Quella notte sulle dieci Loris dovette cenare col principe nel salotto
azzurro di Tatiana; ella li aveva fatti invitare dal maggiordomo, e il
principe si era affrettato a parlarne con Loris. Questi, ridivenuto
padrone di sè medesimo, ascoltò colla massima freddezza le sue
spiegazioni.
— Non sareste malcontento, gli si rivolse, che qualcuno l'umiliasse.
Il principe titubò.
— Quella donna è la fine della vostra vita. Adesso, nell'impossibilità
di farvi amare da lei, non vi resta che l'amore di un altro, il quale la
spezzi, per possederla almeno in frantumi. Ma voi non l'amate abbastanza
per aspettare di ottenerla così.
Il volto del principe esprimeva un'angoscia umiliata.
— Vi ho indovinato come la prima volta. Avreste dovuto soggiogarla,
perchè la donna è nata schiava; può preferire un amante, ma soggiacerà
sempre ad un padrone.
— Voi non avete dunque le idee correnti sull'emancipazione della donna?
Loris alzò le spalle.
— Ogni vittoria è maschile. Se avessimo ucciso lo Czar, ne avreste
rivelato il segreto a vostra moglie per ingigantirvi nella sua fantasia;
non è vero? Ebbene, ella vi avrebbe invece creduto un vile assassino, e
vi avrebbe denunciato.
— Voi non conoscete l'alterezza del suo carattere.
Il principe si era alzato nervosamente guardando Loris. Tutta la segreta
ambizione della sua vita si era infranta nella volontà di quel giovane,
che sembrava sfuggire alle crudeli necessità delle passioni, nelle quali
si consumano le anime più forti.
— Ella vi subirà, mormorò il principe.
Loris aspettò.
— A voi non sfuggirà quello che le manchi. Lasciate che mi confessi con
voi, seguitò con voce quasi umile, voi siete qui il mio superiore,
l'unico uomo, al quale possa dire un segreto, di cui tutti riderebbero.
Voi, che non amate e non volete essere amato, potrete facilmente
scoprire nell'imbroglio di una passione il suo segreto micidiale, come
un medico legge fra i sintomi di una malattia quale ne sia la causa.
— E quando pure lo indovinassi?
— Mi aiuterete. Io sono vecchio, anche più di quanto lo sembri. Vi farò
entrare nel Comitato Esecutivo, del quale v'impadronirete in pochi
giorni, mentre io non vi sono riuscito in cinque anni. Avete ragione: la
politica non sopporta altre passioni, bisogna amarla per sè stessa
rinunciando a tutto per mettersi al disopra di tutti. Io non lo posso;
sento che per Tatiana sarei pronto a dimenticare tutto. Vedete; da che
sono ritornato, non mi riconosco più lo stesso uomo. Quando poco fa la
stringevo svenuta fra le braccia, mi è sembrato per un momento che
morisse, e ho provato l'angoscia del vuoto eterno.
— Non odiate più nemmeno lo Czar?
Gli occhi del principe rifiammeggiarono.
— Quell'uomo, esclamò, ha potuto non amarla! La sua profondità di bruto
supera quella stessa dello spirito.
— L'avreste ucciso, se ella lo avesse amato?
— Sì, ma non si amarono: ecco il mistero. Potevo uccidere lo Czar; e
poi? Gli ha ella ceduto in quel colloquio? Vi ho pensato spesso,
spogliandomi di ogni qualità di marito, e non sono giunto a decidermi
per alcuna soluzione. Odio istintivamente quell'uomo; eppure non sono
certo di credere che sia stato l'amante di mia moglie. Ella da quel
giorno fu impenetrabile d'indifferenza; se ha voluto lo Czar ai propri
piedi, o non le riuscì o non le basterebbe più. Adesso la vita di
Tatiana è spezzata come la mia. Nulla al mondo l'interessa; la
solitudine del suo orgoglio è l'ultimo impero, che le rimane.
Loris si era fatto pensieroso. Quella confessione del principe, così
nobilmente umile davanti a lui, gli mostrava un nuovo aspetto della
natura umana, mettendogli nell'anima un sottile senso di paura. Che cosa
era dunque questa passione di amore, che riempiva tutta la vita di un
vecchio, al quale la fatalità della rivoluzione si era pure rivelata da
molti anni? Quanti uomini avevano in cuore altre passioni individuali, e
dimenticavano quindi, o dimenticherebbero poi, le supreme esigenze della
rivoluzione? Dopo quell'attentato fallito, nel quale tutte le Russie
avrebbero potuto rinnovarsi, ecco che ritrovava da capo la vita
ordinaria colle sue passioni effimere ed assolute, perchè gl'individui
devono inevitabilmente preferire sè stessi a tutto il resto.
Il principe sembrava ricaduto in una meditazione.
Tatiana entrò nel salotto, ove l'attendevano da mezz'ora. Era vestita di
un casimiro nero, senza nè ricami nè sbuffi; il corsetto attilato
rivelava tutta la superba bellezza del suo busto, dandole col solino
dritto e rigido un'aria anche più imperiosa alla testa. Era pettinata
alla greca, bizzarramente, coi capelli attorcigliati sulla nuca, e gonfi
a riccioli sulla fronte. Dal collo alto e sottile le scendevano tre o
quattro fila di coralli ardentemente rossi su tutto quel nero, e un
grosso brillante le sfolgorava all'anulare della mano destra, lunga,
sottile e bianca.
Accettò la presentazione di Loris senza notare la falsità del suo
cognome; quindi sedette invitandoli col gesto. Il tavolo era rotondo.
Loris le stava quasi di fronte, per qualche momento la conversazione non
fu possibile. Malgrado la propria freddezza Loris non poteva a meno di
trasalire guardando il volto bianco di Tatiana, che si dorava ai
riverberi dei capelli, mentre negli occhi ingranditi dalla malattia le
tremolava un dolore indefinibile. Con quell'abito nero, sotto al quale
il seno piuttosto basso, forse libero da ogni busto, le disegnava una
curva molle, resa più voluttuosa dagli angoli acuti delle spalle, pareva
anche più magra. Le maniche strette le modellavano le braccia esili,
animate tratto tratto dalla nervosità delle mani.
Stava seduta rigidamente, colla testa inclinata a sinistra.
Il principe la serviva con attenzioni affettuose di padrino.
Ella guardava Loris, ma questi, deciso a non parlare pel primo,
affettava il contegno riservato di un gentiluomo alla tavola rotonda di
un grande albergo.
Finalmente il principe potè annodare la conversazione sui soliti
nonnulla. Parlarono di Mosca, di Pietroburgo, della vita russa in
campagna, di tutte quelle notizie volgari, che riempiono i giornali e i
salotti delle signore.
Il principe raccontava le proprie impressioni della neve in quell'ultimo
viaggio.
— È una rivelazione dell'infinito, disse Tatiana, quel bianco, che nulla
può macchiare o esaurire nelle nostre steppe. L'anima russa vi ha
attinto forse la sua massima virtù.
— Quale? chiese Loris.
— La pazienza.
— Forse per ciò nessun poeta russo ha saputo cantare l'inverno: la
pazienza non può essere che del popolo.
— Se il popolo rimase paziente nella forza del proprio numero, perchè un
individuo non lo diventerebbe nella grandezza della propria passione?
Il principe aspettava la risposta, Loris sorrise.
— La passione, aspettando, confessa a sè medesima la propria debolezza,
e soccombe generalmente a questa rivelazione. Quando l'orso è davvero
affamato, lascia l'agguato per rimettersi in caccia.
— Questa potrebbe riuscirgli molto meno sicura, osservò il principe.
Avete mai cacciato l'orso, Loris?
— Non ebbi che fanciullo uno scontro coi lupi nella foresta di Kourlak.
— Quella del tuo castello, Tatiana: la conoscete bene, Loris?
— Me ne rammento ancora, ma la principessa avrà seguitato a cacciarvi, e
la ricorderà meglio di me.
— Non la dimenticherò mai, ribatto Tatiana portandosi la mano al seno, e
fingendo di accarezzarsi i coralli rossi per dissimulare il tremito
delle mani. Vi sono certe prime impressioni, che rimangono
indimenticabili come un delitto.
— Infatti solo i grandi delinquenti sanno scordarsi dei propri crimini,
e questo loro oblìo è forse la sfida più temeraria, che un uomo possa
gittare a tutte le leggi. Voi, principe, che siete senatore, ne avrete
forse conosciuto qualcuno di questi grandi uomini, che fanno della
propria galera una Sant'Elena, o salgono al patibolo come ad un trono.
Qualunque sia il giudizio, che la società è costretta a portare sovra di
essi, bisogna confessare che la ribellione della loro volontà è una
delle glorie più altere del carattere umano.
— Non credete ai loro rimorsi? replicò Tatiana prevenendo il principe e
scrutando il volto di Loris, che si nascondeva dietro il velo sottile di
una allegria da tavola.
Quella battaglia di allusioni al passato, inintelligibile al principe,
le aveva già messo nell'anima un orgasmo pieno di trepidazione.
— Almeno non ne mostrano, ma è difficile sapere se il delinquente creda
di aver torto. Le nostre idee del bene e del male secondo i codici non
sono quelle di tutti gli uomini; fra cento delitti, forse almeno in
novanta, colui che li commise, giudicò allora di aver ragione, o se li
permise come un compenso alle proprie sofferenze. Naturalmente la
società non può accettare questi conti, e costretta a difendersi
immobilizza o sopprime il delinquente, che in questo caso si considera
piuttosto vinto che colpevole. Ecco perchè la maggior parte dei
delinquenti mostrano davanti alla morte il medesimo coraggio degli eroi.
— Così voi togliete alle vittime l'estrema consolazione di credere che
la loro superiorità morale si riveli agli assassini più umiliante di
tutte le condanne.
In quel momento un servo recava entro un vassoio d'argento un gelato a
piramide, sul quale era piantata una larga paletta d'oro dal manico
attorcigliato.
— Dite dunque alla principessa, voi magistrato, che le vittime hanno
sempre torto di essere tali, o perchè la natura le gettò sul sentiero
dei più forti, o perchè nella loro ingenua vanità pretesero di
combatterli. Guardate questa verità nella zona più frivola della vita:
chiunque, non sapendo farsi amare, fu respinto o tradito malgrado tutta
la sincerità della propria passione, non potrà mai ottenere compensi
alle proprie pene se non innamorando con una seconda trasformazione il
proprio avversario.
Il principe a questa allusione ironica sussultò; Tatiana aveva perduta
la prima disinvoltura, e teneva gli occhi bassi, ma sentendosi quelli
del principe sopra li alzò macchinalmente. Una contrazione quasi
invisibile di dolore le animava la bocca, mentre l'altro la guardava,
trepidando sotto quello scherno di Loris, che li riavvicinava. Ma
Tatiana in questa nuova umiliazione sentiva come una dolcezza
inesprimibile evaporare da tutto il suo essere di donna, e confondersi
coll'amore del principe. Una bianchezza luminosa le passò sulla faccia,
allorchè alzando gli occhi verso Loris coll'indefinibile umiltà degli
innocenti, che soffrono, gli rispose in un murmure:
— L'amore reietto diventa così nella creatura amore divino.
Poi la conversazione cadde.
Quando Tatiana si levò da tavola per passare nell'altro salotto, Loris
tardò abbastanza perchè il principe dovesse offrirle il braccio.
L'accento sottomesso di Tatiana in quel primo scontro gli aveva dato un
compiacimento di superbia, nel quale vibravano già alcune note
voluttuose. Malgrado tutti i propositi non aveva potuto schermirsi da un
senso di viva ammirazione contemplando quella fragile ed altera bellezza
di Tatiana, così dissimile dalla fanciulletta di un giorno, ora che una
malattia forse inguaribile, isolandola tratto tratto nell'impotenza del
sesso, aveva dato alla sua fisonomia una spiritualità dolorosa. Quella
malattia era forse l'orma lasciata sovr'essa da Topine; Loris non potè
dubitarne nemmeno un istante, e la sua stessa brutalità ne fu scossa.
Quel martirio di tutta la vita era troppo per un fallo, che la
storditezza della gioventù avrebbe dovuto scusare.
Ma la sventura, innalzando Tatiana sulle cime più pure dell'essere
femminile, aveva raffinata la sua anima collo stesso esercizio dei
santi, che lungi dai contatti del mondo cercano la vita nelle indicibili
rivelazioni dell'ideale.
Un ricchissimo samovar d'argento fumava tenuamente sopra un tavolino. Il
salotto era piccolo, tutto in legno come una cabina; molte pelli di orsi
e di leoni pendevano alle pareti da grandi chiodi neri; sul pavimento di
quercia a quadrelli un breve tappeto persiano dai colori smaglianti
sembrava una fiorata. Nessun specchio. Un lume enorme a petrolio, in
bronzo verde, sostenuto da una catena ardeva come un braciere;
nell'angolo un pianoforte verticale nero, in quella chiarezza di tutto
l'altro legno, diventava cupo come l'abito di Tatiana. Sedie e poltrone
erano di modello americano a bastoni ricurvi, piegati a vapore, con una
tela rada e fine di scorza.
La canzone del samovar saliva gorgogliando.
Loris si guardò attorno; se il salottino avesse oscillato si sarebbe
creduto in alto mare.
Mentre Tatiana preparava il the, il principe fumava cogli occhi
socchiusi; Loris imbarazzato da quella loro disattenzione cercò sulle
pareti qualche oggetto, cui interessarsi. Non vide che il ritratto di un
cavallo. Nell'aria caldissima passava il soffio continuo della bocca del
calorifero cerchiata di ottone. Quando il the fu pronto, Tatiana ne
portò la prima tazza al principe, trattandolo così piuttosto da padre
che da marito; poi venne coll'altra verso Loris colla fredda
disinvoltura di una gran dama. Gli porse la tazza, e andò a sedersi
presso il principe.
Un silenzio si appesantì nel salotto. In quel momento Loris pensava che
se il principe Kovanski gli avesse concessa la mano di Tatiana, egli
l'avrebbe amata forse per sempre, e la sua vita si sarebbe svolta
signorilmente in un castello, fra l'amore di una famiglia e il rispetto
di tutto il mondo. Ma subito un amaro orgoglio gli fece disprezzare
quella visione di pace; il suo sguardo cadde su loro come una
scudisciata.
— Quanto contate di restare al castello, principe? gli chiese con voce
quasi imperiosa.
— Non lo chiederete già per lasciarci troppo presto: non è vero,
Tatiana? Questa è forse la prima visita, che ricevi nell'anno.
— La principessa ne riceverà ancora; le grandi dame non fanno altro.
— Invece io sono sempre sola.
— Voi sola ne saprete la ragione. Generalmente il mondo lo si evita
quando non si seppe conquistarlo; ma vi sono, aggiunse ironicamente,
oltre i re decaduti quelli che ricusarono la corona.
— E gli uni e gli altri sono egualmente incomprensibili alla satira del
volgo, osservò il principe.
— Il volgo satireggiando un re non s'abbandona ancora che al proprio
corruccio di schiavo incapace di distruggere ciò che gli nuoce. Se ho
consentito ad accompagnarvi qui, caro principe, speravo che non vi ci
fermereste troppo a lungo: m'accorgo ora che avrei torto di togliervi
alla felicità di questa solitudine.
— Perchè non riposereste qui voi stesso qualche tempo? La vostra grande
opera non ne soffrirà; siete ancora nell'età, che permette le vacanze.
— Potrei chiedervi, signore, domandò Tatiana con voce aggressiva, quale
è l'opera, cui vi siete votato?
— Perchè ve lo direi, principessa? A voi sembrerebbe assurda poichè
l'amore non vi entra.
— Sareste per caso un nichilista? Oggi, aggiunse sorridendo, si trovano
anche nella migliore società.
— Infatti, anche lo czarevich è sospettato di nichilismo: ma voi,
principessa, rassicuratevi, io non credo abbastanza alla rettorica per
essere un nichilista.
— Credete rettorica una setta, che ha ucciso uno czar?
— Forse appunto per questo. Alessandro II era così bello, che tutte le
signore lo venerano oggi come un martire. Infatti lo è stato. La sua
morte fu inutile anche a coloro che la vollero; credevano di uccidere un
tiranno, e non ammazzarono che l'amante della principessa Dolgorouki.
— Voi sembrate scherzare su quell'orribile delitto.
— Ne trovo ridicoli gli autori, mentre voi giudicate un santo la
vittima. Vedete bene che in due forniamo di quello czaricidio il
giudizio più ortodosso.
Loris pronunziò queste parole con così sprezzante ironia, che Tatiana
fremè. Da qualche momento ella ritrovava in lui gli accenti e gli atti
imperiosi del fanciullo, quando improvvisamente si ribellava alla
tirannia de' suoi capricci.
— La principessa Dolgorouki, sposata da Alessandro II, avrebbe dato alla
Russia quella costituzione, per la quale si sono commessi tanti delitti;
ne aveva già persuaso lo czar.
— Sciaguratamente le donne possono dominare gli imperatori, non gli
imperi. Ora la principessa Dolgorouki è vedova, e la Russia, aspetta
ancora la costituzione. Chi sa se un'altra donna, innamorando Alessandro
III, non possa compiere il voto di Alessandro II?
Una fiamma di rossore sali al volto di Tatiana.
— Se non credete all'influenza delle donne, negherete anche quella di
Sofia Perowskaia nell'attentato contro Alessandro II.
— Sofia Perowskaia vi morì come lo Czar. Essa amava Jeliaboff, forse più
che Alessandro II non amasse la principessa Dolgorouki: ma essendo
egualmente principessa non potè sottrarsi alla fatalità dell'amore
romantico in un'impresa storica. Adesso le grandi dame la ripudiano; un
giorno i poeti, svisando tutto al solito, la confonderanno forse colla
principessa Dolgorouki.
— Avete conosciuta la principessa Dolgorouki?
— L'ho vista a Pietroburgo. Una donna, che si deve essere creduta
onnipotente per avere innamorato un uomo!
— Vi è forse qualche cosa più potente dell'amore? domandò Tatiana,
guardandolo ansiosamente.
— Non credo che Colombo sia andato la prima volta in America per
cercarvi un'amante.
— Così, replicò con un sorriso, che avrebbe voluto essere di scherno ed
invece era doloroso, chiunque non ami può stimarsi un Colombo?
Loris si voltò al principe.
— Certo, non amando, un uomo può facilmente dominare gli altri.
— Voi non amaste mai? gli chiese insidiosamente il principe.
— Da fanciullo, come si crede da fanciullo.
— Chi ha amato amerà, replicò il principe. Tatiana andò al pianoforte
aperto. Il principe si affrettò a raggiungerla, fingendo di volerle
porgere la musica da una cassetta nascosta nell'angolo dietro il
pianoforte.
— Confessa, mia cara Tatiana, che vuoi rispondere alle desolanti
opinioni del signor Loris con qualche pezzo del tuo Schumann.
— Non amate la musica? gli si rivolse Tatiana.
— Ho questo di comune coi veri poeti, l'antipatia per un linguaggio, che
non può nulla precisare.
Tatiana, già seduta sullo sgabello, si torse verso di lui; Loris si
raddrizzò in tutta l'alterigia del proprio portamento. Era bello, ma la
durezza dei suoi lineamenti doveva in quel momento renderlo antipatico.
— Voi stesso sapete suonare, esclamò ricordandosi imprudentemente di
avergli ella stessa insegnato la musica.
— Da fanciullo.... come amavo, come credevo.
Il principe si accorse che Tatiana era battuta, ma leggendo ne' suoi
occhi una angosciosa ripulsione per Loris si abbandonò istantaneamente
alla più pazza speranza. Convinto di aver ben compreso il carattere di
Loris, lo giudicava incapace di attardarsi in un amore, specialmente
allora colla responsabilità di un attentato fallito e col frenetico
proposito di una rivincita. I suoi modi freddi e dominatori avevano
offeso naturalmente in Tatiana le fibre più delicate del sentimento
femminile. Per un momento pensò d'intervenire gettando una frase
melanconica ed affettuosa nel loro diverbio, ma vedendo Loris pronto a
riprendere l'offensiva stava maliziosamente per lasciarlo fare, quando
Tatiana impallidì.
— Ti senti male? gridò il principe con voce spaventata, lanciandosi
verso di lei.
Loris rimase impassibile.
Tatiana, che realmente si era sentita salire nel cervello come, una
nebbia, ebbe un gesto elegantissimo di smarrimento; poi si rinfrancò, e
reagendo con bruscheria sopra sè stessa tornò a sdraiarsi sulla lunga
poltrona presso il principe.
Loris non aveva ancora fumato, il principe gli offerse l'astuccio delle
sigarette.
— La principessa potrebbe soffrirne, e la sua voce era sempre così dura.
Tatiana abbassò il capo, ma riprendendo dalle mani del marito l'astuccio
glielo presentò aperto colla più squisita cortesia.
— Fumate pure, la mia malattia non può più inasprirsi pel fumo di una
sigaretta.
— Siete davvero ammalata?
Ella lo guardò con una attonitaggine quasi spaventata, tanto le pareva
insultante quel dubbio in bocca sua.
— Le signore sanno ammalarsi con così poco e così a tempo, che spesso
esigono di non essere credute.
— Lo sono, mormorò con un accento di lontano rimpianto.
— Ma guarirai, mia cara, solo che tu lo voglia, tornando a Pietroburgo.
Qui non hai nemmeno medici, disse il principe con voce intenerita.
Ella scosse tristamente il capo.
— No, amico mio, non si guarisce più: è troppo tardi.
Loris era diventato pensieroso. Nella profondità de' suoi occhi verdi
tremava un sentimento di pietà, ma Tatiana non se ne accorse.
— Credete, signor Loris, gli chiese, che potrei guarire?
Questa domanda lo colse sprovveduto; gli parve di sentirvi un appello,
un grido, come quando Tatiana, dibattendosi sotto la stretta di Topine,
lo chiamava per nome: Loris.... Loris!
Ma cangiando ancora fisonomia ella esclamò:
— Perchè infine, non potrei guarire? Anche l'inverno è una malattia,
della quale la terra guarisce in primavera. Chi è, signor Loris, il
primo medico di Pietroburgo, ma il primo davvero?
— Lo ignoro.
— Avete conosciuto a Parigi Charcot?
— No.
— Mi avevano consigliata di consultarlo, lo dicono un grand'uomo; però,
se avesse amato, non potrebbe esserlo secondo voi, insistè con malizia.
— I grandi medici non sono quasi mai grandi scienziati; come Amerigo
Vespucci, non descrivono che terre già scoperte.
Ella ebbe una moina di sdegno.
— Principe, mi accompagnerete a Parigi, se vorrò andarci?
— Lo volessi tu davvero!
— Partite dunque presto, principessa, disse Loris indovinando il segreto
di quella mossa: il principe ha diritto alla vostra salute.
Ella s'accorse di non poter lottare. Allora dinanzi a Loris, bello ed
implacabile, senti riavvampare la fiamma di quell'amore, che l'aveva
gettata per disperazione nelle braccia del principe, facendole indarno
sognare l'impero sullo Czar come un compenso al proprio cuore ammalato.
E Loris, superbo in quell'eleganza signorile, che per lei era una
condizione essenziale, stava presso il principe, piccolo e giallo come
Topine. Una nausea le salì dal fondo della coscienza a quel ricordo, che
le tornava sempre, ad ogni minuto di quella malattia inguaribile, colla
quale Loris si era impadronito di lei.
Egli solo avrebbe ora potuto salvarla.
Improvvisamente non potè reggere alla sua presenza. Aveva bisogno di
essere sola per rivedere Loris ed avvicinarglisi maggiormente, perchè il
suo contegno verso di lei non le permetteva di avanzare.
Ma sotto le sue parole dure, attraverso quelle teoriche disperanti, per
le quali passavano come dei soffi polari, aveva ritrovato Loris
fanciullo, quando l'amava nell'ingenuità della propria primavera, prima
che il principe Kovanski, spezzandolo brutalmente con due colpi di
scudiscio, lo gettasse lungi dal castello dei loro giuochi nell'ignoto
della vita, ove l'aveva creduto per sempre perduto.
S'alzò.
La sua faccia bianca pareva brillare di una luce interna come una
lampada di alabastro.
— Vuoi ritirarti? le chiese premurosamente il principe afferrandole la
mano sinistra.
Ella in piedi, così vestita di nero, coi coralli che le grondavano dal
collo come goccie di sangue, e la testa leggermente gettata indietro per
salutare il principe, stese l'altra mano a Loris, offrendoglisi nella
curva sapiente di uno scorcio, che era come un abbandono di tutte le
proprie bellezze.
Loris, stringendo quella mano palpitante, credette di sentirsela salire
lungo il braccio, sotto le carni, sino al cuore.
Tatiana la ritirò vivamente, salutò il principe, ripetè un cenno cortese
a Loris, ed uscì.
I due uomini rimasero alquanto in silenzio. Il principe osservava Loris
già ridivenuto freddo come al solito; poi si voltò a guardare l'uscio,
dal quale Tatiana era scomparsa. Sul suo volto passò un grande
rammarico.
— E così?
— Seguitela dunque, ribattè Loris con quella brutalità signorile, che
era tanto offensiva nelle sue maniere.