CAPITOLO IV.

Se Giuda pel suo tradimento fu tormentato

settanta volte, tu lo sarai

settanta volte sette.

GUERRAZZI.

Aspettato con ansia indicibile dal conte Alberto Sampieri, arrivò

finalmente quel sabato fatale che doveva portare la disperazione nel

cuore d'una povera creatura.

Sono appena suonate lo undici e mezza di notte; le stelle brillano sul

firmamento; solo un grosso nuvolone contende il luminoso cammino della

luna, nascondendone di tanto in tanto i pallidi raggi.

Le vie di Milano incominciano già a farsi deserte, le botteghe si

chiudono con alternato battere d'imposte, i pubblici convegni

scioglionsi a poco a poco, ed il buio della notte avvolgendo l'intera

città nel suo manto tenebroso, sembra tutti invitare ad un dolce e

tranquillo riposo.

Una carrozza signorile, trascinata da due vigorosi destrieri, cui

esperto cocchiere mal frena gl'impetuosi slanci, muove da Porta Tosa,

e percorrendo la via del Durino e attraversando il corso di Porta

Renza*, entra nella via di S. Paolo.

* Porta Venezia.

Si avanza circospetta sin oltre la piazza Belgioioso, e approfittando

da una curva disegnata dalla via, si ferma in tal punto dove la luce

delle due opposte lampade non potendo efficacemente pervenirvi, lascia

in completa oscurità.

In allora dalla carrozza fa capolino un uomo, che guardando

attentamente d'ambo i lati della via, apre la portiera e lascia

scendere due robusti giovinotti.

--Animo, lesti--disse poi rinchiudendosi di nuovo nella vettura e

parlando dallo sportello;--tu, Piero, passeggia là in fondo vicino al

magazzino; appena la scorgi, ricordati del segnale convenuto;

sopratutto non dar sospetti.

E Piero, fatto un segno col capo, s'avvia al luogo indicato.

--Tu, Tonio, fermati per intanto davanti ai cavalli, indi ti

nasconderai nel vano di quella porta; prudenza e sollecitudine.

Marco diede codesti ordini sottovoce.

Passa una mezz'ora senza che nulla di nuovo succeda.

È tanto frequente il caso in Milano di vedere una carrozza fermata

lungo la via, che niuno dei passanti concepisce il più piccolo

sospetto; mille supposizioni d'altronde possono ampiamente

giustificare quella sosta in un punto il più abitato della città.

Marco, sbadigliando come uomo annoiato, osserva l'orologio.

Mezzanotte sta per battere.

--Ancora un momento, dice in cuor suo, eppoi ci poniamo in viaggio.

Povera biondina, chissà come è lontana dall'immaginarsi la bella

sorpresa che le abbiamo preparata. Un viaggetto in carrozza!...

Eppure, Dio sa quante smanie; sarò costretto tenermela sempre nelle

braccia, che non vorrei mi giuocasse qualche brutto tiro. Sarà un peso

dolce, diavolo.... incomincio a credere che il padrone abbia voluto

fidarsi un po' troppo di me; fortuna che Marco non abusa mai della

confidenza in lui riposta, e che in mezzo ai suoi difetti non si sente

capace di fare il minimo torto a colui cui mangia del suo pane.

«Mezzanotte è suonata, ed il segnale non si sente ancora. Non vorrei

che il diavolo ci mettesse la coda e mi mandasse tutto a monte. Non ci

mancherebbe altro. Eppure la cosa è facilissima; le potrebbe per

esempio saltar il grillo di cambiar strada; potrebbe essere

accompagnata, oppure fermarsi al magazzeno tutta notte.

E come si fa aver un rimedio pronto a tutto quello che può succedere?

Ma bisogna dirle al conte queste belle cose, a lui che ciò che vuole,

vuole. Guai se gli manco, mi strozzerebbe colle sue mani, ne son

certo.

«E non si sente nulla ancora, corpo di tutti i demonii.--E guardava

un'altra volta l'orologio.--Dodici e un quarto.»

Sbuffando di collera si affaccia allo sportello.

In questo punto si ode un lontano mormorio di voci e nello stesso

tempo un fischio acuto partire dalla medesima direzione.

Marco trasale di gioia.

Tonio senza far motto si toglie dai cavalli e si nasconde nell'angolo

d'una porta internamente chiusa ed alquanto discosta dalle spalle di

pietra.

Il cocchiere quasi per avvertire che ancor lui ha udito il segnale

dondola un istante sui cuscini ed affranca nelle mani le guide dei

cavalli.

Marco vide tutto questo, soddisfatto apre lo sportello e si tiene

pronto, l'orecchio teso.

A poco a poco le voci lontane cessano e tutto ritornando nel primitivo

silenzio si può intendere il rumore di due passi che ratti s'avanzano

battendo il lastrico.

Il cuore di Marco batte d'impazienza, sporge avanti la testa, ma Tonio

è sempre là immobile al suo posto con qualche cosa di bianco in mano

simile ad un fazzoletto.

Intanto i passi si fanno sempre più distinti e già nella penombra si

disegna una bella figura di donna.

--È lei, pensa Marco, stavolta non mi scappa, povera tosa!

Ed infatti la bella biondina di Porta Nuova con quella tranquillità e

sicurezza che è sempre compagna d'una coscienza pura ed innocente,

affrettava i passi verso casa, lieta all'idea di riabbracciare suo

padre dopo un giorno intero di lontananza.

Vide la carrozza e lungi quell'alma vergine di concepire dubbi

sinistri, gode invece in cuor suo, che qualche cosa gli rompi la mesta

solitudine della via.

E ratta s'avanza, s'avanza sempre.

In questo punto la luna liberandosi dal nero nuvolone, che fin allora

la tenne ostinatamente imprigionata piove un'onda di luce pallida.

La bionda allora può scorgere l'ombra d'un uomo lentamente disegnarsi

sulla terra, ma mentre intimorita girando attorno lo sguardo, cerca il

corpo di quell'ombra vien afferrata da due braccia di ferro.

La misera apre la bocca per gettare un grido, ma la bocca le vien

imbavagliata; si dibatte un istante in disperati sforzi, indi Marco la

riceve svenuta nelle sue braccia.

--Avanti, grida Tonio ai cocchiere; e mentre i cavalli si rimettono in

via, il servo dandosi contento una fregatina di mani raggiunse Piero

che seguiva la biondina a qualche tratto di cammino.

--È riuscita? chiese Piero.

--A meraviglia, rispose l'altro con brutale cinismo.

--Neppur un grido?

--Nulla.

Ed ambedue entrarono nella vicina bettola a gozzovigliare il vil

prezzo del loro vilissimo delitto.

La vettura attraversa la città e sorte da P. Vercellina.

Franz allorquando si trovò all'aperto sulla bella strada che corre

diritta a Novara sferzò i cavalli e questi pieni di brio si

slanciarono nitrendo a generosa carriera.

La povera biondina, ancora svenuta, giaceva pallida nelle braccia di

Marco che posandole una mano sul cuore e non sentendolo battere che

pochi e deboli palpiti, incominciava sul serio a temere.

Infatti lo spavento provato dalla misera fu tale che per poco non

l'uccise.

Ella comprese il triste significato di quel ratto, e ne fremette

inorridita.

Molte volte sotto i panni del povero battono tali cuori che mai si

cercano in petti patrizi; sovente la coscienza più delicata

dell'onore, i sentimenti più nobilmente generosi, fuggendo i sontuosi

palazzi erigono il loro santuario nel popolo; povero popolo, che se

talfiata tralignando si gettò sui lubrici sentieri del delitto, vi

venne spinto da quella miseria, da quella grettezza che pur troppo fu

sempre il suo retaggio.

Finalmente l'aria percossa, entrando fredda nella vettura e battendo

sulla fronte della svenuta, a poco a poco le ridonava i sensi.

Aperti gli occhi, li fissò immobili in volto a Marco che vedendola

riaversi le sorrise benignamente; le fitte tenebre della notte non

permisero alla giovinetta di conoscere quel volto, ma un raggio di

luce ne illuminò il sorriso che avvezza a vagheggiarlo sovente sulle

labbra dell'amato genitore, tratta in un dolce inganno, chinando mesta

il capo mormorò:

--Padre mio, che brutto sogno! e rinchiuse spaventata gli occhi.

Ma il rumore dello zampe ferrate dei cavalli ripercosse sordamente sul

terreno, i frequenti sbalzi della carrozza, la notte che buia regnava

all'intorno, ridestarono la sventurata dal suo assopimento; passò una

mano sulla fronte quasi per sperdere la nebbia ond'era avvolta la

mente, e ritornò alla triste realtà.

--Ah, non è dunque un sogno codesto, gridò con voce straziante

svincolandosi d'un tratto dalle braccia del servo e rannicchiandosi

tremebonda in un angolo della carrozza; oh, perchè non sono morta,

perchè mai riedere alla vita in un momento cui l'abbandonarla è un

beneficio, una grazia del cielo?... Ma che volete voi da me?... No non

voglio seguirvi... lasciatemi precipitare da questa carrozza o ch'io

empio l'aria de' miei gridi. Deh! in nome della Vergine santa, in nome

di quanto avete di più sacro al mondo, in nome di vostra madre, fate

ch'io ritorni al povero padre mio. Egli, vedete, vecchio e malato non

ha altro appoggio che il mio, altra vita che la mia; togliermi da lui

vuol dire ucciderlo, vuoi dire spezzare l'unico filo che ancora lo

trattiene al mondo... ed in allora voi dovreste rendere conto a Dio di

due esistenze poichè con mio padre uccidereste me pure. Oh! se il

vostro cuore ha sensi di umanità, s'egli non è quello della fiera,

lasciatemi fuggire; guardate io vi prego qui in ginocchio, colle

lagrime agli occhi, così come si prega Dio ed i santi... ma che cosa

vi ho fatto mai per farmi tanto male?...

E soffocata dai singhiozzi, soffuso il volto di lagrime, coi capelli

disciolti, abbracciava le ginocchia di Marco.

Avrebbe commosso un cuore di pietra, ma non quello del malvagio

sgherro.

--Via, calmatevi una volta, andava egli ripetendo in tuono di

ghiaccio, verrà un giorno che mi rammenterete questa notte col sorriso

sulle labbra, allorquando io, diventato vostro servo umilissimo, verrò

da voi a chiedere i vostri ordini. Voi siete degna d'una sorte

migliore da quella che avete corsa fin qui; credete che la natura vi

sia stata tanto prodiga di bellezze perchè voi spietatamente le

sciupiate con una vita di lavoro, di privazioni, di stenti? Non si

chiama questo far buon uso dei doni ricevuti. Infine poi io vi conduco

in un bel palazzo, in una reggia nella quale sederete regina, un

paradiso cui voi sarete il nume regnante. Ora ditemi se questi vostri

lamenti hanno una ragione al mondo! Via adunque alzatevi, la mia bella

fanciulla, sedete qui vicino a me ed abbiate pazienza. Ancora poche

miglia, eppoi ci siamo.

E Marco stendeva le braccia per aiutarla ad alzarsi.

La biondina dopo quel primo sfogo del suo dolore era caduta in un

morale assopimento; nulla aveva udito di ciò che Marco le disse;

nell'inerzia dello spirito guardava senza vedere, ascoltava senza

intendere, viveva senza sentire l'esistenza.

Allorquando però le mani del servo la toccarono si ridestò

rabbrividendo e facendosi da lui il più lontano possibile.

--Non mi toccate, gridò non mi toccate; le vostre mani contaminano, le

vostre mani sono quelle del carnefice, fanno delle vittime, danno la

morie.

--Che morte! vi conduco alla vita, io!

--Sì, ad una vita vituperata, d'infamia e di disonore. Deh, fate ch'io

non vi supplichi invano, lasciatemi libera, rendetemi a mio padre. Non

troncate l'agonia del misero vecchio se non volete che la sua

maledizione vi rombi fatale eternamente sul capo. Rendetemi a lui, noi

vi benediremo, voi avrete due cuori che quotidianamente si

rivolgeranno a Dio invocando su di voi il tesoro della sua infinita

misericordia. Ma non capite che vi prestate al più iniquo tradimento,

che un perfido vi brama complice di tale infamia che marchio

indelebile lascerà sulla di lui coscenza e sulla vostra?...

--Oh, ma cessate una volta, interruppe Marco con dispetto, son parole

codeste gettate ai vento, querele inutili, lamenti perduti! Diavolo,

in fin dei conti non vi meno all'inferno! Anzi è un bel giovinotto che

vi aspetta, galante quanto ricco, ricco quanto generoso. Egli vi ama e

non cercherà altro che la vostra felicità. Diverrete sua moglie,

sarete contessa, giacchè egli è conte, che volete di più? Eppoi a

sentir voi si commette un delitto! Ma se v'ha delitto in questo caso è

dal lato vostro, la mia fanciulla, che così ostinatamente vi rifiutate

a migliorare la sorte di vostro padre che voi dite d'amare tanto. Ma

immaginate la gioia del vecchio nel sapervi così superbamente

collocata; egli finirà i suoi giorni tranquilli, benedicendo a sua

figlia che ha saputo soccorrere i suoi anni cadenti e sollevarlo dalla

miseria. Non è forse questa una bella soddisfazione per una brava

figliuola? Oh ma lamentatevi ancora eppoi vi dirò che codesto amore

per vostro padre è malinteso o che è semplice egoismo che voi fate

giuocare a vostro capriccio.

--Credete pure ciò che volete ma lasciatemi in nome di Dio, supplicava

la giovinetta disperata, lasciatemi, o vi ripeto, io grido al

soccorso.

--Non griderete nulla, altrimenti il fazzoletto ritornerà donde l'ho

tratto.

E protendendo le braccia minacciava d'imbavagliarle la bocca.

--Dio mio, Dio mio, tu mi hai abbandonato!--E la misera giovinetta

comprendendo come pur troppo non potesse isfuggire all'inesorabilità

del destino dava sfogo all'immenso affanno in versando silenziosa

lagrime amare.

Nulla oramai le riusciva sperare, ella aveva tentata ogni via, aveva

esaurito tutti i mezzi suggeritile dal cuore per scongiurare l'avverso

fatto, ora non le rimaneva che abbandonarvisi rassegnata.

Crudele necessità per chi ha tutta la coscenza dell'abisso nel quale

irremissibilmente lo si vuol travolgere!

Intanto i generosi destrieri colle narici dilatate e penosamente

respirando avevano divorato in men d'un'ora i venti chilometri che

separano Milano da Magenta.

Batteva un'ora di notte ed il paese era affatto deserto.

I buoni villici riposavano nei loro tuguri le fatiche d'una giornata

trascorsa nei rustici lavori dei campi.

La vettura attraversò Magenta e si fermò davanti ad un castello

fabbricato sopra una sensibile elevazione di terreno, a circa mezzo

chilometro dal paese; ora non rimane più di quell'edificio nessuna

traccia, ma in quel tempo, le sue alte torri, il fossato che lo girava

intorno, ed il ponte levatoio che si ergeva davanti all'ampio portone,

richiamava alla memoria quegl'antichi castelli del Medio Evo la cui

vista faceva fremere i vassalli del superbo Feudatario.

Fermata la vettura, Franz gettò un fischio che fu ripetuto da tutti

gli echi della campagna.

In allora si intesero nell'interno del castello delle voci chiamarsi e

rispondersi; dei lumi vanno e vengono rompendo l'oscurità; finalmente

il portone girando con fracasso sui cardini si spalanca, il ponte

levatoio s'abbassa e manda un cupo suono sotto il peso della vettura.

Franz si ferma davanti ad un ampio scalone dal quale scendono

frettolosi due uomini muniti di torcie accese; d'un salto si fanno

allo sportello; un sorriso malizioso si disegna sulle loro labbra e

ricevono dalle braccia di Marco la giovinetta svenuta; indi senza

profferir parola ritornano d'onde sono venuti.

La povera biondina sulla soglia del castello era ricaduta, per la

seconda volta priva di sensi.

Venne portata in una elegante cameretta il cui recente assetto dava a

vedere che l'ospite gentile non era punto inaspettato.

Era illuminata da una ricca lucerna che posava nel mezzo d'un tavolo

rotondo, su cui stava inoltre in un bacile d'argento una coppa d'acqua

limpida; all'intorno elegantemente disposte eranvi sedie coperte di

rosso damasco e la finestra, che guardava nel cortile, cinta da

splendide cortine di seta.

La bionda fu adagiata sopra un letto e lasciata sola.

Rinvenne dopo qualche momento.

Nella disperazione dello spirito balzò dal letto e si spinse verso la

porta.

Era chiusa.

Allora un orribile pensiero le balena nella mente, si slancia alla

finestra, tenta sforzarne i serramenti ma questi pure resistono alle

sue deboli forze.

Affranta dall'angoscia s'abbandona sopra una sedia, posando il capo

sulle braccia e le braccia sul tavolo.

Le violenti commozioni di quella notte le avevano causata una febbre

ardente; il sangue infiammato le correva rapido al cuore, e dal cuore

al cervello, i suoi polsi battevano a rompersi e la di lei fronte era

madida di sudore.

Arsa dalla sete agendo più per istinto che per forza di volontà

afferrò la coppa che stavale davanti e sentendosi ristorare dalla

frescura dell'acqua la trangugiò d'un fiato, indi girando smarrita lo

sguardo intorno a sè.

--Oh, dove mai sono, proruppe con accento lamentevole, dove m'hanno

condotta i crudeli persecutori della mia pace! Santo Iddio, qual colpa

ho commessa mai per meritarmi sì crudeli angoscie, per aggravarmi sì

pesante la tua mano sul capo! Non viveva rassegnata la vita del povero

col vecchio padre mio! Non gli guadagnavo forse co' miei sudori

un'onesta esistenza! Perchè adunque strapparmi dal suo fianco, per

ucciderlo colla mia vergogna? Dio, tu non sei giusto, tu non sei

quaggiù la guida della debole innocenza, tu non sei il consolatore

degli afflitti, tu... Oh no, perdono... io bestemmio...............

...................................................................

«Ma la mia mente si smarrisce, una folta nebbia mi avvolge lo spirito,

non posso più pensare, la ragione mi si offusca, le forze mi

abbandonano... ma che è mai questo? Quale strano spossamento invade il

mio corpo? le gambe rifiutano di sorreggermi, le braccia mi si fanno

di ferro, le pupille pesanti, io non posso più camminare, non ci vedo

più... tradimento... tradimento!»

E facendosi barcollante verso il letto vi si abbandonava inerte.

--È un sonno terribile che investe tutti i miei sensi, che mi uccide

la volontà e mi annienta le forze; ma non mi lascierò vincere, no non

voglio dormire, mi sarebbe un sonno troppo funesto, me lo predice il

cuore... Oh, ma è impossibile, io sono sotto l'incubo d'una mano di

piombo, ho il veleno in corpo, quell'acqua, ah! fu quell'acqua...

tutto, tutto contro me... oh, è troppo Dio mio...

In questo punto una testa fa capolino dall'uscio; è il conte Alberto

Sampieri.

L'infame per meglio riuscire nel suo tradimento aveva mescolato

all'acqua trangugiata dalla biondina dell'oppio e delirante di gioia

spiava dalla serratura i repentini ed ineluttabili effetti del

narcotico.

Protendendo le mani tremanti muove verso la bella giacente che apre la

bocca per gettare un grido, ma la voce le si spegne nella gola.

Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi · 第 11 / 23 题