I.

Quando giunsero al castello di Ourikow, a cent'ottanta verste da Mosca,

era circa mezzogiorno.

Per la vasta campagna la neve si stendeva alta e bianca, senza che una

sola ondulazione del terreno potesse un istante arrestare lo sguardo.

Avevano viaggiato tre giorni su quel bianco, sotto un cielo plumbeo,

tormentati da un vento leggero, che sferzava loro la faccia congelandovi

l'alito. I cavalli, colla coda e la criniera sonanti di diacciuoli,

sembravano avanzare fra una nuvola di fumo vaporante dal loro lungo

pelo, sul quale si sarebbe mutata in brina al primo allentare del

trotto. Alti pali, a enormi distanze, segnavano la direzione della

strada; passavano poche vetture. La campanella ondulante sul dorso del

cavallo di mezzo, gettando il proprio appello monotono nell'abbandono

gelido del paesaggio, vi destava una invincibile malinconia. Loris

guidava con mano sicura i tre cavalli e non parlava col principe,

sepolto dentro la pelliccia e sotto l'enorme berrettone, se non per

chiedergli qualche indicazione sulla strada; davanti ad essi nessun

punto, che potesse somigliare ad una meta. La neve, abbacinando i loro

sguardi, raddoppiava col proprio candore l'immensità di quel silenzio

non paragonabile nemmeno a quello del mare, ove le acque si muovono, e

l'occhio va lontano sopra una mobile gamma di colori sino all'altro lido

del cielo.

I villaggi si distinguevano solo entrandovi, perchè gli occhi, stanchi

di quella bianchezza, non potevano cogliere da lungi il rialzo dei loro

tetti. Le loro isbe circolari, a distanza l'una dall'altra, cinte da un

alto stecconato nereggiante fra la neve, lasciavano sfuggire qualche

pennacchio leggero di fumo, e tacevano. Gli abitanti vi dormicchiavano

intorno alla stufa nel caldo; tutte le immondizie s'accumulavano

diacciate e nauseanti agli usci per putrefarsi, quando i primi venti

della primavera scioglierebbero la neve, ma ora testimoniavano sole

della presenza degli uomini. In quell'inverno e per quelle steppe

nessuna idea era possibile. Come radunare il popolo in quella stagione?

Come deciderlo a uscire dalle isbe, mettendogli in cuore una passione,

che il gelo e il bianco dell'aria aperta non facessero vanire?

Sopra ogni villaggio torreggiavano la chiesa e il castello; la cupola

colorata dell'una, e le mura dell'altro dominavano nella pianura, mentre

le isbe si acquattavano loro sotto in una quiete di tane. Solo il

castello e la chiesa scrollavano talora colle campane quel silenzio, che

nessun'altra voce sarebbe bastata a rompere oltre il breve raggio dello

sguardo abbarbagliato. Il solco delle slitte e delle ruote tracciava la

strada, i fiumi gelati e scomparsi sotto la neve s'indovinavano appena

in un avvallamento del terreno, mentre alcune foreste lunghe, ma di

bassissimo fusto, troppo cariche di neve per disegnare abbastanza

visibilmente la loro intricata barriera, parevano poco più di un rialzo

bucherellato, dietro il quale il pensiero non sapeva che cosa

immaginare.

Viaggiarono tre giorni, fermandosi nei più grossi villaggi per riposare

i cavalli. Gli alberghi ove scendevano, erano poco più di un'isba, e ne

avevano la forma. Pochi mugiks e mercanti vi bevevano intorno alla

stufa, aggravando il proprio torpore iemale di tutto il peso di una

sbornia, sotto la quale sensazioni e sentimenti affondavano; ma,

riconoscendo nei due viaggiatori la razza dei padroni, si levavano per

fare loro grandi inchini sino a terra. Qualcuno fra i più spregiudicati,

radunando tutto il proprio coraggio di servo emancipato da ieri e non

ancora libero, perchè forse in mora col pagamento della terra ricevuta,

arrivava sino a chiedere loro da bere, poi se ne vantava collo sguardo

verso gli altri, se la scroccheria riusciva. E quando i signori

ripartivano freddi e compassati, tutto il crocchio di quella gente si

affollava entro lo steccato della stalla, augurando il buon viaggio a

capo scoperto, umili nell'ammirazione del ricco equipaggio.

Il secondo giorno, essendo discesi ad un traktir pieno di mugiks, che vi

tenevano, come al solito, una delle loro assemblee per discutere un

affare del mir, il principe si volse a Loris:

— Provate dunque a parlare con loro.

Egli sentì tutta l'ironia di quell'allusione all'invincibile diffidenza

dei mugiks pei signori, e non rispose.

Allorchè giunsero in vista del castello, il principe si scosse. Il

villaggio vi sorgeva davanti a non molta distanza; sull'ingresso del

villaggio la piccola chiesa arrotondava la propria cupola verde

bizzarramente incappellata dalla neve. La giornata era fosca. Un vento,

levatosi da poco, faceva stridere sommessamente i grandi alberi a fianco

del castello, staccando dalle loro cime, che si rialzavano di un crollo,

qualche groppo di neve. Si udì il latrato di un cane. Il castello non

era nè grande nè ricco, ma costrutto in muratura, a due piani, dominava

tutte le isbe dall'altezza delle proprie finestre.

Traversando il villaggio, la campanella attrasse sugli usci alcuni

mugiks, che s'inchinarono sino a terra. Quindi la notizia dell'arrivo si

sparse così rapidamente, che la maggior parte degli abitanti erano già

usciti nel mezzo dell'unica strada, prima che la droiska avesse

oltrepassato la grossa cancellata di ferro, che interrompeva il muro di

cinta dinanzi alla porta del castello. Molti servi si affrettarono

intorno al padrone. Nel vestibolo, l'alta temperatura dei caloriferi

diede ai due viaggiatori come il senso di una soffocazione; il principe

aveva già chiesto a Tikone, il vecchio intendente, notizie della

signora.

— Sua Alta Nobiltà sta benissimo, aveva risposto questi guardando negli

occhi del padrone.

— È inutile avvertirla subito del nostro arrivo. Venite, Loris, gli si

rivolse, ora siete in casa vostra.

L'intendente li precedeva sullo scalone in legno, coperto di un modesto

tappeto; molti vasi di piante verdi erano disposti sui pianerottoli.

Traversarono un'anticamera, due sale, un salone, sino ad un gabinetto

arredato senza pretesa. La temperatura, sempre così alta, scioglieva

loro in acqua sul viso i diacciuoli dei capelli e dei baffi. Si

sentivano stanchi, tutte le membra intorpidite; il principe sembrava

anche più ammalato, colle spalle più curve. Tratto tratto qualche colpo

di tosse gli scuoteva il petto. Loris aveva perduto la bella freschezza

del volto; gli occhi gli si erano appannati, aveva la bocca amara.

Dall'ampia finestra a doppia vetriata si vedeva, attraverso l'opacità

dei cristalli, sui quali il ghiaccio aveva ricamato i propri fiori

fantastici, un bianco torbido. Dalla parete opposta il ritratto di un

maresciallo del secolo passato attirò l'attenzione di Loris.

Poco dopo, entrò l'intendente con due domestici recanti il samovar, e

chiese gli ordini.

Loris aveva acceso confidenzialmente uno sigaro e, non potendo star

seduto per la irritazione del lungo viaggio, camminava davanti alla

finestra. Il principe preparava il the.

Quando ebbero bevuta la prima tazza, questi gli disse:

— Vi presenterò a mia moglie.

Loris gli si volse osservandolo.

— La giudicherete. Il suo carattere è dei più difficili, forse anco per

la malattia, che la tormenta. Questo inverno ha detto di volerlo passare

in campagna, fuori del mondo; non ha nemmeno una dama di compagnia per

ammazzare il tempo. Ma Loris lo interruppe:

— Quando ricevete i giornali qui?

— Due volte la settimana, talvolta anche più tardi, secondo il tempo.

— A questa ora forse tutto è già scoperto; io non posso restare in casa

vostra.

Il principe ebbe un gesto, ma l'altro seguitò:

— Non si tratta di compromettersi inutilmente: scoperti, saremmo

entrambi ridicoli. La nostra traccia forse ora è perduta, ma la vostra

uscita dal teatro può essere stata notata.

Quindi improvvisamente;

— E gli altri due che cosa avranno fatto? Vedete bene che il mio luogo

non è qui.

— Aspettate, arriveranno i giornali. Posso mandare alla stazione di

Waila un telegramma. E se nulla fosse ancora scoperto?

— Impossibile....

Ma il principe tornò sul discorso della moglie.

— Tatiana è intelligentissima, potrebbe indovinarvi.

L'altro alzò villanamente le spalle.

Allora, mentre si ammaniva la colazione, il principe accompagnò Loris

nelle due stanze, che intendeva assegnargli, un salottino ed una camera

da letto. L'arredo vi era più ricco, ma siccome Loris, fuggendo, aveva

lasciato tutto a Mosca, il principe dovette offrirgli la propria

biancheria e una veste da camera.

Il salotto era così pieno di ritratti e di gingilli, che evidentemente

doveva aver servito ad una signora. Una ricca paniera in filigrana

d'argento vi conservava ancora tutti i piccoli arnesi da ricamo; due

aquerelli alle pareti, alcune rose e un lupo colla bocca sanguinolenta,

vagante sulla neve, sembravano disegni da educanda all'ingenua

pedanteria del tocco e del colore. Un'altra moltitudine di fotografie

copriva i tavolini, fra molti vasi di porcellana, e statuette di

Sassonia di un lusso minuscolo e raffinato. L'altra camera invece aveva

un grande letto di quercia intagliata, sullo stile di Luigi XIV. Un

padiglione di damasco a fiorami leggermente sbiaditi ne copriva la

testiera; la coperta era di un rosso appannato, colla frangia a ghiande

e a cordonetto, non senza qualche sfilacciatura, mentre sul tavolino da

notte una bottiglia e un bicchiere di cristallo antico, presso un

candelliere d'argento, luccicavano vivamente. Gironzando per la camera

Loris trovò in un angolo, sopra uno sgabello ricamato, una vecchia

blonda di Malines.

Siccome il principe aveva detto, che lo attenderebbe nel salone, Loris

vi tornò appena compita una rapida toeletta.

Il salone, nel mezzo del castello, non era molto più vasto di una sala;

dalle stanze di Loris bisognava giungervi attraverso un corridoio quasi

buio, perchè il principe gliele aveva appunto assegnate in fondo all'ala

sinistra, per lasciarlo più libero.

Entrando nel salone Loris si senti commosso senza sapere di che; lo

aveva già intravvisto passandovi, ma ora gli sembrava più ricco e

severo. Alcuni mobili erano dorati, altri di quercia; notò subito un

immenso lampadario di bronzo, mostruoso capolavoro cinese, poi in un

angolo un grande piano-forte nero, intarsiato di avorio, sulla cassa del

quale biancheggiava una piccola copia del centauro greco. Le tende scure

cadevano pesantemente sul tappeto azzurro-cupo, la vôlta era a

cassettoni intagliati, ma l'ombra ne velava il disegno.

Poco lungi dal piano-forte uno sgabello, formato con corna di renna, di

una rusticità polare, e una poltroncina di un cilestro soavissimo,

squisitamente parigina, si toccavano ancora chi sa dopo quale

conversazione. Loris attratto dalla loro antitesi si avvicinò. Gli parve

che la poltrona esalasse un tenue profumo, e che la sua imbottitura

fosse pesta.

Quindi molte voci gli giunsero dal di fuori. Un gruppo di mugiks

aspettava alla porta del castello, col capo scoperto, di essere

introdotto per salutare il padrone.

Questa abitudine servile, rimasta anche dopo l'emancipazione, gli trasse

sulle labbra un amaro sorriso; ma la porta a vetri stridè, e tutti i

mugiks s'inchinarono, alcuni sino a toccare colla fronte la neve. Il

principe si era presentato sulla soglia a ringraziarli, preferendo

evidentemente di non riceverli per non ammorbare la casa col puzzo delle

loro pelli. Quella scena durò a lungo. Forse i mugiks avevano qualche

cosa da chiedere all'antico padrone, e v'insistevano colla loro

tradizionale tenacità, seguitando ad inchinarsi dopo ogni parola, come

in chiesa, durante la messa. Colle figure tozze, coperte di pelliccie di

montone, la chapka in mano, i lunghi capelli sulle spalle e le barbe

anche più lunghe, piantati sulle scarpe larghe di vimini, fra

l'abbacinante candore della neve formavano un quadro di un vigore

straordinario. Stavano ordinati su tre file, ma non parlavano che quelli

davanti.

Loris si ricordò il quadro di Gerôme «_Ave, Cæsar, morituri te

salutant_.» Quindi indietreggiarono, curvandosi ancora di più, parlando

tutti in una volta, e la porta tornò a stridere sui cardini.

Allora Loris vide una signora vestita di bianco, sotto il lampadario,

nel mezzo del salone, che lo guardava. Da quanto tempo? Così nell'ombra

non potè discernere la sua fisonomia; egli pure volgendo le spalle alla

finestra restava colla faccia al buio, ma indovinando in lei la moglie

del principe abbassò lievemente la testa ad un inchino.

La signora era alta, bionda, coi capelli rialzati sulla fronte; la vesta

amplissima le cadeva intorno a pieghe grosse e rigide, quasi ieratiche.

Loris seguitò ad inoltrarsi, ma nel passare dinnanzi alla finestra la

sua fisonomia s'illuminò.

La signora gettò un grido, rinculando con un gesto di spavento:

— Voi! esclamò con voce strozzata.

Non intesero un passo nell'anticamera.

La signora lo guardava fiso, colla bocca convulsa, arretrando

lentamente; ne' suoi occhi sbarrati brillava una luce insopportabile.

Loris la riconobbe; era lei, sempre così bella, diventata più alta e più

magra. Le trovò subito quell'impercettibile neo all'angolo sinistro

della bocca, ma egli stesso era sconvolto, si sentiva sommergere.

Ella indietreggiava verso il piano-forte, strisciando sul tappeto, con

una mano protesa e la testa gettata indietro attirandolo.

Poi si volse all'uscio, di cui la maniglia aveva girato, e cadde

svenuta.

Il principe si slanciò per sostenerla.

Loris era rimasto al proprio posto.

Il principe sollevò la signora con una forza che, a vederlo così

emaciato, non gli si sarebbe supposta; la distese sopra un divano, le

mise un cuscino sotto la testa, le ravviò la veste sui piedi, che

penzolavano ancora sul tappeto, e curvo su lei, più smorto di lei, la

contemplava. La signora aveva rimasto gli occhi aperti, i denti le

tremavano.

— Non le avete parlato? chiese a Loris.

— Mi sono voltato dalla finestra udendola passare; l'ho vista cadere nel

momento, che siete entrato.

— Una delle sue crisi! rispose il principe, che si era già rivoltato:

questa volta non sarà forte. V'intendete di medicina?

— Ne ho letto qualche libro.

— La principessa è nevropatica; ma si torse ancora, studiandola colla

acutezza di un medico; vedete: sono sicuro che c'intende, ma non può

muoversi.

Loris rimase impassibile. Il principe aveva preso il polso

dell'ammalata, e lo stringeva fra le proprie mani. Ella pareva una

statua; i suoi occhi appannati erano divenuti come due turchesi.

Il principe s'irritò; quel riserbo di Loris gli parve affettato.

— Vorreste avere la bontà, gli disse con un certo stridore nella voce,

di scendere ad avvisare il primo servo che incontrerete, di mandare qui

Sonia, la vecchia cameriera della principessa?

Loris, s'inchinò senza gettare uno sguardo alla signora.

Loris era figlio di un pope.

Come tutte le famiglie sacerdotali della Russia, quella di suo padre e

di sua madre si perdevano nella stessa antichità dell'altare che

servivano, in un esilio dal mondo senza speranza di potervi rientrare.

Nessun pope infatti poteva, sino al 1864, uscire dalla propria casta che

degradato da una condanna in Siberia, o nell'esercito; a nessun pope,

perchè ammogliato, era permesso di salire nell'alta gerarchia della

chiesa, riserbata al clero nero dei monaci.

Il padre di Loris, figlio di un povero curato di Kourlak, nel governo di

Voronege, era cresciuto nella triste infanzia di tutti i suoi pari; la

parrocchia, vasta quanto una diocesi italiana, non aveva che pochi

villaggi composti di alcune isbe, abbandonati a grandi distanze, e

rendeva assai poco. Il vecchio pope, magnifico esemplare dell'antico

stampo tutt'ora comunissimo in Russia, buono ed ignorante, s'ingegnava a

munger danaro ai contadini disimpegnando le proprie funzioni, come un

qualunque altro impiegato, colla massima negligenza e con tutta la

corruzione possibile; ma, contento di vivere, lasciava vivere gli altri

alla meglio. Se pregava poco e non pensava affatto, beveva quasi più del

possibile, e per unico orgoglio aveva la magnifica voce da basso del

proprio diacono. Sua moglie invece, troppo cagionevole di salute, non

poteva nemmeno partecipare alle loro lautezze brutali ed intermittenti.

Quando venne l'unico figlio, dopo tre figlie morte successivamente a

poca distanza dalla nascita, egli lo chiamò per devozione Nicola,

mettendolo così sotto la protezione del massimo santo ortodosso, di

quello che, secondo la leggenda russa, deve ereditare da Dio, divenuto

finalmente troppo vecchio, l'impero del cielo.

Ma il bambino si sviluppava così malaticcio da inspirare continui timori

di morte. Il padre, robusto e colossale, non poteva persuadersi di tale

mingherlina struttura, prodotta forse dai proprii eccessi alcoolici. Poi

Nicola cominciò a mostrare molto ingegno, e il padre se ne compiaceva,

come di un elemento amabile di conversazione, senza un sospetto dei

pericoli, che tale superiorità potesse attirare sopra un pope, legato

all'altare come un servo alla gleba, nel più orribile degli isolamenti.

A sedici anni Nicola, avendo compiuto il corso del seminario diocesano,

entrò nell'accademia di Kief, una delle quattro maggiori, e vi si fece

tosto notare sfavorevolmente per la energia indomabile dello spirito. In

quella vita tumultuosa di collegio egli fu uno dei più calmi e, nel

medesimo tempo, dei più insubordinati; invece di abbandonarsi, come

tutti i suoi compagni, a quegli scandali col vino e colle donne,

divenuti popolari in Russia dopo le novelle di Pomialovsky, un figlio di

pope morto a trent'anni di miseria e di stravizî, egli divenne il

precettore della loro incredulità e il capitano delle loro rivolte. Tale

iattanza di indisciplina, troppo frequente nei seminari russi per

mettere pensiero ai superiori, perchè tutti quei chierici mal'educati

andrebbero poi ad esaurirsi nella solitudine delle parrocchie senza

poterne alterare la vita tradizionale, assunse allora per opera di

Nicola proporzioni più gravi. Si dovettero adoperare più spesso le

verghe, benchè da poco tempo abolite; Nicola stesso vi passò più di una

volta. Naturalmente il supplizio, da lui sopportato con stoicismo

feroce, mutò il suo disprezzo per la religione in odio, e la sua

miscredenza in pessimismo. Di ribelle crebbe a nemico. Quindi raddoppiò

di ardore negli studi, leggendo di straforo tutte le opere di esegesi

ecclesiastica, distruggitrici della verità cristiana, che allora

uscivano dalle grandi università tedesche. Poi a scuola le sue

obbiezioni, presentate sempre colla più sottile ironia, impacciavano

spesso il professore, sino ad impedirgli la risposta fra lo scherno

della scolaresca, mentre la sua empietà, più profonda degli stessi

misteri cristiani, trovava sempre un dubbio dopo qualunque prova, o

inventava una avvilente interpretazione umana pei dogmi più divini.

A poco a poco s'impose ai professori.

Era piccolo, magro, con una fisionomia quasi di donna, che avrebbe

potuto essere bella, se un avvizzimento precoce non l'avesse sciupata.

Aveva la fronte alta e ripida del combattente, la bocca un po' storta,

quasi dolorosa, specialmente dopo aver parlato, e allora i suoi occhi

stranamente neri lanciavano spesso occhiate, che parevano bestemmie. Nè

al seminario, nè all'accademia aveva contratto vere amicizie; i suoi

compagni più invidiosi lo dicevano senza cuore, ma allorchè un vecchio

maestro di storia ecclesiastica, ammirato del suo ingegno, gli consigliò

di entrare nei monaci per avere così l'adito ai più alti gradi della

chiesa, egli rispose freddamente che non poteva abbandonare i genitori.

— Non desideri piuttosto di prender moglie?

— Credete la fornicazione dei monaci meno voluttuosa del matrimonio?

ribattè Nicola.

Infatti, accettando la propria condizione, sposò per essere ordinato

pope la figlia di un curato vicino, e tornò nella propria parrocchia a

sostituirvi il padre, reso impotente dalla continua ubbriachezza. Ma in

questa decisione l'amore di famiglia era entrato ben poco; era stato

piuttosto uno scoramento disperato a rigettarlo entro l'orbita

infrangibile della chiesuola paterna, mentre la religione non gli parerà

che una volgare commedia, doppiamente necessaria all'ignoranza dei

mugiks e all'autocrazia dello Stato. Egli avrebbe dovuto egualmente

servire dovunque; anzi, salendo nella gerarchia, la necessità di mentire

sarebbe cresciuta ad ogni scalino, consolata solamente dalla crudele

comodità di poter tiranneggiare qualche povero curato.

Non ne valeva la pena.

Allora ogni rivoluzione era impossibile. Non restava che vivere da sè

stesso, scorazzando come un cosacco a cavallo pei campi della fede,

divertendosi a saltare gli ostacoli, davanti ai quali tutti

s'inginocchiavano. Nessuno ne avrebbe mai sospettato, ma che importavano

gli altri? Sapere per sapere era la divisa del suo giovane orgoglio.

Laonde organizzò la propria piccola vita. Era povero; sua moglie, Maria

Alexewna, non gli aveva portato che trecento rubli di dote; la chiesa

non possedeva che dodici desiatine in terreno, poco più che dodici

ettari, ma la metà solo era devoluta al pope. Tre desiatine andavano al

diacono, il resto si divideva in parti eguali fra il cantore e il

sagrestano. Poi le terre erano tutt'altro che di prima qualità. Con sì

magre risorse la famiglia stentava dolorosamente la vita. I contadini,

che avrebbero dovuto lavorare gratuitamente i campi della chiesa,

gettandosi l'un l'altro la soma, finivano spesso coll'evitare

quest'obbligo e lasciare il curato nella più crudele perplessità,

giacchè al tempo dei lavori la scarsezza delle braccia rendeva difficile

il trovarne, quand'anche, e il caso era piuttosto raro, egli ne avesse

avuto il danaro sufficiente. Negli ultimi anni, il vecchio pope era

stato costretto più di una volta a condurre da sè il proprio aratro.

La miglior rendita era sempre il casuale; ma anche di questa una grossa

parte era riserbata alle case della diocesi e del Santo Sinodo, così che

al pope non rimaneva che l'incasso dei battesimi, dei matrimoni, delle

confessioni, dei funerali, perchè in Russia tutti i sacramenti si

pagano, e tre o quattro giri annui pei campi, benedicendo le messi o

maledicendo agli insetti, che le guastavano. Ma anche quest'ultimo

ricolto bisognava contenderlo agli stregoni, spesso più creduti dei pope

dai contadini.

Il noviziato fu duro.

Per quanto figlio di pope ed allevato in una famiglia, ove l'abitudine

secolare aveva tolto ogni ripugnanza a tali mercati rendendone come

incosciente l'ipocrisia necessaria, Nicola, nella propria nuova superbia

di libero pensatore, ne soffriva. Il suo profondo disprezzo per la

ortodossia diventava passione, quando doveva servirsene fatalmente per

carpire a quei poveri mugiks tanto da vivere; quindi ogni discussione

sul prezzo di un sacramento con loro, usi a difendere sino agli estremi

i propri scarsi kopeks, lo esasperava oltre ogni prudenza. Avrebbe

voluto cacciarli di casa a pedate, gridando loro che la religione era la

più stupida delle truffe, e Dio il più malvagio dei fantasmi; ma le

strettezze della famiglia glielo vietavano. I suoi vecchi genitori erano

ammalati, il diacono, il cantore e il sagrestano instavano per la

riscossione di questi piccoli emolumenti, sui quali era loro devoluta

una quota, e venivano a parlare con lui delle funzioni necessarie,

abbandonandosi a tutti i calcoli del mestiere coll'ingenuo impudore di

una ignoranza non priva di fede. Egli solo, ateo, s'irritava talora alla

poca meraviglia, che essi facevano del suo ateismo; nemmeno sua moglie

Maria Alexewna se ne commuoveva.

Ella pareva non occuparsi apparentemente di nulla. Era una bella donna

dalla fisonomia calma, con una meravigliosa capigliatura bionda, che le

si ammassava sulla testa come un cimiero. Il suo volto ovale si

appesantiva leggermente nella parte inferiore, mentre le guancie le

sfumavano nel collo, tondo e grasso, di un bianco quasi troppo puro.

Camminava lentamente, cogli occhi grandi intontiti, e un'aria di

stanchezza, che la faceva sembrare più bella, irritando gli stessi

desideri, che ispirava. Aveva gli occhi cilestri, le mani paffute e

affusolate, i piedi piatti, le orecchie piuttosto grosse; ma la sua

bocca larga, senza essere sensuale, mostrava i denti grandi, di una

bianchezza lucente dietro il rosso umido delle labbra. Cantava con voce

di soprano, gelida e pura.

Il marito la trattava bene senza amarla; Maria Alexewna invece lo

adorava.

Da principio le era appena piaciuto. Poi quell'uomo, sempre in orgasmo,

violento ed infelice, che parlava a scatti, nel quale il pensiero aveva

dei riflessi di incendio e la parola dei murmuri di tempesta, l'aveva

affascinata. Ella aveva subìto la sua prima foga maschile in uno

stordimento, dal quale non era ancora del tutto rinvenuta, e nel quale

s'immergeva volta per volta come in un bagno di vapore. Presso a lui si

sentiva fiorire, ma non glielo diceva, non sapendo nemmeno come

mostrarglielo, mentre egli la credeva fredda e di una intelligenza meno

che mediocre. Talvolta quella calma lo esasperava: ella invece lo

involgeva nel proprio sguardo limpido, dominandolo colla sicurezza di un

amore sano e tranquillo.

Perfino le sue continue bestemmie non la turbavano. Ella considerava la

religione come un mestiere di famiglia, non troppo buono, perchè tutte

le sue memorie e i discorsi intesi dalla gente della sua casta erano di

lagnanze; però in fondo alla religione v'era un'altra cosa, che tutti i

pope ammettevano, per la quale talora officiando sembravano

trasfigurarsi. Quando Nicola, avventandosi contro l'idea di Dio,

ricadeva sopra sè stesso, nello spasimo inconsolabile di sentirsi prete

e di non potere essere altro, ella non vi dava più importanza che ai

tanti sfoghi, spesso consimili, uditi nella propria famiglia.

— Tu credi in Dio, tu!? egli le gridò una volta.

— Non lo vuoi?

— E che m'importa?

— Farò come desideri.

Questa sublime semplicità lo scosse.

Ma invece di rassegnarsi a quella vita, egli se ne crucciava ogni giorno

più. Poi gli morirono il padre e la madre; dovette prendere un altro

diacono, mutare il sagrestano. Quando tutti questi cangiamenti furono

compiti, egli avvallò nella più desolata misantropia. Aveva esaurito

ogni eventualità della vita; d'ora innanzi che cosa potrebbe più

accadergli in quell'esilio dal mondo? La morte della moglie? I canoni

gli impedirebbero allora di prenderne un'altra; solamente per una

benigna e recente interpretazione gli si permetterebbe di seguitare

nell'esercizio della parrocchia. Ma egli se ne andrebbe piuttosto, non

sapeva dove, ma fuori della Russia, a morire almeno non prete, libero

come tutti gli altri uomini.

Col nuovo diacono si vedevano il meno possibile. E siccome in Russia il

sacerdozio è interdetto ai diaconi come il vescovado ai pope, quegli era

al solito un chierico non passato agli esami, e condannato quindi tutta

la vita al servizio subalterno dell'altare. Era di piccola statura e di

poca voce, coi capelli crespi e la faccia terrea; si chiamava Popiel.

Nicola fiutando in lui un nemico, n'ebbe quasi piacere, per battagliare

almeno con qualcuno, ma l'altro si mostrò quasi servile, e rimase

scapolo.

Nicola viveva nella piccola casa, rifabbricata dal padre coi propri

danari, a fianco della chiesa. La casa in legno aveva una stalla per la

vacca, della quale il latte era un gran sollievo per la famiglia; ma,

segno di vera miseria, Nicola non teneva cavallo. Quindi, allontanandosi

dalla chiesa, doveva chiederne uno a qualche contadino.

Quanto al padrone del villaggio, assente da molti anni, Nicola si

ricordava di averlo visto solo due volte da fanciullo; era un signore,

il principe Khovanski, discendente di Guidemino, dell'antica casa di

Lituania nota in Europa sotto il nome dei Iagelloni, nobiltà di primo

ordine, la sola capace di lottare con quella dei discendenti di Rurik.

Era celibe e ricchissimo. Possedeva nel paese quarantamila ettari, così,

che per ispezionare tutte le proprie terre, doveva più volte mutare di

cavalli; ma non vi aveva soggiornato che a grandi intervalli. Il vecchio

pope si era sempre lagnato de' suoi modi soldatescamente aristocratici.

Giammai era stato ricevuto al castello, nemmeno per pasqua, quando

faceva il giro di tutte le case benedicendo; non gli si lasciava

oltrepassare il vestibolo, ove i servitori sguaiati gli offrivano la

vodka, gettandogli nel paniere l'elemosina.

Nullameno il vecchio pope non aveva mai smesso quella pratica, e perchè

l'elemosina del principe era la più abbondante, e per non attirarsi con

un atto di ribellione la sua inimicizia. Nicola invece, profittando

dell'assenza del padrone, si era contentato di mandare solamente il

diacono a benedire il castello, sebbene se ne fosse mormorato nel

villaggio; ma l'intendente non glie ne aveva detto parola.

Nell'immenso fermento ideale suscitato in Russia dalle dottrine di

Hegel, questi sembrava esservisi sostituito a Napoleone, spostandola

nuovamente dalla sua base storica. Un inconsolabile dolore occupava

allora l'anima russa. Dopo che Napoleone aveva sommosso colle proprie

legioni tutta la terra russa, Hegel ne aveva, col proprio pensiero,

mutato il cielo. Nei circoli intellettuali non si poteva più essere

russi che negando ogni valore al passato per scagliarsi attraverso

l'Europa, ad un avvenire ancora troppo lontano per l'Europa stessa.

Nicola si era slanciato sull'hegelianismo come un areonauta, che

abbandonando la terra vi getta appena uno sguardo per misurare tutta la

distanza già percorsa; ma se nel fervore del primo entusiasmo aveva

creduto alla nuova dottrina colla fede di un neofita, presto il freddo

di tutte quelle astrazioni lo sorprese. Il suo pensiero russo soccombeva

al giuoco di quella dialettica, insopportabile a forza di essere

invincibile, e che dissolveva ogni realtà della vita in una serie di

controposizioni teoriche. Siccome per Hegel il dolore era un'ombra,

attraverso la quale l'anima doveva passare per essere più bianca, Nicola

sentiva così degradati tutti i propri patimenti. Perchè soffriva egli

dunque tanto, se ogni punto della vita non era che un passaggio, e la

verità e la felicità erano solo nella coscienza intellettuale di tutti

questi trapassi? Egli si ribellò. Come un areonauta assalito nell'etere

più puro dalla nostalgia della terra, lacerò il proprio pallone per

ricadervi almeno cadavere.

Quindi da Hegel precipitò su Schopenhauer, concependo il mondo come una

demenza della volontà divina, che il pensiero poteva interrompere colla

propria morte. Questo nuovo sistema, allora nella massima voga, lo

ubbriacò di dolore e di vanità. La sua prima ribellione al

cristianesimo, dietro le critiche di Feuerbach e di Strauss, non gli

parve più che ben piccola; altre rivolte gli si accesero in cuore, altri

odi lo sollevarono terribilmente in alto contro tutte le autorità della

terra. Se la vita era naturalmente infelice, tanto peggio per essa; ma

perchè era anche socialmente sventurato? Perchè alcuni profittavano di

tutti i suoi pochi beni, spingendo la miseria degli altri fino alla

morte? Quantunque segregato dal mondo, col quale comunicava mediante

libri e giornali, e gli uni e gli altri gli erano prestati da un

condiscepolo d'Accademia, divenutovi professore, egli sentì la nuova

tormenta. Qualche gran cosa si preparava nella storia. Mentre il volgo

innumerevole dei mugiks seguitava a vivere nella stessa brutalità

millenaria, quanti in Russia pensavano erano in preda agli spasimi della

concezione. L'incredulità, già secolare nell'aristocrazia, era discesa

nella classe dei mercanti; nessuno credeva più a nulla. Il governo era

appena un'amministrazione, nella quale si entrava per la paga,

l'ortodossia non serviva più che alla superstizione delle plebi

rusticane, la filosofia stessa si sgretolava sotto i colpi della

scienza. Darwin, alla testa di tutti i grandi naturalisti, dissipava i

vecchi sistemi ideali; bisognava vivere nella natura, profittando di

ogni sua risorsa, cancellando nella sua eguaglianza tutte le differenze

sociali. I poeti cantavano già dinanzi alla rivoluzione, come gli

alcioni prima della tempesta: Ogareff e Negrassof gettavano sospiri ed

imprecazioni, Lermontoff era morto tragicamente, Hertzen da Londra col

suo Kolokol, la campana, suonava i vespri della vecchia società;

Tcherniscevskj, maggiore di tutti, povero figlio di pope, riunendo la

scienza di Proudhon all'eloquenza di Lassalle, scrollava i cardini

dell'impero e di tutta la vecchia economia. Il suo romanzo «_Che fare?_»

in risposta a quello di Hertzen «_Di chi la colpa?_» era diventato il

vangelo della nuova generazione. E Tcherniscevskj era stato deportato in

Siberia: tanto meglio! I martiri abituano i timidi alla morte.

In preda al delirio di una rivincita, della quale gli sfuggiva la

formula, egli declamava seco stesso dal fondo del proprio villaggio,

paragonandosi a Tcherniscevskj. Ah! era tempo di rovesciare questo

barocco edificio cristiano, e di riaprire il tribunale della coscienza

umana per citarvi tutte le istituzioni sociali. Spesso il giudice

s'addormenta e la ghigliottina s'irrugginisce, mentre quanto è falso

trionfa nell'orgoglio dell'impunità: ma basta un colpo, talvolta lieve

come un alïare di farfalla, per destare il giudice, e una terribile

giustizia ricomincia. Allora nessuna pietà a quelli che non ne ebbero,

perchè ogni misericordia ricondurrebbe il passato; o giustiziare e

procedere, o graziare e cadere a mezzo il cammino.

In questo tempo gli nacque Loris.

Erano gli anni dell'emancipazione dei servi: Loris nacque nel 1862,

d'estate, quando tutta la natura era in festa. Il padre ne delirò.

Quella nuova vita, che rampollava dalla sua, fu per lui una

riconciliazione.

Profittando di un'assenza del diacono, non battezzò il bambino, e disse

poi di averlo fatto, perchè non crescesse col peccato originale della

religione. La moglie non lo seppe mai; d'altronde Loris figurava sul

registro della parrocchia. Ma la miseria in casa era cresciuta da tutte

quelle idee ribelli. Da molto tempo egli non domandava più ai mugiks il

prezzo dei sacramenti, e questi, invece di essergliene grati, ne lo

disistimavano maggiormente. Quando soppresse l'uso di dare loro un

bicchiere di vino caldo, subito dopo la comunione, ricevendone il prezzo

come un'elemosina sopra un bacile, il malumore crebbe spaventosamente;

però una circolare del Santo Sinodo venne per caso a sostenere questa

sua arbitraria riforma. Poi nella confessione non faceva più ai

penitenti la domanda sacramentale: hai tu peccato? Ma li assolveva

gratuitamente prima che avessero parlato. Non potendo abolire le feste

dei santi, vi attese con negligenza, nel dire la messa alle domeniche

talora parve più che distratto. Però una volta gliene incolse male

durante una siccità. Avendo sulle prime ricusato di far le solite

preghiere, e poi benedetti i campi invocandovi indarno la pioggia, i

contadini, già sospettosi della sua fede e sobillati dal diacono, lo

afferrarono e lo tuffarono nel fiume per ottenere così la pioggia con

questo nuovo battesimo inflitto al curato.

Egli ne ammalò.

Il suo odio ai mugiks crebbe per la ingratitudine, che opponevano a

tutti i sacrifici delle sue riforme, e per la cocciutaggine, colla quale

passavano agli stregoni il danaro loro risparmiato nei sacramenti.

Eppure egli tollerava anche gli stregoni, dicendo che non valevano meno

di lui.

Un'altra volta fu redarguito severamente dal protopope, ispettore del

clero; ma fu prudente, e tacque pensando a Loris.

Il fanciullo cresceva bello ed intelligente; aveva il volto del padre e

il corpo della mamma. Era biondo, agile e robusto come un lupetto. Il

padre guardandolo si sentiva spinto verso lui da impeti di ammirazione;

la madre invece, Maria Alexena, non pareva sorpassare l'affetto

ordinario delle donne pei bambini. Tutta la sua passione era per il

marito, del quale subiva ogni più stravagante volontà, come quelle

riforme che si risolvevano in tanti disastri domestici.

Nicola si era fatto l'istitutore di Loris per educarlo, come James Mill

aveva fatto col proprio figlio Stuart, divenuto poi il più illustre

economista dell'Inghilterra. Quindi, invece di insegnargli il russo, gli

parlava greco leggendogli Omero in luogo della bibbia. I primi libri,

che gli pose in mano, furono di scienze naturali, poi gli raccontò la

storia come una trama di delitti commessi dai potenti sugli umili,

attraverso la frode di tutte le religioni ingannanti i miseri con una

speranza ultramondana. Egli, che detestava i mugiks, s'inteneriva

talvolta, parlando con Loris, della loro condizione; ma i nemici erano i

ricchi, coloro che governavano a Pietroburgo, i nobili, i funzionari, i

soldati, tutti. A ogni strettezza economica, quando in cucina mancava il

pane, o Loris aveva freddo, ed egli faceva dalla moglie disfare uno dei

proprii abiti per riadattarlo al fanciullo, la sua passione scoppiava in

un delirio di parole.

— Tientelo a mente, figlio mio!

Una volta, il giorno prima della festa di S. Elia, lo condusse in

chiesa; il ragazzo aveva già passati i dieci anni.

Tutto era pronto. La chiesa piccola, in quell'ora e in quella luce,

sembrava più solenne; dinanzi all'iconostase bruciavano alcuni ceri.

Loris, che per la propria età era fin troppo sviluppato, e in quella

violenta educazione aveva perduto la gaiezza primaverile, s'accorse dal

viso del padre che stava per dirgli qualche cosa d'importante. Infatti

questi gli aperse le porte dell'iconostase, che solamente lo Czar può

varcare il giorno dell'incoronazione, mostrandogli il tavolo, sul quale

durante la messa, invisibile agli occhi dei fedeli, avveniva la

consacrazione. Poi gli spiegò nuovamente tutti i santi, le loro immagini

comprate sui mercati, incoronate da diamanti finti, rilevate sopra un

fondo di oro falso; gli ridisse con poche frasi tutta la propria vita,

l'umiliazione di quel mestiere di pope, la miseria di quell'esistenza

priva di scampo, assicurandolo che lo avrebbe allevato per tutt'altra

carriera. Egli lo lascierebbe libero nella scelta, ma doveva essere una

carriera di rivincita; quando Loris sarebbe uomo, o la rivoluzione

sarebbe già scoppiata, o starebbe per scoppiare.

— Io sarò vecchio allora, se pure sarò vivo, perchè mi uccido per te.

Non importa, ma dovrai vendicarmi. Guarda, questa è la chiesa. Gli

uomini l'hanno costrutta per alloggiarvi Dio, come si fabbrica una

stalla per la vacca; davanti a questi muri vengono a pregar Dio, che non

c'è, e che dovrebbero odiare, se ci fosse. Nullameno, e la voce gli

tremava, questo è il luogo che gli uomini credono più sacro sulla terra;

se non è il tempio di Dio, è il cimitero di tutte le loro speranze. Tu

sei ora in stato di comprendere: devi giurarmi di vendicare un giorno

tutto ciò, che il mondo ci avrà fatto soffrire.

Il ragazzo aveva impallidito.

Il padre lo lasciò un istante per andare dietro l'iconostase, e ne

ritornò con una pisside.

— Ecco il Dio degli uomini! Essi credono di nutrire le loro anime con

queste ostie, mentre non hanno spesso abbastanza della medesima farina

per satollare il loro stomaco.

Loris sollevò in faccia al padre i begli occhi verdi.

— Perchè ti sei fatto pope? esclamò cacciando fanciullescamente la mano

dentro il vaso, e traendone alcune ostie, che si sgretolarono.

— Dovessi tu essere stritolato del pari, giurami che combatterai.

— Sì, babbo, rispose il ragazzo, lanciando in aria tutte le briciole

sacre, che ricaddero lentamente come tante farfalle bianche.

Quando uscirono dalla chiesa, il padre gli disse a bassa voce:

— Non dirai niente alla mamma.

Quella scena, della quale Loris conservò uno indelebile ricordo, agì

potentemente sulla sua immaginazione. Il giorno stesso il padre aveva

ricevuto dal vescovo una lettera di avviso, che la sua parrocchia non

sarebbe compresa nell'elenco di quelle soccorse dal bilancio dei culti;

quindi sospettò di cattivi rapporti mandati sul conto suo al vescovado.

Il diacono Popiel, recandogli la lettera, pareva infatti più ilare.

Questi, avendo fatto una piccola eredità e conoscendo le orribili

condizioni del pope, sperava di poterlo dominare, se la miseria gli

crescesse ancora; ma in fondo covava una lubrica passione per Maria

Alexewna, alla quale non aveva mai osato rivolgere la più piccola parola

di confidenza. Ora tutto cospirava in suo favore; i contadini non

avevano lavorato le terre della chiesa, e avevano giurato di non farlo

per punire il pope della sua irreligione. Nicola, troppo altero per

raccomandarsi, aveva messo il colmo alla loro esasperazione, mandando

solamente il diacono a benedire le case nel giro di pasqua. Poi gli era

morta la vacca; e di debito in debito aveva dovuto scendere a contrarne

uno col maggiore degli stregoni, che abitava nel villaggio vicino.

Questi se ne era vantato, moltiplicando lo scandalo.

Nicola vi opponeva il più nervoso disprezzo, ma la posizione della

famiglia l'angosciava. Come vivere? Come educare Loris? A chiedere per

lui una borsa in un seminario, espediente cui ricorrevano quasi tutti i

pope, magari col proposito di sottrarre poi i figli al sacerdozio,

Nicola non ci pensava nemmeno. Nel suo concetto Loris doveva crescere

mondo di quella scabbia, che a lui aveva per sempre guastata la vita.

Egli si sentiva abbastanza dotto per proseguire la sua educazione, ma

capiva che a Loris occorreva sopratutto la vita del mondo, fra gli

uomini, che avrebbe un giorno dovuto dominare, perchè l'ingegno del

ragazzo si rivelava ogni giorno maggiormente. La sua serietà precoce, il

suo coraggio, l'alterezza che gli faceva già ripudiare la mamma, e non

piegava più che dinanzi alla dottrina del padre, lo rendevano

stranamente singolare. Popiel lo temeva; i mugiks invece si erano

innamorati della sua bellezza e del suo contegno signorile.

Ma il ragazzo, affettando una indifferenza spartana per ogni genere di

pasto, provava già nell'anima un dolore spasmodico per la miseria dei

propri abiti.

Quel giorno, essendo a caso entrato nella camera del padre, lo vide

abbandonato sullo scrittoio piangendo; poi sopravvenne la mamma, che

pianse anche lei.

— Quest'inverno non ci sarà più nulla in casa.

— Ci faremo cosacchi, disse Loris; prenderemo i due cavalli a Ivano

Serguevich (era questi il più ricco contadino) uno fra i mangiatori del

mir, e ci metteremo in campagna ad assaltare i ricchi.

Maria Alexewna si mise le mani nei capelli con un gesto di orrore, ma il

ragazzo, che si attendeva un bravo dal padre, vedendolo tacere, uscì

indispettito. Poi la miseria crebbe ancora. Tornò l'inverno e la neve

ricoperse tutta la steppa. I mugiks, sepolti dentro le isbe, non ne

uscivano più che alla domenica per venire alla parrocchia; essi

conoscevano la miseria del curato, così dolorosa che a certi giorni gli

mancava la legna per la stufa e non aveva da mangiare; ma che importava

loro? Era la pena della sua empietà. Perchè qualcuno del clero non

soffrirebbe, almeno una volta, la loro miseria? Diacono, cantore e

sagrestano non andavano più da lui che per ragioni di ufficio,

aumentando colle insinuazioni il suo discredito nel popolo. Egli taceva

con loro, ma si sfogava in casa colla moglie e con Loris. Da un viaggio

a piedi sino a Voronege, per domandare soccorsi ad un antico compagno di

scuola, non n'era tornato che con pochi rubli ed alcuni libri per Loris.

Quindi, per disperazione, si diede alla caccia nella foresta dipendente

dal castello, lontana dalla chiesa dieci verste, tirando su tutto, anche

sui lupi, che portava a casa a pezzi, scuoiati, per ingannare la moglie

e il ragazzo. Loris studiava i libri, che già conosceva; dopo il greco

aveva imparato il latino, poi il tedesco, sapeva i classici; era passato

attraverso la bibbia, e la sera il padre lo istruiva nella teologia,

rivoltandone tutto il significato. Ma Loris non parlava quasi mai colla

mamma. Finalmente un giorno volle accompagnare il padre a caccia,

armandosi di una accetta, perchè in casa v'era un solo fucile.

Quella nuova vita nella foresta, piena di caverne abbandonate, ove si

riposavano per cuocere sulle bracie la carne degli animali uccisi, gli

fece bene. Partivano la mattina e non tornavano che a notte; un mugik

settario del Raskol, Andrea Arsenief, col quale Nicola era sempre stato

cortese iscrivendolo senza compensi sul libro di coloro, che

frequentavano la chiesa, regalò a Loris un grosso veltro capace di

affrontare il lupo. L'intendente del principe Kovanski gli diede una

cagna da caccia, piccola ed intelligente. Allora Loris fu felice quando

la sera, offrendo alla mamma un pezzo di carne, gli sembrava di

presentarle un trofeo; ella accettava con un sorriso, ma ne mangiava di

rado.

Vi erano nullameno i giorni tristi, nei quali era impossibile

sorprendere alcun animale. Allora per la foresta il freddo cresceva, e

li coglieva la paura d'incontrare una banda di lupi. Infatti una volta,

che dovettero battersi contro cinque o sei di essi, la cagnina rimase

sul terreno. Loris era stato meraviglioso di coraggio. Invece di

mettersi dietro al padre, come questi gli ordinava, si era slanciato

contro quelle piccole ma terribili belve, roteando la scure per

difendere Aiace, l'altro grosso cane. Nicola, non osando far fuoco pel

timore di colpire il ragazzo, si era precipitato col fucile brandito a

mazza. Tre lupi erano rimasti morti, gli altri erano fuggiti.

Loris aveva ricevuto un morso in una gamba, ad Aiace penzolava un

orecchio, ma armato di un grosso collare di ferro a punte, si era difeso

eroicamente. L'indomani Nicola volle proibire a Loris d'accompagnarlo.

— Perchè hai tu paura per me, se mi dici sempre che non dovrò aver paura

di alcuno?

Il padre lo abbracciò.

Ma il guaio peggiore era la mancanza di legna. A casa la povera Maria

Alexewna non aveva come scaldarsi, mentre il termometro segnava

venticinque gradi sotto lo zero, e quindi stava la maggior parte del

tempo a letto. Cucina in casa non se ne faceva. Una sera Loris tenne

tanto a bada il padre nella foresta, che questi si impazientì; ma allora

il ragazzo, invece di rispondere, si mise coll'accetta a tagliare della

legna e ne fece due fasci, che portarono a casa trafelando, meno ancora

per la fatica che per la paura di essere visti. Nullameno la mamma si

ammalò gravemente. La disperazione li sorprese; nella parrocchia non

c'erano medici, nemmeno un felschéry, uno di quei flebotomi, che li

sostituiscono. Per far venire un dottore da Voronege sarebbe occorsa una

somma impossibile a raggranellare, anche vendendo le poche ultime

masserizie. In quei giorni padre e figlio non si parlarono più.

Vegliavano insieme l'inferma, che non mangiava e non beveva passando da

una dormiveglia ad un coma profondo. I denti le erano diventati neri e

gli occhi vitrei. Alcuni mugiks portarono un po' di vodka con un paio

d'oche per fare il brodo; dopo due settimane l'intendente mandò una

mezza bottiglia di cognac. Non vi furono altri soccorsi. Loris si era

offerto di andare a piedi sino a Voronege per cercare un medico, che

venisse gratuitamente, ma il padre a questa sua generosa inesperienza

rispose con un sorriso straziante. Nullameno egli doveva soffrire un più

insopportabile tormento, quando fra la messa della domenica era

costretto a cantare coi mugiks una preghiera a Dio per la guarigione di

lei.

Finalmente dovette ricorrere per danaro a Popiel, che lo desiderava da

lungo tempo. Nicola lo odiava come la propria spia; ma egli solo poteva

in quel momento soccorrerlo. Infatti gli diede venti rubli, mostrando

molto desiderio di vedere l'ammalata. Nella camera di Maria Alexewna

sempre chiusa per la paura del freddo, il fetore si era fatto così

acuto, che il diacono entrandovi si senti come respingere dalla soglia.

Loris, pallido e disfatto, stava al capezzale, asciugando il sudore

dell'ammalata con un fazzoletto sudicio; ella pareva già morta. Popiel

uscì, ancora più nauseato che atterrito, rimpiangendo i propri venti

rubli.

La malattia durò quattro mesi; poi coll'inverno la miseria crebbe

ancora. La convalescente avrebbe avuto bisogno di cibi cari e

sostanziosi, mentre in casa non si mangiava che pane di segala, e

qualche volta un po' di pesce salato. Ella pareva intontita, li

riconosceva appena. L'appetito le tornava lentamente fra mezzo a nausee

e a inappetenze nervose. Un giorno Loris le presentò un pezzo di

merluzzo fresco, che imponendo silenzio al proprio orgoglio, era andato

a chiedere ad Andrea Arsenief, il settario del Raskol; ella lo respinse

con un gesto di disgusto.

Loris si morse le labbra a sangue per frenare una imprecazione.

Ma ella non guarì più. Rimase sempre così magra, di un bianco

giallognolo, con una piccola tosse, che ogni tanto le scuoteva il petto.

La miseria l'uccideva. Finalmente anche Nicola ammalò, quantunque non

volesse porsi a letto. Che cosa sarebbe stato di Loris in questo caso?

Il ragazzo, oramai di quattordici anni, ne mostrava molti di più; il suo

volto era di uomo, sul quale la vita ha già impresso le proprie stimmate

dolorose. Adesso Nicola avrebbe voluto farsi pagare i sacramenti dai

mugiks, ma questi, abituati a riceverli gratis, gli promettevano

furbescamente il danaro senza darglielo. Allora minacciò che

all'Epifania non avrebbe mandato nemmeno il diacono a benedire le loro

isbe; ma Popiel si ribellò, dicendo che avviserebbe il vescovo, o

farebbe magari di propria iniziativa il giro delle benedizioni. Ne

nacque una scena.

Un mese dopo il vescovo di Voronege, Dmitri Telivanof, venne in visita

al villaggio con una vettura a quattro cavalli, un arciprete e due

chierici. Nicola, che avrebbe dovuto andargli incontro oltre il

villaggio ed ospitarlo nella propria casa, trattandolo lautamente per

deferenza al grado e per decoro proprio, invece lo attese nella camera

della moglie, che in quei giorni stava peggio.

Il vescovo già male prevenuto, si mostrò più severo. Nicola, che si era

imposto la massima prudenza, tacque a tutte le sue critiche, ma quando

con villana ironia Dmitri Telivanof alluse a quel ricevimento troppo

magro, invitandosi da sè stesso in casa di Popiel, scoppiò:

— Sono undici mesi che io, mia moglie e mio figlio soffriamo la fame.

Il vescovo gli offerse allora un biglietto da venticinque rubli.

— La mia parrocchia aveva il diritto di essere inscritta sul bilancio

dei culti, io non ho il dovere di ricevere la vostra elemosina.

L'altro divorò l'ingiuria, partendo subito accompagnato umilmente sino

alla carrozza da Popiel, dal cantore e dal sagrestano. Nicola finse di

non poter abbandonare nemmeno per un momento la moglie, ma da quel

giorno si senti perduto. Nullameno ebbe ancora una soddisfazione. Il

vescovo, nell'andarsene, si era fermato al castello, ma il principe

Kovanski, ritornatovi da poche settimane, anzichè riceverlo, sapendo

della fiera risposta toccatagli alla parrocchia, aveva mandato al pope

un paniere di bottiglie e molta selvaggina.

Questa volta Nicola aveva accettato.

Ma quella lotta insensata contro la propria condizione lo esauriva; sua

moglie decadeva ogni giorno più, egli stesso si sentiva morire senza che

nessuna delle sue idee avesse avuto nemmeno l'onore di una vera

battaglia. Che cosa sarebbe di Loris, quando la parrocchia toccherebbe

ad un altro pope? Egli non possedeva che quella casetta, insufficiente

per pagare i debiti più vergognosi; Loris, fanciullo senza parenti,

senza amici, senza educazione, senza danaro, come e dove vivrebbe? Ora

si pentiva amaramente di essere padre. I tremendi sillogismi di

Schopenhauer contro la vita gli tornavano nella memoria. Perchè essere

padre, quando non si può nemmeno assicurare il sostentamento al proprio

figlio? A certi momenti guardava Loris con umiltà.

— Forse l'anno venturo sarai solo, gli disse con voce spenta,

stringendogli la mano.

Il ragazzo trasalì.

— Non dubitate; ho sofferto abbastanza.

Nicola scosse il capo.

— Sarai solo! ripetè, e il suo sguardo malinconico sembrava perdersi

nell'avvenire del figlio, come quello del pellegrino sulla steppa,

quando annotta.

Malgrado tutte quelle minaccie ai mugiks, Nicola si decise per

l'Epifania a fare benedicendo il giro delle isbe per raccogliere dalle

offerte di che sostentare sè stesso e la famiglia per qualche settimana.

Loris, indovinando quel supremo sacrificio, partì per la foresta; Maria

Alexewna si rimise a letto. Nicola, costretto a bere la vodka in tutte

le isbe, cadde svenuto a mezzo il giro così che i mugiks lo riportarono

a casa in branco, sghignazzando e cantando il solito proverbio: «_La

croce è di legno e il pope è ubbriaco_». Siccome in casa non c'erano

domestici, e il diacono col cantore e il sagrestano avevano seguitato il

giro. Maria Alexewna dovette alzarsi per mettere il marito a letto.

Nicola rinvenne, dopo due ore, sotto l'azione della febbre.

Alla sera Popiel mandò il raccolto delle offerte, che non era mai stato

così magro. Evidentemente diacono, cantore e sagrestano lo avevano

decimato, ma, siccome il principe non era al castello, mancava

l'elemosina principale. L'indomani Nicola era già in piedi; non voleva

ammalarsi. Anche Maria Alexewna parve rimettersi, però Loris s'accorgeva

che i due genitori s'ingannavano reciprocamente sulla loro tristissima

condizione. In quei giorni Nicola ricevette gli ultimi scritti di

Bakounine, l'implacabile monomane della rivolta, e li passò a Loris

senza leggerli.

La propaganda nichilista, allora nella prima fase, stava per chiudersi

coll'enorme processo detto dei 193, iniziando quel periodo di

terrorismo, che costò poi la vita ad Alessandro II. Ma se nelle città se

ne parlava con molto fermento, nelle campagne se ne sapeva ben poco, e

nel villaggio di Kourlak la notizia della prima rivolta produsse la più

stupida meraviglia. Solo Nicola v'indovinò, tremando, un segno dei

tempi. Temeva che Loris, ancora fanciullo, gettandosi nel partito

rivoluzionario, vi soccombesse subito miseramente. Qualche volta lo

assalivano persino rimorsi di averlo educato così.

Poi, un venerdì, ricevette dal vladika Dmitri Telivanof una circolare,

che gli imponeva di tenere qualche sermone ai mugiks nelle domeniche,

per inculcare la devozione all'ortodossia e allo Czar, presi di mira

dall'empietà rivoluzionaria. Quest'ordine lo esasperò; una conversazione

con Popiel, che affettava il più religioso orrore per le idee

nichiliste, qualificando di assassini tutti i ribelli, finì di perderlo.

Alla prima domenica, durante la messa, al momento di spiegare un passo

del vangelo arringò i mugiks; era pallido, si sentiva la febbre, ma

dinanzi a quella piccola folla tutta in piedi, e che seguitava a

ripetere i soliti interminabili inchini all'altare, gli parve di

crescere gigante. Finalmente era venuto il tempo di parlare. Le sue

parole, prima rade e fioche, s'affrettarono a grado a grado, salendo di

tono e di pensiero; invece d'invocare Dio, evocò tutti i dolori della

storia, riassunse la tragedia della vita, si commosse piangendo sul

popolo, ed incuorandolo alla speranza. Nè Loris, nè Maria Alexewna erano

in chiesa; quegli errava per la campagna, questa non s'alzava da una

settimana. Egli li cercò istintivamente collo sguardo, perchè avrebbe

voluto essere udito da loro per l'ultima volta.

Popiel lo guardava in sospetto.

Allora tutta la sua ira traboccò. Invece di ubbidire alla circolare del

vladika, l'attaccò furiosamente accusando lo Czar, la chiesa e sè stesso

della miseria popolare; tutto derivava dalla menzogna dei potenti, e

tutto era menzogna in essi. Perchè sperare in un'altra vita la

giustizia, che è il primo dovere di questa?

Ma i mugiks, incapaci di comprendere quel discorso, guatavano credendolo

impazzito; Popiel cercava di rattenerlo con gesti.

Poi tutto quel bollore gli venne meno all'improvviso così che dovette

appoggiarsi con una mano all'altare per non cadere. Il suo pensiero

aveva invano esploso in quella chiesa; si mirò attorno come strabiliato.

Perchè aveva dunque parlato? Adesso tutto era perduto.

Disse ancora con voce strozzata queste parole:

— Lo Czar è sopra di voi, Dio contro di voi.

Una settimana dopo la carrozza del vladika venne a prenderlo alla

parrocchia.

Maria Alexewna dormiva. Egli non andò nemmeno nella camera a vederla;

abbracciò Loris, mostrandosi calmo.

— Temi qualche cosa? questi gli disse, alludendo al discorso della

domenica.

— No; bada bene alla mamma fino a sabato, quando tornerò.

Sopraggiunse Popiel, che pareva agitato. Nicola lo guardò senza rancore,

l'altro non seppe che cosa dire; ma siccome Loris cominciava ad

impazientirsi, Nicola invece di baciarlo gli strinse con uno sforzo

supremo la mano.

Non ritornò più.

Si seppe che Nicola, quantunque ammalato, aveva dovuto fare tre ore

d'anticamera fra i domestici del vescovado; quindi il vladika lo aveva

ricevuto con terribile severità rinfacciandogli tutto, la sua vita, le

tendenze rivoluzionarie, l'ultimo discorso in chiesa, minacciando

finalmente di sconsacrarlo.

— Fate, gli aveva risposto freddamente Nicola.

Dopo queste parole era stato gettato nelle carceri del vescovado;

l'indomani nel secondo interrogatorio, Nicola aveva sputato in faccia al

vescovo. Era la fine. Il mese seguente partiva per la Siberia,

condannato a dieci anni nelle mine, e moriva in viaggio.

Nel villaggio di Kourlak la notizia di questo processo, divulgata da

Popiel, aveva prodotto un'altra catastrofe; Maria Alexewna, prevedendo

la condanna del marito, aveva tentato di dar fuoco alla chiesa, e si era

suicidata gettandosi dalla finestra a capofitto nella neve.

Il Nemico, vol. II · 第 6 / 16 题