Poscia che fummo nella sala grande, suora Amalia mi condusse ad uno
di quei letticciuoli, sul quale era laidamente sdraiata una di quelle
donnacce con tre bambini al petto, e le disse:
Caterina, questa bimba è consegnata a voi. Prendetene cura.
E lasciatami presso al letticello, ne andò al suo posto in fondo al
corridoio.
In tal modo io rimasi quinta dormitrice o più tosto abitatrice di
quel lettuccio, perchè altrove non mi era presso che mai conceduto
di tramutarmi: e quando la nutrice andava al refettorio delle balie o
altrove, mi ammoniva con terribili minacce ch'io non mi movessi di dove
ero. A mezzodì e la sera la donna mi dava un piccolo piattello dove era
una poca di pappa di pane bruno cotto nell'acqua pura; e la sera alle
ventiquattro un piattellino ancora più piccino della medesima vivanda.
Quello era il mio pranzo e questo la mia cena. Ebbi una sorta di
cencio di tela di canape grossa turchiniccia; ed era il mio vestimento.
Passavo i lunghi giorni senza far nulla; e la notte non potevo dormire,
perchè proprio non v'era posto per me sopra il lettuccio; nè fu una
sola quella notte che o da me stessa, per essere in sull'estrema
sponda, o per un qualche calcio della balia, io cadeva per terra, e
mi era assai meno penoso di rimanermi sola colà, che di rimontare sul
letto, dove non sarei potuta entrare, e, potendo, mi sarei esposta a un
nuovo calcio.
Giorno e notte si udiva rimbombare nelle immense volte della sala una
specie di rauco muggito, che ad ora ad ora cresceva tanto, che pareva
che le volte allora allora si aprissero e dessero la via al fragorio
ed al tuono d'una gran tempesta. Queste eran le balie che cullavano i
bambini, dimenando con tanta furia le culle in su gli arcioni, che alla
fine quei miserelli, storcendo gli occhi e tutti allividendo nel viso,
erano compresi d'una sorta di apoplessia al cervello, che le balie
interpretavano per sonno. Nè contente a ciò, finchè gli occhi di quei
meschini non si fossero interamente chiusi a quel violento letargo,
intonavano, o più tosto intronavano loro negli orecchi una maniera di
goffissima canzona a canto fermo, che, per somiglianza forse delle
nenie sepolcrali degli antichi, chiamano chi nanna e chi nonna; ed
accrescevano lo spaventoso tumulto.
L'aspetto della continua mortalità che regna in quelle sale percoteva
incredibilmente la mia infantile immaginativa. Troppo lungamente
bisogna vivere all'uomo, perch'egli si avvezzi allo stupendo fenomeno
di vedersi disteso dinanzi il suo simile, che poco prima viveva e
ragionava con lui, e un momento di poi più non si muove e non risponde;
e pure nulla in lui è cangiato! Io udiva dire dalle balie e dall'altra
gente del luogo, che tremila bambini in circa sono gittati nella buca
in un anno; e nell'ospizio intero non sono mai più di settecento i
viventi fra grandi e piccoli. Immaginate, o padre, quanti bambini mi
dovevano ora agonizzare, ora morire accanto: e quanti piccoli cadaveri,
e talvolta anche grandicelli, dovevano di giorno e di notte passarmi
dinanzi; di giorno, a una luce così fosca e sinistra, che quasi non
pareva più quella del sole; e di notte, a quella anche più sinistra
delle poche lampade che a grandi distanze illuminavano malinconicamente
quella sala.
Laonde mi sovviene che, non potendo nè notte nè giorno riposare, per
lo stridore delle balie e lo spavento della morte, che pareva non
restasse mai di girare intorno intorno con la sua falce, morendo del
freddo in quel gran vano di quella sala, avendo i nervi turbati dalla
vigilia, dall'inedia e dall'aria pestilenziale che quivi si respirava,
nè potendo, in alcuna operazione o materiale o mentale, spendere
quella virtù attiva che il Creatore ha posto in tutto l'essere nostro
per la propria nostra conservazione e che, quando non abbia dove
rivolgersi, si rivolge contro a noi stessi e ci uccide, mi sovviene
ch'io fui assalita da una smania. da un fastidio di me stessa, da
un tedio così intenso della luce, del sentire e di qualunque cosa,
in fine, rappresenta la vita, che le mie parole non possono mai
bastare ad esprimere. Stetti sei mesi come una piccola energumena;
troncandomi spesso a brano a brano le carni: e più d'una volta le balie
giudicarono, nelle loro grossolane menti, ch'io avessi addosso il mal
della rabbia, e andavano considerando come ciò fosse potuto essere,
e se convenisse, per loro salute, di soffocarmi così di nascoso. E
solo il vedermi non abborrire, anzi ardentissimamente desiderare, un
boccaletto di acqua fresca, le ratteneva dal recare ad atto la loro
crudeltà. Alla fine perdetti le forze, e mi avvezzai alla necessità
di quella vita, come il galeotto si avvezza al remo ed alla catena,
e gl'Italiani chiusi nel carcere detto durissimo, alle tenebre, al
digiuno perfetto di pane e d'acqua, ad avere mani piedi e stomaco
sempre stretti fra grossi cerchi di ferro e ad essere regolarmente
flagellati[1].