Perduta così l'Eugenia, e di quella tanto affettuosa e rara camerata
rimasta soltanto suora Geltrude ed io, questa restrinse in me sola
tutto quell'amore ch'era diviso fra quattro, e non ebbe più ben
nessuno, se non quanto o mi giovava in alcuna cosa, o almeno m'era da
presso. Vedendomi sempre mesta e pensierosa della perduta compagna, e
di quell'ultima notte, faceva ogni opera di disviarmi da quei tetri
fantasmi. E poich'io aveva esausti tutti i libri ch'ella aveva già
fatti miei, si cavò un giorno dal seno la licenza dei libri che le
censure ecclesiastiche vietano di leggere, la quale per mezzo del
barbassoro ella m'aveva impetrata dal pontefice romano. E fattomene
un dono, che, per verità, a malgrado della mia malinconia, mi fece
palpitare d'allegrezza, mi condusse nel suo gabinetto, e mi fece
padrona di quell'avanzo di libri. Fra i quali io mi cacciai come
ingorda voratrice, e leggeva tutta notte e tutto dì accanto a lei. Ella
nè anche, come sempre era solita, m'ammoniva di andare a rilento; ed io
consumai un lungo inverno che mi parve un soffio. Nè contenta a ciò,
come più tosto spirò la prim'aura di primavera, prendeva spessissimo
di suo una carrettella a nolo, ed ora mi conduceva a Pozzuoli, ora a
Baia, ora a Linterno, ora a Cuma, ora a Ercolano, ora a Pompei. Appena
sopraggiunse la state, mi conduceva presso che ogni dì sulle piagge
odorose di Posilipo e di Mergellina, a bagnarmi ed a specchiarmi in
quelle onde purissime e carezzevoli; ed io, tranquilla oramai da tutte
parti, m'annegai finalmente in un mare di felicità non meno puro nè
meno carezzevole di quelle onde.
E nondimeno, come in me sola si restrinse tutto quell'amore di suora
Geltrude ch'era già diviso in quattro, così in me sola ancora s'aggravò
tutto il fascio di quell'invidia che già eravamo quattro a sostenere.
Tutta l'aristocrazia dell'alunnato si ridusse in me sola; e tutto
il popolo di quelle giovani cominciò a desiderare apertamente la mia
rovina.
Passò la state ancora, e sopravvenne l'autunno; e lasciate le nostre
gite a Mergellina, ricominciammo le nostre visite ai vestigi di
quella memoria che solo, benchè molto e molto compassionevolmente se
ne affatichino ne' loro scritti, non ci è stata potuta togliere dai
forestieri.
Il dì due di novembre, non potrà mai uscirmi dalla memoria, era quel dì
in cui sapete quale strazio si fa degli avanzi dei trapassati in questa
singolarissima città. Si diserrano i sepolcri, si disotterrano i morti,
si riappiccano le ossa rotte e i teschi staccati dal loro troncone,
si vestono chi da dottore e chi da giudice, chi da leggiadra giovane e
chi da vecchia, si scrive il nome ch'ebbero o che si suppone ch'abbiano
avuto in vita, s'illuminano le sotterranee volte, e si rompe l'argine
a un mare di popolo, che va per via di diporto guardando questo e
quello scheletro, e leggendo i nomi, e se alcun nome è noto, rammenta
i suoi buoni o rei costumi o quali parve che fossero al rammentatore,
e o ne piange o ne ride o passa indifferente, ma sempre gitta monete
al sagrestano. La commemorazione de' morti non era il pensiero che
più giovava a suora Geltrude; e vedeva anche me già dal dì dinanzi
pensierosa e trista: onde si risolse di passare quel dì alla campagna.
A levata di sole si partì, e, dopo forse tre ore di viaggio, giungemmo
a Pompei, ch'era ben la quarta volta che vi venivamo. Quivi ci
avvolgemmo gran tempo fra le vote vie e le vote case, già note, e
prima di rientrare nel cocchio per tornare a desinare alla Torre
dell'Annunziata, donde eravamo dianzi passate, suora Geltrude, uscita
dalla città nel sobborgo detto dei sepolcri, volse a mano dritta, e
mi disse che desiderava passeggiare un pochetto nella vigna contigua,
e salire di là sulle mura della città, che si poteva, e contemplarla
un altro istante tutta insieme. Così facemmo; e camminando sole,
faceva un gran freddo, dal quale mi parve che suora Geltrude prendesse
un'impressione di ribrezzo che mai non aveva presa: ma ne accagionai
la novità della stagione. Gli alberi tutti ignudi ci rammentavano
gli scheletri che fuggivamo; e il suono lontano delle campane sonate
a distesa nelle città che circondano il Vesuvio, nelle cui cavità
parea lontanamente rimbombare, misto a un certo sordo scoppiettío che
facevano i nostri piedi calpestando tutte le foglie cadute e risecche,
ond'era pieno lo spazzo, ci rammentava che tutto perisce quaggiù, e
che l'uomo male si sdegna d'essere mortale. Salimmo finalmente sul
muro; e quando ci apparve tutta la parte diseppellita di Pompei, e il
freddo crebbe, e suora Geltrude, quasi abbrividando, si copriva con
la pezzuola le labbra e parte del naso, io non so, ma mi parve che la
stagione della vita fosse già passata, che col mancare dell'anno si
mancasse tutti, che fosse giunta la stagione della morte, che la morte
ci fosse intorno ovunque si ricoverasse, e che ogni fatica di fuggirla
fosse vana.
Discendendo dal muro suora Geltrude s'appoggiò con la sua mano sinistra
sulla mia spalla destra più che per l'ordinario, e volgendosi un
istante alla sua destra come per mandare un altro sguardo a Pompei,
rivolgendosi mi disse:
Come mi giova d'appoggiarmi sopra di te, o Ginevrina. Oramai poco mi
potrebbe nuocere di morire, perchè ho un seno sul quale spirare. Ch'io
credo che nel non averlo sia tutto lo spavento della morte.
Ella non aveva ancora finite queste parole, ch'io diedi in un dirotto
pianto, e non che reggere lei, non poteva più reggere me stessa.
Le dissi che quella era la prima parola non amorevole che avevo
udito dalla sua bocca, di aver potuto pronunziare ch'io le potessi
sopravvivere un istante. Ella sorrise mestamente, e mi disse ch'io era
assai giovane ancora nelle cose della vita; ma che ella sperava di non
partirsi così presto.
Risalimmo nella carrettella, che ci condusse alla Torre
dell'Annunziata, dove scendemmo a un albergo per desinare. Quivi, per
ridurci in un'ultima stanzetta, si dovè passare per una gran tavolata
d'Inglesi di questi che si chiamano _dandys_, che noi diremo zerbini, i
quali, benchè meno immodestamente che non avrebbero fatto i Francesi,
fecero alquanto beffe dell'abito monacale di suora Geltrude e del
mio, che poco differiva. Povera gente! Ella non sapeva di beffare chi
non ignorava le cause laide e infami e servili, a un tempo, del loro
scisma, e come se un loro re non avesse voluto farsi sposo mentre
era altrui marito, bacerebbero anch'essi i piedi di Gregorio! Ma
s'eglino ci beffarono, noi li disprezzammo; e senza nè pure guardarli,
passamm'oltre.
Ridotte nella stanzetta, suora Geltrude tolse solo un brodo senza più;
e questo mi crebbe malinconia. Quando quella tavolata fu sgombera,
pagato il nostro scotto, ci rimettemmo in viaggio; e poi che i giorni
correvano velocissimi verso il loro giro più angusto, eravamo appena
al Ponte, e già un'ora di notte batteva. Io aveva la mano sinistra
di suora Geltrude sempre stretta nella mia destra, e quando fummo al
Carmine la sentii fatta assai gelida. E guardandola nel viso alla
luce dei fanali e delle lucerne del Mercato, mi parve come s'ella
intirizzasse dal freddo. Nè la stagione mi pareva così rigida. Onde
tutta me la stringevo al petto, e le domandavo che ella avesse. Ma ella
rispondeva sempre che nulla, finchè, giunte all'ospizio, la misi nel
letto con la febbre.
Ora qui manca possa alla memoria e all'intelletto di raccontarvi quel
che seguì; e s'io avessi dritta la penna in mano per trent'anni, e
per trent'anni la possa mancherebbe. Un'ora di poi coricata suora
Geltrude delirò, e delirò per ventuno dì; e delirò sempre di Francia,
di rivolgimenti, di mannaie, di sommersioni, di carnefici e di capi
mozzati, e di nuovi nomi di patiboli e di morti. Le altre suore
francesi ricorsero a tutt'i medici italiani o stranieri ch'erano in
Napoli, i quali tutti definirono diversamente l'indole della febbre.
Fu tenuto dai più sommi fra costoro un gran consulto, e le furono
ordinati assai rimedi, che tutti furono adoperati. Io dalla prima sera
insino al ventunesimo dì non me le discostai un solo dito dal letto,
senza ch'ella mai più mi riconoscesse. E in sull'alba del dì ventitre
di novembre, cessatole un istante il delirio, ella mi guardò, mi
riconobbe, mi sorrise; e inclinato il capo sul mio seno, quivi, come
aveva presentito, spirò l'ultimo fiato.