La casa di don Gennaro Volpe, capocuoco del principe di San Marcello,
era composta di due stanze e d'una cucinuzza. La prima delle
due stanze, ch'era quella ove s'entrava dall'uscio di scala, era
mediocremente grandicella; e v'erano tre rozzi letti, uno più tosto
larghetto, gli altri due piccini. Da questa si passava nella seconda
stanza, che era assai bene angusta. Quivi era un letto di sterminata
grandezza, ch'era il talamo di donna Mariantonia; e accantogli era un
lettino piccoletto. Appresso veniva la cucina, ch'era strettissima,
tutta ingombera di ruvidi vasi di terra da riporre acqua, col pozzo,
col lavatoio, con l'acquaio e col focolare, ed accanto al focolare un
puzzolentissimo cesso, secondo il savio costume di questa città. Quivi
vicino al cesso era un piccolo pagliericcio per terra, la cui federa,
ch'era d'accia grossissima, serbava ancora i segni d'essere stata un dì
sottana di donna Mariantonia.
Costei, rivoltami per la prima volta la parola da che s'era partiti
dall'ospizio, disse:
Ecco Ginevrina, quivi dormirai tu; e m'additò il sacconcello. Ora
viemmi a spazzare le stanze.
Così dicendo rientrò nella sua stanza, dove don Gennaro si accommiatò
da lei e da don Gaetano; perchè, com'egli diceva, era ben tardi, e gli
conveniva andare in mercato a provvedere da desinare al suo padrone.
Donna Mariantonia restò sola in istanza con don Gaetano, ed io mi
accorsi che fra don Gaetano e lei era la più perfetta dimestichezza.
Ma, bench'io fossi bambina, il mio stupore fu grande, quando vidi
che don Gaetano spogliandosi il suo vestone e la giubba ed altri
suoi arnesi, si sdraiò sul lettuccio accosto al letto nuziale, e che
compresi ch'egli dormiva quivi.
Adunque, padre mio, don Gennaro era un cuoco; donna Mariantonia era sua
moglie, chiamata da' suoi vicini, la coca; don Gaetano era uno studente
di Catanzaro venuto con la pensione paterna di sei ducati il mese a
studiare a Napoli in diritto a fine di tirarsi su per procuratore,
e stava a dozzina in casa il cuoco, anzi nella propria stanza dove
quegli dormiva con la moglie, a pochissimo prezzo, per il gran bene che
donna Mariantonia gli voleva in grazia delle sue buone qualità. Donna
Mariantonia faceva exprofesso il mestiere di tenere a dozzina studenti;
e sette altri studenti, che a quell'ora erano fuori a studio, abitavano
nella prima stanza, dormendo, com'è il costume di simile condizione di
gente, tre nel letto più grande, e due in ognuno de' due letticciuoli
piccini.
Donna Mariantonia e don Gennaro, per non ispendere danari in una fante
che servisse tanta gente, avevano divisato di prendersi una fanciulla
della Madonna e adoperarla ai più faticosi e vili servigi della casa;
avevano desiderato che la fanciulla fosse di età tenera per poterla
meglio educare alla loro sferza; ed era stato consentimento di destino
che la scelta cadesse sopra di me.
Ora eccomi divenuta serva di otto studenti, d'un cuoco e d'una bagascia
di sua moglie, che avendo in sul sangue dei miserabili messo da parte
alcun danaruzzo, voleva fare la pulita. Qui termina la mia infanzia, e
comincia la mia adolescenza, e un nuovo ordine, forse assai più orrendo
che il primo, di stenti e di sventure.
Presa la granata, io non sapeva da qual camera cominciarmi a spazzare,
nè verso qual parte ammonticellare l'immondezza; onde, per chiarirmene,
dissi:
Ditemi, donna Mariantò...
A questa sillaba la donna mi si caccia addosso come una furia, e
dandomi un rovinoso ceffone:
Che cos'è, mi disse, questa donna Mariantonia... brutta bestia di
bastardaccia... Così si parla alla padrona, eh? O credi tu ch'io sia
qualche lazzara o figliuola di lazzara, quale sei tu, che tu mi chiami
per nome?...
E vedendomi così brancolare un momento, dopo il ceffone:
To', guarda brutta sciancata! Sì davvero ch'io ho fatta la bella
scelta!... brutta fetente...
E mi diede un secondo ceffone, dal quale mi convenne stramazzare.
Io feci un grande sforzo per rilevarmi, nè piansi, perchè non v'era
più lacrime. Ma traendo un profondo sospiro dal petto già troppo presto
stanco di soffrire:
Ora mi dica ella medesima come le ho a dire, risposi, ed io così le
dirò.
Voltati! disse la donna alquanto più rimessa: padrona, signora...
coteste le son cose che nè anche si domandano.
Io le diedi di signora; e così ebbi ordine di farmi dalla cucina, e
continuando per le due camere, spazzassi ben bene anche le quattordici
scale, e i quattordici pianerottoli, e la piccola corte giù all'uscio
da via, e cacciassi e ammucchiassi l'immondizia sulla strada; acciocchè
il signorino e i signorini (erano il cuoco e gli studenti), tornando a
desinare, trovassero tutto netto e pulito.
Poscia ch'io ebbi eseguito l'ordine della signora, ella mi disse che
l'acqua che s'attingeva dal pozzo era troppo sudicia, che però era
mestieri ch'io andassi per essa alla vicina fonte Capuana, accosto,
come sapete, all'antico Castel Capuano. E mostrandomi due secchioni
ch'erano presso al pozzo in cucina:
Togli quei due secchioni, mi disse, e vanne con essi alla fonte a
empirli d'acqua; e tornando li verserai in quella prima conca; e così
adagino adagino, riandando e ritornando, ne compirai tutt'e tre quelle
conche; che non meno d'acqua ci bisogna qui per tanti che siamo. Io
sono nata pulita e pulita voglio morire. Starei sempre nell'acqua come
i pesci.
Ciascuna delle tre enormi conche o vasi di terra ch'ella mi aveva
mostrati, conteneva, come ne feci l'esperienza, circa a sette di quei
secchioni, di maniera che, come intendete, mi conveniva andare almeno
dieci volte il dì alla fonte, e dieci volte rivenirne coi secchioni
pieni e portarli entrambi al settimo piano. Mi avviai la prima volta,
e forse perchè la Madonna mi prestò le forze, potetti i due secchioni
voti fino alla fonte. Ma quando gli ebbi riempiti, io mi accorsi che
a grandissima fatica ne potevo uno. Allora tutta smarrita e tolta di
me, cominciai a percuotermi le guancie e la fronte ed a stracciarmi
i capelli, considerando lo strazio che avrebbe fatto di me donna
Mariantonia, s'io le fossi tornata con una sola secchia.
Erano di qua e di là dalla fonte sei grandi ricettacoli d'acqua,
tre da una parte e tre dall'altra, lunghesso il parapetto dei quali
erano assai donne a lavare. Io, percorse ch'io l'ebbi tutte con lo
sguardo, tolsi di mira quella che mi parve aver cera più umana, ed
accostatamele, le significai, piangendo, il caso mio, pregandola per
se mai aveva qualche piccola figliuola, per l'amore che portava a
santa Caterina, la cui chiesa era colà rimpetto, di volermi aiutare
per quella sola volta a portare una di quelle secchie fino a una
casa presso alla chiesa di San Giovanni a Carbonara; che così mi
avrebbe salvata dai più crudeli tormenti, ed il Signore gliene avrebbe
riprovveduto in cielo.
Oh Dio! com'è feroce l'uomo! Questa donna, che pareva umanissima fra
tutte le altre, mi si volse con un piglio così disumano, che a un
tratto io temetti di peggio e m'arretrai:
To', non volevo far altro!, mi rispose. Odi malizia per non faticare.
E levando incredibilmente la voce, talchè trasse sopra di me gli
sguardi di tutta la gente:
Fatica, fatica, mi gridava in capo quanto n'avea nella gola. Come fate
presto ad assuefarvi a non volere far nulla. Grande scioperatucciaccia
che tu déi essere.
In un istante fu un gran cerchio di minuta gente intorno a noi, corsa
come a un caso gravissimo. S'io non mi morii dalla vergogna, certo non
fu cosa naturale, ma ordinamento del cielo, che mi serbava a maggiori
sciagure. Tutti, come sapete che si costuma qui in simili casi, ci
vollero giudicare. Chi diede ragione alla donna e chi a me, bench'io
non profferissi sillaba in mia difesa e stessi come una trasognata;
ma nessuno s'offerì d'aiutarmi in quello scambio. Solo un farinaiólo,
grasso e grosso, con una immensa pancia ed un enorme naso, accorso
anch'egli d'una botteguccia ch'era colà presso, ebbe qualche pietà di
me, e portando una delle due secchie nella sua botteghetta, tutta mi
venne riconfortando, dicendo ch'io fossi andata pure felice con una
sola, e, lasciata quella a casa, fossi tornata per l'altra, ch'egli me
l'avrebbe custodita sicuramente.
Così me n'andai con un secchione, che appena potevo con ambo le
braccia, non senza essere spettacolo a molti lazzaroni sfaccendati per
un gran tratto della via Carbonara.
Io non so come feci a reggere quel peso per le scale. Ad ogni scalino
ero costretta di fermarmi, e prendere un poco di fiato per rimontare
l'altro. Giunta al penultimo pianerottolo, vidi donna Mariantonia, che
fattasi in capo della scala, cominciava a garrirmi della mia tardanza:
Credevo che ti fossi annegata nella fonte, brutta carogna...
Eterno Dio! Qual fulmine, quale Vesuvio scoppiò mai con tanta tempesta,
con quanta si precipitò colei per la scala, tosto che s'avvide ch'io
tornava con sola una secchia. Senza darmi il tempo di aprire solamente
le labbra, ella mi assalì con tanti pugni alle tempie, con tanti calci
sul petto e sullo stomaco e con sì nefande bestemmie, ch'io caddi per
terra come morta.