VENÈZIA E IL TRIPPÀJO.

Venèzia! Trionfo di Santi e di pòpolo! Lo dìcono le vie, cioè i nomi

delle vie in quei sèmplici rettangoletti bianchi di calce, filettati di

nero.

Oh, bei nomi di Santi e di profeti, diventati tutti cittadini veneziani,

San Bartolomeo, San Nicolao, San Marco, San Polo! Oh, bei nomi di

Madonne, gloriose e formose! Quasi mi è parso, levando gli occhi al

cielo, di vederti, o Madonna, Madonna del Tiziano, Madonna del Veronese,

magnìfica nella corona degli àngioli e assunta al cielo; e gli àngioli

festosi àgitano le palme e guàrdano il tuo mare, o Venèzia!

Bei nomi di condottieri, bei nomi di popolani, di artieri e di arti,

hanno le tue vie, o Venèzia, con dichiarazioni precise, ùmili ed anche

gloriose. Per esèmpio questa: _Fondamenta di donna onesta!_ Mi sono

soffermato a lungo a studiare queste singolarìssime fondamenta, tanto

che alcune donnette mi chièsero se avessi perduto qualcosa. Risposi che

chiedevo a quale pia leggenda si riferisse quella denominazione, e dove

avesse abitato quella «donna onesta».

— _Una volta la ghe sarà stada: adesso la xe andada via!_ — rispòndono.

Ecco, io penso, verrà il giorno, e non lontano, in cui tutte queste

singolari denominazioni di vie perderanno di significato. A molti non

piàcciono i Santi; v'è chi ha in disprègio il dialetto; v'è chi crede

troppo sèmplici questi riquadri imbiancati. Allora si farà come a

Milano: invece di un rettangoletto imbiancato, metteranno una lastra di

marmo con quattro bòrchie di metallo dorato, e in mezzo un nome moderno

con la sua bella dichiarazione, in modo da facilitare al pòpolo la sua

istruzione. Sparirà un po' anche il costume del vestire. Mi meravìglio

come già non sia sparito. Donne pàssano ogni tanto per le calli

silenziose, vàrcano i ponti: testoline brune e bionde scoperte; visetti

scialbi — cìpria fatta anche un po' con l'anemia; — ma lo scialle nero a

gran frange, ricade dalle spalle a terra con una maestà di peplo. Guarda

quella strega magra! Ha una testa dogale. Pàssano; e il suono

lamentèvole del dialetto, rotto da gàrrule risa, da interiezioni, _Maria

Vèrgine!_ fa venire in mente uno stormire di ròndini. Le loro gonne sono

ancora gonne àmpie, nere, all'antica, e le loro scarpette sono pòvere

scarpette. Così è oggi come una volta. E i greci in gonnellino? e gli

orientali in turbante? Non vi sono più. E dove è trasmigrato quel

vècchio cantastòrie, tutto rughe, tutto grinze, che ripeteva con voce

che pareva le onde del mare, la stòria della regina Cornaro, di

Marcantònio Bragadìn? Deve èssere ben morto.

Vòglio andare da me fino a San Marco, e vedere se mi ricordo. Ecco, mi

sono smarrito in questo dèdalo di calli. V'è un odorino..., ma non è

puzzo: odor di àlighe dai canali verdi, di lumachini, di vecchi fòndaci:

ma non è puzzo. È odore di Venèzia. E nemmeno si può dire, sporcìzia:

quel bucatino di bimbo, a festoncini, sospeso lassù, è grazioso. Èccomi

in un campiello dove pare che l'orològio del tempo si sia fermato. Le

case sembra che stìano per cadere da un momento all'altro per malattia

di decrepitezza: ma quella cappa elegante di camino le tiene su. È

lùglio, e c'è un ribrezzo di umidore in questo campiello; ma un tronco

di glìcine, che beve la sua vita chi sa da quali morte putrèdini, sale

su pel vècchio muro, lambe alcune transenne bizantine, sale su e cerca

il sole: ha trovato il sole lassù su quell'altana, s'è arrampicato

attorno alle quattro colonnette bianche dell'altana e vi forma un

diàfano padiglione di verde e di gràppoli color lilla. C'è una signorina

lassù sull'altana con tutti i capelli biondi, sciolti al sole. Sta

assorta, con le mani a leggìo: ella legge. Quale libro? _Daniele

Cortis?_ _Il Fuoco?_ Già un tempo fu _Madonna Isotta_ e _Messer

Tristano!_ E il sole vi scherza sempre.

*

Ecco il trippàio pulitìssimo. Pochi uòmini io ho in mente così

coscienziosi e gravi nel suo ufficio, come il trippàio. E perciò dinanzi

alla sua bassa minùscola bottega mi sono soffermato a lungo in

ammirazione. Egli si stava in piedi, alto, quadrato, sbarbato: come un

maggiordomo di grande casa: dietro stava il suo calderone di terso rame;

il suo grembialone era immacolato.

Toglieva dai fumosi bollori della caldàia un po' di trippa nera, verde,

biancastra, vìscida, reticolata, spugnosa; lasciava gocciolare

meticolosamente, deponeva in una tortiera ben stagnata; e quivi tagliava

con delicatezza di damina: rovesciava poi i pezzetti in una carta

bianca, spargeva il sale ed offriva ai molti avventori che facevano

coda. Sempre in silènzio! Ma forse non era mùtolo, e quando la schiera

dei compratori si fu diradata, — Gran pulizia — dissi complimentando.

L'uomo parlava, con gravità; ma parlava.

— _Eh, sì, scior; gran pulizia a Venèzia! Senza pulizia, tripa no se

vende a Venèzia!_

— Trippa lessata come a Firenze?

— _Cognosso, son sta anca mi a Firenze. Ma a Firenze i vende soltanto

tripa de bo: qui, a Venèzia, se vende carnami e tripa d'ogni sorte, e de

tute le bèstie, piègore, montoni. Ma gran pulizia!_ — e così dicendo

prese il forchettone e si apprestò a fornirmi una lezione di anatomia.

— _Questo coso bianco, longo, per esèmpio, xe...._

Basta, basta, eloquente e dotto trippàio! Come tutto è melancònico e

tràgico anche sotto l'ùtile funzione di offrire da mangiare al pròssimo

per quattro soldi di trippa!

Le pècore, i plàcidi buoi, i montoni, pascenti in divina pace pel verde

Appennino, queste cose certo non sanno.

Viaggio di un povero letterato · 第 34 / 53 题