Già tutto era chetato, e già non si udiva più uno zitto nella sala,
quando i due gendarmi ch'aveano attraversati gli schioppi all'uscio,
li dirizzarono. Ecco entra una figura, della quale io non aveva ancora
veduta la somigliante, e che a un tratto mi fece un'impressione fra
ridicola e spaventosa. Io vidi un vecchio altissimo, ma di assai verde
e pettoruta vecchiezza, avere in sul capo non già i capelli a uso
umano, ma una foltissima chioma da leone, tutta irsuta e riccia, che
avendo la sua dirizzatura dal mezzo della fronte, gli si sciorinava,
sempre più crespa e rilevata, per gli omeri, per le braccia, per le
mani insino ad oltre i ginocchi, dove si disperdeva nella sua medesima
ampiezza. Questa chioma era d'un certo colore scialbo, e pioveva
intorno intorno un nembo bianchissimo, tanto, ch'io, che non ancora
avevo notizia dell'amido, lo presi per di farina. Trionfava di quel
portentoso capellizio un rigoglioso e sperticato nasone, la cui maestà
annullava l'effetto pittoresco delle guance solide e paffute, del mento
tronfio e rotondo a un tempo, e della gran pappagorgia che gli pendeva
al di sotto del mento, come i bargigli al gallo o la giogaia al bue. E
ultimamente di sotto alla pappagorgia eran sospese in forma di collare
due come ampie liste o facciuole di tela bianca, tutte ben distese e
incartate. Lo seguitava immediate un'altra figura tutta medesimamente
abbigliata, e del naso e delle guancie e del mento e della pappagorgia
così simile alla prima, che a un tratto avresti detto ch'eran gemelli;
ma l'età, la complessione e la statura, che nel secondo erano mezzane,
tosto ti chiarivano ch'essi erano, come erano veramente, padre e
figliuolo. Terzo fra cotanta nasevolissima nasaggine era un nasoncello
(che veramente il naso solo appariva dal bel principio) d'un non già
uomo ma omicciuolo, anzi più tosto nano o albino o samoiedo: e quanto
d'età, e di statura, e di complessione si diversificava il primo
dal secondo, tanto il secondo si diversificava da costui, ch'era, e
par maraviglia a dire, il figlio del figliuolo di quel primo. Quando
lessi la storia romana, così m'immaginai che i Potizii o i Pinarii
procedessero all'ara d'Ercole, come quella nuova gerarchia procedevano
in quel camerone.
S'avanzavano lentamente, non guardando nulla di ciò che si parava
loro dinanzi, nè le mura, nè i letti, nè pure lo smalto, che talora,
incespicando, li faceva avvertiti di se per la sua diseguaglianza.
Ma tenevano gli occhi raccolti, o più tosto spensierati in un certo
modo strano e non dicibile, e che credo che sia proprio di cotesti
sentenziatori di ladri, di falsari, di micidiali e d'ogni sorta
parricidi. In conclusione, padre mio, il genitore era un certo
presidente di non so qual altissimo magistrato; ed i figliuoli due
giudici del magistrato medesimo, eletti a quell'ufficio per favore di
esso genitore, ch'essendo un barbassoro di gran possanza, aveva fatta
della sua casa una grand'arca di giudici. Ed ora, per una special
fiducia che quel magistrato aveva, o mostrava d'avere, in quella
schiatta, padre, figliuolo e nepote venivano quivi come fiscali.
Quarto, ma a ineguale distanza da questi tre, entrò finalmente il
duca, addobbato in quel modo che si addiceva a un tal quartiato, ed
appresso a lui il duchino, abbigliato al solito, con una giovane tutta
in gala a braccio, che credo fosse la duchessina: ed accosto accosto
alla duchessina due altri di quegli incruenti pollacchi: i quali,
vezzeggiando ora la duchessina, piena anch'essa di lezi e di moine, ed
ora i loro propri mustacchi, ridevano con lei e col duchino dei tre
messeri che procedevano dinanzi, e, se Dio m'aiuti, anche del duca
genitore.
I tre baccalari presero la via del finestrello, e quando il primo vi fu
da presso, quasi la sua testa superava il parapetto di quello ch'era
altissimo. Allora il duchino, a quella sua foggia inglese, che mi
parve d'averlo visto pur ieri, cominciò a sganasciare delle risa con la
duchessina e coi due apparenti pollacchi, bisbigliando loro pianamente,
ma, non sì ch'io non l'udissi, che se non fosse stato il padre, che
a lui sarebbe bastato il cuore, spiccandosi d'un salto sul capo del
terzo giudice (ch'era primo verso di lui che veniva dietro), montare
su quello del secondo e insino sulla gran capelliera del presidente, e,
mostratosi al popolo dal finestrello, ricalare di parrucca in parrucca
per la medesima scala. La duchessina e i pollacchi già crepavano della
voglia del ridere, tutti ammirando i graziosi e leggiadri sali del
duchino. Ma il primo baccalare, già pervenuto al finestrello, si volse
a quello benchè sordo scroscio del duchino, e queglino si sforzarono di
reprimere quanto poterono la loro troppo vivida gaiezza.
Durante tutti gli undici mesi ch'io era dimorata in quel purgatorio,
avevo sempre udito dire che in quel solenne dì, a quella solenne
visitazione, era mestieri di piangere e di lamentarsi, chi fra quelle
tribolate avesse avuto a far querela d'alcun torto. Veramente io
aveva perduto insino quel modello che par che la natura ci scolpisca a
tutti nel cuore; nè sapeva più indovinarmi che cosa fosse il torto al
mondo, e che cosa il diritto. Perchè l'uomo, quando perviene a toccare
l'ultimo fondo della servitù, non solo perde il senso intimo di ciò che
gli altri uomini gli debbono come uomo, ma si conduce insino a credere
ch'egli si debba tutto di ragione a colui che gli comanda.
Avendomi, dunque, l'immensità stessa della mia miseria condotta in
tali termini, ch'io non trovava più di che querelarmi, ero ancora
trattenuta dall'inutile piagnisteo ch'io aveva veduto fare alle mie
compagne, senza che quei fiscali volgessero pure gli occhi. E nondimeno
l'aspetto del duca e del duchino mi rammentò la grandezza delle
oppressioni che si commettono sotto il sole, e sgorgandomi naturalmente
dagli occhi un poco più lacrime che per l'ordinario, come più tosto il
presidente, pervenuto al finestrello, si volse per tornar via, ruppi
involontariamente in un disperato lamento prostendendo, senza quasi
avvedermene, ambo le mani. E un fiero ascesso venutomi infra gli altri
per isfogo della febbre sul dorso della mano destra, per essermi stato
fortemente premuto in quel trambusto del popolo, rimasto in gran parte
scoperto delle rozze fasciuole con che me l'avevan legato e tutto
esulcerato, quasi mostrava nudo i nervi e l'osso, e gocciolava un
sangue nero grumoso, che a me medesima faceva ribrezzo.
Io non vi dirò già che il presidente si volse al mio doloroso lamento,
o alla mia piaga, perchè veramente non si volse per questo. Ma,
acciocchè la mia narrazione vi sia chiara, è mestieri ch'io vi narri
prima quello ch'io seppi dappoi.
Una figliuola del presidente era stata allevata nel monastero di Regina
Coeli, ed amava tanto suora Geltrude, che non aveva alcun bene se non
quanto la vedeva. Questa figliuola era amatissima dalla sua madre,
e parmi inutile di dirvi, che pregata da suora Geltrude, di disporre
il suo padre in mio favore, ella si raccomandò alla mamma acciocchè
l'aiutasse a quell'opera di pietà; ed entrambe insieme tanto vennero
più l'un dì che l'altro supplicando e scongiurando il presidente, che,
bench'egli fosse uomo di natura superbissimo e rotto, pure finalmente
promise loro, che il dì dell'Annunziazione avrebbe interceduto per me
appresso il duca, acciocchè da quelle mortali caverne io fossi, almeno
come malata, trasferita nell'infermeria dell'alunnato.
Io non ho nessun dubbio che il presidente aveva già dimenticata la
sua promessa; tanto mi parve scarico ed astratto mentre passeggiava
quelle grotte. Ma riscosso dal mio lamento, che per verità era assai
differente da quello delle altre, mi guardò un istante con viso più
tosto umano, dico quanto è possibile a un presidente, e mi domandò
della mia condizione. E cominciandogli io dal profondo delle mie
viscere, e interrotta da un angoscioso affanno, a parlare alcune fioche
parole, com'io era stata esposta appena nata, e come consegnata due
volte a gente strania e feroce, e come da un ribaldo cuoco ricacciata
e fracassata nella buca, egli rompendomi la parola in bocca:
Abbiamo capito, mi disse. E volto al duca, che già soffermatosi,
ricordevole forse della sua crudeltà, mi guardava con un certo piglio
fra noiato e spregiante:
Duca, gli disse, non vi parrebb'egli, per avventura, che questa giovane
stesse meglio nell'infermeria dell'alunnato?
Allora vid'io quanto è mai sterminatissima la viltà degli uomini.
Perchè, acciocchè voi sappiate, quel baccalare del presidente era
persona assai potente nella corte, per assai ragioni che saria lungo
a dirvi, ed era tale che troppo mal comportava coloro che osavano non
fare della sua voglia la loro. E il duca, ch'aveva fatto di me quello
strazio che sapete, e che, per una sua naturale malvagità, aveva come
messo l'onor suo in fare che io non uscissi mai da quelle prigioni,
percosso prima dall'improvvisa proposta, tacque alcun istante, e subito
di poi raccolto l'animo, con viso lietissimo s'accostò a lisciarmi
ed a carezzarmi; e rispondendo pieno di urbanità e d'amorevolezza al
presidente, che quella era troppo piccola cosa, e che dovea spenderlo
in cose maggiori, chiamò di presente que' due medesimi uscieri che
mi avevano condotta colà, e ordinò loro, con grande ammirazione di
tutti, ch'io fossi quel dì medesimo tramutata da quivi nell'infermeria
dell'alunnato.