«D’ordine di S. A. il signor Conte di Suwarow Kymniski Generale in
Capo dell’Armata Austro-Russa intima a tutti gli abitanti di questa
Città, che hanno ricoverati Francesi di qualunque sorta nelle loro
case, di darne avviso all’Ufficio di Pulizia fra ore tre dopo la
pubblicazione del presente, sotto pena del saccheggio delle loro
case.
«Dal Palazzo di Città li 27 maggio 1799.
«BONVICINO, _Amministratore_.
«FRANCHI, _Segr. agg._».
— In complesso — disse Massimo tra sè, quand’ebbe finito di leggere, —
le cose si mettono bene. Ci resta a espugnar la Cittadella. Sta bene,
all’occorrenza darò anch’io una mano, ma prima... Oh! prima...
E tornando verso il palazzo, sporgeva innanzi il labbro inferiore, e
tentennava il capo ogni tantino, come chi sta pensando e discutendo fra
sè stesso un importante disegno.
Giunto nel suo quartierino, staccò dalla parete, esaminò e caricò
accuratamente i due _Kuchenreuter_, le sue pistole predilette; poi,
lasciandole sul cassettone, uscì di nuovo e andò nella scuderia.
Accostatosi al cavallo che i francesi gli avevano dato in cambio di
Frontino, vide che essendo stato in riposo e ben pasciuto nei giorni
passati a Pianezza, mostrava il fianco assai tondo, il pelo lucido e
liscio, e pareva gli fosse entrato addosso un certo brio, che prima
proprio non aveva.
— Non sei Frontino — diceva Massimo, passandogli la mano sul collo e
sulle spalle e battendolo leggermente, mentre l’animale abbassava le
orecchie, scrollava la testa e faceva l’atto di mordicchiare. — Non
sei Frontino, e non gli somiglierai mai, povera bestia, ma pazienza!
portami dove voglio andare domani, e saremo amici in eterno. —
Volgendosi poi allo stalliere, soggiunse: — E tu non lasciargli mancar
niente, fa che abbia da mangiare quanto vuole; e vedi anche come gli
stiano i ferri.
Mezz’ora dopo, uscendo dalle sue stanze, la contessa trovò suo figlio
che camminava innanzi e indietro per la sala, serio e pensieroso.
— Non sei uscito? — diss’ella.
— Sì — rispose Massimo. — E lei ha riposato? Ha dormito?
— Ho dormito quasi due ore e mi sento bene, mi sento tutta rinvigorita.
Dunque, sentiamo, che cosa hai visto?
Massimo riferì in compendio quanto aveva letto negli affissi, poi
continuò infervorandosi a poco a poco:
— Insomma, presto tutto sarà accomodato, e può darsi che i dispiaceri
si volgano in allegrezza. Sarebbe tempo. Facciamo i conti: siamo
nel ’99, i francesi hanno cominciato a vessarci nel ’92: sett’anni
e parecchi mesi. Finalmente se ne sono andati. Non tengono più che
questa benedetta Cittadella; un osso duro a rodere, ma non importa, ne
verremo a capo o prima o poi. Si apriranno le trincee, si cominceranno
gli approcci... Io vedo già una bella prima parallela da San Salvario
a porta Susa, una seconda, una terza... Vedo già i russi coi grandi
elmi che copron le spalle, coi guanti lunghi a uncini, con le scale
in pronto... Però bisognerà fare il possibile per facilitare loro
l’impresa; trovar buoni lavoratori per i trasporti di terra, per gli
scavi... Le pare?
La contessa, ritta in mezzo alla sala, stava attenta per veder
dove andasse a parare; quel calore, quell’entusiasmo le sembravano
leggermente fittizi.
— Anzi — ripigliò Massimo, componendo il volto a un mezzo sorriso: —
stavo appunto pensando se non fosse opportuno d’andare domani fino a
Robelletta, e tornar doman l’altro con una buona squadra di contadini
volenterosi, muniti di vanghe, zappe, picconi. Se ne potrebbero far
venire alcuni anche dalla Florita. Sarebbe dare il buon esempio... Son
certo che presto si pubblicheranno inviti, circolari...
— E naturalmente — disse la contessa sottovoce — darai una scappata
anche a Murello?
Massimo arrossì, esitò un istante, poi ruppe in una furia di gesti
scomposti.
— Ebbene sì. Andrò anche a Murello. Non so più niente da tanti giorni.
Son tribolato da troppe paure. Ho un bel volermi persuadere che
Liana... che la signora Ughes sta bene, che non le è accaduto nulla
di sinistro, non ci riesco. Sarà un’idea mia, sarà una immaginazione,
ma... Santo Dio! dopo tutto questo trambusto... E avrei tanto bisogno
di un po’ di pace! Lei lo sa, lei lo vede, lei che mi vuol bene. Non è
vero che mi vuol bene? Signora madre, permette, acconsente che io vada?
Guardi, mamma, ho sofferto abbastanza, ho sofferto abbastanza!
La contessa aveva posato una mano sulla spalliera di un seggiolone,
e la stringeva nervosamente, come per prender vigore e preparare la
risposta. Pareva volesse pur soffocare qualche cosa che le si ribellava
nel petto.
Massimo la guardava fisso, studiando la sua fisonomia, cercando
leggervi anticipatamente quello che ella stava per dire.
— Vieni qui — disse la contessa, dopo un momento di silenzio. — Dimmi:
tornerai presto?
— Subito — rispose Massimo, con quel respiro che vien prodotto dal
batticuore, — subito; glielo prometto.
— Dio dunque vi benedica e vi renda felici... Ma adesso non parlarmene
più, te ne prego; non parliamo più di questo.