In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con

BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO

pubblicata da T. CASINI e V. FIORINI (Serie IV — N. 11)

PAOLO PRUNAS

L'ANTOLOGIA

DI

GIAN PIETRO VIEUSSEUX

STORIA DI UNA RIVISTA ITALIANA

ROMA — MILANO

SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

DI

ALBRIGHI, SEGATI & C.

1906

PROPRIETÀ LETTERARIA

DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

DI

ALBRIGHI, SEGATI & C.

Città di Castello, Stabilimento S. Lapi, 1906.

A ISIDORO DEL LUNGO

_Lavoro migliore, cioè piú degno di Lei, dovrebb'essere questo, perché

potessi offrirlo senza rossore. Eppure ho la ferma speranza che l'avere

io in esso discorso di quel Gian Pietro Vieusseux, dal quale come altri

molti ancor Ella (e con animo grato Le piacque affermarlo) riconosce “la

prima occasione e l'impulso ad avere pubblicamente esercitato nella

critica storica le proprie forze„, Le renda cara l'offerta._

_Firenze, 20 febbraio 1906._

_PAOLO PRUNAS._

AL LETTORE

In un giornale di letteratura, che a' giorni suoi belli godette di buona

rinomanza, comparve, non sono molt'anni, un articoletto, nel quale si

asseriva che la storia dell'_Antologia_ non piú fosse da scriversi. E

l'autore di quell'articoletto, che non era un gran che e non valeva gran

cosa, può con profitto risparmiare a sé la lettura di questo libro, nel

quale mi sono appunto proposto di tutta narrare la storia del giornal

fiorentino. Per gli altri (né forse son pochi), spero non aver fatto

lavoro inutile in tutto.

Que' dodici anni di vita dell'_Antologia_ ebbero nello svolgimento del

pensiero italiano tale importanza, che molti per certo sono i libri ne'

quali, piú o men brevemente, a quella vita si accenna: del come,

giudichi il lettore da sé. Io rammento soltanto che in un libricciuolo

(dove spesso è discorso di una Casa d'_Est_, quasi avesse anche a

esserci una Casa d'_Ovest_), d'altre cose parlando si tocca

dell'_Antologia_; e si dice il Vieusseux “un distinto giovane,... dotato

di buoni studî, conosciuto da tutta la società intelligente fiorentina„;

il quale “già dal 1817 dimorava in Firenze„: il Vieusseux, che anco

innanzi al '17 vi era pur stato, ma ripartitone per lungo viaggio, solo

nel '19 vi pose sua stanza; il Vieusseux, che aveva allora già

oltrepassato il quarantesimo anno; l'educazione del quale, il Tommaséo,

amico carissimo suo, riconosceva[1] “non assai letteraria„; che da sé

stesso, anzi, confessava di “poco„ aver letto innanzi che l'attività sua

gli aprisse altra via che quella de' commerci; e tanto conosciuto nel

primo suo fermarsi in Firenze, che il Niccolini (ma non so s'egli

facesse parte della “società intelligente„) il Niccolini, nell'aprile

del '20 (tre mesi cioè dopo aperto al pubblico il _Gabinetto_), scriveva

al Capponi: “Un certo Vieusseux ginevrino ha messo qui un gabinetto di

lettura„.

Ma di troppe altre notizie, peregrine se non esatte, è ricco quel

libricciuolo: né io voglio togliere al lettore il gusto di notarle da

sé. Rammento invece un altro libro, nel quale poche pagine fanno parola

dell'_Antologia_, e scarsi documenti vi sono riportati, e qualche

epigramma, attinti all'_Archivio_ di Firenze e altrove. Ma vegga il

lettore se sia sistema di critica buono, mutare, come piú giovi o piú

piaccia, i documenti che si allegano, e fin dividere a mezzo uno

spiritoso epigramma! E in altro libro piú grosso, che pur tratta d'altre

cose non male, nel fare menzione dell'_Antologia_ i medesimi documenti

si riportano co' mutamenti medesimi (quello dell'epigramma compreso),

perché quantunque si citi in esso non di rado l'_Archivio_, quel libro

piú grosso si nutre in verità del piú piccolo; come accade tra' pesci.

Ma, quel che è peggio, rammento che in un trattato di letteratura, che

pur va per molte scuole d'Italia, s'insegna a' giovani, che

nell'_Antologia_ “si segnalarono, fra tanti altri, Niccolò Tommaséo e

Giuseppe Mazzini„: il Mazzini, che soli due scritti le diede. Al quale

proposito, anche in un libro di fresco uscito alla luce, e che non

iscarse notizie ha di editori e d'autori, si ripete che “parecchi suoi

articoli„ diede il Mazzini all'_Antologia_; la quale il Vieusseux

diresse “sino ai primi del '32„! Che piú? Lo stesso professore Angelo De

Gubernatis afferma[2] che _un articolo del Montani_ fu “involontaria

cagione che l'_Antologia_ fosse obbligata a cessare le sue

pubblicazioni„!!

A queste, piú o meno gravi, inesattezze, altre molte di molti altri

libri potrei aggiungerne (e alcuna qua e là ne addito, alcuna il lettore

avvertirà da sé stesso): ma bastano di per sé sole le qui rammentate, a

mostrare quanta, dirò cosí, la manchevolezza o l'inesattezza di

cognizioni in chi ebbe pur a accennare, nelle sue linee piú generali,

alla storia dell'_Antologia_.

L'opera del Tommaséo rimaneva, che degnamente trattasse del giornale

fiorentino, e di chi lo fondò e lo diresse: un'opera sola, ma tale da

far veramente sentire il peso della propria piccolezza a chi volesse

cimentarsi nell'istesso argomento. All'uomo già vecchio, ed esperto, per

lunghi anni d'esilio, della vita e degli uomini, e per la fecondità sua,

di giornali molti di varî luoghi e paesi, memore gratitudine e affetto

non mai smentito la dettarono: non però che l'affetto e la gratitudine

facesser ombra al giudizio. E benché, nello scriverla, il Capponi lo

soccorse di consigli e d'aiuti, è delle cose di lui piú felici; quasi

direi, piú singolari. Tutto vi si rispecchia per entro l'autore, in ciò

ch'egli ebbe, e come artista e come uomo, di piú grande e anche di men

degno: ivi con rapidissimi tocchi delineati (modo a lui tutto proprio)

aspetti di cose e persone, e a quando a quando minuzie, come di quadro

fiammingo: ivi l'arguzia finissima, la pungente ironia, il sarcasmo

crudele: ivi la novità delle vedute, e la meravigliosa proprietà

corretta della parola e dello stile; e nella brevità, la dovizia di

concetti e di fatti.

Se non che, non era al Tommaséo, nello scrivere tra lacrime vere

quell'opera, scopo precipuo narrare la vita dell'_Antologia_; la quale

in tanto v'ha parte grande in quanto essa fu parte grande della vita del

Vieusseux: e al Tommaséo, che della storia dell'_Antologia_ tante cose

pur seppe, e potentemente seppe dire, molti fatti restarono (né potevano

non restare) ignoti: di altri, affidandosi alla memoria, benché

tenacissima, gli si annebbiarono come a dire i contorni: e a lui, attore

tra' primi, non era forse consentito né giudicare né godere dello

spettacolo come a chi, spettatore, porga a ogni motto l'orecchio, e di

lontano, spassionato, rimiri.

Altri vegga, dopo ciò, se la storia dell'_Antologia_ non fosse da

scriversi piú. Io so che, per intendere que' quarantotto volumi, oltre

gl'incartamenti voluminosi dell'Archivio di Firenze nelle sue varie

parti, e le numerose _carte_ del Vieusseux, e i suoi _appunti_ non

pochi, e le bozze di stampa di numero grande d'articoli che portano le

tracce della censura, e varî Archivi privati[3], piú che trentamila

lettere di amici al Vieusseux, in vario grado rinomati o famosi, mi sono

passate fra mano: alle quali (benché inedite in massima parte) ho

attinto, spero, con temperanza: un periodo, una frase, un motto solo,

talvolta; direi quasi, un sospiro; se questo bastasse a rappresentare la

vita di quegli uomini o di quegli anni.

Del resto, chi mediocremente abbia in uso l'_Indice generale_ che

dell'_Antologia_ nel 1863 è stato fatto, piú volte avrà avuto da dolersi

che in esso de' soli scrittori che firmavano co 'l lor proprio si

rincontrino i nomi. Degli altri, che apponevano o l'istesso sempre, o

segni diversi, o nessuno, è riportato quel segno: cosí che tre soli

scritti vi appaiono de' non pochi di Gino Capponi: uno appena de'

numerosissimi di Silvestro Centofanti; e uno de' non men numerosi di

Giovanni Valeri, e di Luigi Cibrario, e di Ottaviano Targioni Tozzetti.

Né _mai_ si rincontra il nome del professore Federico del Rosso, né di

Luigi Leoni, né di Gabriello Pepe, né (pare inaudito!) di Giuseppe

Montani.

In fondo al volume ho dato la spiegazione delle sigle: la qual cosa,

quand'altro non vi fosse, sarà utile certamente. Molti degli scrittori

solevano i loro scritti segnare con le iniziali de' nomi loro: ma non

per questo dee pensare il lettore che troppo facil cosa fosse

rintracciare la sigla di ognuno. Pur tacendo che non pochi usavano segni

diversi, Cosimo Ridolfi potrebbe confondersi con Ridolfo Castinelli; il

dottore Giuseppe Giusti con Giuseppe Gazzeri; Pietro Colletta con Pietro

Capei; Vincenzo Salvagnoli con Salvatore Viale; Giuseppe Montanelli e

Giuseppe Melchiorri con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Montani;

Sebastiano Ciampi con Silvestro Centofanti; Leopoldo Cicognara con Luigi

Cibrario: Giuseppe Pagnozzi con Gabriello Pepe; Giovanni Castinelli e

Costantino Golyeroniades con Gaetano Cioni e con Gino Capponi. E cosí

via di séguito.

Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli

altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho

potuto rintracciare l'autore, ora tra le _carte_ del Vieusseux, ora

nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare

dell'_Antologia_ che insieme con le altre cose di lui si conserva nella

“Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è

dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo

quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su

l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro

compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

P. P.

L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX

CAP. I.[4]

Le origini dell'_Antologia_

Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia

dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il

'21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in

Londra, e il suo _Progetto di giornale_. — Gian Pietro Vieusseux

in Firenze, e il suo _Gabinetto scientifico-letterario_. — Gino

Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. —

Gian Pietro Vieusseux fonda l'_Antologia_. — Le prime difficoltà

da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove

difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian

Pietro Vieusseux.

“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto

attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi....

Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a

Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a

Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila

co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri

di _Nostra Signora_: allora voi potrete mostrare con onore le vostre

cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella

grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di

Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle

spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il

piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de'

troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e

di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era

stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo

Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso,

promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e

dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per

rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era

stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza

prometteva molto di piú. O _paracarri_ che fuggite, se un poco di tempo

vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia

questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del

Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia

“non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un

Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa,

sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando

fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò

giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminose speranze, allucinati

dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati

d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi

sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una

liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo

sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva

prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami

d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni

d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si

stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo

gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze,

risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principi

_ristoratori dell'ordine_, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l

trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del

passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo

alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno

che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e

amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle

classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto

scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de'

secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de'

giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno

dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di

Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con

che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di

una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare come figli„[9]. Co'

re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono

spinti addietro di mezzo secolo.

Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle

instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano;

a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende

li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato

l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della

gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma

né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di

Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere

gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi

e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco,

da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel

'15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva,

senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e

vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia,

opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio

e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e

indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non

tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li

chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero.

Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria;

confondevansi i mezzi di conquista e di resistenza: gli uni

parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo;

molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del

'12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno

americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati

ingannati.

L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove

da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in

fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la

“sorte felice„[11] di passare sotto la sua signoria; la regina di

Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la

duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello;

la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e

suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per

tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno

che nasce ma come di giorno che muore.

Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la

divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti

civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini

assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio

impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle

questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse

pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi

ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta

degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una

dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere non

ci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed

essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que'

polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il

Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14] alle gare

che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati

di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo

vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava

contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati,

e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai

l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente

fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi

tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua

propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„.

Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano

guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima

occasione a adoprarle co' fatti.

A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta

che successe un giorno nella famosa _bottega_ di Demetrio? Entra un

incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino,

lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia

forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta

disinvoltura. — “È dunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore,

non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia,

protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono

Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è

forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in

Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia

di chiamare co 'l nome di _forestiere_ chi non è nato e non vive dentro

il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e

cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la

stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva

stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e

superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria,

accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i

letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta,

alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie,

in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando

per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima.

Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di

cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che

l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della

loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non

fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava,

ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].

*

* *

Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di

contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno

sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del

Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di

lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la

vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli

artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro

desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario;

ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i

letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano,

e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in

luce nella penisola[18], fondava il Saurau la _Biblioteca_, rivista che

nelle idee come nel nome prometteva essere _italiana_. E ne facevano

fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19]

che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute

non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi

mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non

sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di

quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica

opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20] che se cosa desiderabile

era che il giornale combattesse le idee rivoluzionarie, già troppo

accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far

nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto

su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione,

confidava[21] a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione

pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo

conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo

giudicava[22] “letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano

promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a

poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede

al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio

spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai

— scriveva a un amico il Giordani[23] — crederai, che ogni volta che ho

scritto l'Italia _sfortunata_, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso

doveva essergli l'avere inneggiato[24] al “benigno imperio„ che reggeva

la Lombardia e la Venezia.

In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore

di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26] che se avesse potuto trovare non

un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé

stesso di uscir dal giornale; e sebbene il Monti tentava fargli mutar

pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti

stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27] dell'Acerbi,

si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„.

Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi

la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo

Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca

notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che

l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza

qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire,

nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome,

quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore

contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or

no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi,

che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per

occupare degnamente l'officio di _direttore_: gli mancavano la

sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre

i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente

mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si

rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava

rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi

articoli erano “indegni di venire in luce nella sua preclarissima

_Biblioteca_„[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori

gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con

fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo

scritto gli elogi dell'_Iliade_ del Monti, e lui renitente spronava a

lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver

questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32].

Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli

fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli

uomini che primi avevano scritto nella _Biblioteca_, e davano speranza

di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva

costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con

pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l

sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario

di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.

Ritiratisi intanto dalla _Biblioteca italiana_, quelli che le avevano

dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il

cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34]

s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure

all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li

gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero

tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame

che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di

pace, null'altro mostra, pur troppo, se non la dolorosa verità di quelle

accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel

giornale che fosse “successore legittimo alla _Biblioteca italiana_„, e

la continuasse migliorandola; e si vantavano[35] che già vi era

“unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in

consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non

voleva però concedere la licenza. Temeva[36] il Giordani, che l'uovo del

loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si

schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente

considerò[37] il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo

stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un

giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo

avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli

scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non

permetteva il governo.

Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, lo

_Spettatore_; e si poneva quasi di fronte alla _Biblioteca_. Vi

comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani

ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai,

e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto

che parve[38] compromettere i buoni successi della _Biblioteca

italiana_. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin

l'arbitrio di “mutare a beneplacito gli scritti altrui„[39], come è

naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi,

e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure

in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dalla _Biblioteca_,

irato si proponeva[41] non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco

si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che

vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42] che lo

_Spettatore_ gli era sempre parso “un mucchio di letame„.

Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure,

secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per

sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono il

_foglio azzurro_. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal

di Breme il manifesto, scriveva[43] all'amico Montani: “Quel giornale

farà assai male alla _Biblioteca italiana_, ma non durerà piú di un

anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu

cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale

filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî

della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a

vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere

il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che

accrescere, la potenza de' dominatori: era un attentato, al quale

l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando

affermava[44] che nella _Biblioteca italiana_ avevano combattuto le

nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora,

perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a

pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo

tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero

punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.

Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di

bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno

fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure

origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far

tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare,

e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora

Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena,

morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in

questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'_Amico d'Italia_

comparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola

Bologna mensilmente dava una _Nuova collezione di opuscoli scientifici e

letterarî_, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le

inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e

tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio

nel dire[45] che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il

governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze

sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per di piú studiavansi

con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46] che in Roma,

dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si

sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e

che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età

di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età

dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli

altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla

(anco nel '23) chiamava il Leopardi[47] quella letteratura, ch'ei si

pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato

dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi,

con ripugnanza accettò e “per creanza„ la _patente_ in cui era

dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree

campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa

al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto

ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono il

_Giornale Arcadico_. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso

Perticari[49] — sapete perché ho scelto quel titolo di _Arcadico_? Per

portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà

mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro

che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50] di natura “pacifica,

avversaria de' litigi„; e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo:

“battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già

non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla

luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non

poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse

permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne'

soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo

classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini

affermava,[51] che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli

scriveva, de' compilatori del _Giornale Arcadico_ poteva dirsi con piú

ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro

articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne

alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

*

* *

Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in

Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il

popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di

buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la

rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto

destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini

rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di

Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno

all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon

principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in uno Stato

assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del

pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una

diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del

governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma

l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar

fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito

e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza

dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e

naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi

per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio

quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie

come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e

delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino

Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e

morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in

avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono

di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52] al Foscolo,

dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee

generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha

opere periodiche„, diceva la _Biblioteca_[53] di Milano; e diceva il

vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per

piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e il

_nuovo_ di Pisa ancora non era sorto. A un _Giornale di letteratura e

belle arti_, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del

'16. Nel '16 un _Giornale di scienze ed arti_, che doveva servire di

“comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal

Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú

che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i

compilatori annunciavano[55] al pubblico che “varie circostanze

impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56]

“frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di

Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito

indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore

facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli

moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza

e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58] forense “il piú

classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di

dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore

Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che

prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per

titolo al giornale _Il Saggiatore_, e fece il programma. Del tentativo,

come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolini

gli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà

pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del

concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i

Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per

discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola,

e dopo il pranzo. Cosí il nostro _Saggiatore_ sarà mangiato e digerito:

se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al

cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la

proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale

intitolato il _Parasito_ o l'_Assaggia minestre_. Io frequenterò poco

questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a'

letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60] che quel

manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare

cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„;

e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco

davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il

vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per

ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61] “orrendo e

arcirettorico„; e quel che è peggio, la _Biblioteca italiana_

pubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62] che non molto era

da sperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro

giornale intitolato il _Saggiatore_: e il Collini, dolente[63] che la

_Biblioteca_ avesse fatto menzione del suo manifesto con qualche

_acerbità_, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64] al

Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga,

consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato.

Rispondeagli il Capponi[65], dolente che la _Biblioteca italiana_ avesse

già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i

letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa

disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza

dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel

suo proposito di _rinvoltarsi nella toga_, senza aver fatto altro che

incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.

Il suo manifesto però, che la _Biblioteca italiana_ chiamava

“ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro

giornaletto; e i compilatori[67] fecero al Collini il brutto servigio di

pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava

per nome il _Raccoglitore_; e il primo numero compariva nel 31 di marzo

del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto

dantesco: _tutte le raccoglie_. Non sarà male fermarci su queste cose,

che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e

insieme morali, della Toscana. I compilatori del _Raccoglitore_, in un

_Manifesto unico_ che voglio in parte riferire, annunciavano al

pubblico: “Saranno inserite nel _Raccoglitore_ tutte le notizie

mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti

nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà

l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí

indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti

sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa

emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di

avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi,

come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti....

Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come

l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle

latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni

del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri

dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú

sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio

quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione

popolare„.

Incominciavano mordendo, in certo annuncio di _libri nuovi_, il

Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i

nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi aveva timore,

ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una

letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68] se il _Raccoglitore_

“avesse a che fare col _Saggiatore_„; e se per chi scriveva vi fosse

“nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone,

si diceva[69]: “Signor _Raccoglitore_, ho sentito dire che voi siate un

vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco

eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per

intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete

compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali....,

m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„.

A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori del

_Raccoglitore_ non hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non

possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate

quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno

da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si

riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò del _Raccoglitore_ sopra

i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si

risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71] aver

dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di

compilare e di scrivere„!

Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione

del Cioni il primo numero del _Saggiatore_ venne al mondo con la data

del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel

becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi; e il motto:

_Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic

animum perspicuis cedere_: doveva escire una volta per settimana, e i

compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„.

E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti

nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e

paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali

leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far

risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio;

come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro

nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro

nazionale.

“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al

cielo è nato il _Saggiatore_ — strideva la _granata_[73] — Vero è che a

chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e

dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò

nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si

devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue....,

e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro il _Saggiatore_),

e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. Il

_Raccoglitore_ era un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione

di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini

dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali

privati„[74], senza risparmiare neppur le donne[75]: ma con tutti i

propositi buoni, il _Saggiatore_ era anch'esso ben misera cosa. Ne sono

usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76] al Capponi, “l'uno

peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben

presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che

sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo

aver letto tutti i numeri del _Saggiatore_, diceva[77] che vi era

qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.

Vero è che il _Saggiatore_ rifuggiva dagli scandali, tanto che quei del

_Raccoglitore_ dicevano[78] ch'esso non stimava di sua convenienza

“abbassarsi a ribattere i colpi della _granata_„; ma in difesa del

_Saggiatore_ (com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali

nascituri: il _Vagliatore_ e il _Volante_. “Al primo — dicevano quei

della _granata_[79] — daremo parte della nostra spazzatura....; al

secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci

mancherà una pertica per arrivarlo„. Il _Volante_ moriva prima ancora

che aprisse gli occhi alla luce: ma il _Vagliatore_ uscí nel 30 di

giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per

emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “_ti

conviene schiarar_„.

“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80] — di

rispondere al _Raccoglitore_ illustrandone il bello e il buono...., non

senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità

della sua spazzatura„. Quei della _granata_ potevano tuttavia stimarsi

felici; ché il _Vagliatore_ si agitava, con intenzioni tutt'altro che

buone pe 'l povero _Saggiatore_. “Ho letto il _Saggiatore_ — diceva[81]

— e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato

il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo

è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri

letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non

meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare

verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo

cuoco. Ho una servicciuola....„[82].

Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi

numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'_Uomo

di paglia_, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo: _dare

pondus idonea fumo_. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non

cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva

primo di vita il _Raccoglitore_, che non aveva raccolto se non cattive

satire delle cose utili; e l'_Uomo di paglia_, facendogli esequie degne

del merito, lo diceva[83] morto per “fortissima gravezza di stomaco, e

per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una

piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima

della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che,

fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino

ritrovato il _Saggiatore_, “tra i piú difficili a digerirsi„.

L'Antologia di Gian Pietro Vieusseux · 第 1 / 36 段