Durante la mia breve dimora in Napoli, passeggiavo un giorno su per
il ponte della Sanità, e volgevo lentamente gli occhi di qua e di là,
contemplando la lunga collina, che, diramandosi da monti lontani,
va a terminare nella vetta, più tosto arcigna, di San Martino.
Guardando in giù da sinistra, fermai l'occhio sul convento di San
Gennaro detto dei Poveri, la cui facciata sembra a un tratto come se
combaciasse col monte e il convento fosse incavato in quello. Questa
immagine mi rammentò le catacombe ch'ivi sono, e ch'io, quando molto
giovanetto venni in quella città con mia madre, ch'era al seguito di
Maria Carolina d'Austria, aveva più tosto vedute che considerate: in
quell'età, in cui tutto, anche un sepolcro, ride al nostro sguardo.
Poi, seguíta la morte di mia madre e i sanguinosi rivolgimenti di
quel miserabile paese, degno certamente di una sorte migliore, perchè
nessuna nazione è degna d'essere infelice, la mia buona o rea fortuna
mi menò assai di lungi. E vidi molte cose, e fra queste alcune
grandissime: ed alcune dalle quali s'impara a vivere, per virtù magica
del pensiero, in altre età con altri popoli. Dai quali ritornando a
questi moderni, e pure avendo in su gli occhi gli avanzi giganteschi
della rovina di quelli, pare per un istante che ti si sveli il mistero
dell'essere universale, e come qualunque cosa più grande non dura. Ed
allora l'uomo si lamenta meno che le ridenti promesse della prima età
sieno seguite da uno sconsolato lutto.
Mi ricorse al pensiero la memoria delle catacombe di San Sebastiano a
Roma, e mille altre fantasie somiglianti, che mi profondarono in una
malinconica contemplazione di quello che non è più; e scendendo per lo
sghembo ch'è a sinistra del ponte, m'avviai verso il convento.
Giunto a un lungo vestibolo o adito di esso, un vecchio alto e sparuto,
tutto vestito di panno turchino, con un mantello anche turchino
indosso, mi disse:
Signore, vuol ella vedere le catacombe?
Io gli risposi di sì.
Avviatevi dunque nella chiesa, mi disse; e disparve in uno degli
usciolini che davano nel vestibolo. Io, camminando verso la porta della
chiesa, guardava da un lato e dall'altro, e vidi due altissime muraglie
che parevano appartenere ad uno o a più conventi di religiose, con le
grate di legno ai finestrucoli, e con tutto l'apparato delle sepolture
dei vivi. Giunsi alla chiesa, nella quale appena entrato, dovetti
riuscire, per un orribile lezzo di cadaveri che mi offese le narici; ed
andai considerando la stoltezza di questo costume di seppellire i morti
in città, massime nei climi meridionali, dove la corruzione è sì subita
e sì pestifera; e quante contagioni e quante pesti sursero da quelle
sepolture, e sorgeranno ancora, se il disinganno di coloro, ai quali
la fortuna pose in mano il freno di quelle contrade, non soccorra al
bisogno![6] Bene sta che, dopo la morte, gli avanzi dell'uomo riposino
in terra benedetta. Ma uno spruzzo d'acqua e qualche santa parola,
possono rendere benedetta ogni terra.
Giunse quel vecchio con un lungo torchio di pece in mano, e lo
seguitava un altr'uomo poco più giovane. Questi aveva un vestito bigio
ed un berretto anche bigio in testa, e per un fil di ferro reggeva una
grossa lampana accesa. Il vecchio, dicendo:
La venga di qua:
Aprì con una grossa chiave un cancello di legno a mano manca della
chiesa, dove entrato, l'altro gli entrò appresso, ed io dopo entrambi.
Mi ritrovai in una sorta di chiesuola. A sinistra vidi un piccolo
altare assai rozzo, dedicato a Gesù deposto dalla croce. Rimpetto dove
eravamo entrati, era un altro uscio, dal quale non so s'io debba dire
si usciva o s'entrava in una stretta piazzetta, alla quale sovrastava a
perpendicolo la montagna. In questa si vedevano le bocche di tre grandi
grotte o spelonche, per la prima delle quali, dopo che il vecchio ebbe
acceso il torchio alla lampana, ci mettemmo camminando. C'insinuammo
tanto in quella, che la luce del dì ci abbandonò del tutto. Al pallido
lume del torchio e della lampana, io vedeva di qua e di là infinite
nicchie o buche, tutte incavate, come la grotta, nel monte, e parea
chiaro ch'erano sepolcri. In molti luoghi della parete, e di alcuni
coperchi trasversali, non interamente rotti, dei sepolcri, si vedevano
quando pitture cristiane e quando pagane: e spesso sopra un intonico
si vedeva un altro, e nel primo erano figure pagane, e nel secondo
cristiane.
Giungemmo a una chiesetta col suo altare e la sua sedia vescovile
lavorata nel masso. Volgemmo a mano ritta, dove trovammo assai grotte
e corridoi, tutti scarpellati a buche. In mezzo a questi era un
altro tempietto. Questo si vedeva essere stato un dì dedicato a riti
oscenissimi, che la fede novella annullò.
L'uomo ch'avea la lampana lasciò andare un razzo, che montò su a una
altezza inestimabile, finchè si spense senza mai fermarsi. Quasi mi
pareva non essere più sotterra, se non che l'ora del giorno, ch'era il
mezzodì, ed il buio ch'ivi era, me ne avvertivano. Ma i due vegliardi
mi dissero che il cielo del tempietto saliva tanto nell'altezza del
monte, che mai nessun razzo non era potuto pervenirvi acceso. Quivi,
oltre quelli ond'era stato già sgombero, erano infiniti ossami e teschi
umani, tutti mescolati a un cenere nericcio. È tradizione che quel gran
baratro abbia avuta un dì un'apertura alla superficie del monte, e che
da quell'apertura fossero mandati giù a migliaia i cadaveri umani nei
tempi delle varie pestilenze onde fu afflitta quella città. L'aria di
quelle tombe è sì morta, che ancora, dopo più secoli, non si è al tutto
volatilizzato il carbonio che avanzò dalla putrefazione della carne!
In molte parti del pavimento sul quale camminavamo, si vedeano fori o
spiragli che rivelavano esservi stato sotto un altro ordine di corridoi
simile a quello che percorrevamo, ora interamente colmo d'ossa e di
teschi.
Ritornammo indietro; e prima che s'uscisse alla luce del dì, per un
uscio ed alcuni scalini tagliati nella rupe, fummo all'ordine superiore
de' corridoi, ch'era già terzo, ora è secondo. Quivi si vede una
basilica intera cavata nel macigno. Nel mezzo due colonne egizie, che
sono un masso continuo con lo stesso monte, distinguono le navate. Indi
si passa in un immenso corridoio, e da questo in altri e poi in altri,
in alcuni dei quali si vede il principio di molte vie sotterranee,
le quali è fama che riuscissero in lontane città: ma ora sono tutte
richiuse e colme da rottami di fabbriche stativi gittati, nel processo
dei secoli, per gli antichi spiracoli onde ricevevano qualche raggio di
luce.
In questi corridoi non solo sono nicchie di qua e di là, ma ancora,
a piccole distanze, sono come tante cappelline, anche piene intorno
intorno di sepolcri. Ancora in queste si vedono dipinture ora cristiane
ed ora gentili, e mi ricordo che allato a un san Pietro v'è alcuni
adoratori di Venere di ambo i sessi, che vengono all'ara della dea a
offerirle e ghirlande di rose ed altri segni vie meno dubbi della loro
divozione.
Tornando indietro, riuscimmo per un nuovo sentiero a un tempietto
disotterrato di corto, dove è la stessa mistione di cristiano e di
gentile. Ed avvicinandoci alla luce, questa si rifletteva in sì strane
guise pe' vari intoppi che le si opponevano, che io desiderai d'essere
pittore per ritrarle tutte. Ma quando, appressandomi, la luce divenne
troppo viva, allora mi accorsi ch'io aveva interamente dimenticato
il mondo e me stesso in quell'ora che avevo passato sotterra. Sentii
come è amaro il ritorno della vita a coloro che l'hanno un istante
dimenticata; e mi parve comprendere perchè così spesso il ritorno del
sole sull'orizzonte mi sforzi, per qualche istante, alle lacrime. Mi
parve dalle stanze dei morti arrivare a quelle de' vivi, e non me ne
rallegrai, quando, uscito del tempietto, mi ritrovai sulla piazzetta,
alla bocca dell'ultima delle tre spelonche che dinanzi mi erano
apparse.
A diritta dell'entrata di questa spelonca era una lapida greca trovata
novellamente nel tempietto. Questa annunziava di aver chiuso il corpo
d'una giovane morta di quattordici anni e tre giorni. Ed io cominciai
a fantasticare: Oh! chi sa quanto era bella questa giovane! Oh! chi
sa quanti desiderii, quante speranze ricoperse questo sasso! E così
fantasticando, rientrai con quei due vecchi nella chiesicciuola.
Quegli che avea la lampana, la spense ed andò via. Ed io guardando da
quel lato rimpetto l'altare, dove non avevo volti gli occhi la prima
volta, in vece di un muro, come immaginavo, vidi uno squallido cancello
di legno, donde si vedeva una lunga fuga di stanze sotterranee. Queste
erano tutte ingombere di terra dall'un lato e dall'altro, sì che appena
vi rimaneva un viottolo che le segava tutte per mezzo. La terra si
alzava di qua e di là come in tanti monticelli. Domandai il vecchio
ch'era rimasto, che ciò fosse. Mi rispose, ch'era il cimitero del
convento.
Uno di quei monticelli pareva essere stato smosso di fresco. Mi venne
curiosità di domandare chi vi fosse stata seppellita.
[Illustrazione: TAV. VI. ... sono appena tre dì che vi è
stata seppellita la più bella creatura che la natura abbia mai
formata. — Carte 374.]
Oh Dio! mi rispose il vecchio, percotendosi la fronte con la mano,
sono appena tre dì che vi è stata seppellita la più bella creatura
che la natura abbia mai formata. Oh signore se voi sapeste... E quasi
si affacciavano le lacrime su quegli occhi spenti, nei quali pareva
esserne stata secca per sempre la fonte.
Furono molte le parole da una parte e da altra. Alla fine, fra
molti sospiri e molte reticenze del vecchio, intesi che quella terra
ricopriva le reliquie d'una bella giovane, di cui la vita misera e
tempestosissima era stata scritta da se medesima per confidarla a un
confessore, e che il manoscritto, trovato nella cella della giovane,
era posseduto da quel vegliardo. Entrai in una infinita curiosità di
leggerlo, e ne offersi al vecchio tal somma, alla quale quel miserabile
non seppe resistere; e mi diede il manoscritto, benchè se ne staccasse
con gran dolore, e lo bagnasse alla fine delle sue lacrime nel
consegnarmelo.
Lo lessi, e mi parve che fosse degno di essere conosciuto dagli uomini;
che non sogliono essere tardi a piangere sulla sorte dello sventurato,
quando la morte di quello gli ha tolti da ogni pericolo di doverlo
soccorrere.