vogliono di meno, perchè la macchina va con tanta rapidità, che una

pila o due non basterebbero ad alimentarla. Triturato che è il cencio,

e ridotto a una pasta liquida come un latte denso, passa per un canale

nello stanzone più basso, ed è raccolto in due grandi tini, nei quali

gira continuamente col moto generale dell'edifizio un ferro chiamato

agitatore, acciò la pasta lasciata ferma non faccia _presa_. Sbocca da

tino e si spande sopra una gran lastra di ferro, larga appunto quanto

deve essere il telo della carta, e da quella lastra passa sulla tela

d'ottone, che si ripiega continuamente in sè stessa, ed ha un moto

ondulatorio. Dalla tela d'ottone è raccolta da un cilindro foderato di

feltro, e quindi da altri due cilindri parimente foderati di feltro,

che la strizzano e ne fanno scolare ogni umidità, e da questi passa

per altri quattro o sei, sotto i quali vi è il vapore per asciugarla;

scaturisce da questi, e passa bell'e asciutta e croccante, sopra due

grandi cilindri a guisa d'aspo che la dipanano, e di là in una gran

tavola a guisa di vassoio, sulla quale via via si taglia e si

trasporta nei magazzini. Tutta questa operazione è l'affare di un

minuto e mezzo o di due. Quella che stamane alle sette era un cencio,

oggi alle quattro è una lettera bell'e impostata.»

Che ne dite, o figliuoli? Vi pare che la curiosità dell'Argene fosse

giustificata? E vi pare, ditemi, un bell'atto di gratitudine verso i

grandi lavoratori delle cartiere, quello di sciupar la carta

continuamente, come fate voi?

Si alzi l'Ernestina e mi ripeta quanto ho raccontato fin qui.

[Nota 2: BESSO. _Le grandi invenzioni._]

La spugna.

Che cos'è la spugna, questa spugna colla quale si lava il viso ai

bambini e il marmo dei nostri tavolini?

La spugna è un _animale_, forse la riunione di parecchi animaletti

aggruppati gli uni agli altri: animaletti che i naturalisti designano

col brutto nome di _protozoi_.

La spugna, ordinariamente, ha forma rotondeggiante: è bruna, leggera,

elastica: e le sue fibre sottilissime, strettamente incrocicchiate fra

loro, formano dei grandi e piccoli buchi chiamati _pori_.

La spugna sta in fondo alle acque, e più specialmente in quelle del

Mediterraneo e del Mar rosso: ma si trova anche in certi fiumi. Cerca

il luogo che meglio le conviene, vi si abbarbica e a poco a poco

avvolge nel suo tessuto gli scogli, le piante e perfino gli animali

che le sono vicini.

I buchi, o fori, o pori della spugna comunicano tra loro, e finchè

l'animale è vivo, l'acqua vi circola liberamente e dà a questo il

nutrimento necessario.

Verso gli ultimi di aprile o i primi di maggio, si staccano dalla

cavità delle spugne alcuni ovicini, i quali vengono trasportati dalla

corrente a ineguali distanze.

Queste uova, non appena hanno trovato il luogo adatto, vi aderiscono e

gradatamente divengono spugne: La spugna viva è ricoperta da uno

strato di sostanza muccosa, appiccicaticcia, che si corrompe e si

stacca dall'animale, non appena questo viene staccato dal fondo dei

mari.

Le spugne possono essere di varie grandezze: ve ne sono delle

piccolissime e di quelle così enormi, il cui volume supera perfino un

metro di diametro. E se ve ne sono di ogni grossezza, hanno anche

forme svariatissime.

Le spugne che vivono nei fiumi sono poco resistenti e non vengono

adoperate in alcun uso: e poichè la pesca più abbondante di questi

animali si fa, come vi ho detto, nelle tepide acque del Mar rosso e

del Mediterraneo, così i pescatori di spugne sono quasi tutti Greci,

Arabi e Messicani.

Le spugne si possono pescare in due modi: nel primo, gli uomini adatti

a ciò, si tuffano sott'acqua, armati d'un grosso coltello, col quale

tagliano le spugne aderenti agli scogli: il secondo sistema consiste

nel lanciare su questi animali una specie d'uncino che vi si attacca e

le strappa.

Ma questo secondo modo ha l'inconveniente di lacerar le spugne, le

quali hanno allora un valore molto più piccolo di quelle pescate per

mezzo dell'immersione.

Le belle spugne sono reputatissime in commercio e il loro prezzo

giunge perfino a cento e centocinquanta lire il chilogrammo.

L'uso delle spugne, uso che rimonta alla più remota antichità, è oggi

così comune, che i pescatori devastano, per soddisfarlo, il fondo dei

mari.

E pensare che vi sono molti bambini di mia conoscenza i quali non solo

hanno un sacro orrore della spugna, ma anche del.... (lo devo dire?)

del sapone!

Il sughero.

Alduccio era stato buono tutta la settimana: e siccome il sabato

compiva i sett'anni, la sua zia gli fece un regalino, sospirato da

mesi e mesi: una vaschettina di cristallo con due pesciolini rossi.

Non è a dirsi la contentezza di Aldo: vi basti ch'ei non lasciava un

minuto i suoi nuovi ospiti, e che se non fosse stato per un riguardo

alle loro abitudini, se li sarebbe perfino portati a dormire con sè.

Chi non s'è provato, almeno una volta in vita sua, a buttar qualche

minuzzolo di pane a quegli animaletti? Chi non s'è divertito a vederli

guizzare, sparire e ritornare a galla in un minuto? Cesarino, fratello

minore di Aldo, non si contentava di guardarli: avrebbe voluto anche

stuzzicarli, e un giorno, colto il momento che Aldo non badava alla

vaschettina, vi buttò dentro un tappo.

--Zia, esclamò Aldo impaurito, mi fai il piacere di dare uno

scapaccione a Cesarino? Dà noia ai pesci!

--Che cosa è avvenuto? chiese la zia premurosamente.

--Ha buttato loro addosso un tappo..... Ma guarda! Questa è curiosa!

Perchè il tappo non va a fondo?

--Perchè il tappo è di _sughero_, bambino mio: e il sughero resta

sempre a galla.

--Che cos'è il sughero?

--Il sughero è la scorza o corteccia d'un albero, di una specie di

quercie, il cui legno, come vedi, è leggerissimo.

--È certo, disse Aldo il quale pensò subito alle barchette, che il

sughero, essendo legno, deve galleggiare sull'acqua. Ma come fanno gli

uomini a levare il sughero dall'albero?

--Con un'ascia bene acuminata, gli operai praticano nell'albero

un'incisione verticale (dall'alto in basso) avendo somma cura di non

offendere una seconda corteccia verde, che si trova sotto il sughero e

che più tardi, dopo dieci o quindici anni, diventerà sughero

anch'essa.

Quando l'albero è molto grosso, l'operaio vi pratica parecchie

incisioni verticali per non rompere la striscia di sughero che sta

levando.

Poi fa altri tagli circolari, distanti l'uno dall'altro circa un

metro, e quindi, insieme ad un altro operaio, solleva la scorza con

precauzione, servendosi dell'altra estremità dell'ascia, assottigliata

a tal'uopo.

--Ed è di quella scorza, zia, che si fanno i tappi?

--Sì, ma non tutta la corteccia può servire a far tappi: alcuni pezzi,

per esser troppo scabrosi e ineguali, non possono venir lavorati.

Quando il sughero è stato scalzato dall'albero, dev'essere immerso per

qualche minuto nell'acqua bollente, la quale lo rende pieghevole,

liscio e atto alla fabbricazione dei diversi oggetti.

Il primo strato di sughero è meno pregiato in commercio a causa della

sua irregolarità e viene impiegato per gli usi marittimi.

Del sughero di migliori qualità si fanno tappi da bottiglie, boccette,

vasi e boccali: e riunendone diverse strisce sopra un tessuto molto

consistente, si fanno le cinture, come quella che ti mette la mamma

quando fai il bagno; quella cintura ti sostiene sull'acqua e ti

agevola l'apprendimento del nuoto.

--È proprio vero che il sughero sta a galla: ma io vorrei sapere

perchè ci sta!

--Va a prendere un mezzo bicchiere d'acqua e raccatta alcuni sassolini

nell'orto: vieni ora da me e stai attento: Io butto nel bicchiere un

sassolino o due: vedi nulla? No; buttiamocene una manata: che cosa

avviene?

--Avviene che l'acqua sale sale, fino all'orlo del bicchiere.

--Lo sai il perchè?

--No.

--I sassi, essendo più pesi dell'acqua, l'hanno scacciata dal luogo

che occupava in fondo al bicchiere e l'acqua è stata respinta fino

all'orlo. Se noi seguitassimo a buttar sassi, l'acqua, sempre

maggiormente spostata, finirebbe col dar di fuori, e il bicchiere non

conterrebbe più che sassi.

--Ora intendo, disse Aldo; i sassi sono più forti dell'acqua e la

mandano via: l'acqua poi, alla sua volta, è più forte del sughero e

manda via lui. Sarebbe come io, che sono più forte di Cesarino, gli

dessi una spinta e lo mandassi via.

--_Forte_ non è la parola da usarsi. L'acqua non è più forte del

sughero: è più _pesa_. Tu, poi, sei di fatto più forte di tuo fratello

e in questo caso la tua forza produrrebbe sopra Cesarino lo stesso

effetto del peso dell'acqua sul sughero, poichè anche il peso è una

forza.--

Così ebbe fine la lezioncina sul sughero. Io spero che voi, care

bambine, sarete in grado di ripetermela. L'Ernestina si alzi e

cominci.

Il tabacco.

Mi è stato ridetto che alcuni bambini della scuola se la passegiavano,

ieri, con una pipa in bocca e col cappello su una parte; a tutt'uomo,

in una parola. Fortuna che quelle pipe erano di zucchero! Ma se

fossero state pipe davvero, di quelle pipe dove gli uomini ci pigiano

il tabacco per fumarlo, oh allora non riderei, ve lo assicuro!

Non sapete, miei poveri piccini, ciò che è il tabacco, il tabacco col

quale sono fatti quei sigaracci scuri, il cui odore produce le nausee,

che hanno un sapore amaro, e macchiano di giallo la punta delle dita?

Non lo sapete? Ve lo dirò io, ve lo dirò, perchè vi voglio bene e

desidero che sappiate la verità: il tabacco, poveri bambini miei, è

_un veleno_!

Anni e anni sono, un signore (dovrei dire un mostro!) volendo

arricchirsi coi beni d'un suo fratello, pensò di ammazzarlo. Che cosa

fece? Forzò quel fratello a bere dell'essenza di tabacco, e

l'infelice, fulminato dal potentissimo veleno, morì all'istante.

Quando, invece di beverlo, si fuma il tabacco, ci avveleniamo

lentamente, ma ci avveleniamo. A poco a poco, senza quasi che ce ne

accorgiamo, lo spirito diviene grave, si perde la vivacità, la

memoria, e le idee se ne vanno. Un languore profondo s'impadronisce di

noi, diveniamo inetti ad ogni lavoro un po' serio e non siamo più

buoni che a fumare. Si finisce col preferire il tabacco alla

conversazione, alla società e perfino al cibo! Un vero fumatore è

capace di barattare un pane per due sigari! E se alla sua mamma, a sua

moglie e ai suoi figliuoli dà noia il fumo, peggio per loro! Quando

non vuol far soffrire nessuno, se ne va fuori di casa, lontano,

anteponendo il tabacco alla sua famiglia e al resto dell'universo.

Così il tabacco è un veleno per il corpo, un veleno per lo spirito, un

veleno per il cuore.

Quando un giovinetto comincia a fumare, non se lo figura di dover

giungere a queste tristi estremità: egli dice: _Fumerò un pochino_, ed

è lo stesso come se si proponesse di metter _per un pochino_ un dito

nell'ingranaggio d'una macchina. Il corpo va dietro al dito: o come se

volesse appiccare un _po'_ di fuoco alla sua camera: Tutta la casa

brucerebbe.

Fumando un _poco_, si prende l'abitudine di fumar _molto_: e quando si

vorrebbe smettere, non è più tempo. L'abitudine è un tiranno.

Lo sapete, voi, che cos'è un _tiranno_? No certo, fortunati bambini! È

un padrone che ha su noi ogni potere: che ci toglie la libertà, e di

uomini liberi e indipendenti, ci rende servi.

Spesso il tiranno è un uomo, un re, o un imperatore. Ma più

frequentemente noi stessi siamo i nostri tiranni: e in questo caso il

tiranno è un _bisogno_. Così, i bisogni di mangiare, di bere e di

dormire, sono dei tiranni, poichè non possiamo opporre loro alcuna

resistenza.

Voi stessi, ragazzi miei, ne avete fatta, chi sa quante volte,

l'esperienza. Quando fate il chiasso o i balocchi, non li lascereste

per nessuna cosa al mondo. Ma ecco che il bisogno di mangiare, ossia

la _fame_, si fa sentire.... Allora smettete di fare il chiasso,

lasciate in un canto i balocchi e correte dalla mamma a chiederle il

pane.

E se proprio in quel punto i vostri compagni vi chiamano, v'implorano,

per finir la partita cominciata, non gli ascoltate più, non intendete

ragioni, non conoscete più nessuno: il tiranno della fame vi domina,

vi opprime, vi costringe a mangiare. E siete talvolta sì affamati, che

piangete d'ogni piccolo indugio.

E la sera a veglia, quando siete tutti riuniti, fratelli e sorelle,

intorno a quella tavolona tonda, carica di stampe, di balocchi e di

giornali, cominciate, a una cert'ora, a far delle piccole riverenze

col capo: i vostri occhietti, prima sì ridenti, si appannano e

diventano piccini: le vostre mani, pochi momenti avanti sì attive e

battagliere, penzolano inerti dalla seggiola e lasciano cadere in

terra la bambola o la pecorina. Il tiranno del sonno è giunto: e il

sonno, come tutti gli altri tiranni, non soffre resistenza.

Addio balocchi, chicche, novelle e risate! Ecco i bambini bell'e

addormentati: andate, ora, a proporre loro una partita di volano:

raccontate loro la novella di Berlinda o offrite loro delle caramelle.

Non vi odono più: non sono più padroni di fare quel che meglio piace

loro! Il tiranno del sonno gli ha soggiogati.

È una cosa molto noiosa, non è vero, quella di venir sempre dominati

dai nostri bisogni, e di non poter sbarazzarcene? Aggiungete che

questi nostri tiranni ci costano un occhio del capo. Se si potesse

calcolare tutto il denaro che ci ha fatto spendere, dacchè siamo al

mondo, il bisogno di mangiare, di bere, di vestirci, di scaldarci, di

ripararci dalle intemperie, di star puliti, ci sarebbe di che restare

sorpresi.

Ah certo! Meno bisogni avremo e meglio sarà: Che dovremo dunque

pensare di quelle persone, le quali non contente di dover soddisfare a

tanti bisogni, ai quali non si può impor silenzio, se ne creano dei

nuovi, prendendo delle abitudini dannose?

Tale è l'abitudine del fumare. Diviene un bisogno così imperioso, che

spesso vince tutti gli altri! E pertanto qual differenza fra questo

bisogno e quelli che abbiamo enumerato fin qui!

Se noi non avessimo mai fame, nè sete, nè sonno, nè voglia di far il

chiasso, saremmo molto ammalati e moriremmo molto giovani. Quei

tiranni, dunque, sono piuttosto dei benefattori, dei vigili custodi

della nostra salute, incaricati dal buon Dio di avvertirci di quanto

dobbiamo fare per conservarla.

Perciò, quando obbediamo regolarmente a questi bisogni naturali,

stiamo bene e ci sentiamo lieti: cresciamo, siamo attivi, laboriosi, e

c'interessiamo a tutte le cose nobili e buone.

Il bisogno di fumare, invece, è un tiranno egoista, che si compiace di

veder trasformarsi in fumo il tabacco: e che, non solo non ci dà nulla

in cambio di quel che ci prende: denaro, tempo, ingegno, salute; ma

rende pestifero l'alito dei fumatori, e sparge sui loro abiti un odore

irritante, che produce la tosse a chi sta loro vicino.

Vi sono altre persone che prendono il tabacco pel naso. Quello è in

polvere e viene conservato nelle tabacchiere. I consumatori mettono

nella scatoletta il pollice e l'indice e s'introducono la _presa_

nelle narici, colla stessa disinvoltura colla quale voi mettereste in

bocca una pallottola di zucchero.

E io conosceva un signore il quale, ogni volta che il caso lo faceva

assistere a una tale operazione, esclamava: «Strana idea quella di

respirar colla bocca e di mangiare col naso!» Un ragazzino, molto

assennato e riflessivo, rispondeva a certi scioperati che volevano

costringerlo a fumare e a stabaccare:--Ma vi pare ch'io voglia far del

mio naso un letamaio e della mia bocca un camino?--

Infatti la bocca d'un fumatore diventa un vero camino: vi si forma la

filiggine: i denti, di bianchi che erano, diventano tutti neri: e la

bocca perde, oltre al suo più bell'ornamento, anche la freschezza e

la salute, che alle labbra dei fumatori, ostinati suol venire quella

schifosa malattia che si chiama «il cancro dei fumatori»!...

Ma voi mi chiederete perchè chi comanda non condanna tutti i

negozianti di tabacco alla galera a vita?

Ciò gioverebbe assai poco, amici miei, poichè dopo loro ne verrebbero

degli altri... Il vero mezzo di sopprimere il commercio del tabacco,

sarebbe quello... che gli uomini sopprimessero essi stessi la loro

cattiva abitudine e considerassero il tabacco solamente per quel che

è: un medicinale.

Voi forse non saprete che tutti i veleni sono dei medicinali?

Pericolosi per l'uomo che si sente bene, hanno la proprietà di

guarirlo quand'è sofferente, e non c'è veleno il quale non corrisponda

per le sue virtù sanatrici a qualche malattia.

Il tabacco sarebbe dunque, per sè stesso, una preziosa sostanza: e non

è certo sua colpa se gli uomini, abusando dei doni divini, ne hanno

fatto uno strumento di malattia e, spesso, di morte.

Il tabacco è una pianta: ha le foglie larghe, vellutate; e i suoi

fiorellini, d'un bel colore di rosa, vi spiccano piacevolmente:

l'odore, peraltro, è nauseante, poichè rammenta il profumo indebolito

del tabacco secco.

I dotti hanno dato a questa pianta il nome di _nicotina_, ed ecco il

perchè: Quattrocent'anni sono, un francese che si chiamava Nicot, fu

mandato come ambasciatore dal re di Francia al re di Portogallo. In

questo paese egli ebbe luogo di esaminare una pianta che gli Spagnuoli

avevano importata dall'America e si chiamava tabacco. Siccome era una

vera novità, il Nicot, per rendersi accetto alla madre del re di

Francia, le mandò del tabacco in polvere, e, disgraziatamente, anche

il seme del tabacco.

Questa regina, che si chiamava Caterina dei Medici, studiava molto i

veleni, e il regalo del Nicot le giunse perciò assai gradito. E il

tabacco venne chiamato _erba della regina_ o anche semplicemente

_nicotina_.

Tutto ciò avveniva nel secolo decimosesto: il mondo esisteva già da

migliaia d'anni senza saper nulla del tabacco, e in quanto a salute ne

aveva sempre goduta non è questa una graziosa risposta da farsi a quei

fumatori, i quali pretendono di non poter vivere senza fumare?

Il tabacco cresciuto naturalmente s'inalza perfino a un metro e 50

cent., ma quando lo si coltiva per quell'uso famoso, non gli si

permette d'inalzarsi tanto. Quando il tabacco ha raggiunto quel grado

determinato di sviluppo, viene colto avanti la fioritura. I

coltivatori cominciano dal farne seccare le foglie, poi le vendono ai

fabbricanti che le tritano minutamente; questi fanno disseccare su

grandi lastre riscaldate il tabacco da fumare, e ripongono in grandi

vasi egualmente riscaldati quello da aspirarsi pel naso.

Coi processi di fabbricazione, le foglie del tabacco cambiano

completamente di colore: di verdi, diventano scure, e prendono

quell'odore acre, soffocante, che indispone quasi sempre tutti coloro

che fumano per la prima volta.

Il fabbricante di tabacco è... indovinate! Il governo! Sì, è il

governo che compra il tabacco ai coltivatori, lo fa fabbricare nelle

sue manifatture, poi lo fa vendere dai tabaccai, sotto forma di

tabacco da pipa, da naso, di spagnolette e di sigari.

Ed è sotto queste ultime forme, che il tabacco si mette in bocca e si

mastica!

È proprio vero che allorquando ci mettiamo a far delle sciocchezze,

non si sa mai dove andiamo a finire.

Il governo vigila la cultura del tabacco, per tema che venga venduto

ad altri: ha creato degl'ispettori, i quali non solo contano le piante

del tabacco seminate in un campo, ma il numero delle foglie d'ogni

pianta. E questi ispettori non permettono a nessuno di coltivarne

senza il loro permesso: e se qualcuno trasgredisce ai regolamenti,

deve subire ammende, condanne, e ogni sorta di punizioni. Ah se i

coltivatori, invece del tabacco, seminassero nei loro campi del buon

grano, non avrebbero a sopportare simili persecuzioni. Coltiverebbero

una pianta salutare, che nutre l'uomo e non già una pianta velenosa

che gli avvelena lo spirito e il corpo: e l'agricoltura, invece di

impoverire, (come avviene effettivamente nelle contrade ove si coltiva

il tabacco) ritornerebbe ricca e prospera per il bene di tutti.

Facciamo voti, bambini, affinchè questo non sia un bello ma inutile

sogno!

Il sapone.

C'è qualcosa che sia più utile del sapone? La nettezza è certo la

prima, la più importante fra le eleganze: e a chi la dobbiamo, se non

al sapone? Guardate il fabbro che batte il martello sull'incudine, il

legnaiuolo che sega le sue assi: il compositore che riproduce le

parole d'un manoscritto con dei caratterini di metallo, tinti

d'inchiostro: tutti questi bravi operai hanno il viso e le mani

annerite: il fumo, la polvere hanno macchiato i loro abiti e la loro

biancheria: e se gli utili lavori ai quali si dedicano non ce li

facessero cari, ci parrebbero molto brutti.

Ma quando la giornata è finita, e ogni operaio sta per tornare alla

sua casetta, dov'è aspettato dalla moglie e dai figliuoli, allora il

fabbro mette da parte il martello, il legnaiuolo la pialla, il

compositore i caratteri, e ciascuno va in un canto della bottega,

dov'è una fontana o una gran catinella d'acqua. Sotto la catinella, o

accanto, c'è un pezzo di _sapone_.

L'operaio si bagna le mani e il viso: se li stropiccia col sapone, che

sdrucciola, scorre, scivola e fa una bella spuma: quand'è bene

insaponato, tuffa viso e mani nella catinella e si risciacqua con

forza... Alza il viso... non è più riconoscibile! La pelle è ritornata

bianca, pulita, senza traccie di fumo o di polvere: e una leggera

spazzolata basta a ravviargli il capo arruffato.

La giacchetta ha sostituito la bluse: gl'inconvenienti del lavoro sono

spariti per dar luogo al profitto e al piacere. L'operaio torna a

casa, e la moglie e i bambini gli fanno festa e lo accarezzano.--

Certo lo avrebbero accarezzato anche col viso sudicio; ma forse con

minor piacere. E anche la famiglia deve farsi trovar pulita e

ravviata: i bambini specialmente, se vogliono riuscire accetti al

babbo, devono avere adoprato molto sapone.

Il sapone è necessario ai ricchi come ai poveri, poichè a nulla

gioverebbero i bei vestiti di casimirra e le calze di seta, se la

camicia, il fazzoletto, le mani ed il viso fossero sudici: anzi, la

ricercatezza del vestito metterebbe in maggior rilievo la sciatteria

del resto.

E siccome il sapone è riconosciuto come il mezzo più facile per

conservare la nettezza al nostro corpo e alle nostre robicciuole, così

non è esagerazione il ritenerlo per una delle cose più utili.

* * *

Ma che cos'è questo sapone? Perchè ha la proprietà di render pulita la

nostra pelle e la nostra roba?

Il sapone è una sostanza composta dall'industria: è un miscuglio di

soda e di potassa con un'altra cosa, di cui vi parlerò or ora.

La soda e la potassa, che sono dei _sali_, si uniscono facilmente ai

corpi grassi, e ogni qualvolta si trovano al contatto di qualche

untuosità, l'assorbono così bene, vi si uniscono così intimamente, che

basta fare sparire questi sali, perchè con essi sparisca il grassume

che deturpava una data superficie.

Questo effetto si prova facilmente. La soda e la potassa vengono

vendute dai farmacisti e il loro valore è minimo: si può dunque

comprar queste sostanze, scioglierle nell'acqua e lavare in

quell'acqua un pezzo di stoffa colorata, macchiata d'unto.

Ma c'è da notare che la soda e la potassa mangiano il colore e la

povera stoffa perderebbe, oltre all'unto, anche le sue tinte

smaglianti: poi, dacchè quelle due sostanze sono anche corrosive,

lacerano i tessuti e rovinano la pelle.

Dunque? Dunque si pensò di unire la soda ad altre sostanze che ne

neutralizzassero gl'inconvenienti, senza alterarne i vantaggi: queste

sostanze sono olio o grasso: e da un tal miscuglio ha avuto origine il

sapone.

Per fabbricare il sapone, si versa in grandi caldaie una quantità di

soda sciolta nell'acqua: vi si aggiunge del grasso di montone, di

altri animali e anche dell'olio: occorre poi che il fuoco sia talmente

vivo da raggiungere i 100 gradi, i quali producono l'ebullizione.

A poco a poco la soda e il grasso si uniscono, si fondono insieme e

formano come uno strato galleggiante sull'acqua. Quando il miscuglio è

fatto, si vuota la caldaia sopra una gran tavola ad alti orli: l'acqua

scola e il miscuglio di soda e di grasso rimasto sulla tavola, si

raffredda, si condensa e diventa quel sapone, di cui tutte le persone

pulite apprezzano l'utilità.

Quello fabbricato con la potassa non indurisce e resta sempre come una

pasta molle. È quello che comunemente si chiama _sapone tenero_.

Il sapone col quale si lava la biancheria, vien detto sapone di

Marsiglia, perchè è appunto in questa città che se ne fabbrica la

maggior quantità. Questa sola città ne vende annualmente più di 70

milioni di chilogrammi, ciò che rappresenta, al prezzo con cui è

venduto ai consumatori (circa L. 1,10 il chilogramma) un valore di 77

milioni di lire.

Il sapone bianco e le saponette sono fabbricate allo stesso modo: se

non che per la loro fabbricazione vengono adoperati olii e grassi più

fini: e sono resi più piacevoli da essenze odorose e da sostanze che

immorbidiscono la pelle, come miele e sugo di lattuga: e per mezzo di

stampe speciali si dà loro curiose e graziosissime forme. Infatti ci

sono saponette che rappresentano mele, pesche, pesci, uccelli, scatole

e perfino bambini.

Il sapone è un composto che data da moltissimo tempo. Gli antichi

popoli d'Egitto e della Grecia lo adopravano: e in Italia, nelle

rovine di Pompei, fu rinvenuta una fabbrica di sapone con tutti i suoi

utensili e perfino con una provvista di sapone, atto ad esser venduto.

Lezioni e Racconti per i bambini · 第 6 / 7 段