CAPITOLO II.

Io vorrei che stendesser le nubi

Sull'Italia un mestissimo velo;

Perchè tanto sorriso di cielo

Sulla terra del vile dolor!

NICOLINI.

Fu nel 1714 in forza dei trattati di Utrecht e di Rastadt che la

nostra Lombardia da lunghi anni soggetta agli Spagnuoli passò sotto il

dominio dell'Austria; e gl'italiani credendo mutar destino col mutar

di padrone applaudivano al nuovo signore.

Povera Italia, che dopo d'aver tracciati fasti luminosi sul libro

della storia, dopo d'aver tenuto per lunga stagione in suo pugno i

destini del mondo intero, or si vedeva avvinta in mille diverse

catene, doveva ubbidire sommessa a mille diversi padroni.

L'Austria voleva unire per sempre la nuova terra all'impero ed a

questo scopo tentò ogni mezzo per legarsela con vincoli d'amore;

incominciò quel gran lavoro di assimilazione che se gli riuscì in

Ungheria ed in altri paesi gli doveva fallire completamente in Italia.

Abolì balzelli immorali, frutti dell'ingordo dispotismo spagnuolo, che

colpivano il povero nei bisogni più urgenti della vita; stese una mano

protettrice alla snervata industria, alla languente agricoltura

tentando risorgere la Lombardia a quell'importanza industriale ed

agricola che sempre aveva goduta in Europa--e seminando benefici

l'Austria ne raccoglieva frutti di riconoscenza.

Ma non mancavano però coloro che comprendevano come la tigre pe' suoi

feroci fini abbia facoltà di rendere la sua branca gentile quanto la

mano d'una vergine, che comprendevano insomma come non si cercasse che

di renderci leggiere le catena del più ignominioso servaggio.

Erano coloro che dovevano tenere accesa la sacra fiamma di libertà in

quegli anni di schiavitù.

Fra questi nobili patrioti era il conte Sampieri.

Amantissimo della patria, di carattere energico ed intraprendente, di

bello ingegno si era fatto nel 1764 iniziatore d'un comitato segreto

scopo del quale far pratiche con Carlo Emanuele III Duca di Piemonte,

onde unire colla rivoluzione la Lombardia a quella provincia.

Il sommo pensiero del conte Sampieri era l'unità d'Italia sotto lo

scettro d'un re italiano; nobile aspirazione che doveva costare più

tardi immensi sacrifici.

Il comitato erasi guadagnato molti giovani milanesi ardenti sempre e

volonterosi quando trattasi della patria.

Carlo Emanuele nobilissimo principe, cui ne fu in ogni tempo feconda

la stirpe di Savoja, non aspettava che un moto per muovere alla testa

de' suoi piemontesi in ajuto ai fratelli lombardi, ma sventuratamente

alla vigilia del gran giorno la congiura venne scoperta e soffocata

nel sangue.

Sampieri fuggì in Corsica; fu nel 1765.

In quell'isola già da molti anni combattevasi per la libertà.

Soggetta alla Repubblica di Genova la Corsica mal potendo sopportare

il modo tirannico ond'era governata si sollevò.

La vacillante Repubblica di Genova con improvvido consiglio domandò

l'aiuto dell'Austria, indi della Francia, ma i Corsi stretti intorno a

Pasquale Paoli, uomo di forte ed elevato carattere lottavano intrepidi

contro gli stranieri invasori.

Il conte Sampieri istrutto nelle discipline militari ed amico

personale di Pasquale Paoli che seppe apprezzare l'esule patriota,

occupò un posto importante nella sollevazione della Corsica; ma

sconsideratamente Genova con turpe mercato cedette l'isola al governo

di Francia e gl'insorti non poterono allora resistere alle

preponderanti forze francesi.

Pasquale Paoli esigliò in Inghilterra nel 1769 e Sampieri trovò una

morte gloriosa sui campi di battaglia.

Il conte milanese morendo abbandonava per sempre una moglie adorata e

due figli ancor di giovane età; Renato ed Alberto.

Renato il maggiore contava all'incirca diciott'anni.

Di carattere dolce, d'indole mite egli era la delizia della madre sua;

amante della pace e d'una vita tranquilla non poteva comprendere come

suo padre avesse volontariamente corsi tanti pericoli--morendo vittima

del suo coraggio.

Guai se il destino provava con fortunosi avvenimenti quella debole

natura; simile alla canna del deserto si sarebbe spezzata al primo

vento che l'avvolgeva ne' suoi turbini.

Adorava sua madre per un forte bisogno d'essere amato, divideva seco

lei le sue gioje, versava sul di lei seno le sue lagrime--non volendo

conoscere altri piaceri che quelli dello studio, altre affezioni che

quelle pure, ineffabili della famiglia.

Alberto invece era l'antitesi del fratello.

D'animo virile, di natura energica, inquieta, attiva, possedeva tali

qualità che ben regolate l'avrebbero fatto degno del nome di suo

padre, ma che invece il mal'esempio di cattivi compagni le guastò.

Trascurava gli studi per la ginnastica, la scherma ed il cavallo e

crescendo di forze crescevano in lui i germi della corruzione.

Troppo debole era il freno che poteva imporgli la madre perchè egli

non lo rompesse e si facesse arbitro delle sue azioni.

Passarono otto anni.

La vedova contessa Sampieri affranta dalle infermità d'una

costituzione viziosa rendeva santamente l'anima a Dio.

Renato ne pianse la perdita ed allorquando il tempo ebbogli guarito il

lutto del cuore, seguendo le proprie inclinazioni s'unì in matrimonio

con una giovinetta di nobile casato milanese e stabilissi nella casa

de' suoi parenti.

Alberto invece divenuto coll'età superbo e malvagio chiese al fratello

la parte spettantegli dell'asse paterno e ricco di vari milioni

ritirossi in un palazzotto sul corso di Porta Tosa* ove circondato da

servi corrotti menava una vita dissoluta e libertina rotto ad ogni

eccesso, ad ogni turpe nefandità.

* Ora Porta Vittoria.

Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi · 第 9 / 23 题