Sono sboccato — dopo lunghìssimo giro — in Merceria. V'è del pulvìscolo
d'oro nelle Mercerie; le vetrine abbàgliano: merletti, filigrane, vetri
di Murano. Ma è tutto un incrociarsi di voci tedesche: è una carovana di
genti tedesche; essa risale, io scendo. Si sòffoca.
Ecco infine: piazza San Marco. È un barbàglio di sole: la laguna, come
una lama immota, barbàglia anche lei.
Il campanile nuovo, biancastro, sembra che guardi con occhi di albino.
Sull'àngolo della Scala dei Giganti, i sòliti tedeschi ed inglesi, col
sòlito naso in su. I sòliti piccioni svolàzzano: vanno a salutare i
signori stranieri e ne ricèvono il becchime; si compòrtano con contegno
tanto gli stranieri come i piccioni.
Però mi sono antipàtici quei troppo ben pasciuti piccioni che bèzzicano
la limòsina da tutti! Sono conosciuti anche in Germània i piccioni di
San Marco ed hanno già il nome germànico: _die Sanct-Markustauben!_
*
È accaduta una cosa strana: sopra la torretta dell'orològio, i due neri
giganti di bronzo che bàttono le ore, le mezze ore col lungo martello,
si sono mossi, ed hanno battuto le ore e le ore si sono mosse. Facèvano
pure così molti anni addietro, quando ero in collègio a Venèzia e allora
mi fermavo a guardare i due giganti e le ore che andàvano via e dicevo:
«Come è bello!». Non è dùbbio che per tutto questo tempo i giganti hanno
seguitato a bàttere le ore, così: il loro martello si sposta e si muove
appena, ma adesso io sento che l'eco della campana si dilata, è immenso:
le mie orècchie hanno udito parole profonde, nere, piene di paure. Ma
due amanti, lui un giovanottone tedesco, lei una cosina gràcile, sospesa
a quel suo màschio, guardàvano in su come me, vicino a me, e non hanno
udito niente.... Lui gode a guardare in su, col pìccolo naso e le grandi
lenti: lei dice: «schön! bello!» come dicevo io da bambino.
I giganti sono tornati nella loro immobilità. I due innamorati tedeschi
vanno a dare il grano ai piccioni.
Doveva èssere più bella Venèzia una volta, quando l'Adriàtico rigònfio e
forte, pareva tener lui sollevate queste moli ricamate di marmi, e
c'èrano le galee d'oro: Venèzia al tempo di Pietro Aretino, ma senza
questi pennacchietti tirolesi.
*
Mi sono fermato davanti a quella tomba che è sul lato orientale di San
Marco, su la quale sta scritto: _Daniele Manìn_, e null'altro.
Passa una popolana con due bimbi. I bimbi si fèrmano: — _Mama, chi xelo
Daniele Manìn?_
— _Quello che ga difeso Venèzia nel Quarantoto. Andemo putei, no
fermeve, no perdè tempo._
E poco dopo una voce suonò dietro le mie spalle: — Daniele Manèn?
— Daniele Manèn? — rispose un'altra voce, ma pareva interrogare la prima
voce: «l'hai tu conosciuto?».
«Manìn», stavo per dire io, «non Manèn».
Ma voltàndomi, vedo due signori così eleganti, così abbaglianti di
candore estivo che il mio amico della Ditta _Darük und Sohn_ sarebbe
caduto in ammirazione. L'uno era giòvane e aveva l'ària di gran mondo,
ma l'altro aveva una barba così aristocràtica — un po' grìgia — che
degna era al tutto di decorare re Enrico IV di Frància. I due
gentiluòmini si guardàrono in volto, sospìnsero il labbro nell'atto che
vuol dire: _nun sàccio;_ poi fècero dietro-front. Vidi le suole di gomma
rossa delle loro scarpe bianche; e il fumo delle loro sigarette
scherzava sopra i loro copricapo di autèntico panamà.
Giacchè essi non portàvano il pennacchietto alla tirolese.
Appare evidente che il Comune di Venèzia, quando decretò questa tomba
per Daniele Manìn, non pensò all'istruzione del pòpolo, come fa il
Comune di Milano, perchè in tale caso vi avrebbe messo una nota
esplicativa.
Quale?
Questa forse: «Daniele Manìn, che col suo martìrio sigillò il pòpolo
d'Itàlia».
Ma poi sarebbe stato necessàrio un libro per spiègare questa nota. E
allora, invece di quei quattro leoncini sotto la tomba nera, che
sèmbrano i piedi di un cassone del Cinquecento, quattro grandi leoni
grifagni, terribìli come te, _Marce, Evangelista meus!_
*
Ma il caldo è sciroccale, ed io non ho il sottile àbito rinfrescativo
dei due gentiluòmini.
Rifugiàmoci in luogo meno caldo: qui sotto il pòrtico del palazzo
ducale, dove non è gente, non negozi, non caffè.
Ma qui il mio naso andò a bàttere contro una pìccola làpide incastrata
nel muro.
Questa làpide non era in latino, ed io di sòlito quando trovo una làpide
in latino, non la leggo per non spogliarla del suo paludamento. Era una
làpide in italiano, anzi in veneziano.
Diceva così:
MDCLXXX, III ottobre. _Andrea Bodù fu de Andrea, fu bandito per
gravissimo intacco de cassa fatto nella càmera di Vicenza essendo
camerlengo in quella città._
_Camerlengo_ è una parola che oggi pochi capìscono, ma a quei tempi la
capìvano tutti: vuol dire _tesoriere_, _cassiere_.
«Bravo, signor Bodù — dissi, — lei dunque, nell'anno 1680, essendo
tesoriere di Vicenza, rubò il denaro dello Stato!
«E non sono solo — risponde il signor Bodù —; chè se lei va nel palazzo
qui vicino, trova la làpide del signor Venturìn Maffetti, _quondam
Giàcomo, nodaro, anche lui bandito dall'ecelso consìglio dei Dieci per
enorme intacco di pegni ascendente a riguardèvole somma di denaro, a
grave pregiudìzio della pùblica cassa_.
E il signor Bodù ed il signor Venturìn non sono soli! Essi sono, in
altre làpidi, in compagnia del signor Giàcomo Capra, _contador_, che
certo vuol dire «contàbile», della cassa grande, _bandito come ministro
infedele e reo de grave intacco fatto nella cassa medesima_.
E v'è anche il signor Francesco Magno, provveditore _agli ori et argenti
in zecca, bandito anche lui capitalmente, per grave intacco alla cassa,
commesso con turpe infedeltà et abuso del pròprio ministero._ E vi sono
i sigg. _fratelli Antonio e Zuanne Stralico, ossia Sirùpolo, ragionati_
[che senza dùbbio vuol dire «ragioniere», come dìcono ancora a Milano]
ed altri notari, ed altri ragionati e camerlenghi, tutti rei di enormi
gravìssimi _pregiudizi inferiti al pùblico patrimònio_.
Si rubava dunque il denaro pùblico anche sotto il tremendo governo della
Repùblica di Venèzia?
«Sempre usato, signor, da che mondo è mondo, — mi risponde il signor
Bodù. — E xe question de istinto, vèdalo: come i ragni che hanno
all'estremità dei polpastrelli della roba che attacca; e adesso poi coi
_chèques_ e coi biglietti di carta filogranata xe anche più fàcile che
ai miei tempi».
Quello che diceva il signor Bodù era esatto, e non c'è dubbio che il
molto denaro permette all'uomo di invertire le stagioni, come ne fanno
testimonianza i _giardini d'inverno_ nei grandi alberghi; come ne fanno
testimonianza, dietro le lastre dei sontuosi negozi, le fràgole in
gennaio per soddisfare il delicato e formidàbile appetito della donna; e
così il denaro fa sì che i due cialtroni che dìssero: «Daniele Manèn,
_nun sàccio_» àbbiano aspetto di gentiluòmini: però mi pare che la
Serenìssima Repùblica di Venèzia, collocando queste làpidi in buon
dialetto, provvedeva con onestà all'istruzione del pòpolo. Inoltre
consegnando il nome ad infàmia su làpidi di marmo con la parola chiara,
_ladro_, e non _deploràbile_ — come usa oggi, — offriva ai sùdditi una
certa soddisfazione pel danno sofferto. In terzo luogo non si può negare
che queste làpidi non costituìscano un coraggioso e insieme originale
motivo di decorazione nei palazzi pùblici. È un sistema che si potrebbe
riproporre.
E così avendo trovato in fondo ad una tasca una cordicella, mi misi
allora a misurare le pìccole làpidi. Làpide del signor Bodù, m. 0,50 per
0,60; làpide del signor Pàulo Vivaldi, _contador all'offìcio de dazio
del vin_, m. 0,58 per 0,80.
Ma in quel punto una mano fermò il mio bràccio e una voce mi disse:
— Cosa fa qui lei?
Era una guàrdia.
— Prendo le misure del signor Bodù....
— Vada, vada! Le misure le prendiamo noi.
Dovetti interròmpere. Era mezzodì ed andai a far colazione.
Colazione econòmica in una vècchia trattoria, in una vècchia calle:
fondi di carciofo e zuppa di pesce.
*
Ora due (vecchio stile). In gòndola. Dissi al vècchio gondoliere:
«Girate per i canali più brutti; non attraversate il canalazzo; non date
spiegazioni».
Una lieve frescura aleggiava su le acque; e dalle acque morte parèvano
venir fuori le spirali turchine, o gialle, che gìrano intorno ai pali,
ove si fèrmano le gòndole. Dai neri palagi pèndono fior di nastùrzio. Il
ferro lucente della gòndola procede con l'ondulamento di una sottile
testa di serpe. La gòndola va stranamente ràpida nella sua silenziosità;
e par che vada da sè perchè il motore — il remo — non si vede, nè se ne
ode il tonfo. Solo, ogni tanto, la voce del gondoliere si eleva nel dare
il richiamo allo svolto dei rii. Ha suoni cupi, plàcidi, imperiosi.
Strano! Mi pare tutt'altro suono del _ciacolàr_ veneziano! Sopravvìvono
le voci di Marco Polo, latino; di Marìn Sanudo, dei combattenti di
Lèpanto? Voci fèrree e latine pel mare! Davanti a me, scolpita nello
sportello della gòndola, sta la bocca umana del leone. Ondeggiò il leone
sugli orifiammi delle galee combattenti; fu scolpito per tutto l'Oriente
il sàvio leone che posa la zampa sull'Evangelo! _Pax tibi, Marce,
evangelista meus!_ Ha l'Evangelo, ed anche la spada! A Zara ti ho ben
veduto, leone di Venèzia! Obliata, lontana Zara! Perchè pensai a Zara?
Perchè le donne di Zara dicèvano a me con isconforto: «I nostri figli
non parleranno più veneto».
Ecco d'un tratto su le fondamenta mi balza, cavalcante, la figura e
l'elmo brònzeo di Bartolomeo Colleoni.
Lungo quelle fondamenta una schiera di ragazzi ignudi si tùffano, mi
grìdano: «Buttare in mare soldino!».
Via! Brutte rane!
Il sedile della gòndola è assai còmodo: questo basso nero sprofondato
sedile. V'è posto per due, ed io sono solo. «La biondina in gondoleta»?
No! Io non penso ad alcuna biondina. Penso a te, piccina, ridente cosa
senza nome, o con un làbile nome, nome del mio mondo! Oh, averti qui in
piedi avanti a me, domandarti: «Dove siamo, bambina? Che cosa sono
queste lìvide acque? questi palazzi tràgici con bianchi baleni come di
schèletri nel marmo? questo enorme silènzio?». Vedere lo stupore dei
tuoi occhi!
No, no, non vòglio farti vedere queste cose morte dove i sècoli hanno
piovuto le loro làgrime.
Ecco, io ti porto la bàmbola nuova ed i baìcoli freschi.