Questo mi fu raccontato ieri, prima di sera, sul pontone piatto che la
bassa marea lasciava in secco a poco a poco, mentre udivamo intorno
bruire la vita nascosta delle sabbie e a quando a quando il chiù
rammaricarsi nelle macchie litorali fiorite di ginestrelle e di giunchi
marini, mi fu raccontato da Desiderio Moriar, squisitissimo artista
ignudo di opere e di fama; il quale con me sa come nel vivere, ancor
più che nel leggere, nulla valga quanto l'abito dell'attenzione.
Ma egli ha una voce che somiglia a una di quelle giornate torbide di
marzo, tutte sprazzi argentini, ventate subitanee, rovesci d'acqua e di
gragnuola, pause piene di melodia, dove le cose non nate sembrano aver
più potenza che le cose già venute in luce. E questa sua voce passa per
una bocca avida e scontenta come d'un bimbo ghiotto che con un soldo
falso e gobbo s'indugi davanti alla vetrina del pasticciere. E su certe
parole i suoi occhi bruni si muovono tra il battito dei cigli con una
inquietudine che sembra accendere una stilla di sangue nell'angolo
delle palpebre verso il naso, come quel tòcco vivo di cinabro che si
vede in certi ritratti manierati; oppure talvolta pare che ritraggano a
sé lo sguardo e galleggino su non so che acqua di sogno come due gusci
lisci di nocciuola.
Né, veduto di fronte, egli è lo stesso uomo che si mostra di profilo:
a una sensualità avventurosa, insofferente di costrizione ma intesa
a scegliere pur nella sua subitezza, egli sembra volgendosi opporre
l'abnegata volontà di chi senza fallo scopre il medesimo orrore vuoto
sotto i più facili e i più difficili capricci della vita. Le sue belle
mani, a volta a volta nervose come quelle del grande violinista tra
archetto e tastatura o disossate e morbide come quelle del famoso sarto
in punto di provare il vestito alla dama, con un gesto brusco fanno
di tratto in tratto scrocchiare le dita parendo saggiare il tono dello
scheletro celato. Allora certe rapide onde sensitive, palesandoglisi al
pomello della gota, alla tempia, al mento, mi ricordano la pelle troppo
fina dei cavalli di sangue e qualche volta anche il muso comico dei
conigli.
Or che mirabile strumento animato per rilevar con un gesto, con un
accento, con una pausa, con un cenno, con uno sguardo i valori delle
cose visibili e invisibili!
Egli diceva iersera, per quel misto di fanciullaggine e di magìa:
«La notte non è onnipresente e perpetua? Se chiudo il pugno, sotto
il pieno meriggio, ecco, faccio la notte nel cavo della mia mano».
Così, narrando, egli mi faceva sentire di continuo quella meravigliosa
oscurità su cui si disegnano le forme e gli eventi, quella divina ombra
che riempie la piega d'una gonna o la fessura d'un cuore.
Disperando d'imitare pur lontanamente l'arte sua viva, nel riferire
taluno de' suoi racconti io mi studio d'imaginarmi che il caso sia
seguìto a me medesimo.
Ero in una di quelle giornate di tedio, che si dice sieno state
inventate per le nature ambigue dal precettore di Nerone, quando la
virtù attiva della vita si ritrae dai cerchi dell'anima come l'acqua
dalle gore d'una gualchiera o d'un mulino lasciando a secco i fossi
ingombri di rottami e di lordumi intorno ai congegni inerti.
Par di fiutare in ogni pensiero un odore di melma in fermento. Il
corpo stesso è come sguainato e stroncato: cerca di sostenersi,
di appoggiarsi, di trovar requie in qualche attitudine durevole;
ma somiglia quei vecchi crocifissi mancanti della croce, che nelle
botteghe degli antiquarii sembran rinchiodati a supplizio in qualunque
luogo e contro qualunque arnese si ritrovino.
Anche la stagione secondava tale miseria; ché pioveva e non pioveva,
nella Landa. Una nuvola bucherata spruzzolava un tratto di sabbione con
gocciole grosse e rade che, per esser quasi tiepide, parevan cadute
da uno schiumatoio. Ma di là dalla banda annaffiata s'intravedeva la
sabbia secca, e più in là un'altra spruzzaglia, e più in là un'altra
lista di alido; cosicché anche la terra pareva in malessere come
quelle donne incinte che si sentono la pelle a chiazze fredda e calda,
qualcosa d'informe dentro sobbalzando in una profondità indefinita.
Stavo per lasciare dietro di me, al cancello d'un giardino, una di
quelle dolci e noiose creature che, all'incontro della giovenile
visione di Dante, si ostinano di tener senza fine su le braccia il loro
amore esanime «involto in un drappo sanguigno leggiermente» per non
potersi mai risolvere a seppellirlo, e si sforzano di farci mangiare
«per ingegno» il loro caro cuore che pur non arde. _Vide cor meum._
Udivo il suono della lamentazione consueta come quel ronzio che il
chinino lascia nell'orecchio del malato di febbri dopo l'accesso. E
non istavo né dentro né fuori; ché la pietra della soglia era tra noi,
cosparsa di pòlline giallo. E vedevo quella farina selvaggia attaccarsi
alla pittura recente del cancello nuovo, riempiere gli interstizii,
involgere una bolla di gomma che in una traversa di quel legno di pino
non interamente morto si gonfiava a quel modo che la vescica s'alza nel
palmo d'una mano avanti d'incallire.
Un vasetto di coccio sospeso a un tronco scorticato aveva ricevuto d'un
tratto tanta ragia, al primo muovere del succhio, che ne traboccava in
lunghi filamenti d'apparenza quasi zuccherina, sicché metteva voglia
di darla a masticare per impiastrarne la lingua molesta e invescare
contro al palato le parole importune. Sotto la mollezza d'una nuvola
latticinosa e irresoluta gli uccelli qua e là stonavano come gli alunni
svogliati d'una scuola corale. E tutta la vita m'aveva l'aria di una di
quelle sciocche allegorie che un tempo il maestro di retorica proponeva
su la lunga panca dell'esame. L'avevo così mal composta che, per
punizione, ero costretto a portare il foglio appiccato con due spilli
dietro la schiena.
Allora, scendendo verso il Quartiere d'inverno per i sentieri della
foresta, pensai con invidia a quei rari pastori landesi, ultimi
discendenti de' vecchi fantastici che su gli alti trampoli varcavano
stagni e pantani del deserto arenoso e co' gran passi potevan
eguagliare il galoppo d'un cavallo de' Pirenei.
Ne avevo conosciuto uno nella macchia, pochi giorni innanzi. Ridotta
la misura delle pertiche leggendarie a due modesti mozziconi. messi ad
armacollo l'ombrello verdognolo e il sacchetto brunastro, calcato su
gli orecchi il berretto di lana in forma di fungo, costui passava tutto
il santo giorno immobile contro il sostegno del bastone, lavorando di
calzette coi ferri, immune di pensieri come il suo cane, indifferente
alla fuga del tempo come dev'essere l'ampolla dell'oriuolo da polvere,
con la sua lingua riposta per anni nel silenzio della sua saliva come
la sardina conservata nell'olio della scatola.
Lungi dagli occhi amati o non più amati, la luce pare diversa.
Per entrare nella nostra camera, il cielo aspetta che le lampade sieno
spente.
Tra le raschiature fresche dei pini (in distanza i fusti avevan
l'aria di portare inchiodate quelle pelli rossigne di capretti che
soglion pendere agli usci dei macellai) scorgevo la città variopinta
dell'Etisìa covata da un tepore umidiccio di stufa alquanto disgustoso
come quello che si respira in certi bagni turchi trasportati in
Occidente, ove gli uomini grassi s'affannano a sudare leggendo il
giornale della loro fede spiegato su la pancia grondante.
Le ville parevano leggiadramente costruite di carton pesto e di latta
traforata da un architettorello girondino con pizzo al mento e svolazzo
alla cravatta, che si fosse ingegnato di conciliare nell'arte sua
ospitale l'inspirazione della Riviera ligure a quella del Lago dei
Quattro Cantoni, entrambe consolatrici. Ogni facciata portava inscritto
in lettere di stil novo il suo bravo nome fornito dalla mitologia,
dalla botanica, dai fasti civici o dalla buaggine sentimentale. Ogni
interno doveva avere il suo vaso di fiori artificiali sotto la campana
di cristallo, la sua grossa conchiglia bitorzoluta, la sua figurina di
Giovanna d'Arco in armatura di piombaggine, e la sua pendola col cuccù
per chiamare la felicità o la morte.
Cumuli di ciarpe e di coperte, sollevati di tratto in tratto da uno
schianto di tosse, riposavano su lunghe sedie di vimini, di là dai
vetri nettissimi che come quelli degli aquarii parevano chiusi sopra
un mondo remoto. Su la via bianca una fila interminabile di bruchi,
discesa chi sa di dove, camminava verso l'eternità con la contrattura
lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli. Qualcuno dei loro
nidi lanuginosi in cima a qualche ramo dava imagine d'una mano malata
avvolta di filacce. Un pianoforte lassù, che aveva ereditato l'anima
di un organetto di Barberìa suo parente, sonava uno di quei pezzi che
portano un numero su ogni nota per condurre ciascun dito al suo tasto;
e non so quale avo romantico risvegliandosi in qualche parte di me
si mostrava curioso di sapere se la copertina s'ornasse d'una gondola
nera o d'un salice piangente o d'un'arpa ossianica in litografia e se
il titolo fosse: «Il sospiro dell'Esule» oppure «Il giovine schiavo»
oppure «Ultimo giorno di Maria Stuarda».
Un pensiero atroce e puerile mi passò pel cervello: «Se ora getto un
grido, tutti i malati si precipitano alle finestre, e mi restano là con
i loro visi eguali e bucati come i sugheri che pendono dalla sciabica
stesa ad asciugare dopo la pésca.»
In una finestra senza cortine, dietro il vetro si levò un che di simile
a un gesto bianco che scacciasse un moscone o che mi chiamasse. Certo,
non altro che un sottil vetro mi separava dalla morte, e quella mano
ignota stava per romperlo.
Mi ricordai che un mio cugino a Nizza ebbe la ventura d'essere
meravigliosamente amato per tutto un pomeriggio, fino alla sera, da una
canonichessa di Cracovia, che poi spirò nella notte.
Ma la porta della mia donna eletta e perduta era chiusa; e nel piccolo
giardino una serva in cuffia e in zoccoli insaponava un can barbone
color castagno che pareva stingere sotto la schiuma come fosse di
cioccolata, mentre l'acqua sporca colava giù per la viottola nella
strada, verso me, simile a una mano deforme che palpasse in terra e
s'allungasse e s'allargasse cercando qualcosa che io avessi perduta.
Non sapevo che.
M'aspettavo che qualcuno di dietro mi dicesse con zelo: «Signore,
guardi, si volti; ha perduto la tal cosa.» Ma nessuno fiatò; né quella
mano colante si levò a restituirmi la cosa: seguitò a palpare più
lontano, fino al rigagnolo, disturbando un conciliabolo di bruchi
radunati sotto una specie di canavaccio che poteva somigliare tanto
a una spoglia di serpe quanto alle cellette d'un favo votato e
disseccato.
Un carrozzino a forma di cesta intanto mi veniva incontro su tre ruote,
sospinto da un uomo baffuto e brizzolato che compieva quell'officio con
la dignità propria dei reduci dalle patrie battaglie e dei salvatori
di professione addetti agli annegamenti e agli incendii. Una vecchia
signora v'era distesa, che nel suo aspetto di moribonda serbava non so
che luccichìo di furore in due pupille ostili all'Universo, sporgenti
in sommo di due borse grinze che ricordavano la ferocia del polpo
legato al suo triste sacco e non si sapeva per qual mai accidente
mancassero degli otto tentoni guerniti di ventose. A due passi da me il
carrozzino s'arrestò così inaspettatamente che sobbalzai.
Una riga di bruchi attraversava la strada; e il degno spingitore —
chi sa per qual movimento di pietà, di ribrezzo o di superstizione
— cercava un modo ingegnoso d'evitare la strage. Com'egli di dietro
pontava su l'orlo della cesta perché la ruota davanti si sollevasse,
la vecchia sentendosi sballottare ritrovò tutti i suoi spiriti per
schizzare contro il gaglioffo l'acredine dei suoi due polpi senza
tentoni. La ruota ricadde e tagliò il lungo budello villoso e molle. Le
altre due ruote e le due scarpe seguaci compirono il tagliamento.
Per disgustò volgendomi, vidi dietro una palizzata un ragazzo che
rideva da due minuti occhi porcini affondati in una faccia enorme
e lustra sul punto di scoppiare come se dalla nuca forata qualcuno
seguitasse ad insaccarvi sugna e carne pesta.
La carogna brulicante d'un can bastardo in un immondezzaio non è
spettacolo quasi ricreativo al confronto di certe apparizioni della
bruttezza umana vestita di panni?
Una gran folata di vento mi passò sul capo: uno di quei fiati subitanei
che sembrano venire dal miracoloso confine d'un'altra vita non
conoscibile se non talora indistintamente per certi baleni del ricordo
o bagliori dell'ansia, quando lo spirito, forse memore, forse presago,
si dibatte invano per sottrarsi alle abitudini, alle manìe, alle bugìe,
alle smorfie, alle paure, alle infezioni senza numero ond'è composta la
nostra vita.
Il pòlline pareva fumigare dai rami scossi e dorare di sé la nuvola
dilacerata che mi lasciò scorgere d'un tratto il più angelico tra
i visi dell'aria per mezzo a due lembi simili a due bende di lino
spolverate da quell'oro silvano.
E, prima di udire la nota inesperta di un usignuolo novizio, sentii che
il pino al passaggio del soffio si gonfiava di musica, dal pedale alla
vetta, come uno strumento a fiato.
E bastò quella nota gracile perché tutto si mutasse.
Allora m'affrettai verso la città, pensando che forse la musica era per
interpretare l'enigma di tutte quelle figure introdotte in me da non so
che senso crudele aggiunto alla vista normale.
Un giovine sonatore di cembalo, escito dalla _Schola Cantorum_, educato
alla grazia e alla forza degli antichi cembalisti italiani, mi aveva
scritto con fiera gentilezza che nel suo concerto di quel giorno
avrebbe sonato per me solo.
Ottima cautela, del resto, perché, entrando nel Casino, m'accorsi come
la più gran parte dei porci paesani — _more biblico_ — non fosse stata
attratta dalle margherite.
Gli uditori erano scarsissimi nella vasta sala tutta senza risparmio
dipinta in quello stile turchesco che ha la virtù d'infiammare la
fantasia dei sottuffiziali nei parlatorii dei bordelli. Non mancava se
non il profumo delle famose pastiglie dette del Serraglio. L'Euterpe
locale, donna ossuta e brusca, posta a guida d'ogni raro uditore verso
la sua seggiola, cacciando di tratto in tratto la mano nella tasca del
grembiule faceva sperare che fosse per prendere una di quelle pillole
odorifere e per abbruciarla nel polito scodellino delle mance; ma ogni
volta il gesto era seguito dalla delusione.
S'udì scrosciare un nuovo rovescio su la vetrata del soffitto; ed ecco,
lo spirito agile dell'acqua parve penetrar nell'ombra squallida, con
non so che di fragranza terrestre di gioia.
Le pareti s'apersero; la gran carcassa di ferro, di legname, di stucco
e di vernice fu portata via da un sol colpo di vento, quasi fosse un
mucchietto d'aghi di pino su la spiaggia battuta dall'Atlantico.
Chiare fonti repentine scoppiarono da ogni parte come in quel luogo
quieto del barco ove l'ospite con un sorriso misterioso conduce gli
invitati senza sospetto e non visto volge la chiave nascosta nella
faretra d'un Cupìdo per muovere i giochi e i tradimenti dell'acqua.
Su dall'erba rasa, di tra i cespugli simmetrici, di tra i bossi
tonduti, dalle mammelle delle naiadi, dalle conche dei tritoni, dai
dorsi dei delfini, dalle gole delle rane di bronzo acquattate presso
i sedili o alla soglia delle grotte, dalle modanature dei balaustri
lungh'esse le terrazze e le scale, dalle cupole dei tempietti e
dalle arcate dei passeggiatoi, da ogni parte i getti spicciano
sprizzano bàlzano schioccano perseguono percuotono formidabili come
nell'imboscata le spade gli stocchi le picche.
Dame e galanti strillano ridono corrono si schivano si salvano.
Ma in ogni rifugio, in ogni nascondiglio è l'insidia della fresca
persecutrice; ecco uno schizzo obliquo nella nuca, nell'orecchio, tra
le spalle; ecco una polla bassa che suona sotto il verdugale come un
batacchio in una campana sorda; ecco uno stroscio rude che rapisce
una parrucca, l'immola, la sparpaglia, ne fa quasi un fiocco della sua
spuma.
Amarilli fuggendo inciampica in un cespo di rose, cadendo bocconi le
sfoglia e si punge. La malizia degli zampilli l'assale, come uno stormo
di gnomi trasparenti e saccheggia la sua leggiadria inerme. Una piuma,
un velo, un nastro, un nodo d'amore, un neo di taffettà, un pettine
di scaglia, una scarpetta di tela d'oro, ogni spoglia leggera danza in
cima d'ogni zampillo come tal uovo forato e votato; e anche una foglia
verde, un petalo bianco, una spina bruna.
«Aita! Aita!» Il cavalier Palamede non s'indugia, non si volge, non
ode; se la dà a gambe con gran tintinnio di ciondoli, con la coda di
traverso, con le calze appiccicate alle insigni polpe, con in mano il
fodero floscio dello spadino smarrito.
Tutti e tutte fuggono strillando, soffiando, lungo le spalliere di
càrpini, verso la gradinata di marmo carnicino, come un branco misto
di paperi e di cigni cacciato fuor dal suo laghetto da uno spavento
improvviso.
Già si credono in salvo e si scrollano le fuggitive, quando le piccole
sfingi di marmo carnicino, ben pettinate e savie come damigelle di
compagnia, riposanti su due branche dagli ugnòli inoffensivi, prendono
a soffiar dalle bocche senza enigma larghi ventagli d'acqua che
s'incrociano per tutta la scala.
Ricomincia la fuga venusta; e la scala sembra che si prolunghi come
quella di Giacobbe, verso il cielo soave d'occidente ove le spole delle
rondini tessono il velo violetto della Malinconia.
Ed ecco la prima collana di perle si rompe sgranellandosi: gli acini
ruzzolano giù per i gradini lisci e rosei che l'acqua discende in
minuscole cascate.
Si rompe la seconda (di sette fili?); si rompe la terza (di ventun
filo?) e un'altra, e un'altra ancora, senza novero.
Le perle si moltiplicano, simulano una grandine mite, scorrono per
ogni verso, rilucono, risonano, rimbalzano, si mescolano ai rivoli, ora
sembrano le bolle preziose dell'acqua, ora le gocciole della bellezza
grondante.
E, come cessano le sfingi di soffiare, i pavoni appollaiati nei càrpini
si levano con uno strido; vengono su la strada come attratti dal
becchime inatteso; inseguono i grani trascinando sul marmo umido i loro
chiusi flabelli.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo soffice di gatti d'Angola, e bianchì
come la panna e grigi come il fumo, dagli occhi rossi, dagli occhi
cilestri.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo di bertucce nere e lustre come il
giaietto, dalle manine pallide e grinzose, con un campanello d'oro alla
coda.
E i mici e le monne inseguono le perle sonore, le fermano, le
afferrano, se le mandano e rimandano, scherzando, ruzzando, rissando,
con atti con gesti con cenni di grazia sempre facile e nuova.
E lassù le collane si spezzano, si sfilano, si sgranellano ancóra,
quasi che per prodigio lassù il riso carnale della Giovinezza si cangi
in quei disciolti monili trascorrenti e irrecuperabili. (Nel rosaio,
laggiù, Amarilli ha perduto i sensi? o ha reso l'anima?)
Erano le sonate di Domenico Scarlatti.
Il giovine sonatore aveva il viso raso angoloso e sparso di qualche neo
irsuto alla Franz Liszt, un paio d'occhiali professorii a stanghette
d'oro sopra un naso quasi greco, l'antico zazzerino spolverato di
Jacopo Peri, una cravatta a due giri sopra un di que' lunghi panciotti
di velluto nero che portano gli eleganti nelle litografie di Gavarnì;
ma per l'arte mirabile delle sue dita e dei suoi spiriti si rivelava un
vero «maestro al cembalo» degno del Settecento e del divino Napoletano.
Il vigore, l'ardire, l'eleganza, l'allegrezza, la franchezza, la
volubilità, la voluttà di quella musica rinnovavano e rinfrescavano a
miracolo in me il senso della vita. Ciascuna sonata, con l'unico suo
tema condotto sopra un movimento diviso in due parti, pareva disegnare
ogni volta la linea breve d'una perfezione sempre diversa e variare per
modulazioni imprevedute l'energia del più limpido elemento.
In un intervallo, quando le mie palpebre erano ancóra abbassate sopra
una delle mie imaginazioni incantevoli, mi giunse in un fruscìo tenue
un profumo di donna simile all'odore che si parte da un cespuglio
scosso; cosicché al primo attimo credetti di non esser turbato se non
dal mio medesimo sogno. Amarilli?
Ma, volgendomi, vidi una giovine signora che stava per sedersi nella
sedia accanto alla mia; e nel primo aspetto notai la qualità de' suoi
occhi che pareva non le servissero a dirigersi. Di sùbito il mondo
creato in me da quella musica crollò e si dissipò, come se mi fosse
caduta di mano una di quelle sfere cristalline che figurano l'orbe
terraqueo nella palma d'un angelo inglese della Creazione. Gli zampilli
cessarono di stoccheggiare, le collane cessarono di sfilarsi. L'anima,
escita magicamente di sé stessa, balzò indietro di più secoli.
La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione
e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto
e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti. Né, quando crediamo
di dormire e di sognare, siamo noi addormentati ma sì bene il Mago
s'assonna tralasciando di condurre le nostre virtù verso le virtù
delle cose con l'arte sua improvvisa e infallibile. Abbandonati per un
tratto a noi stessi, potremmo forse spiarlo e conoscerlo come potremmo
osservare il nostro segreto s'egli non fermasse in noi un qualche
congegno, al modo dell'operaio che introduce un chiodo o una scheggia
nella macchina per renderla inservibile. Ma l'uomo veglia di continuo,
fin dal cominciamento del mondo; e nessun Macbeth può, in verità,
uccidere il sonno che mai non gli si accosta.
Il sonno umano è un errore come il tempo e come lo spazio.
Il nostro letto non è se non il simbolo d'un rito incompreso o mal
compreso, come l'antico catafalco annuale di Adone o quello di Gesù
eretto nella navata innanzi Pasqua. Non l'uomo ma l'imagine cèrea d'un
dio vi si stende.
Gli occhi della sopravvenuta erano di quelli che ci lasciano perplessi
e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco
e senza presa. Gli orli delle palpebre induriti e netti come castoni
li legavano come questi legano le gemme, e mi facevano pensare agli
occhi d'un dio o d'un atleta di bronzo composti d'argento azzurrognolo
o di pasta vitrea colati o connessi nella cavità del metallo per essere
imperituri e per domandare in perpetuo ai mortali l'offerta o la lode
senza concedere alcuna cosa in compenso.
Ma il colore della pelle sul viso nudo era per contro così delicato che
non mai tanto m'aveva commosso la prima delle piccole rose scempie che
sbocciano dallo stecco del pesco. Era un pallore illuminato non so se
da una qualità insigne del sangue o dalla potenza della modellatura,
non avendo io ancor mai veduto i piani d'una faccia vivente trattati
con tal larghezza scultoria che, nell'angustia d'una maschera, potesse
ricordarmi i movimenti grandiosi del terreno nei paesi nobili, il ritmo
inimitabile della valle e del colle nella stagione più chiara e più
tacita.
Mi copersi con la mano la vista; e, chinata la fronte, l'ascoltai
per alcuni attimi respirare di là dalla musica, o forse in fondo alla
musica che mi pareva non più correre lungo la tastiera ma agguagliarsi
e quietarsi come quei ricetti d'acqua lasciati a vespro su la spiaggia
dalla marea quando la mia imaginazione nutrita dal Mediterraneo dà una
causa alla loro sublime bellezza fingendovi trasportata qualcuna delle
statue che naufragarono sotto le Cicladi.
Il sentimento della presenza umana mi sembra così meraviglioso che
mi domando per quale aberrazione o per qual viltà io mi compiaccia
di vivere tanto a lungo in mezzo agli alberi e su le rive deserte. Ma
bisogna dire che anche l'anima più robusta e più sveglia si ricusa agli
sforzi consecutivi e che occorre una straordinaria somma d'attenzione
per trapassare l'ottusità della consuetudine e per giungere a percepire
il ritmo nascosto di una vita estranea.
Io fui subito sopraffatto da un'onda di tristezza, come se quella
creatura avesse rifatto per me il cammino tra le case dei malati,
avesse patito lo sguardo di quei due feroci occhi senili sporgenti
in cima di quelle due borse grinze, e mi riconducesse i miei pensieri
color di cenere brancicati da quella mano sudicia che colava in terra.
Con una forza d'allucinazione inoppugnabile come la realtà, sentii a
un tratto la miseria e la sciagura in un modo informe e diffuso, non
legate a quel volto e a quel corpo ma sparse come quando si sale su per
una scala sinistra, si esita per un corridoio scialbo, e poi s'entra in
una stanza mal rischiarata ove restano le tracce d'un delitto commesso.
Penso che avrei scoperto nell'oscurità qualche oggetto rivelatore se
non avessi tolto di su' miei occhi lo schermo e non mi fossi voltato
a guardare la mia vicina con una sconvenienza involontaria che sembrò
meravigliarla più che offenderla.
La sua bellezza aderì ai miei sensi perfettamente come se in questi
ella avesse già il suo luogo e vi rientrasse a quel modo che la cosa
rara si riadatta alla sua custodia o il rilievo alla sua impronta. La
mia divinazione dolorosa si ritrasse in disparte e mi lasciò intero
nella commozione nuova.
La linea di quella forma obbediva alla legge delle grandi opere
plastiche; perché, in qualunque punto io la immaginassi generata,
ella era condotta al compimento da una specie di fluida necessità:
partita dalla nuca, tornava alla nuca; partita dal ginocchio, tornava
al ginocchio, con una continuità e una pienezza proprie a lei sola,
con un movimento che solo le conveniva come a una determinata forma
musicale, come l'«a tre quarti» a quell'Andante, come l'«a sei ottavi»
a quell'Allegro di Domenico Scarlatti.
Ella portava una giacchetta di cincilla più lieve che la peluria
d'un cigno cinerino, sopra una stretta gonna di panno bigio che la
impastoiava senza castità. Di sotto al suo cappello di crino rialzato
da una banda e ornato di due penne d'airone di Numidia simili a due
coltelli, una seta manosa e brillante d'un colore castagno dorato
era disposta a matasse che non ratteneva né un pettine né una forcina
apparente ma la loro stessa densità vivace.
Ella era tutta così fasciata nella squisitezza di quella moda che
allora sembrava apprestare le donne per giacersi comodamente dentro le
lunghe cassette mortuarie delle principesse faraoniche. Su la sua sedia
non occupava più d'aria che non ne contenga un di quei sepolcri egizii
di legno dipinto. Ma, pur a traverso la più recente eleganza, dalla
linea che si generava nella ondulazione della sua guancia ella era per
me disegnata sino ai piedi quale gli artisti devono imaginarsi l'antica
Leda dell'Eurota. Dalla cintola in giù la sua grazia pareva inflessa
verso il mistero del «divino Olore», come avrebbe detto Poliphilo.
E ripensai a quella Leda di Leonardo, che Cassiano del Pozzo, l'amico
del Pussino, poté tuttavia vedere a Fontanabeliò nel 1625 e ch'io mi
sogno sempre di ritrovare in qualche maniera inverosimile.
— Beethoven? — dissi a bassa voce, sorpreso dall'accento della musica
che riudivo dopo l'intervallo indefinito del mio silenzio distratto.
Per una curiosità spontanea, la signora guardò nel programma che aveva
sul manicotto e, come sollecitata dalla mia attitudine di attesa,
disse:
— Ferdinando Turini.
Aveva proferito quel nome italiano con una timidezza infantile e quasi
leziosa accompagnata da un rossore che pareva cancellare la potenza
della sua maschera come quel succo vermiglio di cui si tingevano il
volto triste le vergini dell'Apulia disponendosi ad abbracciare la
statua funebre di Cassandra.
— Che pensare? — dissi, felice del pretesto, col cuore palpitante.
— Aveva egli avuto conoscenza del primo stile beethoveniano? Non so,
veramente. Se potessimo sapere che l'ignorò, quanto valore originale e
significativo avrebbe per noi questa Sonata in re bemolle!
M'accorsi della nativa e profonda indifferenza del suo spirito per
questo genere di sottigliezze e di problemi, come con una sola nota di
saggio un cantore s'accerta della sordità di un luogo chiuso. I suoi
occhi tra gli orli precisi delle palpebre ridivennero impenetrabili.
Per istinto mi chinai un poco verso di lei, sul margine del suo
segreto, ma smarritamente, destituito di quella virtù che nei primi
attimi m'aveva rivelato in lei una massa di oscura miseria.
Il suo profumo dissolveva la forza della mia indagine: e ora io la
guardavo come chi guardi non so che ultima cosa per la quale egli abbia
fatto non so che lungo viaggio. Un flutto di vita remota, simile a
quel fiato subitaneo che avevo udito spirare sul mio capo e sul pino,
sopravveniva a travolgermi e a sommergermi. Mi pareva che una necessità
patetica fosse sospesa su me, e ch'io fossi già disposto a quella
specie di follia arteficiata onde si compone l'incanto che precede la
passione.
Infatti consideravo ogni particolarità sotto una luce indefinibile che
pareva già inviluppata di passato, come qualcuno che osservi e avvolga
poi con estrema cura oggetti da riporre, i quali sieno per divenirgli
preziosi ricordi dond'ei creda trarre una ebbrezza certa quando
gli accadrà di riprenderli in mano. Cosicché il passato e il futuro
convenivano in quel mio sentimento composto, e il presente non era se
non una sorta di levame.
Le parlavo dentro di me come in un giorno a venire: «Tutto m'è chiaro
nella memoria. Ti chinasti un poco innanzi come per meglio ricevere la
musica. Pareva non ascoltassi con l'orecchio che coprivano i capelli ma
col labbro gonfiato, come certi fanciulli quando una favola li rapisce.
Tenevi la mano destra nel manicotto. Due volte, avendola messa fuori,
la ricacciasti dentro con una strana fretta come per impedire che
qualcosa ne cadesse. Il guanto era infilato nel polso ma la mano era
nuda, escita dalla fenditura, e la spoglia di pelle penzolava sul dorso
serbando la forma delle dita vive. Notai lungo il pollice un segno
impresso, simile a una leggera ammaccatura prodotta dal contatto di non
so che durezza....»
Non credo ch'ella ascoltasse veramente la sonata italiana. Mi pareva
che la sua sensibilità musicale fosse molto scarsa.
La musica diffonde qualcosa di aereo nel corpo delle donne che sentono
l'innocenza della melodia, come quell'aria ch'empie le ossa vane nelle
ali degli uccelli volanti. Non so perché, una volta, in un concerto,
vedendo l'amica mia curvata sotto il suo male e sussultante alla
lamentazione sovrana d'un famoso violino, ripensai quelle bolle d'aria
che il cacciatore vede salire a traverso il sangue caldo della ferita
nell'ala dove l'òmero fu rotto dal piombo. Bella e profonda imagine,
che mi ritornava nello spirito mentre io consideravo per contro la
densità di quella vita, la coesione di quella sostanza, quella sorta di
piena animalità dissimulata dai volumi d'un'architettura sì nobile.
Eppure ella era abitata da un'angoscia che in quel punto doveva urtare
contro il fasciame delle sue coste come per ischiantarlo. E la pena,
che di tratto in tratto saliva a gonfiarle il labbro inferiore, m'era
così manifesta ch'io quasi mi meravigliavo di non vederne l'onda
correre su per la delicata pelliccia come certi brividi d'agonia che
solcano a spiga il mantello delle bestie inferme.
— Soffrite, signora? — osai chiederle, con una voce alterata che certo
la toccò.
Ella volse verso me l'enigma di quel suo viso dai larghi piani
fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel
basalte.
— Niente affatto — rispose; e rise d'un secco riso senza risonanza come
ridono talvolta le cortigiane a qualcuno che è dietro di loro mentre
lo specchio riflette quella cera fissa e brusca ch'esse hanno nel
trafiggere col lungo spillo il cappello.
Allora tutte le mie imaginazioni novamente si disfecero. Ella si mise
a chiacchierare come una piccola mondana di Parigi, con una bocca molle
ed elastica che esagerava la forma delle parole e la modulazione delle
sillabe fino alla smorfia. Si burlò della sala turchesca, del pianista
zazzeruto, dell'uditorio melenso; spregiò la vita meschina e noiosa di
quella cittadaccia nata per baracche e baraccuzze da un accampamento
di resinieri: si disperò d'essere condannata a vivacchiarci quasi tutto
l'anno.
— Perché, signora? — chiesi timidamente. — Per la salute?
Ella rise di nuovo, con acredine.
— Ho l'aria d'esser malata? Qua e là qualche gola tossiva nell'ombra
che pareva divenire a poco a poco più fredda, un nuovo rovescio
crepitando su la vetrata grigia.
— No, certo.
Ella si raddrizzò su la sedia, sollevò il busto con una scossa quasi
involontaria come quel rude sussulto che ci comunicano talora certi
brividi inesplicabili. Notai la larghezza delle spalle e del petto,
struttura solida che corrispondeva allo stile del capo. Travidi
nell'apertura del manicotto qualcosa di luccicante, avorio e acciaio,
simile all'impugnatura d'un revolver che stesse per scivolare.
— È per l'automobile — disse sorridendo, quasi volesse rispondere al
mio probabile stupore di vederla armata. — Dopo il concerto, vado sino
a Bordeaux.
Veramente ora pareva che le labbra appartenessero a un'altra donna, in
mezzo a quel volto vivessero d'una vita estranea, con quella frivola
mobilità che contrastava alla scolpita fermezza degli altri lineamenti
e al mistero formidabile dello sguardo nudo. Ripensavo certe danze
sarde danzate a viso chiuso e cupo, certe danze arabe in cui il solo
ventre s'agita incessantemente in un corpo annodato da non si sa
qual fascino serpentino. Il rosso artificiale era fresco, messo di
recente, forse prima d'entrare con mano frettolosa, che sopravanzava
alquanto gli orli e gli angoli, più o meno intenso. I denti erano
robusti, quelli di sotto piantati un poco irregolarmente, splendidi
come pezzetti di materia preziosa, fatti d'uno smalto così profondo e
puro che si pensava ai carati della perfezione, quasi fossero gemme da
osservarsi su la carta del gioielliere.
— Ascoltate — dissi, tocco da qualche nota del secondo tempo d'una
sonata di Domenico Paradisi, ch'era l'ultima.
La spiavo di sotto ai miei cigli socchiusi.
La forza della dissimulazione abbandonò a un tratto quelle labbra su
cui un sentimento di sconosciuta gravità sembrò porre una vera benda,
quale non più fitta devono portar le Berbere nella nostra bianca e
lunata Ghadamès.
Eppure, la cadenza essendo per risolversi e il mio cuore temendo la
fine come un addio, la guardai di nuovo come uno che guardi un'ultima
cosa per la quale egli abbia fatto il più lungo viaggio.
Era così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo
della mano. Era levigata veramente dall'acqua dell'Eurota, se tanto
mi risplendettero nella memoria i ciottoli del fiume laconico senza
cigni fra le strette ombre azzurre degli oleandri e delle canne. «Chi
sei, chi sei, tu che certo ospiti dietro la tua fronte bassa un serpe
scaltro, se bene il tuo cuore sia gonfio di lacrime?»
Come tante altre volte, tutto il mio essere aderì all'incognito che
è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che
occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei
precordii.
Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che
gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.
Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza.
Ella era in piedi, tra sedia e sedia, mentre la sala si votava degli
uditori come d'una poltiglia scorrevole che l'Euterpe ossuta spazzasse
verso l'uscio. Ogni forma d'umanità pareva abbassata verso terra,
privata di vertebre, scolorata e strascicante, tranne quella che in
piedi m'era dinanzi, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a
una verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.
I luoghi più solinghi non sono nei deserti e nei monti, non tra sabbie
e rocce sterili, ma dove l'anima affronta il destino respirando per
alcuni attimi un'aria non respirabile da alcun altro essere prossimo.
Ella ora guardandomi restringeva un poco quelle palpebre che pur
m'eran parse ferme come nelle statue arcaiche le gronde di bronzo
rilevate intorno al cavo dell'orbita. Un cozzone di cavalli in esame
d'una bestia da mercanteggiare non ebbe mai una qualità di sguardo più
fredda e accorta. Ma mi sembrava che in fondo alle sue pupille l'esame
luccicasse come uno strumento micidiale da cui fossi per esser leso.
Ella non celava nel dolce manicotto color di perla se non una sola
mano, quella nudata; e, certo, doveva con quella tenere l'arme piccola
per assicurarsi che non cadesse. Ma il raggio de' suoi occhi era molto
più pericoloso. Non so perché, mi sentivo più fragile, più caduco,
angosciato da un'apprensione non dissimile a quella che si prova quando
un medico ci palpa per scoprire il nostro punto debole. E (questo
riferisco con assoluta veracità, se pur possa in séguito sembrar troppo
singolare) e mi passò nel cervello un'imagine involontaria, risorta
forse da un episodio della mia esistenza obliato: l'imagine bizzarra e
lugubre del dottore d'una Società d'assicurazione, in atto di tastare
e d'ascoltare il cliente nello stomaco, nel fegato, nel polmone, nel
cuore, per un calcolo di durata approssimativo. Sentii che le arti del
mio spirito, non potevano prevalere contro quella creatura a cui, come
nel mito, il divino doveva appressarsi sotto la specie animale.
Non fui, sotto il suo sguardo estimatore, se non un corpo miserabile,
logorato dall'eccesso, disgregato dall'inquietudine, di continuo
minacciato dallo schianto che segue ogni estrema tensione. «Sì, certo;»
voleva rispondere a quell'indagine la mia ironia «è facile finirmi.
Tutto il mio vigore è concentrato alla base del mio cranio. Basterebbe
un piccolo colpo secco, o un forellino non più grande di quello che la
dònnola fa nel capo d'un pollo....»
Or da quale linea della sua faccia moveva verso di me quell'aura
delittuosa? Perché in quel punto ella stessa mi rivelava quel che v'era
di nocivo e di distruttivo nel suo istinto profondo?
Tuttavia non l'agguato soltanto era in lei ma anche un grido indistinto
che, non giungendo ancóra al mio orecchio, mi toccava già l'anima.
— Bisogna andare — ella disse volgendosi, con una fretta subitanea, per
quello squallido labirinto di seggiole.
Ora, come al primo entrare, pareva che gli occhi non le servissero a
dirigersi. Urtata dalle sue gambe una seggiola cadde, e poi un'altra
ancóra. Ella seguitava ad avanzare come una cieca, trovandosi sempre
dinanzi le lunghe file senza passaggi. Bisognava rovesciarle per
aprirsi un varco. Era come in certi sogni affannosi e ridicoli.
Non so veramente se la sala si fosse oscurata; però m'aveva l'aria di
una brutta chiesa piena d'echi nell'ufficio delle Tenebre. E la custode
ossuta accorreva verso noi furibonda, con lo zelo d'un sacrestano
contro i profanatori. Una moneta tesa la placò e le mosse una ilarità
inestinguibile; ché, come la signora rideva d'un riso falso, ella per
compiacenza la imitava senza freno, rialzando le seggiole e persuadendo
a noi e a sé stessa che quell'avventura era la più buffa del mondo.
Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua
piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La
cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante.
Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli
occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo
verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della
Landa.
— Avete una vettura per rientrare? — mi domandò ella, con una
esitazione che la mia timidezza non seppe cogliere.
Conosceva dunque la mia via e me?
— Rientrerò a piedi — risposi. Mi guardava, considerando in sé cose
ch'io non sapevo vedere e che nondimeno mi parevano influire su
l'orizzonte e caricarlo d'una forza simile a quella che lampeggia
senza tuono in certe sere d'estate quando tutta la nostra anima sta per
ispiccarsi in faville dall'apice del nostro cuore una fiamma investita
dal nembo. Il suo viso era alterato da un tremito muscolare che non
potevo più reggere, quasi trasposto nella commessura delle mie mascelle
come quello spasimo che i medici chiamano trisma.
La mia coscienza era come il mozzo d'una ruota velocissima.
— Buona sera — allora disse ella movendosi verso l'automobile coi
piccoli passi lesti a cui la costringeva la stretta gonna.
Che ironia patetica nel contrasto di quella volontà oscura impedita da
quelle pastoie eleganti!
— Ci rivedremo?
La mano armata restò sempre nascosta nella pelliccia molle.
— Chi sa!
Tra il rombo del motore, scorsi dietro il vetro dello sportello il
gesto dell'altra mano guantata, un gesto bianco simile a quel che avevo
intraveduto alla finestra senza cortine, nella città dei malati e dei
morenti. In un attimo, non restò su la via, tra i due solchi delle
ruote, se non il riflesso della nuvola abbagliante impigliato nella
melma liquida.
La sconosciuta era scomparsa. Per sempre?
Certo, un carro funebre non avrebbe potuto trasportarla per me in un
mistero più fondo, in un annientamento più cupo. Quell'assenza e la
morte non avevano il medesimo aspetto? Bisognava evocare quel viso da
una tenebra eguale a quella del sepolcro.
Risalivo pel cammino già noto, ripassavo pel Quartiere d'inverno; ma
non tanto avevo il senso della mia direzione quanto il senso dello
spazio percorso da quel destino di carne su la strada diritta ove la
luna novella cominciava a segnare le ombre, strazianti di dolcezza per
un cuore disperato.
Era già l'ora delle lampade domestiche. A ogni lampada accesa, la mia
malinconia traboccava come per nutrirla.
Non riconoscevo la faccia delle case: le quali parevano non aver più
altra vita che quella addensata nel cerchio luminoso, ove le ombre
venivano ad attingere la luce come al margine quieto d'una fonte. Di là
dal cerchio, tutto pareva involto da un vapore di natura umana, come se
vi fumasse la febbriciattola vespertina che s'accende al calar del sole
nella colonia infetta.
Il crepuscolo era ancóra tanto chiaro che potevo distinguere un
ragnatelo stellato tra le verghe d'un cancello, o tra qualche filo
d'erba una di quelle piccole sfere raggiate di peluria, delle quali
non ho mai saputo il nome, più lievi che il primo laniccio del bozzolo,
destinate a involarsi di là dai confini del mondo sotto il soffio d'un
fanciullo gonfiagote.
Un pioppo tremolava, solo, vestito d'argento cangiante, all'angolo d'un
giardino; e nel tremolìo diceva: «Eccola, eccola».
D'un tratto apparve quella ch'egli annunziava trepido, ma assai più
bianca di lui, tutta candore e freschezza, tutta giubilo nuziale, una
sposa pudica, abbigliata della sua propria verginità: la fioritura d'un
melo!
Ogni apparenza era apparizione al fervore de' miei sensi; ma ognuna era
accompagnata da un dolore folgorante che mi pareva quasi corporale,
simile a quello che provavo un tempo per l'avidità di respirare
profondamente l'aria marina con un torace dove tre costole rotte non
eran saldate ancóra.
Pativo l'urgenza d'una forza che non dominavo; della quale veramente
non sapevo se io la contenessi o ne fossi contenuto.
Quel gusto ceneroso, che avevo assaporato scendendo verso l'inatteso
incontro, mi tornava misto a non so che dolciore sanguigno, contro
cui si levava entro di me una ripugnanza amara come la nausea, i miei
pensieri somigliando con orrore a quelle sanguisughe che bambino avevo
veduto mettere in un piatto di cenere perché vi rivomitassero il sangue
succhiato.
Quando alfine, trapassata la zona della malattia e dell'agonia,
mi ritrovai nella selva selvaggia, sentendomi vellicare il volto e
il collo dai fili invisibili tessuti tra ramo e ramo, compresi che
quella era la carezza della primavera e che forse fino allora avevo
torbidamente sofferta la doglia primaverile.
Una gocciola mi cadde su una mano, un'altra su una palpebra; una pina
secca schizzò di sotto al calcagno; qualcosa di molliccio saltellò
a traverso il sentiero, forse una botta; l'assiuolo sonò il suo oboe
d'una sola nota; l'usignuolo colse nell'ombra quella nota di velluto
bruno e la trasmutò in limpido cristallo volubile gorgheggiandola.
Tutta la foresta fu piena di gemito e di canto, stillò di piovitura,
grondò di ragia, sapida come un piatto di mescolanza, ineffabile come
il sentimento della pubertà.
Ma in quell'immenso fiato la mia ansia non cercò se non il ricordo di
quel profumo «simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso»,
nel quale era venuta a me la donna impastoiata. L'ansia eterna
dell'avventura mi riprendeva e mi riagitava con una violenza folle.
Quale altra novità di possesso potevo sperare? quale altra comunione
attendere? quale altra delusione raccogliere? Mi morse e m'artigliò il
rammarico iroso di non aver saputo o voluto con un movimento d'audacia
prevalere su la perplessità momentanea della sconosciuta, quando
ne' suoi occhi fissi luccicava il doppio acume del dilemma. M'ebbi
in dispregio come se avessi lasciato sfuggire per fiacchezza e per
sciocchezza una preda magnifica. Dimenticai l'apprensione che m'aveva
data, fra sedia e sedia, l'indagine di quello sguardo.
Il fermento della foresta mi comunicava una forza illusoria, onde
nascevano propositi insensati. Cercavo d'orientarmi verso il punto
della corsa lontana, verso la strada maestra. Non avrei avuto il tempo
di ritrovarmi là, sul suo passaggio, aspettando il ritorno nella sera o
nella notte? Mi pareva che una follia remota chiamasse la mia follia, a
traverso la Landa. Affrettavo il passo. Due volte m'avvenne di smarrire
il sentiero e di ritrovarlo passando pel folto, fra le ginestre e i
rovi, col cuore che mi balzava come a un bandito che s'imboschi.
Anche nella mia casa erano accese le lampade. Le nuvole, avendo
rioccupato il cielo, rasentavano il tetto, in fuga verso levante.
Quando entrai, le stanze terrene erano piene di quello spavento
indistinto che sembra riempire le stanze deserte finché la presenza
consueta non lo dissipi; ché, quando l'uomo si volge per andarsene,
sembra che un fantasma prenda il suo luogo e si sieda ov'egli era
seduto poco innanzi. La marea saliva; e qualcosa di simile alla
minaccia di una moltitudine di femmine romoreggiava contro la duna,
rimbombava nella veranda.
— È venuto qualcuno? — chiesi al domestico.
— La signora — rispose.
Se bene non potessi aver dubbio su la persona, l'altra mi si voltò nel
cuore con un tonfo sordo.
— Aveva l'aria molto inquieta — soggiunse. — Ha aspettato qui fino alle
sei. La prega di andare da lei sùbito dopo pranzo.
Ci sono ore della vita solitaria, in cui la sensibilità del corpo
sembra dilatarsi fino alle pareti della casa, in quella guisa che
talvolta levando un braccio sentiamo il nostro cuore battere fino alla
punta delle dita e oltre.
Tutta la casa pareva prepararsi a ricevere un che d'incognito. Un
evento silenzioso poteva entrare per ogni porta. L'attenzione delle
mura era tutta rivolta verso la notte. Nessuna stanza conservava il suo
sentimento d'intimità, ma ascoltava quel ch'era per accadere di fuori
e tralasciava di rattenere il calore e di conciliare i pensieri delle
cose in lei raccolte e disposte.
Cercai tra le mie stampe qualcuna delle Lede conosciute. Prima mi venne
sotto la mano quella dell'Ammannato, che è al Bargello. Un lontanissimo
ricordo fiorentino mi risorse nello spirito. Lo ritrovai nel libro
segreto della mia memoria, alla data del 22 settembre 1899.
Lessi, con una commozione confusa che non osavo scrutare per non
dissolverla: «Ieri, incredibile a dirsi, alcuni servi del Bargello,
volendo rimuovere la Leda, la lasciarono cadere; e il marmo si ruppe
in sette pezzi. I frammenti furono portati all'Officina delle pietre
dure per il restauro. Sono andato oggi a vedere quella voluttà
disgregata. Le parti che più intensamente godevano sono intatte. La
testa è fenduta, come la mia.... Dall'Officina son poi passato al
Museo, per vedere il posto lasciato vuoto dal gruppo infranto. La mia
imaginazione l'ha riempiuto d'una bellezza più ardua. Ora, stando io in
questo imaginare, a un tratto tutte quelle campane mute e abbandonate
che ingombrano la loggia (bocche col bavaglio) si son messe a risonare
nella mia testa....»
La pagina seguente pareva scritta in un leggero delirio, né sapevo più
per quale amore, per quale assenza: «Mi sembra che, allungando la mano,
potrei afferrare qualche cosa di te nello spazio e tirarti a traverso
la distanza, come un fanciullo tira la corda di un aquilone che il
vento minacci di portar via oltre le nuvole. Lo spazio s'accende, e tu
apri la bocca per bere il fresco della rapidità. Tu ridi. Odo il tuo
riso; lo tocco come si tocca una collana, àcino per àcino. Si potrebbe
piangere....»
Mai il senso magico della vita s'era fatto in me tanto profondo. Come
la musica obliata nel quaderno rivive intiera ed esercita la sua virtù
novellamente, quasi allora allora creata, se il sonatore la suoni su
le sue corde, così quel ritmo del passato si misurava al respiro che
m'era in bocca. Taluna parola sembrava apparirmi al modo di quelle che
un tempo il dito d'una piccola sorella scriveva sopra uno specchio e
che non mi si palesavano se non quando appannavo la spera con l'alito.
E lessi per ultimo: «In una vecchia pietra sepolcrale d'Inghilterra,
Lady Beauchamp non poggia il capo su l'origliere né sul veltro fedele,
secondo la consuetudine, ma sul dosso di un cigno, sembrando vogare
verso l'isola di Artù. Penso che, se potessi tornare stanotte di
nascosto nell'Officina, tale m'apparirebbe Leda morta....»
Chiusi gli occhi; e nel viso della donna impastoiata cercai su l'orlo
del labbro superiore una parte esigua che, non ricoperta dal rosso, si
mostrava lividiccia durante l'attimo del tremito, mentre la finezza del
naso pareva estenuarsi e prendere nelle narici quel colore fumolento
che suole accompagnare la perdita dei sensi.
Il domestico venne ad avvertirmi che la lanterna era pronta. La portai
per farmi lume nella via sabbiosa, tra le pozzanghere, andando verso il
giardino della mia amica.
La Landa era buia sotto il nuvolato; ma faceva dolco, come nella nostra
Maremma notturna col vento di levante o di scirocco quando s'ode fra
lunghe pause un anatrare di germani nelle tamerici, uno squittire di
volpi lungo i paduli teneri di cannuccia novella, uno sgretolare di
sassi al passaggio dei cinghiali su per le muricce, e il lagno che
viene dal fondo dei secoli.
Qui udivo gli stridi fiochi degli uccelli marini di là dalle dune,
simili talora a un pigolìo triste, e la voce dell'Oceano rammaricoso,
e la nota del chiù che mi toccava ogni volta il punto più dolente del
cuore come se meglio di me lo conoscesse.
Una nostalgia improvvisa m'accorava, creandomi nei sensi fantasmi
così pronti che un brano di me stesso pareva sollevarsi da un di que'
paglieti e poi ributtarsi giù in qualche piscina, o escire da una
lama, scendere per un trattoio, pascolare sotto una sughera. Poi le
allucinazioni animali s'interrompevano; e il sentimento poetico della
patria era come il murmure degli spiriti che sognano all'ombra degli
iddii lontani.
«M'è impossibile vederla, parlarle, intenderla» pensai soffermandomi e
posando la lanterna su la sabbia, dentro un'orma d'uomo.
Mi pareva di non poter sopportare la presenza dell'amica tormentosa che
m'aspettava, né contatto o prossimità di alcun altro essere angusto che
mi richiamasse a me, mi forzasse a rientrare in me stesso, ricacciasse
nelle impronte consuete quella straordinaria vita che sgorgava dal
mio petto e si spandeva per tutto l'orizzonte cupida di lontananza, di
novità e di creazione.
La lanterna era ai miei piedi; e dall'orma ch'ella occupava si
partivano altre orme per ogni banda e si perdevano di là dal limite del
chiarore. Il solco d'un carro biancicava come sparso di farina sfuggita
a un sacco forato, ed era il pòlline piovuto dal nuvolo; nell'altro
solco parallelo una catena di bruchi camminava verso l'eternità con la
contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli; un ramo
rotto e sfrondato giaceva in traverso, biforcuto come quello che serve
a scoprire i tesori sepolti. Poco chiarore era per terra; ma mi pareva
che, se avessi voluto, avrei potuto accendere nel sommo del mio spirito
una di quelle luci onniveggenti che dalle torri della nave da guerra
esplorano in giro lo spazio ostile e irraggiano l'avanzare cauto della
morte. Avrei potuto scrutare il fondo della notte, se avessi sollevato
un'altra palpebra che m'era più a dentro di quella sensibile su cui mi
piaceva di provare la frescura marina abbassandola come sotto un labbro
fugace. Ma l'ansia di creare arrestava a ogni tratto l'espansione del
mio spirito, la mia aspirazione verso l'infinito, la mia inclinazione
verso gli abissi, come se avessi in me una sorta di presame misterioso
che rappigliasse in figure determinate l'idealità del mondo.
Un gran silenzio s'era fatto nella Landa; il quale non era se non il
muto crescere della notte paziente.
Come gli uccelli si precipitano contro i cristalli del faro, come gli
insetti aliano intorno alla lampada, la vita della solitudine urgeva
all'orlo del chiarore basso, respirava verso di me, mi guatava senza
esser veduta.
Tesi l'orecchio a un rumore singolare, non senza sgomento; ché pareva
ora prossimo ora lontano. ora nell'aria ora sotterra, simile al battere
cadenzato di due stecche l'una contro l'altra, simile al tintinno che
nel lavoro di maglia fanno i ferri urtandosi. Era il pastore?
Era certo il pastore immortale della Landa, su i suoi trampoli, là
nell'ombra, poggiato a un pino scaglioso, con ai piedi il suo cane
selvaggio dagli occhi palpitanti come i fuochi delle lucciole. Era
vestito di foglie? aveva per barba al mento uno sciame sospeso?
dall'opra assidua delle sue dita escivano pannocchie di corimbi?
La forma e la metamorfosi m'eran così vive nell'immaginazione che, se
avessi spenta la lanterna, avrei certo creduto vedere con le pupille
del mio capo e l'uomo e il semidio.
Tesi ancóra l'orecchio, inquieto; ché il battito strano continuava
senza intervallo. Seguendo il suono, entrai nell'ombra con un
sentimento indicibile, come se lasciando il cerchio del chiarore
escissi di me stesso per assumere non so che nuova natura notturna
e udissi battere il mio proprio polso nella sostanza che stava per
incorporarmi.
Non era se non il vento nelle dure foglie lanceolate d'una pianta
gigliacea che si moltiplica per le sabbie.
E dentro me non era se non il mostro oscuro dell'amore, non ancor
domato, non ancor legato, che ancóra si mutava e rimutava in mille
forme, mi tentava e m'ingannava per mille figure, mi travagliava e
rinnovellava con mille arti.
Come in me, così fuori di me tutto era travaglio e mutamento, angoscia
e smania.
Camminavo alla ventura, tenendo giù la lanterna sospesa e oscillante
a rischiarare i lembi d'un mondo meraviglioso come quello che il
palombaro vede per i fori dello scafandro. Come nel fondo del mare,
la vita vegetale e la vita animale avevano i medesimi aspetti. I
cespugli erano irti d'orrore, una voracità vigile protendeva le fronde.
E m'incalzava la sorte di colui che, avendo intraveduto alla soglia
dell'antro l'ombra della sirena, non seppe più ritornare a galla.
Dov'era in quel punto la donna del mito? I fanali, davanti alle sue
ruote veloci, rischiaravano laggiù la strada deserta, la carreggiata
fangosa, i mucchi di selci, il ciglio dei fossi? Era ella tutta rotta
dal suo dolore segreto, come quel marmo che fu ricomposto?
Subitamente mi ripiombò sul cuore la severa tristezza che m'aveva
sopraffatto quando, coperta con la mano la vista, m'ero messo in
ascolto per cogliere il suo respiro di là dalla musica. In un attimo,
quella specie di delirio silvano si dissipò. Mi sentii sfinito come
quando la febbre decade. Il passo nella sabbia mi divenne penoso. Nulla
in me rimaneva che non fosse umano, malsano, miserabile.
Ritrovai la via della consuetudine.
Un'afa tetra snervava l'elasticità dell'aria. Dal nuvolato cominciava
a cadere qualche gocciola quasi tiepida. S'udiva crescere a poco a
poco il crepitìo sopra le macchie. Un assiuolo si lagnò nel folto: e
parve che mi ricordasse la parola scritta nel libro segreto della mia
memoria: «Si potrebbe piangere....»
Prima vidi, pei vetri d'una finestra, ardere nella casa una lampada
rosea. Il cuore mi batteva non so perché, quasi di paura. In prossimità
del cancello, mentre mi chinavo a spegnere la lanterna, fui chiamato
per nome da una voce ansiosa e roca, da una voce di sventura che mi
rimescolò tutte le vene. M'appressai, chiamai anch'io per nome. Travidi
la mia amica dietro il cancello, agitata, tutta bianca, che con le due
braccia nude scoteva le sbarre sforzandosi d'aprire.
— Che hai? Che accade?
Le sue mani passarono a traverso e mi toccarono, tremanti, già molli di
pioggia, come per sentirmi vivo.
— Spingi! — disse ella in angoscia. — Spingi forte! Non posso aprire.
Spinsi con la spalla, ma il cancello resistette. All'umidità il
legno nuovo s'era rigonfiato, e la pittura fresca aveva saldato la
commettitura. Cercai più volte di sforzare, ma inutilmente. Le bolle di
gomma schiacciate m'impiastravano le dita.
— Bisogna chiamare i domestici — consigliai, tentando di ridere come
conveniva.
— No, no — fece ella, impaziente e stravolta, con una voce già
soffocata dal pianto, aggrappandosi di nuovo alle sbarre. — Prova,
prova ancóra!
Provai. Le sue mani di nuovo passarono a traverso, mi palparono il viso
smarritamente.
— Che hai fatto? Che hai fatto?
La pioggia cresceva, scrosciava. L'assiuolo non cessava di lagnarsi.
Tutta la Landa pareva oppressa da un'ambascia inesplicabile.
E l'amore singhiozzò come se contro il legno malvivo io l'avessi
inchiodato e flagellato.
Le figure di quel pomeriggio e di quella notte si spogliarono d'ogni
realtà rapidamente, fin dal risveglio del giorno dopo. Il ricordo
fluttuò come l'ombra d'un sogno sul malessere primaverile. Ogni
voglia di notizie e di ricerche fu sùbito contrariata dalla disciplina
abituale della vita in disparte, dalla regola della clausura studiosa,
dal saggio proposito di non ricascare in tentazioni. Il caso non favorì
né un nuovo incontro né la scoperta d'un qualche utile informatore.
A queste cagioni di rinuncia s'aggiunsero i sospetti, la vigilanza,
l'assiduità dell'amica tenace. Poi seguirono le pene della rottura,
una malattia d'indole nostalgica, una lunga convalescenza in un paese
di colli e di prati, una rinnovata diligenza di meditazione e di
contemplazione.
L'imagine della Leda senza cigno veniva nondimeno a me, assai spesso,
con un vero alito vivo tra le labbra che il gioco dissimulatore non
poteva più deformare, non mai chiuse perfettamente ma di continuo
socchiuse come quelle che devono lasciar respirare più d'un'anima.
Mi visitava talvolta nell'ora delle lampade, quando il servo le governa
e le accende nella camera terrena e sembrano elle già presenti per un
che di divino onde soglion essere precedute nella scala già scura ma
lasciano tuttavia che nell'indugio noi conosciamo quei pensieri anche
divini i quali accompagnano il partirsi dell'altra luce da ciascuna
delle nostre cose amiche per ritornarsene all'Occidente.
Poi che tutto il lungo giorno non fu pel solitario se non un edificio
della volontà, egli ama verso sera lasciare aperta una piccola porta
franca per ove possa entrare la mendicante o la strega, la semplicista
o l'avvelenatrice, una inviata dell'Ignoto insomma; e vuol ripalpitare,
attendendo l'inatteso. Per lo più non entra se non qualche larva
inoffensiva.
Quella mia ospite era legata alla vita da un gran numero di nodi
e d'incanti, impastoiata non soltanto dalla sua stretta gonna; e,
ogni volta che s'inclinava verso di me, pareva tendesse una catena,
schiantasse una ritòrtola, spezzasse una fune. Io le dicevo per
incoraggiarla: «Non temere. Móstrati. Tu vieni all'ora della mia
maturità. Tutto comprendo, tutto indovino».
Pareva che la coscienza aspirasse al momento glorioso in cui potesse
tutto accogliere e rendere immune, simile a quelle città d'asilo dove
si rifuggivano gli incolpati senza ragione o oltre ragione, simile a
quei luoghi sacri che in antico ritenevano «la feccia e la ribalderia
del mondo». Ma i suoi atti non erano senza ambiguità e contradizione.
In fondo, l'affaticava la speranza di creare un sentimento nuovo,
capace di condurre le più torbide forze dell'istinto e di salire più
alto che la voluttà. Per quest'arte la giustizia e la misericordia non
valgono. Convengono altre specie, altre osservanze, altri riti.
S'appressava intanto nella nuova primavera l'anniversario del giorno
strano, quasi ricondotto dal lungo corteo dei bruchi per la via
ringiallita di pòlline. E, quasi alla medesima data, il giovine
maestro della _Schola Cantorum_ tornò con gli usignuoli a dare il
suo concerto italiano. Questa volta aveva seco la sua compagna: una
piccola Spagnuola di Cuba, dorata come una squisita foglia di tabacco;
la quale, promettendo di cantare per me solo arie ed ariette del
Carissimi, del Caldara, di Antonio Lotti, mi faceva pensare non senza
rammarico a quella specie di cani senza latrato che i Conquistatori
trovarono nell'isola di prodigio dove oggi non esiste più, perdùtasene
fin la memoria.
Gli onori del cembalo erano tuttavia per Domenico Scarlatti. La Sonata
in la maggiore, quasi fosse una formula magica, risollevò dal passato
intera e viva l'ora misteriosa come se la sconosciuta venisse di nuovo
a sedermisi accanto e di nuovo con tutto il mio acume io mi chinassi
all'orlo del suo segreto.
Se bene gli uditori fossero in più gran numero, la sedia vicina era
rimasta vuota.
Scorsi un'ombra che s'appressava lungo la fila.
La mia inquietudine cresceva d'attimo in attimo così appassionatamente,
che mi volsi, con l'anima negli occhi e col cuore balzante alla gola,
come per ricevere d'un tratto quella bellezza che in tutti i miei sensi
aveva già il suo luogo.
Due magre mani dalle dita a spàtola si tendevano verso di me, e il mio
nome era proferito da una voce non obliata.
Riconobbi subito un amico mio, del quale da qualche tempo non avevo
più notizie: un musicista di molto valore e di fama non volgare,
che più d'una volta era stato ospite del triste Quartiere d'inverno
nell'alternativa del meglio e del peggio.
— Tu qui? da quanto tempo?
— Ho passato qui tutto l'inverno, con mia madre, non bene.
— Ma hai un ottimo aspetto.
Per mordere il dolore gli era rimasta una mascella scarna da cui
il rasoio pareva avesse portato via brani di pelle morta sostituiti
dall'unto e dal lustro della glicerina.
— No. Sono bruciato.
I pomelli delle gote erano rossi e venati come le foglie della vite
vergine su per un muro in autunno, non senza qualche rimasuglio di
verdiccio e qualche traccia d'allumacatura. Avevo per la sua ruina,
ahimè, le stesse pupille implacabili che avrebbero notato la più
lieve onda nella seta manosa di certi capelli o nelle gronde di certe
palpebre il radore d'un sol ciglio caduto.
— Bruciato da che?
Egli fece un gesto d'incuranza quasi brutale, ma mi fissò con uno di
quegli sguardi che da uomo a uomo scendono dentro e sembrano cercare
nel cuore un punto di sostegno, il luogo d'una simpatia virile.
Anche i suoi occhi ora m'apparivano come privi della loro buccia, come
messi a contatto immediato con la crudità esterna, come se fossero
i vertici scoperti della sua sensibilità e non potessero da nessun
collirio essere leniti. Il suo sguardo mi doleva.
— Rimani ancóra? — gli chiesi. — Vuoi che ci vediamo?
— Parto fra due o tre giorni, sabato forse. Mia madre mi strappa via.
Aveva nell'alito l'odore del vino di Porto, ma i denti bianchi
lasciavano ancóra alla sua bocca un che di giovenile.
Pativo la sua umanità con una forza singolare, come se fossi stato per
qualche tempo il suo infermiere e avessi tollerato l'esalazione de'
suoi sudori e conoscessi a una a una le sue miserie e le sue manie.
E già attendevo anche da lui l'inatteso.
— Vieni a colazione da me domani. Ti manderò la mia vettura.
— Sì, vengo.
E mi prese una mano e me la strinse tra le sue dita convulse. Come
incominciava la Sonata in fa minore, tacemmo. Mi parve che la musica
non ci ravvicinasse ma ci separasse, perché pensai ch'egli dovesse
sentirla da artefice, in un modo assai diverso. Su la sedia non
conteneva la sua irrequietezza, e me la comunicava.
— Che hai? Chi cerchi?
Come si volgeva, mi volsi. Indietro, a destra in piedi, addossata alla
parete, stava la sconosciuta, col viso verso di noi accennando. I suoi
lineamenti tremarono nella mia commozione e si cancellarono come un
pastello immerso nell'acqua.
— La conosci? — mi chiese egli, con uno di quegli accenti che sembrano
soffiare in un petto subitamente votato di tutto.
— No. L'ho veduta una volta. Chi è?
Mi disse il nome, che non aderì alla persona ma rimase in aria,
suono vano ed estraneo, come quello apposto alla bellezza d'una
collina lontana che da tempo viva innominata e immateriale nel nostro
sentimento.
— A domani — soggiunse levandosi, mentre la cadenza si compiva.
Come la vampa riscoppia dal tizzo velato di cenere, la febbre diede
lume al suo viso disfatto. Lo vidi andare verso la donna, un po'
curvo ma con una sollecitudine che invadeva anche le pieghe dei suoi
abiti e i suoi capelli precocemente grigi sopra il bavero. Lo vidi
raggiungerla, scambiare un saluto, partire con lei. Colsi dietro di me
il comento maligno di due uditori. Dominai il mio tumulto, scossi le
scorie delle mie imaginazioni solitarie, riacquistai l'acume del mio
sguardo, mi preparai a ricacciar le mani nella materia viva. Dimenticai
i giochi d'acqua, le collane sgranellate, la scarpetta d'Amarilli in
cima allo zampillo, le fughe ridenti nella scala di marmo carnicino,
per sentire di nuovo stillare verso me il dolore e la morte come le
gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.
Il mio amico venne, secondo il convenuto. Avevo tuttavia pietà di lui;
ma mi accorsi che ora lo consideravo quasi strumento da servire, quasi
arnese da trattare con mano delicata o rude nella vicenda. E la mia
dolcezza, come spesso m'accade, non era se non una forma della mia
energia.
La lucidità talvolta s'accompagna a un orrore quasi animale che sembra
il castigo inflitto al laceratore dell'illusione, all'abolitore della
convenzione.
Egli aveva cattive abitudini di malato e di maleducato mangiando:
masticava con rumore, beveva col boccone in bocca, faceva schioccare
le labbra, dimostrava una voracità e una sete non frenate da alcuna
creanza. E queste cose comuni, in quella camera monastica annobilita
dai libri e dalle stampe, dove ero solito prendere i miei pasti brevi
leggendo o seguendo il mio pensiero, queste cose usuali apparivano
enormi, aggravate dal mio sentimento insidioso; ché io di continuo
gli rifornivo il piatto, gli colmavo il bicchiere, mi affannavo a
rimpinzarlo e a inciuscherarlo come usa il compare col compare quando
vuole averlo alla mano.
Veramente pareva che avesse grandi caverne da riempire o che da
satollare avesse dentro di sé quell'uno che minacciava di non
lasciargli neppur le cartilagini e le ossa. Accanto a quel viso vizzo,
acceso da una punta di sbornia, incorniciato dai capelli lunghi e dalla
cravatta a fiocco, arieggiante ancóra le vecchie maschere romantiche di
Henri Mürger, ponevo l'enigma di quell'altra faccia dai larghi piani
fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel
basalte.
E chiedevo senza suono: «È dunque la tua amante? Conosci la forma delle
sue ginocchia? La tocchi con le spatole delle tue dita? Mangia, bevi».
Un soffio di creazione mostruosa alitava tra le pareti fitte di volumi,
ove la mia anima era vibrante come quell'aria che chiudono i legni
secchi d'un violino ben costrutto. Ciò che dei libri immortali si
mescola alla fluidità della vita nel silenzio, l'eternità che è fissa
nei frammenti patetici dei capolavori, il mito che appesantisce su una
tempia invisibile il fiore vinato del giacinto, lo splendore limpido
del vino simile alla presenza corporea del dio che discioglie, un pane,
un frutto, un coltello, un lembo di carne trasmutato dal fuoco, l'orlo
d'un bicchiere toccato dalla grazia d'un raggio, ogni cosa innanzi a me
e intorno a me esprimeva me a me stesso. Pieno di significati, giocavo
con l'amore e con la morte. Con la figura del mio ospite, con la figura
della donna assente e con la mia sobria ebrietà componevo i quadri
successivi d'una nuova Danza macabra.
— Chi è quello? — disse egli, volgendosi verso il camino.
Era il calco intero d'uno degli otto incappati che portano la pietra
sepolcrale nel monumento del Gran Siniscalco di Borgogna. Stava presso
l'alare, curvo ma con la spalla senza carico, nascosto il volto sotto
il cappuccio, scoperto una sola mano dal pollice lungo.
— Veramente — disse — non ti sei fatta una casa allegra.
E, fissando lo sguardo torbido verso qualcosa che vedeva egli solo,
s'attristò come fa l'anima quando si raggomitola sul sacco riempiuto.
— Vieni, vieni — dissi all'improvviso levandomi e prendendolo per un
braccio familiarmente, con una gaiezza audace. — Raccontami i tuoi
nuovi amori.
— Quali amori?
— T'invidio. È una magnifica belva.
Lo feci sedere in una poltrona comoda, mentre il domestico recava i
liquori e le sigarette. Io mi misi all'ombra d'uno scaffale, come in
agguato.
Egli trasse il suo tabacco misto d'oppio da una sua scatola di bossolo
e lo rotolò nella carta tra l'indice e il pollice ingialliti come dalla
tintura di iodio. Affettava quel sorriso vano che gli conoscevo bene,
quel sorriso di donnaiuolo disgustato che non fa differenza fra tresca
e tresca; ma una delle sue deboli gambe tremolando sul tacco ed egli
guardandosi la punta della scarpa, mi risorse nella memoria l'imagine
d'un contadino che avevo veduto in un campo guardare tranquillo il suo
piede scalzo ove una testa di vipera pareva incastrata per sempre come
una sesta unghia.
— Perché la chiami belva? — disse. — Tu sai la storia?
— Non so nulla. Chi è?
Egli la bruttò con una parola vile; e poi biasciò come se la lingua gli
si fosse disseccata.
— L'ami dunque?
Egli parlò, pieno di rancore, di sgomento, di vendetta e d'incantesimo,
con qualcosa d'intollerabile come la vista di un'agonia, con qualcosa
di falso come il gioco di un istrione, a volta a volta miserando e
odioso, tragico e ridevole.
Ora la Leda senza cigno era là, così liscia che pareva non dovesse
avere un solco neppure nel cavo della mano, levigata veramente
dall'acqua dell'Eurota. E la sua vita era un'altra.
Nasceva d'una di quelle razze miste la cui virtù funesta è prodotta
da un oscuro concorso di sangui e di fati, come la potenza di quei
miscugli da infuriare, ove la radica della mandragola e l'umore della
giumenta bollivano insieme. Suo padre, grande amatore di cavalli, aveva
tenuto una famosa scuderia da corsa; poi s'era rovinato, aveva vissuto
d'espedienti, da cavaliere d'industria; discendendo di bassezza in
bassezza, inciampando più d'una volta nel codice. Dopo aver vissuto in
contatto cotidiano coi palafrenieri, coi fantini, con gli allenatori,
sfogando la sua temerità nativa e i suoi gusti da circo nel montare
i puledri trienni su i galoppatoi publici, ella aveva sposato a
diciott'anni un gentiluomo francese: aveva divorziato a venti; e
s'era ritrovata prima con una fredda canaglia d'amante e poi sola, nel
disagio, alla ventura, esposta alle persecuzioni del padre che voleva
foggiarne un bell'arnese da guadagno non per lei ma per sé. Incapace
di affrontare la miseria, deliberata a tutto, ella aveva incontrato in
una città di terme una specie di procacciante in cerca di complici e di
vittime: il quale per un seguito di accorgimenti felici era riuscito
a fidanzarla con un giovine sciocco appena appena escito di minorità,
orfano, già molto ricco e prossimo erede d'un'ancor più lauta fortuna.
Ella, il fidanzato e il mediatore avevano vissuto due anni insieme,
«avevano fatto la vita», errando d'albergo in albergo, di piacere in
piacere, di noia in noia, dall'una all'altra veglia, dall'una all'altra
tavola da giuoco, in una promiscuità non confessabile; ché la promessa
sposa aveva posto il divieto fino all'ascensione del talamo e il
paraninfo era riuscito ad esercitare sul novellino un dominio assoluto,
simile a una sorta di malia perversa, servendosi di quel filtro che
si porge con la siringa d'oro. La morfina, somministrata dalla mano
sapiente, aveva diffusa una così rosea benignità che senza sforzo
e senza sospetto fu ottenuta in favore della fidanzata austera una
polizza d'assicurazione per un milione e mezzo, pegno nuziale. Quando
il primo versamento fu eseguito in regola, la previdenza consigliò di
sopprimere il benefattore. Un giorno, in una via difficile dei Pirenei,
a una dose più forte di narcotico seguì una disgrazia preparata con
squisita cautela. L'automobile rimessa in movimento, dopo una sosta
casuale, precipitò nella forra lasciando su la carreggiata l'assassino
incolume.
Non ascoltavo cose già note? Certo, di simili casi abbondano gli annali
giudiziarii e i rossi romanzi ad uso dei portinai. Ma serpeggiava di
sotto a quella massa di fatti volgari, non so che canale d'ombra che il
mio spirito aveva già risalito e ora novamente risaliva riconoscendovi
in confuso gli indizii del suo primo passaggio. E quella profondità mi
dava l'ansia di scavare ancor più profondo in me stesso, di raggiungere
in me un più vero di me, il quale non temesse e non fallisse dinanzi a
ciò che stava per formarsi e per apparire.
— Come sai queste cose?
Egli animava di tratto in tratto il suo racconto con talune di quelle
intime rivelazioni che non può commettere ad altri se non chi si
confessi audacemente contro sé medesimo.
— Le so da lei.
— Ella si accusa?
— Non si accusa; parla. Ignora dove sia il bene, dove sia il male.
Prima ti dice una cosa tremenda, senza guardarti, con non so che
sorriso timido, come chi provi col piede la resistenza della tavola
posta a traverso il torrente, prima di passare. Poi ti curva come un
carico, ti pesa sopra come una colpa che tu debba reggere con l'osso
della tua schiena.
— E sei sicuro che di queste cose ella non si componesse allora e non
séguiti ora a comporsi una vita imaginaria?
— Porta il ferro della realtà ben ribadito al piede.
— Come?
— Vive con l'assassino.
— Dove?
— In questo paese.
— Da quanto?
— Da due anni.
— Era già la sua amante, prima della catastrofe?
— Sì, era; ma per compenso della mediazione, e poi per mezzo della
complicità. Ella lo abomina.
— E perché lo tollera?
— Le circostanze che accompagnarono la fine del promesso sposo parvero
sospette. E la Compagnia ne profittò per contestare la validità della
polizza. Le prove mancavano o eran troppo vaghe. Nondimeno il processo
fu avviato e si trascina ancora. L'uomo dunque la tiene sotto la
minaccia di una denunzia folle e della mutua perdizione. Credo che,
terminato il processo sul cui buon esito finale non v'è omai dubbio, la
somma debba essere divisa tra i due in misura già pattuita.
— Quali rimasugli di vecchio romanzo poliziesco t'ingombrano la
fantasia?
— Tutto questo è reale, e non è se non un barlume della realtà
cotidiana. Imagina: essi vivono insieme, là, sul Bacino, in una di
quelle villette sonore fatte di tramezzi e di palchi sottili, dove
s'ode il cuore battere e il polmone gonfiarsi, dove non è possibile
sfuggire all'odore dell'essere odiato né allo sciacquìo della sua
catinella.
— E che uomo è costui?
— Imagina una testa a piramide tronca, una vera testa di pitone,
precisa come una volontà geometrica, rigida come un problema o come
una sentenza, con due occhi senza colore dietro un paio di lenti spesse
come i cristalli delle lanterne cieche....
— E chi provvede alle spese?
— Egli non è d'origine se non un borghesuccio, figlio di un fabbricante
di porcellane limosino. Ella ha qualche resto della sua dote. Ma
tanto poco non basterebbe alle sue abitudini di eleganza e di lusso,
almeno esterne. La fiducia nell'esito del processo le apre un credito
rovinoso presso gli usurai vinattieri della Gironda. Anche per queste
strozzature è buon mediatore il pitone freddo.
— E tu chi sei davanti a lui?
— La vittima designata del gioco abituale. Due o tre volte, mentre ero
davanti al pianoforte, là, nella villa sul Bacino, l'ho veduto apparire
nel vano dell'uscio, sogghignare silenziosamente, poi ritirarsi come
uno che vada altrove per abbandonarsi alla sua ilarità. E ogni volta
aveva per me l'aspetto di quei fantasmi che si formano da certe
disgregazioni dello spirito su l'orlo della follìa e che agghiacciano
il malato con una presenza intermittente. Un mio povero compagno, prima
di entrare in una casa di salute, era frequentato da uno di questi
visitatori; e non osava mai voltarsi per tema di vederselo allato. Ora
qualcosa di simile accade anche a me....
— Ma è chiaro che si tratta di un fantasma tollerante e perfino
compiacente, amico mio.
— Non contraria i giochi del caso e della fantasia, i capricci della
noia e della crudeltà, ma soltanto li sorveglia da vicino o da lontano.
Egli non ha se non uno scopo: tener legata a sé la complice, sia pure
con una lunga catena da lentare quando convenga. Egli non teme se non
la fuga, lo scampo, diciamo pure «l'evasione». Ora le armi ch'egli
serba contro di lei e le note minacce rendono inefficace qualunque
tentativo in terra. Ma v'è uno scampo dalla parte del buio, v'è lo
scampo di sotterra. E questa la sola minaccia ch'ella possa opporre a
quelle altre che la curvano.
— È capace di uccidersi?
— A ogni momento.
Rividi luccicare l'arme d'acciaio e d'avorio per l'apertura del
manicotto color di perla. Rividi la donna dalla mano celata, in piedi
dinanzi a me, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a una
verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.
— A ogni momento, per un nulla, come si apre un uscio, come si passa
una soglia, come si scende un gradino.
Fino a quel punto le cose narrate erano rimaste non meno estranee alla
figura ideale di lei che, per esempio, al calco dell'Apollo di Piombino
posto sopra uno scaffale di libri quadrato e girevole, là, vicino al
pianoforte. Non riuscivo né a comprendere né a sentire che tale fosse
la vera sostanza della sua vita. Il suo mistero rimaneva intatto come
la divinità oscura della statua che attraeva i miei occhi dorata dalla
luce del pomeriggio. Tanto quelle azioni definite erano dissimili alla
creatura infelice quanto un inno omerico o un capitolo di mitologia
eran diversi da quella forma intenta abitata da uno spirito non meno
inconoscibile che il vigore d'un albero il quale alleghi i suoi frutti.
Dov'era la mano che aveva modellato su la fronte breve del dio il
doppio ordine simmetrico di riccioli? Non meno insistente mi pareva
il potere di quel passato nel cui rigore doveva essere costretta
quell'anima. Il mio spirito non riconosceva alcuna coesione in sì grave
massa di fatti volgari, ma era posseduto da un sentimento poetico
che lo mescolava in un modo misterioso a ciò che si genera sotto il
silenzio umano. Per ciò l'istinto volgeva tanto spesso i miei occhi
verso l'Apollo che, finito come un'opera di cesello, esprimeva da ogni
linea un infinito di poesia. Anche una volta la forma mi diveniva una
fede veggente; e, ascoltando tante vane ignominie, non credevo se non a
ciò che mi significava la bellezza levigata dall'acqua dell'Eurota.
Or ecco che, all'improvviso, tal bellezza m'appariva appresa alla morte
come un di quei cammei intagliati nella vena bianca di un'agata scura.
Il rilievo ne divenne così fiero che tutto il resto si dissipò. Udivo
il mio cuore battere con tanta violenza che mi stupivo non l'udisse il
mio amico. Ma egli doveva essere assordato dal suo proprio tumulto, su
cui di tratto in tratto versava un sorso ardente.
— Perché? — gli chiesi. — Perché ne parla con arte; perché, come tante
altre donne, ne fa una graziosa millanteria....
— Due anni fa, in un periodo d'insofferenza e di furore, tentava la
morte quasi ogni giorno. Aveva uno di quei canotti leggeri da corsa che
si vedono alle gare di Monaco, munito d'un motore a sedici cilindri,
donatole da un ammiratore argentino. Un'anima dannata di meccanico
l'accompagnava, a qualunque ora del giorno o della notte, quando
col maledetto vento di ponente il Bacino era in tempesta e il passo
dell'Oceano diveniva impraticabile. Con prodigi d'astuzia, sfuggiva a
ogni attenzione e a ogni impedimento. Quasi sempre tornava nel punto in
cui si perdeva la speranza di vederla riapparire. Per ore ed ore l'onda
aveva schiumeggiato su lei come contro una figura di prua. Chi la
baciò, dové sentire per lungo tempo il sapore del sale su quelle labbra
screpolate.
Ben la vedevo, quasi avessi dentro di me l'approdo, coperta dalla sua
cappa impermeabile, con la sua faccia dentro il camauro d'incerato
diafana come la lampada della medusa natante. E non l'avevo attesa se
non per ripartire con lei nel crepuscolo.
— In una spiaggia galante di Normandia, poco dopo il suo divorzio,
fu assiduamente assediata da un giovane giocatore di «polo» che le
faceva montare i suoi cavalli deliziosi. Senza nulla concedergli, seppe
renderlo così folle di passione ch'egli le offrì di sposarla. Ella ne
rise, e lo torturò con tanta raffinatezza che un giorno egli trovò il
coraggio di partire e forse andò a giocare il suo gioco su qualche buon
terreno inglese dell'India. Ella non lo amava: non s'era abituata a
lui se non come a uno schiavo da servire a invenzioni e ad esperienze
di supplizii; ma amava teneramente uno di quei cavalli da «polo», un
saurello che portava il nome shakespeariano di Petruchio. Quando seppe
della partenza, la sera stessa si avvelenò con qualche pastiglia di
sublimato corrosivo; e rimase per giorni e giorni tra la vita e la
morte. Dal letto di dolore non faceva che tendere la palma della mano,
ripetendo il gesto usato nell'offrire lo zucchero al suo Petruchio.
Ora, di sotto ai miei cigli socchiusi, vedevo quella sua mano nuda,
tratta fuori del guanto, quella mano lunga e robusta dalle nocche
asciutte e polite sfiorare il labbro esiguo d'uno dei piccoli cavalli
fidiaci che galoppavano nei gessi del Fregio disposti lungo la mia
parete. Non mancava se non la palla di legno e il mazzuolo dal manico
flessibile agli sveltì cavalieri ateniesi, il prato raso ed elastico
agli zoccoli delle loro bestie ben raccolte. Vedevo il sole obliquo
ferire l'erba grassa di Normandia e un fascio di raggi come una lama
d'oro tagliar netto due zampe nervose pontate in terra nell'arresto
brusco. Ma il mio cuore di rivale balzava di gioia selvaggia alle
parole: «Ella non lo amava».
— Or è un anno, di questi giorni appunto ai primi d'aprile, una sera....
Il mio cuore si fermò. Riudivo, dentro di me, cadere le seggiole
rovesciate sul pavimento sonoro, laggiù, nell'ombra della sala piena
d'echi come una chiesa nell'ufficio delle Tenebre.
— Una sera? — feci, per sollecitare la voce che s'era interrotta
come se la sopraffacesse la mia ansietà. Rivedevo negli occhi della
sconosciuta il riflesso di madreperla, e il suo viso alterato dal
tremito indomabile.
— Una sera, a Bordeaux, per qualcosa di simile, mentre seduta
nell'automobile discuteva con lo zio d'un povero ragazzo che volevano
impedirle di rivedere, lasciò partire a un tratto un colpo verso il
suo petto, dal revolver nascosto nel manicotto. La palla rasentò il
polmone e si conficcò sotto la scapola. Ancóra la vita in pericolo per
settimane e settimane, l'orrore d'un letto in una clinica, il pitone
desolato al capezzale....
Tutte le apparenze e tutte le divinazioni di quella lontana sera di
primavera rifluirono dentro di me con una forza moltiplicata, creando
un sentimento ch'era come una forma di dolore immensa ch'io non potessi
patire e conoscere tutta quanta se non nel futuro. Non avevo alcun
dubbio; nondimeno chiesi:
— Che giorno era? Lo sai?
— Sì, era il cinque d'aprile.
— Per disperazione d'amore?
Una gelosia oscura mi travagliava.
— Per imaginazione d'amore e per insofferenza della stupida vita.
Quel Paolo, il minorenne ch'ella aveva traviato, era il nipote
d'un mercante di vino col quale il pitone aveva trattato operazioni
d'usura sul denaro di là da venire, su la farina del diavolo insomma.
Vedi strano gioco! Quasi per rappresaglia contro lo strozzino, ella
s'impadronì del ragazzo che non mancava di grazia fisica e d'una certa
finezza sentimentale. In poco tempo lo mutò, ne fece una cosa sua, da
tenere sul pugno all'obbedienza come uno sparvieretto incappellato.
Scoperto il pericolo, i parenti corsero al riparo, prendendo sùbito
la misura più efficace. Sequestrarono Paolo, lo trascinarono via, lo
nascosero non si sa dove. Questo bastò perché il capriccio esasperato
divenisse in lei una specie di furore. Domandò di rivederlo per una
volta, di parlargli per l'ultima volta. Non le fu concesso. Si faceva
portare quasi ogni sera nella strada dov'era la casa dei parenti, e
mandava un messaggio; ma rimaneva delusa. Quella sera a un messaggio
imperioso e minaccioso accorse lo zio per tentare di persuaderla alla
rinunzia. Ella era nella vettura; egli le parlava dal predellino.
Ostinata, ella ripeteva: «Voglio vederlo». Ostinato, l'altro negava.
Di sotto alla pelliccia, a un tratto il colpo partì, come per caso. Lo
strozzino accompagnò il corpo forato alla clinica. Quando ella rinvenne
e poté soffiare qualche parola, supplicò che le lasciassero rivedere
Paolo, almeno per un attimo. Inutilmente. La legge dei mercanti fu
inesorabile. Solo il pitone rimase accanto al letto bianco, e la
primavera contro i vetri della finestra. La palla fu estratta. Le
cicatrici....
— Ah, vuoi descrivermi le cicatrici?
Non contenevo più il mio tumulto. Su quella parola egli s'era
interrotto per bere ancora un sorso, per versare ancóra un po' di fuoco
liquido nella caverna ove ansava il suo cuore stracco. Egli fasciava
interamente il bicchiere con le spatole delle sue dita, cosicché
l'indice e il pollice circondavano l'orlo ov'egli metteva le labbra
aspirando l'essenza del liquore intiepidato. Le sue narici palpitavano
sopra la maschera lustra del vizio. Tutto in lui ora m'offendeva e
m'irritava. Vedevo, tra le sue dita deformi e il vetro quasi spremuto,
tremolare non so che sorriso odioso. Pensavo ai porci demoniaci che
sogliono abitare in quella specie di artisti aspettando d'esserne
espulsi dall'esorcismo dell'inspirazione.
— Racconta, racconta. Come dunque è venuta a te?
Rise brutalmente nel cerchio del bicchiere.
— All'odore della carogna, forse.
— Si potrebbe dire con più grazia funebre: a raccogliere il canto
del cigno. Non ti dà l'idea d'una Leda? Guarda questo gruppo
dell'Ammannati.
Egli sentì l'inimicizia nella mia voce.
— Compagno, — fece convulso, fissandomi — dimmi la verità. Non
fu simulazione, ieri, quando mi chiedesti chi fosse? Non l'hai tu
conosciuta prima di me? Non sei passato per là, tu anche?
— No.
— E perché sei geloso?
— Non geloso, ma forse un poco iroso. Tu lo sai: io non concepisco la
vita se non sotto la specie dell'espressione. Ora coi tuoi racconti
opachi tu hai contrariato, linea per linea, la sua espressione in me.
Bisogna che io la ritrovi e la ricomponga a forza d'amore e di dolore.
Toglievo ogni gravità a quel che dicevo, col tono e col sorriso.
— Verrà a te; e l'amerai, e ne soffrirai.
— Me la lasci in retaggio?
— Certo, io ne vorrei morire. Ma sono trascinato via come Paolo, sono
sottratto al bel destino. E la sua strana sorte è questa: che, al buon
momento, ogni vittima designata le sfugga. Ella medesima sfugge a sé.
— A un polmone già leso da una ferita non hai temuto di comunicare il
tuo male?
L'aria della stanza pareva divenuta cruda come quella che spira nei
luoghi senza legge e senza menzogna. Non ero più capace di reticenza né
di dolcezza. Vedevo da una parte quella forma stupenda, trattata con
una magnanimità non men severa di quella che rivelavano gli esemplari
dell'arte antica nella cui testimonianza continua si conferma il mio
senso del mondo; e dall'altra parte consideravo quell'umano focolare
d'infezione, quella sorta di sensualità ignominiosa che non potevo
separare da un'imagine di lordura e di frode. La mescolanza mi pareva
inverisimile. In fondo a quella mia domanda era un'indagine maligna,
ché lo sapevo millantatore e incapace di confessarsi deluso come il
cavaliere di Petruchio.
— L'hai tenuta veramente fra le tue braccia? Hai respirato in lei?
Le mie pupille lo foravano. Una contrattura involontaria delle labbra
mi parve l'indizio atteso; ma egli lo cancellò con uno scoppio stridulo
di riso, levandosi e un poco barcollando.
— T'informi con una prudenza senza pudore — disse. — Ma il contagio
nella successione sarebbe la mia vendetta. Che ora è? Passerà di qui
verso le cinque, a prendermi per ricondurmi. La vedrai. Desidera che tu
le mostri i tuoi cani. Io partirò con mia madre domattina, senza fallo.
È il caso di dire che ti trasmetto la fiaccola correndo.
Apersi la vetrata su la veranda, con la fretta di chi si senta
soffocare da una esalazione malvagia.
La marea, che è femmina, montava verso la duna ispida di giunchi.
Tutte le acque tremavano e brillavano sommergendo i banchi di sabbia
pallidi e dolci come i corpi dei naufraghi succhiati dalle sirene.
S'udiva un mormorìo profondo come dev'esser quello che annunzia la
rompente primavera nei paesi di ghiaccio. Il sole declinante lasciava
dietro di sé una via splendida per ove pareva dovessero scendere i
suoi grandi cavalli bianchi liberati dal giogo. I miti della mia razza
venivano a invadere le solitudini senza storia. Il mio spirito era
fervido, fertile e fatale come nel principio dell'amore. Il compimento
d'una divinazione era prossimo, e l'oracolo del sangue era stato bene
interpretato.
Non avevo più volontà di volgermi e di rivedere quel viso distrutto,
l'orribile teschio, la dura maschera d'osso a traverso la pelle logora.
Qualcosa più forte di me e di quella miseria, ecco, nasceva; ed era
per somigliarmi. Uno spirito diceva: «Soltanto esiste quel che ancor
non è, e tu vivi del futuro, non ti ricordi se non del futuro». Il
mio cuore diceva: «Tutto prendo su me. Ella è senza colpe. L'assolvo.
Eccola». Parlava come quel pioppo che stava solo, quella sera, vestito
d'argento cangiante, all'angolo di quel giardino. Reduci le apparizioni
crepuscolari e notturne mi trapassavano, si dileguavano.
Udii il rumor secco che fece il coperchio del pianoforte sollevato; e
non mi volsi ma attesi, rabbrividendo come se la mano si fosse posata
su la mia spalla e non su la tastiera.
L'anima dello strumento vibrò come per uno schianto di dolore.
Il morituro parlava il suo vero linguaggio. La disperazione parve
talvolta imitare il grido d'una felicità terribile e afferrare il
destino alla gola con una branca potente come quella di Beethoven.
Tutto quel che innanzi era stato detto o pensato, tutto fu piccolo,
vano e lontano. La luce del giorno fu simile alla cecità.
Mi volsi contro lo stipite, vi poggiai la mano alzata e contro la mano
la fronte, con chiuse le palpebre. Feci la notte in me, per cogliere
i bagliori che la musica spandeva di tratto in tratto sul fondo vacuo
della vita. Una pausa mi sospese sopra il mio proprio annientamento.
Era come se il silenzio fosse per durare in eterno. Il pianto
ricominciò; poi di nuovo si tacque. Ricominciò per la terza volta, come
in una sosta al limitare della porta che si deve chiudere; poi finì. E
nessuno si mosse.
D'improvviso udimmo un rombo al cancello del parco.
E quegli si levò, e io mi volsi; e mi vidi scolorato in lui, smorto e
con le labbra livide, come chi dal fondo risale a galla senza respiro.
Vi sono sentimenti di non so che virtù plastica, i quali sembrano quasi
rimaneggiare la materia umana e rifoggiarla in un aspetto momentaneo.
Quando scendemmo verso il cancello, non ancora abbandonati dalla
potenza musicale, mi parve che facessimo un essere solo, più grande di
noi due, pieno di un'anima primitiva, e che quell'essere fantastico
vacillasse da un lato, zoppicasse da una banda. Non fu se non un
attimo, inesprimibile, che si dileguò nell'immensità della primavera,
s'involò di là dai confini del mondo. Se la donna avesse posseduto
una visione magica, avrebbe veduto avanzarsi verso di lei quella forma
ineguale dell'Amore, simile a una chimera labile. Ma a ogni passo noi
ci separavamo più nettamente. Sentivo la commozione del mio compagno
salire in confuso a traverso la sua ebrezza fumida, a traverso i veleni
del suo sangue, gli ingombri de' suoi mali. Sentivo la mia spandersi
come un succo vigoroso per la leggerezza del mio corpo quasi digiuno,
aumentarsi ad ogni passo come se il contatto del tallone sul suolo
m'arricchisse del fervore terrestre.
Ella era rimasta nella carrozza, davanti il cancello. Quando ci
vide vicini, balzò a terra, con un movimento che suscitò in me onde
innumerevoli, quali nell'acqua del Bacino talora il salto di certi
pesci dorati e arcuati come la giovine luna.
Non portava più le pastoie. Quella inflessione della sua grazia, che
avevo già notata dalla cintola in giù a imagine di Leda in atto di
accogliere il cigno, pareva favorita dalla gonna drappeggiata e quasi
arrotolata in avanti su le due gambe con una maniera che mi faceva
pensare ai petali ravvolti di quei grandi giaggiuoli foschi detti gigli
di Susa. Ogni piega e l'ombra dentro la piega e il chiaro su la falda
e la docilità del tessuto e il disegno ricorrente erano modi della sua
fresca vita, che mi toccavano come la linea del suo mento tirata dalla
divina giovinezza. La ricevevo in me, semplice e numerosa, in quella
guisa che la massa dell'aria ci preme intiera e nel tempo medesimo
penetra ciascuno dei nostri pori. Tutto in lei m'era noto e tutto m'era
ignoto, per l'attimo e per sempre. Ed ella certo lesse questa novità
ammirabile nei miei occhi.
«Ancóra! Ancóra!» Uno spirito ripeteva in me la parola di chi non è mai
sazio e di chi sa che dopo una cosa bella v'è una cosa più bella.
Cose visibili ed invisibili sopraggiungevano nella luce, come tratte
da una corrente, con quell'aflluire precipitevole che vediamo presso le
cateratte.
Il parco era trasmutato in una cuna di calore, per uno di quegli
affocamenti improvvisi che nella Landa sembrano l'inganno della Morgana
occidentale intenta a simulare l'alito estivo. L'oro solare e il
pòlline arboreo mescolavano al palpito del vento una medesima polvere.
I pini avevano alla punta di ciascun ago una gocciola d'azzurro.
Parlavamo. Ciascuno di noi tre aveva l'aria d'ascoltare l'altro e di
rispondergli. Ma era come quando in sogno vediamo muovere le labbra
dei vivi o dei morti e non udiamo il suono. Si formava un vortice
silenzioso con la sostanza fluida di due vite; e la terza vita
era simile a uno di quei rottami che sono attratti, aggirati e poi
respinti. Tutto era nascosto e tutto era palese, tutto accadeva alla
radice dell'anima e all'estremità dei nervi, somigliava all'iniziazione
e somigliava alla perdizione. E certo uno di noi era perduto, e forse
due erano perduti, e forse tre, come nella canzone greca di Caronte.
— Che fai?
Non rattenni il grido, ma potei smorzarlo, davanti al gesto
dell'istinto; che egli s'era aggrappato al braccio della donna, quasi
fuor di sé, supplichevole e pauroso. E nulla fu più triste del modo
ond'egli riescendo a dominarsi tentò di dare a quell'atto involontario
l'aspetto d'una familiarità innocente.
Ella arrossì, poi si scostò, e si mise a correre verso il canile; dove
già i giovani cani tumultuavano. Entrammo insieme, come nella schiuma
d'un'ondata che si rompe. L'altro non osò, temendo l'urto; restò di
fuori, contro le sbarre.
— Leda! Leda e i cigni!
L'antico ritmo della Metamorfosi circola tuttavia nel mondo.
Ella pareva ripresa e rifoggiata nella giovinezza della natura, abitata
da una sorgente che pullulasse contro il cristallo de' suoi occhi. Ella
era la sua sorgente, il suo fiume e la sua riva, l'ombra del platano,
il tremolìo della canna, il velluto del musco. I grandi uccelli
senz'ali l'assalivano; e certo, quando ella tendeva la mano verso
alcuno e lo prendeva pel collo piumoso, ella ripeteva esattamente il
gesto della figliuola di Testio.
— Leda e i cigni!
S'era addossata a un tronco, per resistere all'assalto; e, quando io
tentavo di scacciare con la frusta e con la voce le bestie folli, ella
mi gridava:
— Lasciate! Lasciate!
Era una muta di levrieri barzoi natami nel mese d'agosto dalla candida
Thamar; ma l'imagine divina della schiuma pareva legata alla loro
nascita come il soprannome ellenico di Venere. Essi venivano in corsa
al richiamo come il flutto viene al frangente; e dirò che ogni volta mi
stupivo di non udire lo scroscio ai miei piedi? Certo, erano fatti di
materie preziosissime; e nessuna conchiglia era delicata come quelle
bocche nel passaggio del roseo delle gengive al bianco dei denti.
Taluni nei chiari occhi variegati avevano tutte le ramificazioni della
flora marina come raccolte in una gocciola incorruttibile.
— Lasciate!
Dritti su le zampe cercavano di leccarle il viso e il collo, smaniosi
di carezze; ma uno più degli altri, abbagliante sebbene sparso di
qualche macchia leggera come l'ombra del fumo, uno più degli altri la
incalzava e premeva.
— Oh! questo! — ella disse con un accento d'amore eleggendolo.
Riescìi ad allontanare gli altri e a lasciarle quel solo.
O imaginazione, onnipotenza del desiderio, pupilla della poesia!
Il cuore mi si empiva di una voluttà sconosciuta. Addossata al tronco,
ella aveva contro di sé l'animale palpitante; e gli parlava con
quelle parole che la dolcezza scioglie in suoni vani. Il lungo muso le
era contro la gota; e la bocca ferina e l'umana avevano la medesima
freschezza giovenile. Le dita nude s'insinuavano nel bel manto come
nella piuma molle che è sotto l'ala.
Vi sono sguardi che incontrandosi celebrano un mistero in un battito di
cigli. Ve ne sono altri, o gli stessi, che si scambiano tal dono ond'è
menomato il pregio di tutto il resto.
La paglia di pino secca strideva sotto i passi di noi tre, mentre
tornavamo verso il cancello senza parlare. I fusti da una banda
splendevano come corazzati di rame, dall'altra nereggiavano come
spalmati di pegola. I margini erano gialli di farina selvaggia.
Concilii di bruchi stavano raccolti sotto una specie di canavaccio che
poteva somigliare tanto a una spoglia di serpe quanto alle cellette
d'un favo votato e disseccato. Rabbrividii udendo all'improvviso presso
il mio orecchio quella specie di tintinno sinistro che, nella notte
lontana, m'aveva evocata la figura del pastore taciturno intento a
oprare la sua maglia interminabile. Era la brezza del vespro nelle
lunghe foglie fatte a ferro di lancia.
— Addio, dunque — disse il mio amico, presso lo sportello.
— Partirai veramente domattina?
— Partirò.
— Forse mi troverò alla partenza del treno, per salutare tua madre.
Gli si torse la bocca come a un rigurgito d'amarezza. Salì con pena, si
sedette accanto alla donna del mito.
Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli
delle palpebre induriti e netti, aveva di quelli occhi che ci lasciano
perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia
senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava
in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il
metallo dei capelli.
— Addio — disse ancóra il mio amico, levando la mano che aveva tratto
dalla tastiera la lamentazione notturna.
«Non t'ama, non t'ama.»
Le ruote si mossero nel rombo, solcarono profondamente la via sabbiosa
lasciando tra l'uno e l'altro solco qualcosa di quel fascino che la mia
lanterna posta in terra aveva rischiarato nella notte lontana.
Il rombo sì attenuò, si perse. Rimasi in ascolto tuttavia. Non
udivo più se non i colpi del mio cuore ripercossi nella mia nuca.
Un'ansietà simile a una vampa struggente dissolveva in me i pensieri,
e mi ricacciava in bocca quel gusto di sangue e di cenere che avevo
masticato sul cammino interrotto da quella mano sudicia colante e
brancolante in cerca della cosa perduta.
Tornai verso il canile, come si torna verso il luogo dove si compì un
miracolo di vita o d'arte, per rinnovare le domande che restano senza
risposta.
I lunghi musi umidi sporgevano di tra le sbarre, e gli occhi scuriti
dalla sera guatavano come quelli dei cigni quando si passa lungo
l'acqua d'un giardino già invaso dall'ombra e dal sonno.
Entrai; parlai, con quelle voci gutturali che i cani comprendono.
Tutti m'erano intorno, imitando su le quattro zampe la cresta del
flutto quando forma la voluta o impennandosi come le capre che danzano
in memoria dei satiri. Un solo in disparte s'abbandonava a una folle
allegrezza, come i cuccioli quando trovano un osso, gettando in aria
e riprendendo fra i denti qualcosa che non potevo distinguere. Era
appunto il favorito di Leda.
Lo chiamai più volte. Egli cessava di giocare, mi guardava con
diffidenza furbesca, esitava per qualche attimo, più sinuoso di
un'onda in un disegno giapponese; poi si riallontanava saltabeccando e
scambiettando sugli aghi di pino. Un richiamo più severo lo consigliò
all'obbedienza. S'accostò gatton gattoni, quasi strisciando, con una
grazia disperata; fece gli ultimi passi tutto chino sopra un fianco;
poi si rovesciò sul dosso, ai miei piedi, come per svenirsi o per
esalare l'ultimo fiato. Ma teneva tuttavia la cosa fra i denti con una
forza accorta che la serrava senza romperla.
— Che hai? che hai? Lascia vedere.
Annaspava con le zampe in segno di supplicazione. Per forzarlo a
lentare, gli misi le dita nella commessura delle mascelle. Così gli
tolsi la presa; era un pettine di tartaruga bionda, un piccolo pettine
caduto dai capelli di Leda!
Lo sentivo umidiccio di bava. Lo sentivo vivere d'una vita segreta
nella mia palma soppesandolo. Non pesava più di una stella marina. Il
cane era ancóra là disteso, come aspettando il perdono d'un fallo; e
tra le frange socchiuse delle lunghe labbra i denti gli splendevano
evocando in me «i carati della perfezione».
Non avevo se non un pensiero tormentoso, generato da un'angoscia
oscura: tentare di rivederla prima di notte. Il pettine smarrito era
un pretesto plausibile. Forse ella era rientrata a casa sua, dopo aver
ricondotto l'amico. Pensavo tremando: «Se la trovassi sola! Se potessi
parlarle!» Ogni indugio mi pareva favorire non so che potenza nemica
e respingere la mia fortuna. L'ansia non può respirare se non nella
rapidità.
Saltai su una bicicletta e presi la via, di corsa. Alla prima erta
dura non ebbi alcuna pena. Uno strano vigore m'era venuto in tutti
i muscoli, e il vento della sera entrava nel mio petto come in
un fogliame nuovo. Traversai il Quartiere d'inverno, la città dei
malati. Travidi qualche lampada accesa dietro qualche vetro. Mi parve
d'indovinare, a destra, prima d'una svolta, la veste argentina del
melo rifiorito. La campana sonò su la Cappella. In fondo a un viale
arborato, dietro un alto Crocifisso, luccicò il Bacino.
Sapevo che la casa era in vicinanza dello sbarcatoio: la quarta, a
sinistra. Per trovarla camminai a piedi, piano, mancandomi l'ardire.
L'ombra era in tutte le finestre. Passai lungo il muro del giardino,
dove le foglie lisce degli arbusti lustravano tuttora. Le vetrate del
vestibolo erano aperte: si vedeva in fondo un balcone anche aperto
sul cielo pallido; e la brezza gonfiava le cortine, alitava sotto la
volta. La casa pareva deserta. La risacca vi risonava come contro una
banchina. «Forse è là, seduta nell'ombra. Ora mi riconosce, si alza e
getta un grido.»
Attesi immobile, nella corrente d'aria che mi rapiva in faville la
vita. Ora ella non era più davanti a me; era dietro di me, come un
blocco di gelo.
Al suono d'un passo mi volsi. Qualcuno entrava dal giardino. Non so che
ribrezzo istintivo e il luccichio delle lenti spesse m'avvertirono che
l'uomo dal capo a piramide tronca sopraggiungeva.
— Chi è là? — domandò, con una voce secca e penetrante che fendette il
romorio della marea.
Mi nominai; spiegai con poche parole la mia presenza; gli porsi il
pettine avvolto perché lo restituisse a chi l'aveva smarrito.
— Non è tornata ancóra — disse.
E, con una cortesia precisa e gelida, mi propose d'aspettarla.
Le mie pupille abituate all'ombra vedevano la testa fissa del pitone
come nella incoerenza d'un sogno quando senza sospetto s'entra nella
stanza e a un tratto si scopre nell'angolo il rettile enorme, fuggito
dal serraglio, che guata eretto sul mucchio delle sue spire all'altezza
dell'uomo.
— Grazie — risposi, non potendo dominare quello strano terrore. —
Bisogna che vada.
Uscìi; ripresi la corsa; giunsi fino all'estremità del viale marino,
sperando d'incontrarla. Risalìi verso le dune. Rientrai; ritrovai tra
i miei libri e i miei calchi l'odore del tabacco oppiato; rividi la
tastiera scoperta e l'ombra dell'Immortale su l'avorio ammutolito.
Vissi parte della notte come uno che sa di non più possedersi intero.
Stetti in ascolto per cogliere un grido che non giungeva ancóra al mio
orecchio ma toccava già la mia anima.
Non so se da molto durasse il sopore della stanchezza, quando la mia
anima risalì nei miei sensi col tumulto d'una moltitudine percossa
da un allarme improvviso. Mi ritrovai levato su i gomiti, pieno d'una
pulsazione fragorosa, con gli occhi spalancati nel buio, inconsapevole
del tempo, del luogo e della sorte, come colui che si sveglia per
morire nella casa che crolla. Secondo la consuetudine, la finestra
era aperta; e indovinai l'approssimarsi dell'alba dal colore del cielo
stellato. La frescura mi placò. Mi ricoricai supino, vigilando.
In nessuna riva la malinconia del mondo fluttua come su questa
dell'estremo Occidente, al principio d'ogni nuovo giorno. Il gallo
della Landa ha il canto roco e lugubre, come se si ricordasse di
discendere da quello ch'era consacrato a una divinità concepita dalla
Notte senza il soccorso d'alcun altro iddio. L'uomo, che quel canto
risveglia, si sente ombra, prima di riprendere il peso del suo corpo
per ritrascinarlo alla sua pena.
Di nuovo la stanchezza mi vinse.
Come la gran luce mattutina mi riscosse, sùbito mi ricordai d'aver
promesso un saluto alla madre del mio amico. M'affrettai per non
perdere l'ora, e portai meco un mazzo di violette.
S'era levato il vento di ponente in un cielo intrepido, pieno di
fecondità, di migrazioni e di ritorni.
«Forse non parte» pensavo, rivedendo la sua bocca amara, riudendo il
suo riso stridulo. «Non parte più.»
Ma un altro spirito, ricordandosi dello schianto di dolore che aveva
lacerato le fibre dello strumento, mi diceva: «Parte. Se ne va. È
vinto».
E io avevo velato dentro di me l'enigma di quell'antica e novella
faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re
pastore intagliata nel basalte. Attendevo da non so quale orizzonte non
so qual messaggio, per disvelarlo e rimirarlo senza paura.
Entrai sotto la tettoia squallida. Il treno era fermo su le rotaie,
nero, stupido e massiccio. Sopra un lungo banco erano accumulate certe
gabbie di canna piene di polli tramortiti. Il viso d'ogni creatura
umana pareva portare un marchio di servitù e d'onta. Il gallo della
Landa aveva cantato per costoro.
Camminavo lungo le vetture in cerca del mio amico e di me, quando
lo scopersi ripiegato contro la spalla della madre, cereo, come
intorpidito da un narcotico, là, con le gambe flosce, con un po' del
bianco degli occhi apparente fra le palpebre mal chiuse. Un gesto
della vecchia signora prevenne l'importunità d'ogni mia parola, d'ogni
mio atto. Ella si chinò con influita cautela verso me, evitando di
riscuotere il figlio; e mi bisbigliò:
— Stanotte s'è uccisa.
Questo mi fu raccontato da Desiderio Moriar.
Come il racconto parve giunto alla fine ed egli taceva fisso al banco
di sabbia mediano (pallida lacca senza asfodeli e senza vestigi, che
apparteneva al mondo di giù) io gli domandai:
— Poteste vederla sul letto di morte?
— La vidi — rispose.
— Aveva il viso intatto?
Accennò di sì, chinando il capo; e le sue mani tremavano un poco, su le
sue ginocchia.
Osai aggiungere, a bassa voce:
— E com'era il suo viso allora?
Egli fece la notte in sé, coprendosi la vista con le palme; e restò
silenzioso.
Il riflusso aveva lasciata scoperta l'immensa spiaggia; e l'acqua
bassa non respirava più, ma immota rispecchiava il cielo immoto. I
canali, i banchi, le dune, le lunghe lingue sottili, i capi protesi, le
macchie basse, tutte le interne linee secondavano quella dell'orizzonte
oceanico, per obbedire a un ritmo di perfezione sublime non consentito
agli uomini se non nella sola ora che segue il transito.
In un silenzio eguale alla nudità perfetta, la bellezza dell'Occidente
stava supina.
Nella Landa, giugno 1913.
LA LEDA SENZA CIGNO
❧ ❧ RACCONTO DI
GABRIELE D'ANNUNZIO
❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNA
LICENZA ❧ TOMO SECONDO
FRATELLI TREVES EDITORI
• MILANO • MCMXVI
_LICENZA._