I.

Io non so nel seno di qual donna, nè per saziare le voglie di qual

uomo, io fui concepita. Non so chi, levatami dal sacro fonte, mi

battezzò nel nome di Ginevra. Non conobbi mai colei che mi nutrì col

suo latte, nè mi sovviene di nessun volto umano che abbia sorriso alla

mia infanzia.

La mia prima memoria è l'aver rotto la tenera fronte allo spigolo

d'una tavola di marmo, ch'era nel mezzo d'un lugubre corridoio della

Casa della Nunziata. Questo mi avvenne per un calcio che mi scagliò

una di quelle furie che quivi si chiamano nutrici, della quale mi si

è dileguata ogni sembianza. Questa memoria è come un lampo, che mi

traluce talvolta alla fantasia e sparisce. Poi tutto è buio: e solo

mi sovviene ch'io piangeva molto, abbandonata quasi ignuda sul freddo

pavimento, ch'io bagnava delle mie lacrime: ma le cause del mio dolore

mi sono fuggite.

Il primo avvenimento, onde mi è possibile di cominciare il racconto di

questa mia povera vita, è il seguente.

Era uno di quei giorni cupi e piovosi, nei quali la natura sembra

piangere insieme con noi delle sciagure alle quali ella medesima ci

ha abbandonati. Io povera bimba, gittata al solito per terra fra le

centinaia di mie coetanee, morta del freddo ed estenuata dalla mancanza

di nutrimento, era fra questa vita e l'altra, in uno di quei momenti di

assenza totale di sensazioni, che si provano nei primi giorni in cui la

propria coscienza comincia a riconoscersi ed a contare, per così dire,

una storia di se stessa. Una nutrice, e di costei ho presentissimo

il laido e sozzo viso, appressandosi a me, mi sollevò di peso per il

sinistro braccio, di sì mala maniera, che mi slogò la spalluccia. In

vano tenterei di esprimere con parole la fierezza del dolore ch'io

ebbi. Le mie strida acutissime avrebbero riscosso il carnefice. Ma

la donna parve non avvertirle, e sempre nella medesima attitudine mi

portò, o più tosto strascinò, in una specie di tenebroso parlatorio.

Quivi, sopra molti rozzi scanni che l'ingombravano, erano assai bambini

di ambo i sessi, in varie positure, e tutte penosissime. Alcuni avevano

le mani e i piedi così stretti e chiusi nelle fasce, che il sangue,

come poscia ho capito, più non circolando, regurgitava alla testa.

Però mostravano il viso tutto livido ed annerito, ed erano prossimi a

rendere lo spirito. Altri erano sciolti e scalzi; anzi tanto sciolti,

e tanto scalzi, che nel cuore dell'inverno altro non avevano indosso

che una sorta di grembiule, dal quale parevano, ma non erano, coperti.

Giravano per la squallida sala alcune figure come di contadine, brutte,

le più, come la mala ventura. Queste davano di piglio a vicenda, chi a

questo, chi a quell'altro bambino. Lo tastavano tutto, gli squarciavano

la bocca, gli storcevano le palpebre, venendolo considerando come ogni

altra merce. Molti ne rifiutavano con quel garbo che potete immaginare.

Qualcuno che andava loro a grado, lo toglievano in braccio e portavano

via senza più. Solamente un vecchio bianco e calvo, che, con larghi

occhiali sul naso e con un grosso libro innanzi, sedeva a una tavola in

un canto della sala, mentre la donna portava via il bambino, notava non

so che in quel libro.

Arrivata nel mezzo della sala, l'arpia che mi aveva ghermita aprì

l'artiglio e mi lasciò cadere sopra uno scanno. Io fui presa e ripresa,

per quel medesimo braccio ch'io aveva slogato, non so quante volte da

non so quante persone. Fui stazzonata, sgualcita, pesta in tutte le

forme possibili. L'eccesso del dolore mi aveva renduta in apparenza

tranquillissima, togliendomi interamente la forza di piangere. Alla

fine una donna di mezzana età, ch'avea un occhio cieco, e l'altro

così orrido e spaventato, che pareva una lammia, dopo avermi straziata

in mille guise, e postemi le mani in bocca e altrove, come si fa dei

cavalli, visto che io nè pure fiatava, disse alle nutrici in quel suo

rozzo linguaggio:

Questa bimba mi conviene. Io non posso patire i fanciulli che piangono.

Dall'aurora si vede il buon giorno. Io voglio farmene un aiuto alle mie

fatiche, ed ho bisogno ch'ella sia d'indole quieta ed obbediente. Che

tempo ha ella?

Quattro anni nei cinque, le fu risposto.

Or bene, la prendo, disse la donna.

Allora il vecchio scrisse nel libro, e la donna me ne portò in braccio

sulla via.

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata · 第 18 / 140 题