L'ospizio della Nunziata è diviso in due parti. Delle quali l'una,
quella sola ch'io conosceva, levandosi in due alti ordini di piani, dà
sopra tre ampissime vie; e tutta ad immense volte ed a sale smisurate,
pare sia stata edificata per abituro di Fingal e de' suoi compagni,
e che veramente vi mormori per entro il suono dell'età che furono.
L'altra, tutta quasi interna e tenebrosa, sembra deputata più tosto
alle bestie che alle creature umane, ed ha distinto il suo fondo in
forse cento angusti, umidissimi e quasi diruti covili.
Dei tremila bambini in circa che sono gettati ogni anno nella buca,
duemila e cinquecento muoiono, la più parte di fame. Gli altri
cinquecento vanno scemando nel modo che segue.
I maschi, come più acconci a pascere, con la fatica delle loro misere
braccia, l'accidiosa ingordigia della gente minuta, sono quasi tutti
presi, come già fui io dalla donna di Santa Anastasia e da donna
Mariantonia, avanti di giungere all'età de' sette anni. Ai quali coloro
che hanno non so se la ventura o la sventura di pervenire, sono mandati
al grande albergo dei poveri, ch'è in sull'entrare della città a chi
viene d'Europa, detto più comunemente e forse più ragionevolmente
dal basso e dall'alto volgo, il serraglio, come se chiudesse o varie
condizioni di peregrine belve, o gli eunuchi e le donne del soldano. Ma
delle femmine si fa migliore governo.
Queste, se non s'imbattano in alcuna stregona che le conduca a rendere
lo spirito altrove, pervenute ai sette anni, sono condotte, come tante
anime semplicette, innanzi al supremo moderatore dell'ospizio, che
suol essere, il più, qualche sterminato baccalare di nobiltà. Il quale,
novello Minosse, consideratele un istante, secondo che gli vanno o no
a sangue, le manda a libito, e senza che nessuna abbia potuto peccare
più o meno d'un'altra, chi nel primo ordine delle smisurate sale fra le
elette, che per instituto non possono oltrepassare le cento, e chi nei
covili fra le reprobe, che non sono mai più di dugento cinquanta.
Padre mio adorato, le cose nuove avrebbero bisogno di nuovi vocaboli
ad essere descritte. Ma se, non per anche giunta a' sei anni, l'essere
a viva forza intromessa in quella maladetta buca messe così fieramente
a ripentaglio la mia vita, considerate, ora che avevo già valichi gli
undici anni, in quale compassionevole stato io apparissi alla religiosa
ch'era di guardia alla ruota, dopo che que' due carnefici ebbero recato
ad effetto il loro nefario trovato.
La religiosa, che per la insolita resistenza incontrata dal troppo
grave peso, girò violentemente la ruota, al primo vedermi si tirò
un passo indietro inorridita. Io sembrava più tosto un mucchio di
ossa sfracellate e di carne franta e sanguinosa, che una creatura
vivente. Non sentivo più di me, e tutta quasi vinta d'ogni sentimento,
contemplavo stupida, e come per un sogno febbrile, la piccola cameretta
assai somigliante a un sepolcro, la pallida lucerna che la illuminava,
e il viso spaventato della religiosa, che il pallore del lume rendeva
più funesto.
La monaca, ritornata dal suo stupore, tolta la lucerna d'in sul
muricciuolo dov'era, l'appressò al mio volto; e veduto ch'io aveva gli
occhi vivi e spalancati, mi dimandò, fra benigna e ritrosa, del mio
essere, e quale assassino mi avesse ridotta in quello stato. Io non
potetti rispondere, ma versai lacrime. Alle quali fatta misericordiosa
la monaca, mi fu pia d'alcun soccorso, quanto il luogo e l'ora lo
consentiva; e tratto il guancialetto ch'era sulla seggiola ov'ella
sedeva, e postolo in terra, e sparsovi accanto un pannicello lino
ch'era sopra un'altra seggiola, mi prese alla più gran fatica del
mondo fra le sue braccia, e mi posò per terra sul pannicello, che
quasi le mancava la lena. E non curandosi d'essersi tutta insudiciata
le vestimenta, senza mai lasciare di reggermi il capo con la sua
mano sinistra, con la destra mi venne, con alcun asciugatoio e con la
medesima sua pezzuola bianca, rasciugando e tergendo non solo il sangue
che mi veniva a gran furia dal naso e dalla ferita al capo riapertasi,
ma ancora l'osceno olio ond'io tutta spiacevolmente grondava. Poscia,
adagiatomi dolcemente il capo sul guancialetto, quasi vergognando
ch'io fossi da chiunque altra che da lei veduta ignuda, si tolse il
velo dalla testa e me ne ricoperse; e con amorevolezza quasi materna
confortandomi ad attenderla qualche momento di tempo, acceso un
moccolino di cera alla lucerna, si trasse l'uscio dietro e disparve.
Poco di poi, riapertosi l'uscio, entrò un'altra figura di religiosa,
di viso più severo che la prima; la quale soffermatasi alcun istante
a riguardarmi, ed ecco giungere l'altra e serrare l'uscio. E fattesi
entrambe sopra me, cominciarono a ragionare insieme alcune parole ch'io
non intesi, e che mi parvero manifestamente non essere italiane. Dopo
le quali, tornato ad aprire l'uscio, mi sollevarono alla meglio, con
tutto il guancialetto, il pannicello e il velo, la prima per il capo
ponendo le braccia di sotto il guancialetto e con le mani afferrando
due becchi del pannicello, e l'altra per i piedi, cui aveva avvolto
il pannicello dall'altra parte, e mi trasportarono in una cameretta a
mezza scala, dov'era un lettuccio che si vedeva acconciato pur dianzi
in fretta. In sul quale posatami, e soprastate alcun poco entrambe per
raccogliere il fiato, la religiosa ch'era venuta in aiuto della prima
ritornò giù a guardia della ruota, e l'altra mi si sedette allato,
tutta piena d'affettuosa pazienza, non ristando mai di nettarmi, di
carezzarmi e di fare ogni opera per ristagnarmi il sangue, finchè penò
a farsi giorno.