XII.

Il contrasto avuto con suo padre giunse tanto doloroso all’anima già

disgustata e sopraffatta di Massimo, ch’egli decise senz’altro di

domandar dimissione dal servizio. Non ne parlò al conte, ma lo avvertì

con una lettera; questi non lo giudicò degno di risposta alcuna.

Scrisse parimente subito alla madre; la quale cercò dolcemente ma

fermamente di dissuaderlo. Anche il suo colonnello e i compagni d’arme

lo consigliarono a pensarci dell’altro.

Massimo finse di arrendersi, aspettò un mesetto, ripresentò la domanda

senza dir più nulla a nessuno, e ottenne quanto desiderava.

La contessa seppe, tornando in città verso la fine d’ottobre, che suo

figlio non apparteneva più all’esercito. Non ebbe animo di muovergli

alcun rimprovero. Non l’aveva più visto così duramente smarrito dal

giorno in cui era tornato dalla contea di Nizza, dopo la ignominiosa

ritirata di Courten.

In verità il contino batteva una triste e sdrucciolevole via. Non

sapendo più che cosa far di sè, aveva cominciato a frequentare una casa

ove si teneva giuoco, e nella quale concorrevano altri giovani, tutti

più o meno oziosi, ignoranti e malavvezzi.

Dopo aver passata la notte con le carte in mano, Massimo dormiva fino

a mezzodì, e consumava il resto della giornata in compagnia dei suoi

nuovi amici.

Giravano bighellonando la città e i borghi in cerca di distrazioni più

o meno lecite ed oneste; o stavano fermi davanti a qualche bottega da

caffè a dar noia a quelli che passavano. E, poichè tutti avevano legni

e cavalli, usavano pure andar a far pranzi nelle osterie dei paeselli

vicini, portando con loro signore e signorine di liberi e allegri

costumi.

Ma il cuore di Massimo era vuoto e inquieto; aveva dentro di sè una

pena, un tedio che nulla bastava a calmare. Talora, mentre si trovava

in brigata, si sentiva come colto da un avvilimento improvviso. Altra

volta una celia, un gesto, una parola gli urtava i nervi, lo moveva

a sdegno, si tratteneva a stento dal proferire invettive contro i

compagni; spesso, scuotendosi subitamente, se ne andava.

Non aveva però la forza di svincolarsi da quella stretta malvagia.

Oramai la sua vita correva in quella tal maniera e non avrebbe saputo

variarla per nessun costo.

Era una bellissima giornata d’autunno; Massimo, Giacinto Violant e

due comuni amici uscirono dalla porta di Po per andare a prendere una

boccata d’aria in collina, e nello stesso tempo ronzare intorno alle

ville ancora abitate, adocchiando finestre e cancelli.

Massimo, più scuro e più annoiato del solito, camminava solo, un po’

indietro dagli altri; i quali andavano a braccetto, con una certa

andatura da snoccolati, come se non avessero mai avuto un pensiero al

mondo.

Fatti pochi passi sul ponte di Po, videro venire alla loro volta una

giovinetta, la quale batteva il tacco lesta lesta e faceva sventolar

la gonnella. Teneva gli occhi bassi, pareva tutta raccolta in sè; ma

Violant e gli altri due storditi si presero il gusto di pararla ora

da una parte, ora dall’altra del ponte, beffandola con atti e voci da

libertini.

Massimo non pronunziò una parola, voltò bruscamente le spalle e si

allontanò.

— È matto! — esclamò Violant. — È proprio matto; lasciamolo andare,

lasciamo che gli passi la stizza; quando tornerà con noi, gli dirò io

una parolina in un orecchio...

Massimo non si fece vedere nè quella sera, nè il giorno seguente;

allora Violant, Di Cimalta e La Torretta stimarono opportuno d’andarlo

a trovare.

Un vecchio domestico, grave e impassibile, li introdusse in una

saletta, ove il contino, spettinato e mezzo svestito, faceva le volte

del leone fra i cocci di due stupendi vasi chinesi, i quali poco prima

adornavano il piano del camino.

Avendone buttato a terra uno involontariamente, subito s’era punito

della sua sbadataggine fracassando anche l’altro.

— Prometti di non mangiarmi? — disse Violant ridendo e fermandosi sulla

soglia.

— Avanti! — brontolò Massimo, burbero. — Cosa c’è? Cosa volete?

— Ho comprato un altro cavallo.

— Ed io un bel paio di pistole.

— Bene, vediamo le pistole, poi andremo a vedere il cavallo.

— Non voglio muovermi. O, sai com’è? Sono stufo di girellare in gloria,

di far lo spensierato, di vivere da rompicollo!

— Hai ragione, hai ragione... Vediamo queste pistole.

Massimo stese il braccio verso il cassettone.

— Eccole là, sono scariche, guardatele pure.

Violant prese le armi e le maneggiò, mirando or questo, ora quel punto

fuor della finestra. Dalle sue mani passarono poi in quelle degli altri

giovanotti.

— Due bei _Kuchenreuter_ — diceva Massimo, rabbonito. — Guardate

sulla canna il nome del maestro e l’impronta della marca di fabbrica.

_Kuchenreuter!_ Buonissime armi, sapete. Meno eleganti, meno rabescate

d’oro e d’argento di quelle che vengono di Francia; meno lavorate e

meno rifinite di quelle che si fanno in Inghilterra, ma roba seria,

roba solida. E come portano, cari voi! Le ho provate ieri. E poi... e

poi sentite che scatto!

Finito d’esaminare le pistole, Violant si sdraiò in una poltrona; Di

Cimalta e La Torretta si buttarono sul sofà.

— E com’è quella tua bestia? — domandò Massimo al cugino.

— Un sardo, un bellissimo sardo: mantello bianco come la neve, fattezze

distinte, una testa, un’incollatura, un petto!... Adesso, se vuoi il

sauro...

— Uhm! — fece Massimo — vedremo. Non oggi, però; oggi mi sento un poco

balordo; mi lascierei imbrogliare con troppa facilità.

— Ho bisogno di quattrini, vedi; e c’è De Hawlictzeck che gli fa la

corte.

— Chi?!

— De Hawlictzeck, un ufficiale austriaco.

— Va bene, cedilo a lui.

La Torretta si era alzato e si divertiva a saltare a piè zoppo sui

frammenti dei vasi.

— Finiscila! — esclamò Violant, seccato. — E ora cosa si fa?

— Poichè Massimo pare un poco ammansato — rispose Di Cimalta, — si

potrebbe condurlo a vedere la _Dama nera_.

— Che roba è? — domandò Massimo.

— Guardare e non toccare — disse La Torretta. — È una signora sempre

vestita di nero che abita quasi in faccia all’Albergo Reale, e sta

giorno e notte sul suo terrazzino.

— La notte no — rettificò Di Cimalta, — ma il giorno sì. E con

qualunque tempo, con qualunque atmosfera. Ieri mattina tornavo a casa

per coricarmi, verso le otto: lei era già levata, era già là, con una

nebbiaccia che si poteva forar con la spada. Stamattina piovigginava:

lei era là, a guardar nella strada, come se aspettasse qualcuno. Alle

volte si vede anche un signore attempato, che le si fa accanto e le

parla e le parla, par che cerchi di persuaderla a rientrare nella

stanza; va, viene, e finisce col portarle fuori uno scialle, una

mantellina, un fisciù. L’ho vista per la prima volta cinque o sei

giorni fa; forse era in campagna, ed è tornata dopo l’Ognissanti.

— È bella? — domandò Massimo.

— E come! Se non lo fosse non te ne parlerei. Non ho mai visto una

bellezza più straordinaria.

— Boum! — gridò La Torretta. — Perchè l’hai scoperta tu.

— Di Cimalta ha ragione — disse gravemente Violant, che la pretendeva a

gran conoscitore: — badate però che può essere di quelle che a vederle

promettono il paradiso, e vi dànno l’inferno.

Continuarono a discorrere, mentre Massimo si rivestiva e si rilisciava

in una stanza contigua.

Uscirono poi tutti insieme. Giunti in piazza San Carlo, corsero alla

cantonata di contrada Nuova e guardarono verso piazza Castello.

Di Cimalta indicò il terrazzino, ma su quello non vi era alcuno.

Aspettarono un poco, chiacchierando e motteggiando; poi La Torretta

osservò ch’era una vera stolidezza star lì di piantone per contemplare

da lontano una donna vestita di nero, mentre potevano andarne a veder

da vicino altre di tutti i colori.

Si esibì anche di fare da guida, e tutti gli tennero dietro.

Quella fu l’ultima volta che Massimo si lasciò trascinar dai compagni.

Cominciò dal non recarsi quella sera stessa al solito convegno;

poi prese ad evitare tutti i luoghi ove poteva incontrarli. I suoi

servitori ricevettero l’ordine di non introdur visite. Scomparve così

senza avvertire nessuno, senza dare informazioni o spiegazioni di

sorta.

Violant, Di Cimalta, La Torretta e gli altri della brigata, visti

riuscir vani tutti i tentativi fatti per richiamarlo, esaminato e

ponderato bene l’affare, considerato che si divertivano ugualmente

anche senza di lui, deliberarono all’unanimità di lasciarlo cuocere e

bollire nel suo brodo.

Massimo continuò ad alzarsi assai tardi, a star in ozio, ad andar a

zonzo per la città e fuori le porte.

Visitava pur talvolta sua madre, nelle ore in cui era certo di trovarla

sola. Non passava mai per lo scalone, per non rischiar d’abbattersi nel

conte; saliva da una scaletta interna a certi anditini, per dove, dopo

un lungo giro, si giungeva all’uscio segreto dello stanzino dove ella

si pettinava.

La contessa accoglieva sempre amorevolmente suo figlio; parlava

con lui di cose liete o anche frivole, evitando con cura i discorsi

troppo seri, gli argomenti spinosi, ogni allusione alla vita ch’egli

conduceva; lo trattava insomma come si tratta una persona che per una

ragione o per un’altra ha bisogno di distrazioni e di riposo. Pareva

considerare lo stato in cui si trovava Massimo come una specie di

convalescenza.

Però un dì ch’erano stati insieme oltre l’usato, vedendolo coprirsi con

la sinistra la bocca, come per rattenere o nascondere uno sbadiglio,

ella gli pose le mani sulle spalle e gli disse sorridendo:

— Ti secchi, eh? Bene. Questo significa che prima o poi sentirai il

bisogno di ricominciare a far qualche cosa. Quando ti troverai ben

rimesso in tutti i modi, me lo farai sapere. Penserò io a trovarti

un’occupazione. Ringraziando Dio, sei nato in una condizione che ti dà

abilità ad aspirare a tutto, o quasi...

— Aspirare a che? — pensava Massimo, più tardi, andando a spasso. — Che

cosa devo fare?

Sapeva bene anche lui che questo periodo d’inerzia non poteva durare;

che tardi o tosto avrebbe avuto una grande smania d’agire; una smania

tormentosa, prepotente, conforme in tutto all’indole sua. Ma che fare?

Egli aveva servito con entusiasmo un sistema, finchè lo aveva amato e

stimato; venuti meno l’amore e la stima, aveva lasciato di servirlo.

Ma ora come adoperare la sua gioventù, le sue forze? Come impiegare il

tempo? Dove, dove, dove trovare una grande occupazione d’intelletto e

di cuore?

Cercar d’accostarsi alle idee dei novatori? Partecipare ai loro

maneggi? Seguir l’esempio di qualche altro nobile, d’altri ex militari?

— No; questo no! Viva il Re sempre! _Vive le Roi quand même!_

E si dava più che mai al fantasticare, al vaneggiare co’ propri

pensieri; tornando spesso indietro ad esaminare il passato, per

spiegarsi il presente, per trarre induzioni e pronostici per

l’avvenire.

Un giorno, entrando in contrada Nuova, gli venne in mente, senza saper

come, la _Dama nera_ tanto celebrata da Di Cimalta.

Cercò con gli occhi, così da lontano, il terrazzino, e su quello scorse

una donna. Si avvicinò pian piano: la persona era alta e snella, il

volgere della testa dignitoso e leggiadro. A un tratto gli parve di

riconoscere quella forma, d’averla già riguardata e ammirata altre

volte; fece ancor qualche passo e raffigurò la signora Ughes.

Essa era là, ritta, con le mani posate sulla ringhiera, piena di

noncuranza per gli sguardi che s’alzavano dal basso verso di lei, dei

sentimenti e delle parole che poteva ispirare. Si sarebbe detto che si

credeva sola, sulla cima d’un’alta torre, in una solitudine immensa.

Massimo la considerò un momento e si sentì dare una stretta al cuore.

Gli pareva triste triste, con un non so che di annebbiato nella fronte,

un non so che di sfiorito nelle gote. Non ebbe tempo d’osservar altro:

improvvisamente ella girò la testa, come se qualcuno la chiamasse dal

di dentro, si mosse e sparì.

Massimo, turbato, seguitò il suo cammino.

— La signora Ughes a Torino? — pensava. — Ma è la cosa più naturale del

mondo, dal momento che gli altri villeggianti sono già tutti in città!

Se non ho ancor visto per istrada nè lei, nè suo marito, questo vuol

dire che sono arrivati da poco o che escono di rado...

Piuttosto c’era da maravigliare ch’egli non avesse neppur pensato

a quell’incontro, mentre doveva prevederlo e cercarlo. Sicuro:

_cercarlo_. Avevano passato insieme tante belle ore, laggiù!...

S’erano lasciati così improvvisamente, così bruscamente!... Non avendo

parlato di scriversi, non s’erano scritto, e perciò buona notte! Egli

non sapeva più nulla; non aveva nemmeno pensato d’informarsi da sua

madre, nè quand’essa era ancora a Robelletta, nè dopo ch’era tornata

a Torino. Non che si fosse dimenticato di loro, non se n’era ricordato

abbastanza, ecco tutto. Adesso che aveva riveduto la signora, la cosa

gli riusciva inesplicabile, gli pareva incredibile.

Dominato da questi pensieri, giunse in fondo a contrada Nuova,

e, passata la porta, si fermò con le spalle voltate alla facciata

esteriore, bellamente rivestita di marmo e ornata di colonne e di

statue.

La pianura gli si apriva dinanzi spaziosa e brulla, squallida e grigia,

sotto un cielo color di piombo che pareva fondersi in lontano con

gli alberi spogli, dando ai contorni sfumature e morbidezze di piuma.

Laggiù, laggiù, in un punto dell’orizzonte, dietro un velo di nebbia

più tenue, apparivano le montagne: era un tratto di paesaggio tutto

cime taglienti e balze dirupate, tutto torbide luci, e livide ombre;

un paesaggio morto e freddo, ove pareva dovesse durar perenne la neve,

regnar eterno il crepuscolo.

Massimo chiuse gli occhi un momento come per sottrarsi a quella

visione; immaginò la campagna rigogliosa, ammantata di verde,

dardeggiata vivamente dal sole; fu assalito dalla nostalgia della luce,

del caldo, da una folla di dolci rimembranze.

Era seduto sulle rive della Varaita, con Liana e suo marito; avevano

davanti la corrente limpida, le ghiaie nitide, intorno intorno le ombre

amene degli alberi; la giornata era splendida, quieta, fragrante...

Di repente sentì sulla mano un lieve contatto gelato. Riaprì gli occhi:

fiocchi bianchi e minuti cominciavano a scender lenti e radi, morivano

subito là ove toccavano.

Il giovane si scosse e rientrò in città. Si sentiva nell’anima una

grande malinconia, ma lo confortava il pensiero che Liana e Ughes erano

anch’essi a Torino, che poteva vederli, ritrovarsi spesso con loro.

Quella sera stessa, se l’avesse voluto... Ma perchè non subito?

Allungò il passo; gli si ripresentò l’immagine di Liana, quale l’aveva

vista alla sfuggita poc’anzi. La _Dama nera_? Oh sì, avevano ragione

gli amici di chiamarla così! Com’era pallida! Che aspetto severo! E

viveva in lutto: portava il bruno, il bruno grave! La madre non l’aveva

più: aveva dunque perduto suo padre? Ma allora chi poteva essere il

signore attempato, che, stando al detto del conte Di Cimalta, abitava

con lei? — Come aveva fatto male a tenersi per tanto tempo al buio di

quanto riguardava i coniugi Ughes! Quante cose non potevano essere

accadute in quei mesi!... Pensò ai tumulti dell’estate, alle note

opinioni del medico e si sentì rimescolare.

— Bisogna sapere — diss’egli tra sè, — bisogna assolutamente ch’io

sappia!...

Il tempo s’era fatto più tetro che mai; seguitava a fioccare il

nevischio, con un freddo pungente. In piazza San Carlo il terreno più

qua e più là cominciava a biancheggiar leggermente; la gente pareva

fuggire, sbandarsi. Quando vide che il terrazzino era vuoto, benchè

dovesse aspettarselo, Massimo sentì venir meno ogni desiderio, ogni

volontà di salire.

— Capitar così all’improvviso! — pensò egli. — A quest’ora, con questo

tempo infame... E se la signora non mi riconoscesse più? S’io fossi

obbligato di dirle il mio nome? Verrò senza fallo domani.

E tirò di lungo verso piazza Castello. Anche il sinistro presentimento

s’era già dileguato.

La bufera · 第 18 / 43 题