E poichè siamo all'eloquenza politica diamo uno sguardo alla

letteratura. Raffiguriamoci una sala di Accademia piena di confusione e

di strepito. Una folla di poeti, di romanzieri e di scrittori d'ogni

natura, aventi quasi tutti qualcosa di francese nel volto e nei modi,

benchè studiosissimi tutti di non lasciarlo parere; leggono e declamano

le opere loro, facendo gli uni a soverchiar la voce degli altri, a fine

di farsi sentire dal popolo accalcato nelle tribune; il quale, dal canto

suo, bada a legger le gazzette e a disputar di politica. A quando a

quando una voce vibrata e armoniosa vince il tumulto; e allora cento

voci, prorompono insieme in un canto della sala, gridando:--È un

carlista!--e una salva di fischi tien dietro alle grida; oppure:--È un

repubblicano!--e un'altra salva di fischi, da un'altra parte, soffoca la

voce vibrata e armoniosa. Gli accademici si tirano dei giornali

rappallottolati, si urlan l'un l'altro nell'orecchio:--Ateo!--

Gesuita!-- Demagogo!-- Neo-cattolico!-- Banderuola!-- Traditore!--A

tender ben l'orecchio verso quei che leggono, si colgono strofe

armoniose, periodi ben torniti, frasi potenti; il primo effetto è

gradevole; son davvero poesie e prose piene di calore, di vita, di

sprazzi di luce, di felici comparazioni tolte da tutto quello che

splende e che suona nel cielo e sul mare e sulla terra; e ogni cosa

vagamente lumeggiato di colori orientali e riccamente vestito di armonie

italiane. Ma ahimè! non è che letteratura per gli occhi e per gli

orecchi; non è che musica e pittura; raramente la musa, in mezzo a un

nembo di fiori, lascia cadere la gemma d'un pensiero; e di codesta

pioggia luminosa non rimane che un leggiero profumo nell'aria, e l'eco

d'un lieve mormorio nell'orecchio. Intanto, s'odon nella strada grida

di popolo, colpi di fucili e suon di tamburi; a ogni tratto, qualche

artista diserta l'arringo, e va a sventolare una bandiera tra la folla;

spariscono a due, a tre, a frotte, e vanno a ingrossare il drappello dei

gazzettieri; lo strepito e la vicenda continua degli avvenimenti,

distolgono i più tenaci dalle opere di lunga lena; invano qualche

solitario nella folla grida:--In nome del Cervantes, fermate!--Alcune

voci potenti si sollevano al di sopra di quel gridìo; ma son voci

d'uomini raggruppati in disparte, molti dei quali in procinto di partire

per un viaggio senza ritorno. È la voce dell'Hatzembuch, il principe del

dramma; è la voce del Breton de los Herreros, il principe della

commedia; è la voce dello Zorrilla, il principe della poesia; è un

orientalista che si chiama Gayango, un archeologo che si chiama Guerra,

un commediografo che si chiama Tamayo, un novelliere che si chiama

Fernand Caballero, un critico che si chiama Amador de Los Rios, un

romanziere che si chiama Fernandez y Gonzalez, e una schiera d'altri

ingegni arditi e fecondi; in mezzo ai quali è ancora viva la memoria del

gran poeta della rivoluzione, Quintana; del Byron della Spagna,

Espronceda; d'un Nicasio Gallego, d'un Martinez della Rosa, d'un duca di

Rivas. Ma il tumulto, il disordine e la discordia invadono ed avvolgono,

come un torrente, ogni cosa. E per uscir di allegoria, la letteratura

spagnuola si trova in quasi eguali condizioni della nostra: una schiera

di illustri che declinano; ma che ebbero due grandi ispirazioni: o la

religione o la patria, o entrambe; e che però lasciarono un'orma propria

e durevole nel campo dell'arte; e una schiera di giovani che vengono

innanzi a tentoni, domandando che cosa hanno da fare, piuttosto che

facendo davvero; ondeggianti tra la fede e il dubbio, o aventi la fede

senza il coraggio, o non avendola, indotti dall'uso a simularla;

malsicuri anch' essi della propria lingua, e titubanti fra le Accademie

che gridano:--Purezza!--e il popolo che grida:--Verità!; incerti tra la

legge della tradizione e il bisogno del momento; lasciáti, in un canto

dai mille che danno la fama o vituperati dai pochi che la suggellano;

costretti a pensare in un modo e a scrivere in un altro, a non

esprimersi interi, a lasciarsi sfuggire il presente per non si staccare

dal passato, a barcamenarsi alla meglio fra opposte difficoltà. Gran

ventura poter far surnuotare, per qualche anno, il proprio nome al

torrente di libri francesi onde il paese è allagato! Dal che nasce lo

sconforto prima nelle proprie forze e poi nel genio nazionale; e di qui

o l'imitazione che mantiene nella mediocrità, o l'abbandono della

letteratura dai larghi studi e dalle larghe speranze, per il facile e

proficuo scribacchiar nei giornali. Unico, fra le tante rovine, riman

ritto il teatro. La nuova letteratura drammatica non ha più dell'antica

nè l'invenzione meravigliosa, nè la forma splendida, nè quell'impronta

originale di nobiltà e di grandezza, che era propria d'un popolo

dominatore dell'Europa e del Nuovo Mondo; e meno ancora la fecondità

incredibile e la varietà senza fine; ma per compenso una più sana

dottrina, un'osservazione più profonda, una delicatezza più squisita, e

una maggiore conformità allo scopo vero del teatro, che è di correggere

i costumi e di nobilitare i cuori e le menti. In tutte le opere

letterarie poi, come nel teatro, nei romanzi, nei canti popolari, nei

poemi, nelle storie, sempre vivo e dominante il sentimento che informa

più profondamente, forse, che ogni altra letteratura europea, la

letteratura spagnuola, dai primi tentativi lirici del Berceo ai vigorosi

inni guerrieri del Quintana:--l'orgoglio nazionale.

E qui accade di parlare del carattere degli Spagnuoli. Il loro orgoglio

nazionale è tale oggi ancora, dopo tante e sventure e una sì bassa

caduta, da far dubitare allo straniero che vive in mezzo a loro, s'essi

sian spagnuoli di tre secoli fa, o spagnuoli del secolo decimonono. Ma è

un orgoglio che non offende, un orgoglio innocentemente rettorico. Non

deprimon già le altre nazioni per parer alla volta loro più alti; no; le

rispettano, le lodano, le ammirano, ma lasciando però trasparire il

sentimento di una superiorità che, nel concetto loro, ritrae appunto da

quell'ammirazione, una luminosa evidenza. Sono, per le altre nazioni,

benevoli di quella benevolenza che il Leopardi dice giustamente essere

propria degli uomini pieni del concetto di se medesimi; i quali,

credendosi ammirati da tutti, amano i loro creduti ammiratori, anche

perchè giudicano ciò conveniente a quella _maggioranza_ onde stimano

che la sorte gli abbia favoriti. Non può esservi stato al mondo un

popolo più fiero della sua storia che il popolo spagnuolo. È una cosa

incredibile. Il ragazzo che vi lustra gli stivali, il facchino che vi

porta la valigia, il mendicante che vi chiede l'elemosina, alzan la

testa e mandan lampi dagli occhi al nome di Carlo V, di Filippo II, di

Ferdinando Cortes, di Don Giovanni d'Austria, come se fossero eroi del

loro tempo, e li avesser veduti il giorno prima entrare trionfalmente

nella città. Si pronuncia il nome di _España_ coll'accento col quale

dovevan pronunciar _Roma_ i Romani a' tempi più gloriosi della

repubblica. Quando si parla della Spagna, è bandita anche la modestia,

dagli uomini naturalmente più modesti, senza che sul loro viso appaia il

menomo indizio di quell'esaltamento a cui si condona l'intemperanza del

linguaggio. Si inneggia a freddo, per uso, senza accorgersene. Nei

discorsi al Parlamento, negli articoli delle gazzette, nelle scritture

delle accademie, si chiama il popolo spagnuolo, senza perifrasi, _un

pueblo de héroes_, la grande nazione, la meraviglia del mondo, la gloria

dei secoli. È raro il sentir dire o leggere cento parole da chi si sia e

a qual si voglia uditorio, senza che o prima o poi non suoni il

ritornello obbligato di Lepanto, di scoperta d'America, di guerra

d'indipendenza, a cui tien dietro sempre uno scoppio d'applausi.

E appunto la tradizione della guerra d'indipendenza costituisce nel

popolo spagnuolo una forza intima immensa. Chi non sia vissuto o poco o

molto in Spagna non può credere che una guerra, per quanto fortunata e

gloriosa, possa lasciare in un popolo una così profonda fede nel valor

nazionale. Baylen, Victoria, San Marcial sono tradizioni per la Spagna

assai più efficaci che non siano per la Francia Marengo, Jena,

Austerlitz. La stessa gloria guerriera degli eserciti di Napoleone,

veduta a traverso la guerra d'indipendenza che vi stese su il primo

velo, appare agli occhi della Spagna assai meno splendida che a ogni

altro popolo d'Europa. L'idea di una invasione straniera desta negli

Spagnuoli un sorriso di sdegnoso disprezzo; non credono alla possibilità

d'esser vinti nel loro paese; bisognava sentire con che tòno parlavan

della Germania quando correva voce che l'imperatore Guglielmo fosse

risoluto a sostenere colle armi il trono del duca d'Aosta. E non c'è

dubbio che, se avessero a combattere una nuova guerra d'indipendenza,

forse combatterebbero, con meno fortunato successo, ma con prodezza e

costanza pari a quella maravigliosa che spiegarono allora. Il 1808 è il

93 della Spagna; è una data che ogni spagnuolo ha dinanzi agli occhi

scritta in carattere di fuoco; se ne gloriano le donne, i ragazzi, i

bambini che cominciano a scioglier la lingua; è il grido di guerra della

nazione.

E quella stessa alterezza l'hanno dei loro scrittori e dei loro artisti.

L'accattone invece di dir _España_, vi dice qualche volta _la patria de

Cervantes_. Nessun scrittore al mondo ebbe mai nel suo popolo la

popolarità che ha in Spagna l'autore del _Don Chisciotte_. Io credo che

non vi sia un contadino, un pastore, dai Pirenei alla Sierra Nevada,

dalla costa di Valenza ai colli d'Estremadura, che interrogato di chi

sia il Cervantes, non risponda con un sorriso di compiacenza:--_El

imortal autor del Quijote._--La Spagna è forse il paese dove si

celebrano più anniversarii di grandi scrittori: da Juan de Mena

all'Espronceda, ognuno ha il suo giorno solenne, nel quale si offre alla

sua tomba un tributo di canti e di fiori. Nelle piazze, nei caffè, nei

carrozzoni della strada ferrata, per tutto occorre di sentir citar versi

di poeti illustri, da ogni sorta di gente; chi non ha letto, ha sentito

leggere; chi non ha sentito leggere, ripete la citazione come un

proverbio, per averla udita da un altro; e quando uno dice un verso,

tutti drizzan gli orecchi. Chi conosca per poco la letteratura

spagnuola, può fare un viaggio in quel paese colla sicurezza di aver

sempre di che discorrere e di come ispirar simpatia, dovunque capiti, in

chiunque s'abbatta. La letteratura nazionale è là veramente nazionale.

Il difetto degli Spagnuoli che colpisce fin dalle prime lo straniero, è

questo: che nell'estimare le cose, gli uomini e gli avvenimenti del loro

tempo e del loro paese, sbagliano, se così può dirsi, la misura;

ingigantiscon tutto; vedono ogni cosa come a traverso una lente che ne

dilata spropositatamente i contorni. Non avendo avuto da lungo tempo una

partecipazione immediata nella vita comune d'Europa, mancò loro

l'occasione di paragonarsi cogli altri Stati, e di giudicar sè stessi

dal paragone. Perciò le loro guerre civili, le guerre d'America,

d'Affrica, di Cuba, sono per loro quello che son per noi, non la piccola

guerra del 1860 e 61 contro l'esercito papale od anche la rivoluzione

del 1860; ma la gran guerra di Crimea, quella del 1859, quella del 1866.

Dei combattimenti, sanguinosi senza dubbio, ma non grandi, che

illustrarono le armi spagnuole in quelle guerre, parlano come i Francesi

di Solferino, i Prussiani di Sadowa, gli Austriaci di Custoza. I Prim, i

Serrano, gli O'Donnell, sono generali che mettono al lato dei più

insigni degli altri paesi. Mi ricordo del chiasso fatto a Madrid per la

vittoria riportata dal general Morriones su quattro o cinque mila

Carlisti. I deputati, nella sala di conversazione delle Cortes,

esclamavano enfaticamente:--_Eh! La sangre española!_--; alcuni dicevan

persino che se un esercito di trecentomila Spagnuoli, si fosse trovato

in luogo dei Francesi nel 1870, sarebbe corso difilato a Berlino. E

certo non si può dubitar del valore spagnuolo, che diede di sè tante

prove; ma è lecito il supporre che fra Carlisti disordinati e Prussiani

stretti in corpi d'esercito, fra soldati d'Europa, per farla più larga,

e soldati d'Affrica, fra grandi battaglie campali, dove la mitraglia

miete le vite a migliaia, e combattimenti di diecimila soldati per

parte, con disparità grande di armamento e di disciplina, ci corra. E

come parlan di guerra, parlan d'ogni altra cosa; non già il popolo solo,

ma la gente colta. Agli scrittori si prodigano lodi sperticate; si dà

di _grande poeta_ a molti, il cui nome non è mai uscito di Spagna; gli

epiteti di inarrivabile, di sublime, di meraviglioso, sono moneta

corrente che si spende e si riceve senza il menomo dubbio sulla bontà

della lega. Si direbbe che la Spagna guarda e giudica ogni sua cosa,

piuttosto come un popolo americano, che come un popolo europeo; e che

invece dei Pirenei, la separi dall'Europa un oceano, e la congiunga

all'America un istmo.

Del resto, quanto son simili a noi! A sentir parlare il popolo di

politica, par d'essere in Italia; non si discute, si sentenzia;

non si censura, si condanna; ad ogni giudizio basta un argomento,

e per foggiare un argomento basta un indizio. Il tal ministro? Un

furfante. Il tal altro? Un traditore. Quell'altro tale? un ipocrita; una

fitta di ladri tutti; uno ha fatto vendere gli alberi dei giardini

d'Aranjuez, l'altro ha portato via dei tesori dall'Escuriale, un terzo

ha vuotato le casse dello Stato, un quarto ha venduto l'anima per un

sacchetto di dobloni. Negli uomini che hanno avuto mano in tutti i

rivolgimenti politici da trent'anni in qua, non hanno più fede; anche

nel popolo minuto serpeggia un sentimento di sconforto, del quale

s'intende l'espressione ad ogni tratto e in ogni lato:--_Pobre

España!_--_Desgraciado pais!_--_Desdichados españoles!_

Ma l'esacerbamento delle passioni politiche e il furore delle lotte

intestine non ha mutato il fondo dell'antico carattere spagnuolo.

Solamente quella parte della società alla quale si dà il nome di mondo

politico, questa solamente è corrotta; il popolo, benchè pur sempre

inchinevole a quei ciechi e talora selvaggi impeti di passione che

tradiscono la mescolanza del sangue arabo col sangue latino, è buono,

leale, capace di sensi magnanimi e di sublimi slanci d'entusiasmo. La

_honra de España_ è ancora un motto che fa battere tutti i cuori. E poi

hanno modi franchi e gentili; forse men fini, ma certo più amabilmente

ingenui, di quelli onde van lodati i Francesi. Invece di farvi un

sorriso vi porgono un sigaro, invece di dirvi una garbatezza vi stringon

la mano, e sono più ospitali a fatti che a offerte. Nondimeno le formole

di saluto serbano l'antica impronta cortigianesca; l'uomo dice alla

donna:--Ai suoi piedi;--la donna dice all'uomo:--Le bacio la mano;--gli

uomini, fra loro, sottoscrivon le lettere col Q. B. S. M.,--_que besa

sus manos,_--come da servo a signore; gli amici soli si dicono addio e

il popolo ha il suo saluto affettuoso di _Vaya Vsted con Dios_ che val

più di tutti i baci sulle mani.

Con codesta natura calda e espansiva della gente, è impossibile stare un

mese a Madrid senza farsi cento amici, anche senza cercarli. Figuratevi

quanti se ne può far chi li cerca. Questo era il caso mio. E non posso

dir proprio amici, ma conoscenti ne ebbi tanti che non mi pareva più di

essere in una città straniera. Anche gli uomini illustri sono di

facilissimo abbordo e però non c'è bisogno, come altrove, di un monte di

lettere e d'imbasciate d'amici per arrivar fino a loro. Ebbi l'onore di

conoscere il Tamayo, l'Hatzembuch, il Guerra, il Saavedra, il Valera, il

Rodriguez, il Castelar, e molti altri chiarissimi quali nelle lettere e

quali nelle scienze, e li trovai tutti a un modo: aperti, cordiali,

focosi; uomini coi capelli bianchi, ma con occhi e voci di giovani

ventenni; appassionati per la poesia, per la musica, per la pittura;

allegri, gesticolanti, ridenti d'un riso fresco e sonoro. Quanti ne vidi

leggendo dei versi del Quintana o dell'Espronceda, impallidire,

piangere, balzare in piedi come scossi da una scintilla elettrica, e

mostrar tutta l'anima negli sguardi raggianti! Che giovanili anime! Che

ardenti cuori! Come mi compiacevo, vedendoli ed ascoltandoli, di

appartenere a questa povera razza latina, di cui diciamo ora le sette

pèste, e come mi rallegravo pensando che più o meno siamo tutti fatti su

quello stampo, e che, perdio, potremo abituarci a poco a poco a

invidiare lo stampo degli altri, ma non riusciremo a perdere il nostro

mai!

Dopo tre mesi e più di soggiorno a Madrid, dovetti partire per non

lasciarmi poi cogliere dall'estate nel mezzogiorno della Spagna.

Ricorderò sempre quella bella mattina di maggio, ch'io abbandonai, forse

per sempre, la mia cara Madrid. Partivo per andar a vedere l'Andalusia,

la terra promessa dei viaggiatori, la fantastica Andalusia della quale

avevo tanto inteso decantare le meraviglie in Italia e in Spagna, dai

romanzieri e dai poeti; quell'Andalusia per la quale posso dire che

avevo impreso il viaggio; eppure ero tristo. Avevo passato tanti bei

giorni a Madrid! Ci lasciavo tanti cari amici! Per andare alla stazione

della strada ferrata del mezzogiorno, attraversai la strada d'Alcalà,

salutai da lontano i giardini di Recoletos, passai davanti al palazzo

del Museo di pittura, mi fermai a guardare ancora una volta la statua

del Murillo, e arrivai alla stazione col cuore stretto.--Tre

mesi?--domandavo a me stesso pochi momenti prima che il treno

partisse;--son già passati tre mesi? Non è stato un sogno? Eppure sì,

gli è come se avessi sognato! Non rivedrò forse mai più la mia buona

padrona di casa, mai più la bambina del signor Saavedra, mai più il viso

dolce e sereno del Guerra, mai più gli amici del caffè Fornos, mai più

nessuno! Ma che! Non potrò tornare?... Tornare! Oh no! Lo so bene che

non potrò tornare! E allora... addio, amici! Addio, Madrid! Addio, o mia

piccola stanza di strada dell'Alduana!--Mi pare che in questo momento mi

si strappi una fibra nel cuore, e sento il bisogno di nascondere il

viso.

VI.

ARANJUEZ.

Come arrivando per la via del settentrione, così partendo da Madrid per

la via del mezzogiorno, si percorre una campagna disabitata che rammenta

le provincie più povere dell'Aragona e della Vecchia Castiglia. Son

vaste pianure giallastre e secche, nelle quali par che il terreno, a

picchiarci su, debba risuonare come un uscio, o screpolarsi come la

crosta d'una torta abbrustolita; e pochi villaggi meschini, dello stesso

colore del suolo, che pare dovrebbero accendersi come un mucchio di

foglie inaridite, solo ad avvicinare un fiammifero allo spigolo d'una

casa. Dopo un'ora di strada, la mia spalla cercò la parete del

carrozzone, il mio gomito cercò un sostegno, la mia testa cercò la mano,

e caddi in un profondo sopore, come un membro dell'_Ateneo

d'ascoltazione_ di Giacomo Leopardi. Pochi minuti dopo che avevo chiuso

gli occhi, fui riscosso da un disperato gridío di donne e di ragazzi, e

balzai in piedi chiedendo ai vicini che cosa fosse seguito. Ma prima che

avessi finito la domanda, una risata generale mi rassicurò. Un

drappello di cacciatori sparsi per la campagna, vedendo arrivare il

treno, s'eran messi d'accordo per far un po' di paura ai viaggiatori. In

quei giorni si parlava della comparsa d'una banda di Carlisti nelle

vicinanze di Aranjuez: i cacciatori, fingendo d'essere l'avantiguardia

della banda, mentre passava il treno, avevan gettato alte grida come per

avvertire il grosso degli armati che accorressero, e gridando, avevan

fatto l'atto di sparare contro i carrozzoni; onde lo spavento e le grida

della gente; e poi avevan tutt'a un tratto voltato i fucili col calcio

in aria, per far vedere che l'era stata una burla. Passata la

tremerella, chè n'ebbi per un momento un pochino anch'io, ricaddi nel

mio sopore accademico; ma ne fui scosso daccapo, di là a pochi minuti,

in una maniera assai più gradevole che la prima volta.

Guardai intorno: la vasta campagna deserta s'era trasformata come per

incanto, in un immenso giardino pieno di boschetti leggiadrissimi,

percorso in tutti i sensi da larghi viali, sparso di casine campestri e

di capanni fasciati di verzura; e qua e là zampilli di fontane, e

recessi ombrosi, e prati fioriti, e vigneti, e sentierini, e un verde,

un fresco, un odor di primavera, un'aura di letizia e di piacere, da

imparadisare l'anima. Eravamo arrivati a Aranjuez. Discesi dal treno,

infilai un bel viale ombreggiato da due file di alberi giganteschi, e mi

trovai dopo pochi passi in faccia al palazzo reale.

Il ministro Castelar scrisse pochi giorni sono nel suo _memorandum_ che

la caduta dell'antica monarchia spagnuola fu predestinata il giorno che

una turba di popolo colle ingiurie sulle labbra e l'ira nel cuore invase

il palazzo d'Aranjuez per turbare la tranquilla maestà dei suoi Sovrani.

Io ero appunto su quella piazza dove il 17 marzo del 1808 seguirono gli

avvenimenti che furono il prologo della guerra nazionale, e come la

prima parola della sentenza che condannò a morte l'antica Monarchia.

Cercai subito cogli occhi le finestre dell'appartamento del Principe

della Pace; me lo raffigurai quando fuggiva di sala in sala, pallido e

scapigliato, in cerca d'un nascondiglio, all'eco delle grida della

moltitudine che saliva le scale; vidi il povero Carlo IV deporre colle

mani tremanti la corona di Spagna sulla testa del Principe delle

Asturie; tutte le scene di quel terribile dramma mi si presentarono

dinanzi agli occhi; e il silenzio profondo del luogo, e la vista di quel

palazzo chiuso e abbandonato, mi misero freddo al cuore.

Il palazzo ha la forma d'un castello; è fabbricato di mattoni, con

contorni di pietra bianca, e coperto di un tetto d'ardesia. Tutti sanno

che lo fece costruire Filippo II dal celebre architetto Herrera, e che

quasi tutti i re successivi lo abbellirono, e vi soggiornarono nella

stagione estiva. V'entrai: l'interno è splendido: v'è una stupenda sala

pel ricevimento degli ambasciatori, un bel gabinetto chinese di Carlo

III, una mirabile sala di toeletta di Isabella II; e una profusione

d'oggetti d'ornamento preziosissimi. Ma tutte le ricchezze del palazzo

non valgono il colpo d'occhio dei giardini. L'aspettazione non è delusa.

I giardini d'Aranjuez (Aranjuez è il nome della piccola città che giace

a poca distanza dal palazzo) sembrano stati fatti per una famiglia di re

titanici, ai quali i parchi e i giardini dei nostri re dovessero parer

aiuole da terrazze o campicelli da presepio. Viali a perdita d'occhio

fiancheggiati da alberi di smisurata altezza, che consertano i rami

inclinandosi gli uni verso gli altri, come incurvati da due venti

contrari, percorrono in tutti i sensi una foresta di cui non si vedono i

confini; e a traverso questa foresta, il Tago largo e rapido descrive

una maestosa curva formando qua e là cascatelle e bacini; e una

vegetazione fitta e pomposa, lussureggia fra un laberinto di vialetti,

di crocicchi e di sbocchi; e in ogni parte biancheggiano statue, vasche,

colonne, schizzi d'acqua altissimi che ricascano a sprazzi, a fiocchi, a

goccie, in mezzo a ogni maniera di fiori d'Europa e d'America; e al

fragore maestoso della cascata del Tago, s'unisce il canto

d'innumerevoli usignoli che vibrano le loro allegre note nell'ombra

misteriosa dei sentieri solitarii. In fondo ai giardini sorge un piccolo

palazzo di marmo, di modesta apparenza, che racchiude tutte le

maraviglie della più magnifica reggia; e nel quale si respira ancora,

per così dire, l'aura della vita intima dei Re di Spagna. Qui le

stanzine segrete di cui si tocca il soffitto colla mano, la sala da

biliardo di Carlo IV, la sua stecca, i cuscini ricamati dalla mano

delle regine, gli orologi musicali che rallegravano gli ozii degli

infanti, le scalette, le finestrine che serban cento piccole tradizioni

dei capricci principeschi; e infine il più ricco luogo comodo d'Europa,

dovuto a un ghiribizzo di Carlo IV, che racchiude in sè solo tante

ricchezze da tirarne di che fare un palazzo, senza togliergli la nobile

primazia di cui va altero fra tutti i gabinetti destinati allo stesso

scopo. Di là da questo palazzo, e tutt'intorno ai boschi, si stendono

vigneti e oliveti e piantagioni d'alberi fruttiferi e ridenti praterie.

È una vera oasi circondata dal deserto, che Filippo II scelse in un

giorno d'allegro umore quasi per temperare con una gaia immagine la cupa

melanconia dell'Escurial. Tornando dal piccolo palazzo di marmo verso il

grande palazzo reale, per quei lunghissimi viali, all'ombra di quegli

alberi sterminati, in quella profonda quiete di foresta, pensavo agli

splendidi cortei di dame e di cavalieri che un giorno vi si aggiravano

dietro ai passi di giovani monarchi folleggianti o di regine capricciose

e sfrenate, al suono di musiche amorose e di canti che narravan la

grandezza e la gloria della invitta Spagna; e ripetevo malinconicamente

col poeta di Recanati:

«.... Tutto è pace e silenzio

E più di lor non si ragiona....»

Ma pur guardando certi sedili di marmo mezzo nascosti fra i cespugli, e

figgendo lo sguardo nel buio di certi sentieri lontani, e pensando a

quelle regine, a quegli amori, a quelle follie, non potevo trattenere un

sospiro, che non era di pietà, e un segreto senso d'amarezza mi pungeva

il cuore; e dicevo come il povero Adan nel poema il _Diablo

mundo_:--Come son fatte codeste grandi dame? Come vivono? Che fanno?

Parlano, amano, godono, come noi?--E partii per Toledo fantasticando

l'amor d'una regina come un giovane avventuriere delle _Mille e una

notte_.

VII.

TOLEDO.

Quando ci si avvicina a una città sconosciuta, bisognerebbe aver accanto

qualcheduno che l'avesse già vista, e ci potesse avvertire del momento

opportuno per metter la testa fuori e coglierne l'aspetto con un colpo

d'occhio. Ebbi la fortuna di essere avvertito per tempo. Un tale mi

disse:--Ecco Toledo!--ed io saltai al finestrino, e feci un'esclamazione

di meraviglia.

Toledo sorge sur un'altura rocciosa e dirupata, ai piedi della quale

scorre il Tago descrivendo un'amplissima curva. Dal piano non si vedon

che roccie e mura di fortezza, e di là dalle mura le cime dei campanili

e delle torri. Le case son nascoste, la città vi par chiusa e

inaccessibile, e meglio che d'una città vi presenta l'aspetto di una

rôcca abbandonata. Dalle mura alla sponda del fiume non c'è una casa, nè

un albero; tutto è nudo, secco, irto, ripido; non vi si vede anima viva;

direste che per salire bisogna arrampicarsi, e vi sembra che al primo

apparir d'un uomo su quei dirupi gli debba cadere addosso dall'alto

delle mura una tempesta di freccie. Scendete dal treno, montate in una

carrozza, arrivate all'imboccatura di un ponte. È il famoso ponte

d'Alcantara, che accavalcia il Tago, sormontato da una bella porta araba

in forma di torre, che gli dà un aspetto ardito e severo. Passato il

ponte, vi trovate in un'ampia via che sale a larghi serpeggiamenti fino

alla sommità della montagna. Qui vi par proprio di essere sotto una

città forte del medio evo, e di trovarvi voi stesso nei panni d'un arabo

o d'un goto o d'un soldato di Alfonso VI. Da tutte le parti vi pendon

sul capo roccie scoscese, mura diroccate, torri, e rottami di antichi

bastioni; e più su, l'ultimo muro di cinta della città, nero, coronato

di merli enormi, aperto qua e là da grandi breccie, dietro le quali fan

capolino le case prigioniere; e via via che salite, vi par che la città

si ristringa e si nasconda. A mezzo la salita, incontrate la _Puerta del

Sol_, un gioiello di architettura araba, composta di due torri merlate,

che si congiungono sur una graziosissima porticina ad arco doppio, sotto

la quale passa la strada antica; e di là, se vi voltate indietro, vedete

giù il Tago, la pianura, i colli. Passate oltre, trovate altre mura e

altre rovine; e finalmente le prime case della città.

Quale città! Sul primo momento mi sentii mancare il respiro. La carrozza

aveva infilato una stradina tanto stretta che i mòzzi delle ruote

toccavan quasi i muri delle case.

"Ma perchè passate di qui?" domandai al vetturino.

Il vetturino si mise a ridere, e rispose: "Perchè non c'è altra strada

più larga."

"O che tutta Toledo è fatta così?" ridomandai.

"Tutta fatta così!" rispose.

"È impossibile!" esclamai.

"Vedrà!" soggiunse.

In verità non lo credevo. Scesi a un albergo, buttai in una stanza la

mia valigia, e scesi le scale a precipizio per andar a vedere questa

stranissima città. Un fattorino dell'albergo mi fermò sulla porta, e mi

domandò sorridendo: "Dove va _caballero_?"

"A veder Toledo" risposi.

"Solo?"

"Solo; perchè no?"

"Ma è già stato qui altre volte?"

"Mai."

"Allora non può andar solo."

"E perchè?"

"Perchè si smarrirà."

"Dove?"

"Appena uscito."

"O la ragione?"

Spagna · 第 15 / 29 段