Linea Firenze-Faenza.
Ieri grandinò: il treno correva sotto le nubi, che calavano plùmbee,
gràvide ancora di piòggia: le cime verdi dell'Appennino le ferìvano, e
dallo squàrcio si vedeva qualche strìscia d'azzurro. Poi il treno
cominciò ad ansimare lungo le rotàie bagnate, su per l'erta dei monti.
Le quattro ruote accoppiate della macchina pareva avèssero gran pena a
salire.
La torre di Fièsole, già scomparsa nel fondo dell'orizzonte, mi rideva
ancora nel cuore, melanconicamente: Dante, Itàlia, Firenze, cuore
d'Itàlia!
Giallore di ginestre fra le genghe dell'Appennino; e guardando in giù in
fondo ai viadotti, si vedèvano gore lustreggianti; e in fondo ai botri,
e su per le aèree pendici si vedèvano bianche pècore in piena pace
pascenti.
Sotto il riparo di una schèggia, ecco due pastorelli si ripàrano dalla
piòggia. Fanno con le manine «Addio, addio» al treno: sorrìdono: soli,
piccini, tranquilli fra quei gran monti paurosi.
Ma le pècore, ma qualche màcchia più bianca lassù fra i querceti — èrano
mucche e buoi — non lèvano nemmeno la testa.
Chi lo ha detto? San Paolo, mi pare; e di poi l'hanno ripetuto i padri
della Compagnia di Gesù: «Gli uòmini sono pècore, e le pècore non
potrèbbero salire al monte senza cozzare insieme sino a precipitare giù
nel burrone, se il pastore, cioè la provvidenza, non le vigilasse».
Ma guardando quelle pècore pascenti non mi parve che esse avèssero
bisogno del pastore. Esse brùcano oggi in divina pace fra questi monti;
come trecento, come mille anni fa. Le nubi minacciose ed orlate di nero
scèndono dal cielo; ed esse brùcano in pace!
Bello questo paesàggio aspro dell'Appennino: esso è rimasto forse come
era più di mille anni fa, quando i messi di re Alboino, dopo tanto
cercare, vi trovàrono alfine la Marcolfa col figliuol suo Bertoldino:
paesàggio immoto nelle età, attraversato adesso da questa carrozza di
ferro, coi sedili imbottiti di velluto, il lavamano e le lampadine
elèttriche.
Forse il pastore è necessàrio per gli uòmini.
Una gran tenerezza mi trascinava dal treno fuggente verso quei
ruminanti: coperti di vello duro, brucanti gli odorosi mentastri,
beventi acque pure, digerenti con quattro stòmachi: se non ci fòssero i
lupi e i macellai, però. Curiosa stòria! Si legge dell'uomo questa cosa:
che dopo aver trovato quella sua cèlebre definizione: _cògito, ergo
sum_, ha poi desiderato di èssere come le pècore!
Strano è anche come i vecchi castelli, i vecchi borghi si confòndano con
il colore delle rocce. Le torri sèmbrano ricami della terra: tutto si
confonde nella terra.
Nelle curve si vede il treno che, ruggendo, si disvìncola dalle strette
dei monti. La màcchina — a fissarla lungamente — sembra, con quel
pennàcchio di fumo e quell'àlacre moto dei suoi organi, che vada animata
da una sua volontà. Certo è un'illusione dell'òcchio perchè è l'uomo che
ha creato la màcchina. Però questo contìnuo creare màcchine e màcchine
non può darsi che porti via un po' d'ànima all'uomo per darlo alle
màcchine? Se la natura ha dato quel tanto e non più....
Il treno si è liberato dai monti. Precìpita.
Brisighella: siamo già in pianura: pochi chilometri ancora, e poi
Faenza.
Sopra Brisighella in cima a tre collinette si sono rifugiati una torre
merlata con l'orològio, una chiesina, un minùscolo castello: un, due e
tre, su le tre collinette. Una fila di cipressetti li congiunge, che
pare un ricamo nel cielo.
Quelle tre cosine salùtano sempre i treni che pàssano.
Faenza! Ecco noi siamo arrivati in Romagna, e per l'appunto in quella
città che fu chiamata l'Atene delle Romagne, in quei tempi in cui con
molta facilità si concedèvano queste onorificenze di Grècia e di Roma. I
superiori che allora comandàvano in Itàlia, trovàvano, anzi, questi
balocchi molto ùtili.
Scendo dal treno. È l'ora del vèspero. Due, tre, parècchie donne
pedàlano ardite e un po' scomposte, sul largo piazzale della stazione.
Oh! Romagna, dolce paese democràtico!
*
Oh, Romagna, generosa Romagna, forte ed ospitale Romagna! Io non dico di
no. Ma dal tempo in cui l'Ipèrbole mi ha privato del benefìcio della sua
protezione, io non godo più la giòia di questi attributi alla forte
Romagna. Io non ammiro più le vostre risolute bestèmmie; io non poso più
volentieri le labbra sul vostro ospitale bicchiere. Quanto alla
democrazia, è un altro affare. Nel tempo che vissi in Romagna, fui molto
avvilito a sentirmi sempre interpellare con un: «_Puvrèin!_». Poverino,
qua; poverino, là! Lo dicèvano per modo di dire, e gentilmente; e certo
bene considerando, tutti noi siamo poverini. Sarà democràtico quel
«poverino», ma è seccante. E poi perchè ai cavadenti di piazza, ai
tenori, ai ricchi proprietari di cavalli non dìcono _puvrèin_?
Ma il vero è che io quella sera non avendo aspetto nè di cavadenti, nè
di tenore, nè di proprietàrio di cavalli; e d'altra parte ricordèvole di
quell'esasperante _puvrèin_, era molto incerto sul modo di entrare in
città, e presentarmi ad un albergo.
Ora capisco tutta la tua intuitiva saggezza, egrègio giòvane della ditta
_Darük und Sohn_, che mi offristi così ùtili, benchè tardivi precetti,
nella gita Bologna-Scaricalàsino!
Bisognava tuttavia escogitare un qualche espediente per isfuggire
familiarità democràtiche. Mi venne in mente una deplorèvole finzione, e
l'ho adoperata, quella sera.
Ho simulato cioè di èssere tedesco, svìzzero, che so io; tutto fuor che
italiano: poche parole dure, sempre molto impettito, e mai sorrìdere,
perchè il sorriso è la più pericolosa forma di dimestichezza.
*
La càmera che mi fu offerta era una grande, bella e fresca càmera con
buonìssimo letto.
Quanto ai mòbili, era un'ingènua contaminazione del conforto moderno con
antichi arredi che oggi sono chiamati di pèssimo gusto, cioè angioletti
di gesso, frutti di scagliola, tappetini fatti con ritagli di stoffe:
tutte cose che si consèrvano nelle vècchie case di Romagna, la quale è
piuttosto conservatrice benchè àbbia fama di èssere rivoluzionària.
Ispezionai rigorosamente.
— Questo, orrìbile, cos'è? — domandai al proprietàrio, indicando alcune
chiazze nere, su la parete contro al lavamano.
— Mah! Quando si làvano — disse bonariamente —, invece di scostare il
catino, bùttano tutti i sbruffi dell'acqua sporca sul muro. Sicuro già
che l'è poca pulizia!
— E quest'altro, più orrìbile, cos'è?
Il brav'uomo allargò le bràccia:
— Lo crede, el me signor — disse, — che ho fatto imbiancare tre volte da
quando che sono qui! E ho fatto mèttere la sputacchiera apposta, come
usa adesso. Macchè! loro tìrano al bersàglio. E gente che a vederla pare
pulita; forestieri, gente come lei, che non si direbbe! Guardi mo'. — E
additò tutti i punti cardinali della càmera. — Come si fa? Ci vuole
pazienza.
— E questa coperta del letto la chiamate bianca voi?
— Sangue della Madonna, — esclamò — l'abbiamo cambiata ieri. Si
pulìscono le scarpe, _sti boja_!
Dissi:
— Molto sporchi i tagliani!
— Tutto il mondo è paese, caro il mio signore — rispose con
rassegnazione. — Vuol dire poi che chi è sporco per un verso, e chi è
sporco per un altro.
Poco dopo sentii bàttere discretamente all'ùscio.
— Cosa volete?
— Scusi sa, ma c'è il nome e cognome da mèttere. Adesso vògliono anche
questa roba qui, e ci vuole pazienza.
Tracciai sgarbatamente il mio nome con caràtteri gòtici, mutando la _i_
in _y_: qualcosa di incomprensìbile.
Il mio òspite non replicò, ma mi parve che se ne andasse mandàndomi un
accidente.
*
Ho dormito finalmente bene: mi sono fatto aprire la finestra: il cielo
era puro, innocente: della delinquenza del temporale di ieri nessuna
tràccia. La bella estate aveva ricondotto il sereno. Canti di augelli
dalla campagna, raggi di sole nascente. Come è più bello il sole in
Romagna!
— Un caffè raccomandato, senza vostra porcheria di cicòria. E i
giornali, molti giornali — ordinai.
Ecco il caffè, ecco i giornali. Pover'uomo, aveva preparato un caffè
eccellente. Disteso sul letto, ravvolto nel sole e nell'ària del
mattino, io venni un po' per volta a trovarmi in quello stato di
benèssere che segue al riposo notturno e a una buona tazza di caffè.
Accesi il sìgaro per rèndere più completa la voluttà. «Godiamo!» come
dice quella signora, e cominciai a svòlgere i giornali.
Notìzie della guerra. Se ne comìncia a capire qualche cosa, cioè sono i
Greci ed i Serbi contro i Bùlgari. «Gli euzoni, i palicari — dice questo
giornale — si buttàvano contro la mitràglia dei cannoni bùlgari,
cantando.» Allora è vero quello che disse il poeta Giàcomo Leopardi:
parea ch'a danza e non a morte andasse
ciascun de' vostri.
_Zìvio i Ellas!_ e tanto mèglio.
Dunque esìstono ancora gli Èlleni?
Dunque non è vero che i Greci sìano «briganti assai», come scriveva
Monaldo padre per calmare i furori eròici del figlio Giàcomo? Dunque la
Grècia non è morta? Botzaris dice di no. Tanto mèglio! Ma chi ne sa
nulla? Spesso basta un uomo o una leggenda a far grande un pòpolo.
Ma le grandi Nazioni, i grandi potentati, che da anni ed anni, a fior di
labbro soffiàvano per spègnere il focolare balcànico, sono un poco
sorpresi del vasto braciere suscitato laggiù. Se quelle alte fiamme si
appiccàssero alle vesti delle magnìfiche Potenze?
La mia supposizione non è verosìmile. Prima di tutto i re delle grandi
Potenze si incòntrano ogni tanto, e quando si sono incontrati, bèvono lo
_champagne_ e dìcono: _Hoch! Zìvio!_ Hurrah! Evviva! Si congràtulano
della loro rispettiva salute e di quella dei loro pòpoli, e poi
comùnicano ai pòpoli questo messàggio che _col patrocìnio
dell'Onnipotente la pace è assicurata_. In secondo luogo, e a mia
memòria, i ciambellani dei re dìcono ai pòpoli: _l'accordo è perfetto_.
E allora speriamo bene!
V'è chi trova che il sistema dei re è molto costoso, e un po' fuori di
moda. Ma tutto è costoso! Anche la Giustìzia è costosa, eppure è
necessària; non perchè essa possa fare giustìzia, ma per rèndere meno
intolleràbile l'Ingiustìzia. E così si può dire dei re. Essi — come dice
San Paolo — sono la Provvidenza dei pòpoli. Il perìcolo che presèntano i
re è forse questo, che uno di essi vòglia ròmpere tutte le altre teste
coronate dei cugini re, e assicurare così la pace senza l'aiuto
dell'Onnipotente. Aboliamo allora i re. Ma chi garantisce che i pòpoli
si vògliano bene? I pòpoli si àmano o sono, come la matèria, repellenti?
Io non ne so nulla: io amo i pòpoli con lo stesso amore con cui amo i
re.
Non so perchè, a questo punto, vidi davanti a me, ròseo, beato, in toga
càndida, seduto su la sèdia d'avòrio, Cèsare Augusto imperator romano.
Le sue chiome stillàvano ambròsia come quelle di Giove, con la mano
pontificale segnava l'amministrazione del mondo.
A quanti re e cugini aveva egli rotta la testa? per quanto sangue era
passato prima di ridurre il mondo in somma pace, e sedersi lui in pace
su la sèdia d'avòrio? Ma ora Augusto non portava più corazza
insanguinata, ma un càndido manto; non più elmo, ma una corona di
alloro. Un bel sorriso ornava la maestà del suo volto, e diceva: «Guerre
non più! Caso mai si farà la guerra per la conservazione della pace:
guai anzi a chi disturberà la maestà della pace romana! Noi d'ora in
avanti coltiveremo le lèttere, le arti e le scienze, e decoreremo il
mondo di bellìssime istituzioni».
E presso di Augusto imperatore sedeva un giovanetto, càndido e gentile;
un poeta di nome Virgìlio; il quale gli traducea con infinita dolcezza
le spaventose guerre, _òrrida bella_, dell'impero, cominciando dal sàvio
Enea che venne da Troia, su su, sino al tempo nel quale lui, Cèsare
Augusto, si chiamava semplicemente Ottaviano.
Augusto ascoltava con molto compiacimento il poeta, tanto più che la
stòria del come aveva fatto per diventare Augusto, domandava non pochi
abbellimenti poètici. Ma ad un tratto Augusto balzò su la sèdia di
avòrio: un dispàccio gli era venuto che gli annunciava come i soldati
romani messi a guàrdia della pace, èrano stati dal tedesco Armìnio
tagliati a pezzi dalla guerra. E da allora, per altri tre sècoli,
l'impero dovette far la guerra per conservare la pace.
Ma ecco spuntò un bel giorno in cui la pace sembrò assicurata
definitivamente; e ciò fu perchè venne Cristo, e gli ufficiali e soldati
romani si rifiutàvano di adoperare la spada, perchè Cristo vieta di
adoperare le spade. Sarebbe stata una cosa sublime se ai confini
dell'Impero non ci fòssero stati molti Armini, i quali non conoscèvano
Cristo e avèvano molto sangue nelle vene. Allora un sàvio imperatore, di
nome Diocleziano, ricorse alle più severe misure contro quegli
indisciplinati. Ma come era possìbile punire gli indisciplinati quando
il numero di costoro superava gli agenti della disciplina? E fu così che
un altro imperatore, sàvio anche lui, ma di nome Costantino, adottò un
altro sistema: inquadrò gli indisciplinati nello Stato. Ma dal giorno in
cui i seguaci di Cristo furono inquadrati nello Stato, essi non andàrono
più d'accordo, nemmeno su la natura di Cristo.
Ah, mostruosa cosa! Conòscere Cristo e non andare d'accordo! Aver
distrutto il meraviglioso impero in nome di Cristo, e combattersi ancora
in nome di Cristo!
E da allora il giro delle guerre ricominciò, senza fine; e sempre per
aver pace: Carlo Magno, Carlo Quinto, Carlo Marx, unti dal Signore, unti
dal Pòpolo! Chi scrive qui nel giornale queste abbominèvoli parole?
_La Dio mercè il pacifismo è tramontato! I giòvani d'oggi sono
ridivenuti anelanti di esprìmere che la guerra è la realtà dello spìrito
umano._ Questi giornali ragiònano tutti della guerra con un materialismo
che desta orrore. E poi non si tratta di guerra soltanto; si tratta di
stragi! E questo è uno spettàcolo barbàrico, disgustoso, che distrugge
la civiltà della Croce.
Ma e io? Io che qui, beato sul letto, leggo il giornale e fumo?
I danni della guerra? Come la grandinata di ieri! Tranne i pochi
colpiti, chi se ne ricorda più oggi? Ieri il cielo era nero, oggi è
azzurro. Ieri i passerotti stàvano nascosti, e oggi càntano e sàltano.
Io suppongo che dopo cinque, dieci anni, i morti in guerra ritòrnino
alle loro case. Essi cercano trepidanti il loro tetto, il loro letto, il
loro posto alla mensa. «Oh, i benvenuti», ma un altro già dorme su quel
letto, e il posto alla mensa è ristretto. «Tornate, tornate ove
eravate!»
Anche le povere mamme sono morte, frattanto.
Però, invidiàbile giòvane della Ditta _Darük und Sohn_, che non pensi a
queste cose! Io non posso tenere giù il sipàrio del cervello. Appena
poche ore di sonno: poi gli occhi si àprono; e trovo il sipàrio alzato;
e i burattini della vigìlia contìnuano la loro rappresentazione.
Guardavo con stupore fuori della finestra le verdi piante, il
bell'azzurro, i cantanti augelletti.
Via, speriamo che presto cali il sipàrio su tutti questi orrori del
mondo.
*
Dissi all'oste:
— Informàtevi sùbito, stazione, se diretto Bologna avere corrispondenza
mit Venedig.
Egli corse alla stazione e m'informò che sì.
Fu in tal modo che la sera stessa ero a Venèzia.