Il tempo, torbido fin dal mattino, si andò rabbuiando dopo mezzogiorno;
certi gran nuvoloni neri, posati qua e là sulle creste dei monti, si
allargarono, si addensarono, chiusero a poco a poco, intorno intorno,
tutto l’orizzonte. Verso le quattro l’aria grave ed inerte si commosse,
cominciò a soffiare quel venticello umido e freddo che suol precedere
la burrasca; nel momento in cui Massimo entrava nel cortiletto di casa
Ughes, s’udì il rumoreggiar lungo e lontano del tuono.
— Bravo! — esclamò Ughes, ritto sull’uscio. — Vuol far burrasca, ma
niente paura.
— Uhm! — fece il contino — non credo, sa.
— Come? Non vede com’è chiuso; non sente come brontola, laggiù? A
momenti vien giù il diluvio... Non è vero, Gabriel?
Il colono passava pian piano, avviato al giardino.
— Parlano del tempo, neh? — egli chiese. — L’ho già strologato bene
anch’io. Se Quel di lassù ci vuol mandare ancora dell’acqua, pazienza!
Ma per carità, che non ci mandi granella! Sarebbe bell’e finita.
— Il signor contino è persuaso che non pioverà.
— Può aver anche ragione. Dice il nostro proverbio:
_Temporal ven d’an montagna_
_Pia la sapa e va ’n campagna._
— Bene — disse Massimo — andiamoci anche noi?
— Noi due, se mai — rispose Ughes, — perchè non so se mia moglie vorrà
esporsi...
Lasciò la parola in tronco e alzò il viso: grosse gocciole furiose
cominciavano a rigar l’aria obliquamente, bevute tosto dal terreno
inaridito. D’un tratto il tuono rimbombò fragoroso e vicino.
— Ehi! — fece Massimo — comincia a dir davvero!
— Dio ce la mandi buona — borbottò il colono.
Il medico e il contino entrarono in casa; trovarono Liana che lavorava
nel salottino da pranzo. Riusciva già difficile intendersi. Alla romba
dell’acqua che veniva giù a secchie, s’univa il mugghiar del vento, e
il tuono minaccioso, frequente, preceduto da lampi vivissimi; i quali,
guizzando fra le tende, inondavano la stanza di luce sinistra.
Per quasi un’ora parve che il cielo, tutto convertito in acqua,
si volesse rovesciare sulla terra; poi la burrasca si allontanò,
dirigendosi verso Torino.
Passato ogni pericolo di veder la pioggia mutarsi in gragnuola, i due
uomini, ch’erano rimasti in piedi dietro le invetriate, vennero a seder
vicino alla signora. Taceva il vento, taceva il tuono, ma l’aria era
ancor fosca. La luce, livida e scarsa, rischiarava un breve spazio
del pavimento intorno alle finestre, lasciando il resto del salotto
nell’ombra.
— Che peccato! — esclamò Ughes — oggi si doveva andare alla Torre della
Rea, e invece ci tocca star qui tappati.
— È vero — disse Liana — ma almeno dimmi com’è; perchè la chiamano così.
— È un torracchione quadrangolare, posto sopra un rialto artificiale.
Nel passato si dice che abbia servito di prigione a una gran dama
trovata infedele dal marito, al presente serve di granaio e di
magazzino ai contadini d’una cascina annessa. — Sostò un momento e
riprese: — Non dimenticherò mai la prima volta che ci sono andato.
— Oh! — fece Liana — E perchè?
— Sentirai. Racconterò qui, quello che ti volevo raccontar per
istrada. È un fatterello che rimonta al tempo in cui ero giovane,
molto giovane. La buon’anima di mio zio, che voleva avviarmi per
medico, cominciava allora a condurmi qualche volta con sè, forse per
agguerrirmi, per avvezzarmi forse a veder soffrire... Un dopo pranzo
d’estate, non saprei dir di qual anno, venne gente a chiamarlo perchè
andasse più in fretta che poteva alla cascina della Torre, ove il capo
di casa, già allettato da parecchi giorni, aveva fatto a un tratto un
grave peggioramento. Ci mettemmo in cammino... L’uomo giaceva in un
misero letticiuolo, attorno al quale stavano inginocchiati piangendo
un giovinetto e tre ragazze di lui minori; una donna, ritta vicino
al capezzale, ogni tanto gli bagnava la bocca e balbettava parole
di conforto. All’entrar del medico, cedè il posto. Il moribondo ci
salutò; e si mise a parlare con significazione di tanto dolore della
sua condizione, dello strazio di lasciare una vedova e quattro orfani
in mezzo alla strada, che la moglie e i figli scoppiarono in lagrime.
Venne il prete, un buon cappellano, che cominciò subito a discorrere
del dovere di rassegnarsi al volere di Dio, di sperare ciecamente in
Lui, e sacrificargli senz’altro ogni pensiero terreno. Quindi porse
un Crocifisso al poveretto. Questi lo baciò con gran compunzione,
benedisse i figli, disse addio a colei con la quale aveva vissuto
trent’anni d’amore e d’accordo; poi, rivoltosi verso il prete, gli
disse: — E adesso non mi parli più che di Nostro Signore e della
Madonna degli Orti. — Il buon sacerdote temendo che l’accoramento
degli astanti non distraesse l’agonizzante, li fece ritirare nella
stalla contigua. Seguii lo zio nell’aia e sedetti vicino a lui sur
una trave. Mi ricordo che udivo distintamente il rantolo aspro e
precipitato dell’infelice che lottava con la morte, i gemiti e i
singhiozzi dei suoi, ed a quando a quando, qualcuna delle parole che il
prete andava pronunziando con una dignità così soave che m’inteneriva
e meravigliava. Io non aveva ancora assistito alla morte d’alcuno,
ero in un’età in cui il morire par cosa tanto impossibile, che mi
sentivo l’anima scossa in modo nuovissimo. Era un misto di stupore,
di ribrezzo, di compassione, di paura. Lo zio pareva di pietra; nè
parlava, nè si muoveva. Pregava? Meditava? Non lo saprei dire. Dopo
un’altra mezz’ora, o forse più, d’agonia, il malato spirò. Rientrammo
in casa. Mentre il cappellano cercava di confortare il giovinetto e
le ragazzine, il medico soccorse la donna di consigli e credo anche
d’un po’ di denaro, poi si congedò. Il sole era tramontato da un buon
poco, e l’aria si abbuiava di più in più. Tutti e due avevamo il cuor
pieno e la mente occupata, e si camminava rapidamente e in silenzio.
A un certo punto provai la sensazione d’aver qualcuno alle spalle e mi
girai di netto. Che rizzar di capelli! Lì, a quattro passi, c’era, che
so io? una cosa... una cosa smorta, ignea, aeriforme, indescrivibile.
Misi uno strido, mi gettai addosso allo zio, che s’era pur voltato, e
mi aggomitolai dietro di lui perchè mi servisse di scudo. Lo zio guardò
un momento, poi dette in una bella risata: — Bestia! — mi disse — è
niente. Su via, acchiappa e porta qui. — Accortosi che mi mancavano
le ginocchia, mi pigliò per la mano e mi tirò verso l’oggetto. Questo
balzò indietro, tornando a inseguirci non appena ci fummo rimessi in
cammino. Lo zio mi spiegò poi che quello non era altro che un fuoco
fatuo, uno di quei vapori luminosi che si sollevano di notte dai
terreni umidi e grassi, paludi o cimiteri, e sono generati da sostanze
animali in istato di decomposizione; meteore innocue, e così vane e
leggiere, che la corrente d’aria prodotta dai passi basta ad attirarle
o a respingerle. La spiegazione era semplice e chiara, ma io ne avevo
trovata un’altra che mi pareva anche più verosimile. Che meteora! Che
vapore! Quello era lo spirito del povero contadino a cui avevo veduto
chiuder gli occhi, e ci seguiva per ringraziare alla meglio il dottore
di quanto aveva fatto per i suoi.
Mentre parlava, Ughes s’era avvicinato più famigliarmente a sua moglie;
e questa stava tutta attenta a udirlo. Massimo, a cui essi non badavano
più, li guardava fissamente; era un po’ pallido, con qualche cosa di
convulso negli angoli della bocca. Quando il medico tacque, egli scattò
in piedi.
— Non vuole aspettare che spiova? — chiese Liana, credendo che volesse
andar via.
Il contino non rispose, pareva assorto in un altro pensiero.
Ughes pure si alzò, andò ad aprir l’uscio che rispondeva sul giardino.
— Qui cade appena più qualche goccia — diss’egli; — ma laggiù, dalla
parte ove deve andar lei, sor contino, piove a ciel rotto. E come
lampeggia! Misericordia! Creda a me, stia ancora un poco con noi.
L’orologio, posto in un angolo, dentro una stretta ed alta cassa di
noce, battè alcuni tocchi. Nel salotto nessuno li contò, ma la serva
comparve sulla soglia e dette alla padrona un’occhiata espressiva.
Questa intese e rispose con un gesto.
— Cosa c’è? — domandò Ughes, spensieratamente.
— C’è — rispose Menica, facendosi avanti con le mani arrovesciate sui
fianchi — che ho fatto la zuppa _alla giacobina_; e adesso è cotta e
bisognerebbe pigliarla nel suo vero punto.
— E pigliamola! — esclamò Ughes. Si rivolse a Massimo e soggiunse con
accento franco e cordiale: — Se volesse restar servito?
— Luigi! — mormorò Liana, confusa. — Ti pare?...
— Dico se vuole, se crede... Ci farebbe un favore, ecco.
— Non vorrei guastare — disse Massimo, che moriva di voglia d’accettare
senz’altro.
Menica non si tenne di ficcar nuovamente il suo naso.
— Non guasta niente affatto. Si figuri! Quando ce n’è per due,
ce n’è per tre. Poi, posso anche aggiungere un piatto di piccioni
_all’improvviso_. Son già morti, spennati, vuotati...
— Basta — interruppe il padrone; — aggiungi i piccioni e apparecchia.
Il signor contino gradirà il buon cuore. La casa è piccola, la cucina
corrisponde alla casa, la mensa alla cucina, e via dicendo.
Il modo con cui era stato fatto l’invito, quello con cui era stato
accolto, promettevano una cena piacevole, lieta, senza cerimonie, qual
fu realmente. Liana ed Ughes, considerando la naturalezza del contegno
di Massimo come indizio d’una gran semplicità di abitudini, non si
sentivano per nulla impacciati. Menica, rassicurata, incoraggiata,
imbaldanzita dal vedere ch’egli mangiava e beveva gustosamente come e
forse più che i padroni, andava e veniva moltiplicandosi.
— Ecco qui due belle trote, trote alla _ussara_. Mezz’ora fa sbattevano
ancora la coda. — Pollastra _in calzoni_; cucinata proprio secondo una
ricetta stampata nei libri. — Crema alla _sultana_. Ho fatto la crema
invece dei piccioni, pensando che c’era già la pollastra...
E proclamò così, trionfalmente, ogni portata, senza badare ai cenni di
Ughes ed agli occhi di Liana, che le dicevano di smettere.
Alzandosi da tavola, passarono in giardino, avvertiti dal chiacchierìo
delle passere, che fuori le cose si mettevano bene.
Il temporale, cacciato dal vento, girava sulle Langhe; un immane
ammasso cinereo si trasmutava continuamente, pieno d’un balenìo
arrabbiato e silenzioso. In alto però il cielo era nitido come il
cristallo e già ricco di stelle.
— Che sera, eh! — esclamò il medico, giulivo. — Chi l’avrebbe detto due
ore fa?
— Che bellezza! — disse Liana, indicando una stella. — Come brilla!
— Non è la mia! — mormorò Massimo, sorridendo.
— Eh! — fece Ughes. — Chi sa!
— Son nato sotto un’altra — rispose il contino; — una stelluzza
modesta, dimessa, confinata in un angolo appartato del firmamento; una
di quelle che si mostrano tardi e spariscono presto. Signora Ughes,
cerchiamola insieme?
— Eppure — osservò il medico — molti e molti piglierebbero il suo
stato, e lei si lamenta!
— Infatti... può darsi ch’io abbia gran torto a non contentarmi. Se
si sta alle apparenze, sicuro che dovrei essere felicissimo... Ma la
felicità non è cosa di questo mondo. Ecco tutto.
Pareva avesse già detto più di quanto voleva dire, ma ad un tratto,
quasi portato irresistibilmente ad aprire il suo cuore, ricominciò
a parlare abbandonatamente di sè. Discendeva da una famiglia che in
Torino, per titoli e per ricchezze, primeggiava da tempo immemorabile.
Il conte Annibale, suo padre, godeva molta reputazione di onestà
e di senno, e in addietro era stato incaricato di tante pubbliche
ingerenze, che non aveva avuto l’agio necessario ad educare l’unico
suo figliuolo. Per questo, e perchè v’era l’uso di vivere in famiglia
con sostenutezza e con cerimonia, lo aveva sempre veduto di rado. Così
pure la contessa Polissena, sua madre, non era mai stata con lui quanto
sarebbe bisognato. Da piccino egli s’era sempre trattenuto ora con la
sua governante, donna di mente ottusa e di sentimenti volgari, ora con
una sua vecchia parente, che mostrandogli soverchio affetto, lo educava
male e lo viziava goffamente. Dagli otto ai dodici anni era stato
affidato a un certo pedagogo, che ogni giorno, a quell’ora precisa, lo
conduceva a dar il buon giorno alla mamma; poi in chiesa a servire la
messa; indi a casa a far colazione, studiare i rudimenti del latino,
ripassare l’albero genealogico della famiglia; che dopo desinare
lo menava al passeggio, e daccapo in chiesa, al rosario; infine a
risalutar la contessa e a letto.
Il giorno stesso in cui compiva dodici anni, suo padre lo aveva
presentato all’ufficio del soldo, e così era entrato nell’esercito,
prima soldato, poi cadetto, poi ufficiale; seguendo le guarnigioni,
addestrandosi negli esercizi militari, adempiendo sempre con voglia
e con cura le incombenze che gli venivano assegnate. Era scoppiata la
guerra, ed egli...
Qui tacque, si morse il dito, e alzandolo, lo scrollò minaccioso. Si
calmò quasi subito, lasciò cadere le braccia, piegò il collo, come se
quell’assalto di passione, provocato da memorie amarissime, lo avesse
spossato.
— Basta — ripigliò poi, con voce sommessa, — tiro via, che adesso non
mi vo’ confondere con certi pensieri. Tutto muta nel mondo, e verrà
pure il tempo in cui i padri e le madri non terranno più lontani da sè
i loro figliuoli; non si contenteranno più d’ammetterli ad ore fisse
a una udienza di formalità, introdotti dall’aio, dall’aia, dal prete,
dal servitore, dalla cameriera ad offrire una specie d’omaggio di
sudditanza... Non so se le cose vadano da per tutto così...
— No! — esclamò Ughes — no che non vanno da per tutto così. Ve ne sono,
sa, delle madri che si rammentano che Dio pone nelle loro mammelle
il cibo dell’infanzia, e non isdegnano affatto d’essere le nutrici
dei loro piccini; padri che li menano seco al passeggio quando son
grandicelli; case nelle quali i figliuoli conversano gaiamente con chi
è del sangue loro, e ricevono insegnamenti, ammonizioni, carezze da
labbra e da mani che sono loro care.
— Lei pensa ai suoi? — chiese il contino.
— Il babbo è morto l’anno in cui son nato; e non avevo ancor l’uso
della ragione quando morì la mia mamma.
Vi fu un silenzio. La quiete solenne componeva i loro cuori a soave
mestizia; destava in loro un turbamento di affetto che non avrebbero
saputo esprimere.
— Mia madre è buona, però — mormorò Massimo, raumiliato, pentito del
suo sfogo, — tanto più buona di me. E mi ama veramente. Anche mio padre
mi vuol bene... Ma, santo Dio, con lui bisogna rigar diritto, troppo
diritto!... E il troppo stroppia!