Se Giuda pel suo tradimento fu tormentato
settanta volte, tu lo sarai
settanta volte sette.
GUERRAZZI.
Aspettato con ansia indicibile dal conte Alberto Sampieri, arrivò
finalmente quel sabato fatale che doveva portare la disperazione nel
cuore d'una povera creatura.
Sono appena suonate lo undici e mezza di notte; le stelle brillano sul
firmamento; solo un grosso nuvolone contende il luminoso cammino della
luna, nascondendone di tanto in tanto i pallidi raggi.
Le vie di Milano incominciano già a farsi deserte, le botteghe si
chiudono con alternato battere d'imposte, i pubblici convegni
scioglionsi a poco a poco, ed il buio della notte avvolgendo l'intera
città nel suo manto tenebroso, sembra tutti invitare ad un dolce e
tranquillo riposo.
Una carrozza signorile, trascinata da due vigorosi destrieri, cui
esperto cocchiere mal frena gl'impetuosi slanci, muove da Porta Tosa,
e percorrendo la via del Durino e attraversando il corso di Porta
Renza*, entra nella via di S. Paolo.
* Porta Venezia.
Si avanza circospetta sin oltre la piazza Belgioioso, e approfittando
da una curva disegnata dalla via, si ferma in tal punto dove la luce
delle due opposte lampade non potendo efficacemente pervenirvi, lascia
in completa oscurità.
In allora dalla carrozza fa capolino un uomo, che guardando
attentamente d'ambo i lati della via, apre la portiera e lascia
scendere due robusti giovinotti.
--Animo, lesti--disse poi rinchiudendosi di nuovo nella vettura e
parlando dallo sportello;--tu, Piero, passeggia là in fondo vicino al
magazzino; appena la scorgi, ricordati del segnale convenuto;
sopratutto non dar sospetti.
E Piero, fatto un segno col capo, s'avvia al luogo indicato.
--Tu, Tonio, fermati per intanto davanti ai cavalli, indi ti
nasconderai nel vano di quella porta; prudenza e sollecitudine.
Marco diede codesti ordini sottovoce.
Passa una mezz'ora senza che nulla di nuovo succeda.
È tanto frequente il caso in Milano di vedere una carrozza fermata
lungo la via, che niuno dei passanti concepisce il più piccolo
sospetto; mille supposizioni d'altronde possono ampiamente
giustificare quella sosta in un punto il più abitato della città.
Marco, sbadigliando come uomo annoiato, osserva l'orologio.
Mezzanotte sta per battere.
--Ancora un momento, dice in cuor suo, eppoi ci poniamo in viaggio.
Povera biondina, chissà come è lontana dall'immaginarsi la bella
sorpresa che le abbiamo preparata. Un viaggetto in carrozza!...
Eppure, Dio sa quante smanie; sarò costretto tenermela sempre nelle
braccia, che non vorrei mi giuocasse qualche brutto tiro. Sarà un peso
dolce, diavolo.... incomincio a credere che il padrone abbia voluto
fidarsi un po' troppo di me; fortuna che Marco non abusa mai della
confidenza in lui riposta, e che in mezzo ai suoi difetti non si sente
capace di fare il minimo torto a colui cui mangia del suo pane.
«Mezzanotte è suonata, ed il segnale non si sente ancora. Non vorrei
che il diavolo ci mettesse la coda e mi mandasse tutto a monte. Non ci
mancherebbe altro. Eppure la cosa è facilissima; le potrebbe per
esempio saltar il grillo di cambiar strada; potrebbe essere
accompagnata, oppure fermarsi al magazzeno tutta notte.
E come si fa aver un rimedio pronto a tutto quello che può succedere?
Ma bisogna dirle al conte queste belle cose, a lui che ciò che vuole,
vuole. Guai se gli manco, mi strozzerebbe colle sue mani, ne son
certo.
«E non si sente nulla ancora, corpo di tutti i demonii.--E guardava
un'altra volta l'orologio.--Dodici e un quarto.»
Sbuffando di collera si affaccia allo sportello.
In questo punto si ode un lontano mormorio di voci e nello stesso
tempo un fischio acuto partire dalla medesima direzione.
Marco trasale di gioia.
Tonio senza far motto si toglie dai cavalli e si nasconde nell'angolo
d'una porta internamente chiusa ed alquanto discosta dalle spalle di
pietra.
Il cocchiere quasi per avvertire che ancor lui ha udito il segnale
dondola un istante sui cuscini ed affranca nelle mani le guide dei
cavalli.
Marco vide tutto questo, soddisfatto apre lo sportello e si tiene
pronto, l'orecchio teso.
A poco a poco le voci lontane cessano e tutto ritornando nel primitivo
silenzio si può intendere il rumore di due passi che ratti s'avanzano
battendo il lastrico.
Il cuore di Marco batte d'impazienza, sporge avanti la testa, ma Tonio
è sempre là immobile al suo posto con qualche cosa di bianco in mano
simile ad un fazzoletto.
Intanto i passi si fanno sempre più distinti e già nella penombra si
disegna una bella figura di donna.
--È lei, pensa Marco, stavolta non mi scappa, povera tosa!
Ed infatti la bella biondina di Porta Nuova con quella tranquillità e
sicurezza che è sempre compagna d'una coscienza pura ed innocente,
affrettava i passi verso casa, lieta all'idea di riabbracciare suo
padre dopo un giorno intero di lontananza.
Vide la carrozza e lungi quell'alma vergine di concepire dubbi
sinistri, gode invece in cuor suo, che qualche cosa gli rompi la mesta
solitudine della via.
E ratta s'avanza, s'avanza sempre.
In questo punto la luna liberandosi dal nero nuvolone, che fin allora
la tenne ostinatamente imprigionata piove un'onda di luce pallida.
La bionda allora può scorgere l'ombra d'un uomo lentamente disegnarsi
sulla terra, ma mentre intimorita girando attorno lo sguardo, cerca il
corpo di quell'ombra vien afferrata da due braccia di ferro.
La misera apre la bocca per gettare un grido, ma la bocca le vien
imbavagliata; si dibatte un istante in disperati sforzi, indi Marco la
riceve svenuta nelle sue braccia.
--Avanti, grida Tonio ai cocchiere; e mentre i cavalli si rimettono in
via, il servo dandosi contento una fregatina di mani raggiunse Piero
che seguiva la biondina a qualche tratto di cammino.
--È riuscita? chiese Piero.
--A meraviglia, rispose l'altro con brutale cinismo.
--Neppur un grido?
--Nulla.
Ed ambedue entrarono nella vicina bettola a gozzovigliare il vil
prezzo del loro vilissimo delitto.
La vettura attraversa la città e sorte da P. Vercellina.
Franz allorquando si trovò all'aperto sulla bella strada che corre
diritta a Novara sferzò i cavalli e questi pieni di brio si
slanciarono nitrendo a generosa carriera.
La povera biondina, ancora svenuta, giaceva pallida nelle braccia di
Marco che posandole una mano sul cuore e non sentendolo battere che
pochi e deboli palpiti, incominciava sul serio a temere.
Infatti lo spavento provato dalla misera fu tale che per poco non
l'uccise.
Ella comprese il triste significato di quel ratto, e ne fremette
inorridita.
Molte volte sotto i panni del povero battono tali cuori che mai si
cercano in petti patrizi; sovente la coscienza più delicata
dell'onore, i sentimenti più nobilmente generosi, fuggendo i sontuosi
palazzi erigono il loro santuario nel popolo; povero popolo, che se
talfiata tralignando si gettò sui lubrici sentieri del delitto, vi
venne spinto da quella miseria, da quella grettezza che pur troppo fu
sempre il suo retaggio.
Finalmente l'aria percossa, entrando fredda nella vettura e battendo
sulla fronte della svenuta, a poco a poco le ridonava i sensi.
Aperti gli occhi, li fissò immobili in volto a Marco che vedendola
riaversi le sorrise benignamente; le fitte tenebre della notte non
permisero alla giovinetta di conoscere quel volto, ma un raggio di
luce ne illuminò il sorriso che avvezza a vagheggiarlo sovente sulle
labbra dell'amato genitore, tratta in un dolce inganno, chinando mesta
il capo mormorò:
--Padre mio, che brutto sogno! e rinchiuse spaventata gli occhi.
Ma il rumore dello zampe ferrate dei cavalli ripercosse sordamente sul
terreno, i frequenti sbalzi della carrozza, la notte che buia regnava
all'intorno, ridestarono la sventurata dal suo assopimento; passò una
mano sulla fronte quasi per sperdere la nebbia ond'era avvolta la
mente, e ritornò alla triste realtà.
--Ah, non è dunque un sogno codesto, gridò con voce straziante
svincolandosi d'un tratto dalle braccia del servo e rannicchiandosi
tremebonda in un angolo della carrozza; oh, perchè non sono morta,
perchè mai riedere alla vita in un momento cui l'abbandonarla è un
beneficio, una grazia del cielo?... Ma che volete voi da me?... No non
voglio seguirvi... lasciatemi precipitare da questa carrozza o ch'io
empio l'aria de' miei gridi. Deh! in nome della Vergine santa, in nome
di quanto avete di più sacro al mondo, in nome di vostra madre, fate
ch'io ritorni al povero padre mio. Egli, vedete, vecchio e malato non
ha altro appoggio che il mio, altra vita che la mia; togliermi da lui
vuol dire ucciderlo, vuoi dire spezzare l'unico filo che ancora lo
trattiene al mondo... ed in allora voi dovreste rendere conto a Dio di
due esistenze poichè con mio padre uccidereste me pure. Oh! se il
vostro cuore ha sensi di umanità, s'egli non è quello della fiera,
lasciatemi fuggire; guardate io vi prego qui in ginocchio, colle
lagrime agli occhi, così come si prega Dio ed i santi... ma che cosa
vi ho fatto mai per farmi tanto male?...
E soffocata dai singhiozzi, soffuso il volto di lagrime, coi capelli
disciolti, abbracciava le ginocchia di Marco.
Avrebbe commosso un cuore di pietra, ma non quello del malvagio
sgherro.
--Via, calmatevi una volta, andava egli ripetendo in tuono di
ghiaccio, verrà un giorno che mi rammenterete questa notte col sorriso
sulle labbra, allorquando io, diventato vostro servo umilissimo, verrò
da voi a chiedere i vostri ordini. Voi siete degna d'una sorte
migliore da quella che avete corsa fin qui; credete che la natura vi
sia stata tanto prodiga di bellezze perchè voi spietatamente le
sciupiate con una vita di lavoro, di privazioni, di stenti? Non si
chiama questo far buon uso dei doni ricevuti. Infine poi io vi conduco
in un bel palazzo, in una reggia nella quale sederete regina, un
paradiso cui voi sarete il nume regnante. Ora ditemi se questi vostri
lamenti hanno una ragione al mondo! Via adunque alzatevi, la mia bella
fanciulla, sedete qui vicino a me ed abbiate pazienza. Ancora poche
miglia, eppoi ci siamo.
E Marco stendeva le braccia per aiutarla ad alzarsi.
La biondina dopo quel primo sfogo del suo dolore era caduta in un
morale assopimento; nulla aveva udito di ciò che Marco le disse;
nell'inerzia dello spirito guardava senza vedere, ascoltava senza
intendere, viveva senza sentire l'esistenza.
Allorquando però le mani del servo la toccarono si ridestò
rabbrividendo e facendosi da lui il più lontano possibile.
--Non mi toccate, gridò non mi toccate; le vostre mani contaminano, le
vostre mani sono quelle del carnefice, fanno delle vittime, danno la
morie.
--Che morte! vi conduco alla vita, io!
--Sì, ad una vita vituperata, d'infamia e di disonore. Deh, fate ch'io
non vi supplichi invano, lasciatemi libera, rendetemi a mio padre. Non
troncate l'agonia del misero vecchio se non volete che la sua
maledizione vi rombi fatale eternamente sul capo. Rendetemi a lui, noi
vi benediremo, voi avrete due cuori che quotidianamente si
rivolgeranno a Dio invocando su di voi il tesoro della sua infinita
misericordia. Ma non capite che vi prestate al più iniquo tradimento,
che un perfido vi brama complice di tale infamia che marchio
indelebile lascerà sulla di lui coscenza e sulla vostra?...
--Oh, ma cessate una volta, interruppe Marco con dispetto, son parole
codeste gettate ai vento, querele inutili, lamenti perduti! Diavolo,
in fin dei conti non vi meno all'inferno! Anzi è un bel giovinotto che
vi aspetta, galante quanto ricco, ricco quanto generoso. Egli vi ama e
non cercherà altro che la vostra felicità. Diverrete sua moglie,
sarete contessa, giacchè egli è conte, che volete di più? Eppoi a
sentir voi si commette un delitto! Ma se v'ha delitto in questo caso è
dal lato vostro, la mia fanciulla, che così ostinatamente vi rifiutate
a migliorare la sorte di vostro padre che voi dite d'amare tanto. Ma
immaginate la gioia del vecchio nel sapervi così superbamente
collocata; egli finirà i suoi giorni tranquilli, benedicendo a sua
figlia che ha saputo soccorrere i suoi anni cadenti e sollevarlo dalla
miseria. Non è forse questa una bella soddisfazione per una brava
figliuola? Oh ma lamentatevi ancora eppoi vi dirò che codesto amore
per vostro padre è malinteso o che è semplice egoismo che voi fate
giuocare a vostro capriccio.
--Credete pure ciò che volete ma lasciatemi in nome di Dio, supplicava
la giovinetta disperata, lasciatemi, o vi ripeto, io grido al
soccorso.
--Non griderete nulla, altrimenti il fazzoletto ritornerà donde l'ho
tratto.
E protendendo le braccia minacciava d'imbavagliarle la bocca.
--Dio mio, Dio mio, tu mi hai abbandonato!--E la misera giovinetta
comprendendo come pur troppo non potesse isfuggire all'inesorabilità
del destino dava sfogo all'immenso affanno in versando silenziosa
lagrime amare.
Nulla oramai le riusciva sperare, ella aveva tentata ogni via, aveva
esaurito tutti i mezzi suggeritile dal cuore per scongiurare l'avverso
fatto, ora non le rimaneva che abbandonarvisi rassegnata.
Crudele necessità per chi ha tutta la coscenza dell'abisso nel quale
irremissibilmente lo si vuol travolgere!
Intanto i generosi destrieri colle narici dilatate e penosamente
respirando avevano divorato in men d'un'ora i venti chilometri che
separano Milano da Magenta.
Batteva un'ora di notte ed il paese era affatto deserto.
I buoni villici riposavano nei loro tuguri le fatiche d'una giornata
trascorsa nei rustici lavori dei campi.
La vettura attraversò Magenta e si fermò davanti ad un castello
fabbricato sopra una sensibile elevazione di terreno, a circa mezzo
chilometro dal paese; ora non rimane più di quell'edificio nessuna
traccia, ma in quel tempo, le sue alte torri, il fossato che lo girava
intorno, ed il ponte levatoio che si ergeva davanti all'ampio portone,
richiamava alla memoria quegl'antichi castelli del Medio Evo la cui
vista faceva fremere i vassalli del superbo Feudatario.
Fermata la vettura, Franz gettò un fischio che fu ripetuto da tutti
gli echi della campagna.
In allora si intesero nell'interno del castello delle voci chiamarsi e
rispondersi; dei lumi vanno e vengono rompendo l'oscurità; finalmente
il portone girando con fracasso sui cardini si spalanca, il ponte
levatoio s'abbassa e manda un cupo suono sotto il peso della vettura.
Franz si ferma davanti ad un ampio scalone dal quale scendono
frettolosi due uomini muniti di torcie accese; d'un salto si fanno
allo sportello; un sorriso malizioso si disegna sulle loro labbra e
ricevono dalle braccia di Marco la giovinetta svenuta; indi senza
profferir parola ritornano d'onde sono venuti.
La povera biondina sulla soglia del castello era ricaduta, per la
seconda volta priva di sensi.
Venne portata in una elegante cameretta il cui recente assetto dava a
vedere che l'ospite gentile non era punto inaspettato.
Era illuminata da una ricca lucerna che posava nel mezzo d'un tavolo
rotondo, su cui stava inoltre in un bacile d'argento una coppa d'acqua
limpida; all'intorno elegantemente disposte eranvi sedie coperte di
rosso damasco e la finestra, che guardava nel cortile, cinta da
splendide cortine di seta.
La bionda fu adagiata sopra un letto e lasciata sola.
Rinvenne dopo qualche momento.
Nella disperazione dello spirito balzò dal letto e si spinse verso la
porta.
Era chiusa.
Allora un orribile pensiero le balena nella mente, si slancia alla
finestra, tenta sforzarne i serramenti ma questi pure resistono alle
sue deboli forze.
Affranta dall'angoscia s'abbandona sopra una sedia, posando il capo
sulle braccia e le braccia sul tavolo.
Le violenti commozioni di quella notte le avevano causata una febbre
ardente; il sangue infiammato le correva rapido al cuore, e dal cuore
al cervello, i suoi polsi battevano a rompersi e la di lei fronte era
madida di sudore.
Arsa dalla sete agendo più per istinto che per forza di volontà
afferrò la coppa che stavale davanti e sentendosi ristorare dalla
frescura dell'acqua la trangugiò d'un fiato, indi girando smarrita lo
sguardo intorno a sè.
--Oh, dove mai sono, proruppe con accento lamentevole, dove m'hanno
condotta i crudeli persecutori della mia pace! Santo Iddio, qual colpa
ho commessa mai per meritarmi sì crudeli angoscie, per aggravarmi sì
pesante la tua mano sul capo! Non viveva rassegnata la vita del povero
col vecchio padre mio! Non gli guadagnavo forse co' miei sudori
un'onesta esistenza! Perchè adunque strapparmi dal suo fianco, per
ucciderlo colla mia vergogna? Dio, tu non sei giusto, tu non sei
quaggiù la guida della debole innocenza, tu non sei il consolatore
degli afflitti, tu... Oh no, perdono... io bestemmio...............
...................................................................
«Ma la mia mente si smarrisce, una folta nebbia mi avvolge lo spirito,
non posso più pensare, la ragione mi si offusca, le forze mi
abbandonano... ma che è mai questo? Quale strano spossamento invade il
mio corpo? le gambe rifiutano di sorreggermi, le braccia mi si fanno
di ferro, le pupille pesanti, io non posso più camminare, non ci vedo
più... tradimento... tradimento!»
E facendosi barcollante verso il letto vi si abbandonava inerte.
--È un sonno terribile che investe tutti i miei sensi, che mi uccide
la volontà e mi annienta le forze; ma non mi lascierò vincere, no non
voglio dormire, mi sarebbe un sonno troppo funesto, me lo predice il
cuore... Oh, ma è impossibile, io sono sotto l'incubo d'una mano di
piombo, ho il veleno in corpo, quell'acqua, ah! fu quell'acqua...
tutto, tutto contro me... oh, è troppo Dio mio...
In questo punto una testa fa capolino dall'uscio; è il conte Alberto
Sampieri.
L'infame per meglio riuscire nel suo tradimento aveva mescolato
all'acqua trangugiata dalla biondina dell'oppio e delirante di gioia
spiava dalla serratura i repentini ed ineluttabili effetti del
narcotico.
Protendendo le mani tremanti muove verso la bella giacente che apre la
bocca per gettare un grido, ma la voce le si spegne nella gola.