La casetta era ancora, come una volta, circondata di fiori: erba
cedrina, gerani, rose e poi un grande alloro cupo e scuro.
Lì, fra quei due bimbi, un po' incantati per la soggezione; e la gente
della casa che andava, veniva, badava alle sue faccende sogguardàndomi
ogni tanto come si guarda un importuno, e quel cupo àlbero d'alloro....
mi colse una gran depressione di spìriti.
Pensavo alla Glòria dei poeti.
Intanto un uomo era balzato dalla bicicletta.
— Il papà — dìssero festosamente Iris ed Eros.
Era il dottor Grigioni: non un barbuto e grave uomo, ma un giòvane uomo
sèmplice, vivo, cortese.
Egli mi spiegò quel poco che c'era da spiegare.
Ma io sentivo che la depressione aumentava dentro di me. Il giardino
pieno di fiori era triste ai miei occhi come il prato dell'asfodelo, per
cui gli antichi imaginàrono andare i morti: l'alloro aveva una
immobilità cupa e dolente. Dove sei tu ippogrifo dalle brìglie d'oro su
cui volò il giovanetto nel suo gran sogno di vita? Casetta, nido di
allòdole fra il grano, triste tu mi apparivi allora come un nido
abbandonato.
— Andiamo, andiamo, dottore — dissi.
— Non vuol vedere il museo?
— Ah sì; ma non importa.
— Già che è qui....
*
Andammo a vedere il museo. Esso è nel Municìpio. Iris ed Eros fùrono
mandati a prèndere le chiavi. Andàrono di corsa, ridenti. Il fiaccheraio
beveva e mangiava all'osteria: lo vidi beato, immoto, col vermìglio vino
davanti.
Aprimmo il Municìpio chiuso: entrammo.
Nel silènzio, nel sole, nel caldo chiuso della sala del Consìglio,
dominava un immenso ingrandimento fotogràfico, già sbiadito, grande come
mezza parete, con una sfacciata cornice dorata: Giovanni Pàscoli in toga
ed ermellino: i suoi pòveri baffi càdono giù, la sua stanca persona cade
giù. Come è melancònico Pàscoli in veste accadèmica!
Io volevo uscire, all'aperto; e lui, il dottore, voleva che almeno
vedessi una cosa che giudicava di un certo interesse. Mi parve scortesia
rifiutare e rimasi.
Nel museo c'era ben poco: in uno scaffale le òpere del Pàscoli,
rilegate, allineate, poi una cuna o lettuccio di legno, la vècchia zana
romagnola dove stèttero i figli dell'assassinato: poi dentro un'altra
vetrina una leccarda dell'arrosto, un caldanino di còccio e fiorami, una
màglia di lana non finita, coi ferri dentro.
Il dottore cercava entro una grossa busta fra molte carte.
Quel caldanino, quella leccarda, quella cuna, che ora sono lì nella
morte, un tempo fùrono nella vita. Casa di Ruggero Pàscoli; mensa
familiare, ùmile santa mensa fiorita di tanti bambini; mensa tepente
odorosa; _parva domus_, nido sospeso; primavera anche nell'inverno! E
Cristo veniva a quella mensa. Poi una schioppettata, e Gesù Cristo non
potè difèndere.
Mi tornàvano a mente le parole di Monaldo Leopardi: _la spezzata corona
delle giòvani olive, che èrano allegrezza e decoro della paterna mensa_.
*
— Usciamo, caro dottore.
Egli cercava ancora.
— Ma che cerca?
— Una cosa curiosa.
Egli tranquillamente cercava nelle buste, e a me intanto rifiorìvano
questi versi alla madre:
....Fioccava senza fine,
e tu fra i ceri, con la morte accanto,
sentendo gli urli della tramontana,
parlavi ancora delle tue bambine,
cui non potevi, non potevi intanto
cucire i pìccoli àbiti di lana.
— Ah, ecco — disse il dottore che aveva trovato —; e mi venne da presso,
e mostràndomi un ritrattino che aveva mezzo occultato nella mano,
domandò:
— Questo chi è?
— Giovanni Pàscoli — risposi naturalmente.
Quello infatti che il dottore mi mostrava era un ritratto di Giovanni
Pàscoli.
Il dottore sorrise; scoprì per intero il ritrattino e disse: — No, è il
padre, Ruggero Pàscoli che aveva, quando fu ucciso, press'a poco la
stessa età del poeta quando l'anno scorso morì. La somiglianza è così
grande che tutti rispòndono come lei, e questa somiglianza non è senza
significazione. Ma c'è di più: guardi.
Il ritrattino sbiadito rappresentava il signor Ruggero Pàscoli,
sorridente, felice, in mezzo alla nidiata dei suoi figliuoli, attorno a
lui, su le ginòcchia di lui.
— Ma vede! — disse il dottore. — La mano del padre è posata per
protezione e per più intenso affetto su la testa di Giovannino. Ciò lei
può dire che è casuale; ma ecco un altro ritratto — e ne mostrò un
altro, una spècie di dagherrotipia, dove ancora la mano del babbo sta
posata su quella stessa testolina infantile: — si distingue appena un
po' il nero degli occhi, ma è lui, Giovannino. Questo voglio dire —
continuò il dottore — che vi sono molte cose che ancora non sappiamo. I
crìtici dìssero che il dolore del poeta per la uccisione del padre era
diventato un sèmplice dolore artìstico. Fu, invece, un dolore vero,
quasi fosse stato egli, insieme col padre, trafitto.
*
Si parlò di altre cose che qui non è il caso di riferire. — Piuttosto si
può dire — disse il dottor Grigioni — che, nella vita, Pàscoli fu un
tìmido, forse un dèbole verso gli uòmini.
— Forse — risposi; ma poi mi ripresi e dissi: — Ma che cosa sono gli
uòmini? Pochi come lui bussàrono alle porte del Mistero con tanto
ardimento.
— E anche questo è pur vero — disse il dottore.
*
Uscimmo all'aperto, infine. Dopo, del Pàscoli non si parlò più.
Il dottore volle che entrassi nella sua casa: egli non aveva vergogna se
non aveva salotto. La casa era piena di libri, di fiori; e dietro la
casa c'era un grande orto, ricco dei bei doni della terra. La signora
servì la limonea. Mi pregò di non guardare la casa: «mio marito mette i
libri da per tutto».
— Come fa, dottore — domandai —, lei uomo di stùdio, a vìvere qui fra
questi?... — E non riuscivo a dire _uòmini_.
— Ma tanto qui come a Milano, come a Roma — disse sorridendo il dottore
— son tutti uòmini; è questione di levare un po' la scorza.
— Non desìdera di lasciare la condotta, trovare occupazione altrove?
— Non desìdero.[8]
[8] Allo scòppio della guerra (1915), il dottor Carlo Grigioni
abbandonò condotta, famìglia e andò semplice soldato: perciò non
pareva sàvio ai buoni abitatori del luogo. Sentii dire che lo
avèvano visto a Forlì in piazza d'armi con lo zàino o il fucile.
Così in fatti lo vidi e stemmo un pomerìggio insieme a
Brisighella, dove egli, nelle ore di riposo, si occupava ad
illustrare il luogo per le Guide del _Touring_. Non so poi se
àbbia ottenuto il grado di ufficiale mèdico, ma credo di sì
essendo egli assai valente.
(_Milano, 20 novembre 1916_).
Ed ecco entrò un villano col cappello in testa e reclamò il dottore
sùbito per la sua donna che «urlava come una bèstia e la scottava come
il fuoco».
— Ora vengo — gli disse il dottore e a me disse sorridendo: — La sòlita
ipèrbole romagnola. E sono romagnolo anch'io!
— Ma tu non bevi vino! — disse la signora.
Così presi commiato dal dottore, dalla buona signora, da Iris, da Eros.
*
Il fiaccheraio era pacificato. Passammo davanti al cimitero di San
Màuro: una gran massa scura di cipressi. Ma il fiaccheraio non se ne
accorse; nè parlò parola.