LA PUPA, IL PRETE E LA GUERRA.

Una elegante donnina che andava su e giù a passettini stretti sotto la

tettòia della stazione di Pisa, è salita anche lei nel treno dove sono

salito io. Non è sola; ma con un grosso vistoso signore. Adesso ella sta

seduta: io la posso contemplare in tutta pace. È bella? chi lo può dire?

Il suo volto pare ricavato per opera di un àbile gelatiere da un

sorbetto di crema alla vanìglia, con ricami di cioccolata ed alchermes.

I suoi occhi sono lineati ad arte; e rimàngono immòbili e stùpidi: deve

essere giovanìssima; un'adolescente ancora. Questa adolescenza e quegli

artifici di vècchia cortigiana pertùrbano. Il suo crànio pìccolo sta

incapsulato, giù sino alla nuca, in uno di quei cupolini che ora sono di

moda: dalla nuca si drizza pur una penna, alta quasi come lei. Una

spècie di casacca, lievìssima, àmpia, color granata, le sta aperta sul

petto, dove una mussolina aderisce così finamente che sìmula

l'epidèrmide. La gonnella a sghimbèscio làscia esposte due scarpette

laccate, affusolate, mìnime: la trama delle sue calze è così lieve che

si direbbe senza calze.

Non giunge nè meno ad essere invereconda e scomposta: anzi rimane

composta. Un grosso mazzo di viole le sta fermato sul petto: un grosso

manìpolo di rose thea, di rose purpùree ella ha posato sul cuscino

rosso. Vien la vòglia di soffiarci sopra, e farla fuggire dal finestrino

quella fèmmina perturbante.

Ne sono perturbati un po' tutti. È una ressa di gente, enorme, anche in

prima classe: grossi maschi, grossi sottotenenti bellìssimi affòllano il

passàggio del corridoio, sbìrciano, èntrano: è il mattino d'estate,

l'ora dei formidàbili appetiti.

Lei non si muove; il signore che è con lei, le fa segno di restrìngersi,

pare su le spine, ha gli occhi fuori della testa.

Oh, ma quei signori sono tutti cortesi, quei bellìssimi imberbi dei

sottotenenti sono di una cortesia spaventosa. La signorina non si muova,

le rose thea stìano sedute: staranno loro, i sottotenenti e i tenenti,

in piedi. Stanno in piedi: mòstrano ridenti bianchi denti.

Mi pare che la vògliano mangiare.

La graziosa pupàttola gira attorno la serenità dei suoi occhi idioti, e

sembra dire: «Io mi lascierei anche mangiare. Ma come si fa?».

Oh, grosso signore, con gli occhi fuori della testa, proprietàrio o

usufruttuàrio di quella adolescente femminetta, ringràzia il tuo santo

protettore che noi viviamo in un tempo pieno di civiltà, perchè in

verità, se vivèssimo in un'età primitiva, tu correresti un quarto d'ora

un poco terrìbile.

*

Ma che si aspetta per partire? Si aspetta il diretto da Roma. Ecco,

arriva finalmente; strìscia, brùcia su le rotàie un lungo treno. Si

ferma: il treno porta con sè tutto il vòrtice, tutta la pòlvere della

lunga corsa per la deserta Maremma: la màcchina sembra bàttere i

fianchi, anelare. Grìdano i giornali di Roma: _La Tribuna_, _Il Giornale

d'Itàlia_.

Si parte, alfine.

Èccoci fuori della tettòia: si respira.

Ride la campagna nella gran primavera del lùglio fiammante. Cimitero,

Chiesa, Battistero di Pisa, addio per l'ùltima volta.

Io ritorno ancora con lo sguardo dentro lo scompartimento: la gente è un

po' sfollata, si è messa a posto: tutti hanno i gran fogli dei giornali

spiegati: _Tribuna_, _Giornale d'Itàlia_.

Tutti lèggono: anche la giovinetta legge, o almeno le sue manine tèngono

il fòglio spiegato, ed io vi posso lèggere in grande queste parole:

_Orrìbili crudeltà bùlgare. Alcune madri vìdero i loro figlioletti

gettati dalle finestre su le baionette dei soldati_.

I grossi maschi, che vanno su e giù pel corridòio; due signori, che sono

seduti nello scompartimento, tèngono anch'essi lo stesso giornale in

mano: le loro pupille pàssano con indifferenza dai _bimbi gettati su le

baionette bùlgare_, a quella femmina provocante.

Gli orrori della guerra balcànica?

Certamente gli orrori della guerra balcànica sono lontani da Pisa. Ma si

vede pròprio che l'amore verso il pròssimo, comandato da Gesù Cristo, è

diffìcile. Si direbbe anzi che la difficoltà aumenti in ragione del

quadrato della distanza. Io mi trovo in tasca un _Corriere della Sera_,

e con molta sorpresa leggo che gli orrori della guerra fòrmano oggetto

di un artìcolo dell'illustre Luigi Luzzatti. Il suo artìcolo è

intitolato così: «la nostra felina umana natura». Grave!

L'illustre e venerando filòsofo si dichiara molto dubbioso a rispòndere

a questo problema: «_se la bontà sia all'altezza del nostro

incivilimento materiale_». Ma che succede? Una ventata di pessimismo

passa anche per il cervello, sempre in perfetto bilàncio, dell'onorèvole

Luigi Luzzatti? Sembrerebbe che sì, e la cosa mi fa dispiacere perchè

non vorrei che gli dovesse far male. Un uomo che non ha mai dubitato

della nobiltà dell'umana natura, dubitare ora in così tarda età? Gli

potrebbe far male. L'ottimismo non è soltanto una filosofia, ma anche un

eccellente digestivo.

*

Ecco il diretto si arresta: Viarèggio. Oh, finalmente! Il proprietàrio

della bella bàmbola si affretta a chiamare dal finestrino: «Facchino,

facchino». È impaziente di scèndere. Consegna valige, grosse valige,

scatoloni. Gira, però, ogni tanto la fàccia congestionata verso quella

sua femminetta. Ella è fresca come un gelato; e non è mica infondato il

sospetto che quei grossi imberbi degli ufficiali non àbbiano diritto di

rinfrescarsi un poco al contatto di quel gelato di carne. Affare sèrio

anche questo della proprietà! Ma non succede nulla. Il grazioso balocco

pei grossi bambini si alza placidamente: alzàndosi, làscia cadere a

terra il giornale _coi bimbi infilzati_: raccòglie solamente le rose,

discende piano, con gràzia, con amàbile stento.

L'alta penna ondèggia su la folla, densa alla stazione di Viarèggio.

Molta gente è discesa a Viarèggio: il treno è quasi sfollato. Si

riprende la corsa. Le Alpi Apuane àprono in fondo il loro scenàrio

bianco di marmi. Sento con emozione gridare un nome: Pietrasanta. Qui è

nato Giosuè Carducci. Mi pare che tutta la gente debba guardare, debba

dire: «Dove è nato Giosuè Carducci?» La gente non dice nulla.

*

Perchè ho preso questo deserto pìccolo treno che da Sarzana va a Parma?

Non lo so. So che sono padrone di tutta la prima classe. Oh, verdi valli

della Magra dalle cilestrine acque, dai tranquilli gorghi! che nostalgia

di solitùdine, di pure acque, di profondi boschi, di paesàggio con poca

gente! Ma dopo due ore che il treno saliva, mi venne in mente che, poi,

avrebbe cominciato a scèndere.

Così avvenne che mi trovai a terra.

— Guardi che il treno parte sùbito.

— Rimango.

Fu per tale ragione che sono disceso a Borgotaro, luogo deserto fra i

monti. Ma dove è Borgotaro? È lontano dalla stazione. Deserto e

solitùdine là dove io ero. Ma cosa fare lì? Forse che noi siamo come il

pàssero, che non si può staccare dagli uòmini omicidi?

*

Il paese di Borgotaro si disegna a corona, distante circa un chilòmetro

dalla stazione. Un nastro di strada, larga, bianca, vi conduce. Mi

avviai piano piano. Quando fui a metà circa della via, mi sorprese una

casa nuova, dove tutta la facciata era occupata per il lungo da una

scritta cubitale, con caràtteri neri su lo sfondo bianco della fàscia: e

la scritta diceva così: «senza Dio noi non siamo nulla».

Questa curiosa scritta mi ha fermato lì per qualche tempo. Certo che non

è fàcile dichiarare che cosa siamo venuti a fare al mondo: a far nùmero?

a dar commèrcio? a godere — come mi diceva tristamente una signora: «io

vòglio godere!»?

Invece quando si ammette Dio, la risposta viene bene: — «Siamo venuti al

mondo per amare e servire Dio, e poi goderlo in paradiso».

La difficoltà sta tutta nella prima parte: crèdere in Dio. Ma non c'è

dùbbio che il proprietàrio di questa casa è un santo o qualcosa del

gènere affine.

Borgotaro!

Borgotaro triste, cadente, diroccato borgo, chiuso nelle mura

dell'antico castello. Come fa la gente qui a consumare le ventiquattro

ore dell'esistenza giornaliera? Io non ci potei consumare due ore. Mi

ricordai che presso questo castello passò negli anni 1494 Carlo VIII, re

di Frància, quando mosse alla conquista del Reame di Nàpoli.

Il merìggio divampava ardente fra il silènzio dell'Appennino. I bimbi,

infilzati su le baionette bùlgare, mi chiamàrono alla mente il re Carlo

VIII, con la lància alla còscia, che infilzava l'Itàlia. Federico

Nietzsche diceva: «Benìssimo!» e l'onorevole Luigi Luzzatti diceva:

«Oibò!».

Queste stravaganti fantasie mi ballàvano dolorosamente nella testa in

quel merìggio. Tutt'effetto di nervi non riposati. Se avessi riposato la

notte a Pisa, il pensiero doveva essere questo: «Dove è un'osteria? dove

si màngia bene a Borgotaro?»

Me ne tornai indietro da Borgotaro senza far colazione, in compagnia di

un vècchio lavoratore che incontrai per via. Gli domandai — come vi

passammo davanti — a chi apparteneva la casa su la quale era la scritta,

«Senza Dio noi non siamo nulla».

— Èccolo che vien fuori adesso — disse il lavoratore.

— Quel prete?

— Sì, quel prete.

In quel punto, dal cortile usciva un biroccino, tirato da un cavallino

asciutto, brioso, che nitriva allegramente. Il prete, che occupava col

suo gran corpo il pìccolo sedile, non aveva affatto l'aspetto di uomo

nato per la rinùncia. Era un forte, vigoroso uomo.

Appena fu su la via, mosse le rèdini e il cavallo scappò. E il

lavoratore si sberrettò.

Disse poi il lavoratore:

— Questa casa è sua, quel prato è suo, quel campo è suo.... Anche quei

campi là son suoi.

— Allora è tutto suo.

— Ah sì, se camperà molti anni, tutto il paese sarà suo.

Il lavoratore cominciò a querelarsi perchè il prete godeva, in terra, il

paradiso. — Chi sa poi se ci sarà anche quell'altro paradiso? Lui, il

prete, dice: «Badate a quello che diciamo e non a quello che

facciamo....».

— E non vi pare giusta?

— E a lei pare giusta? — domandò a sua volta il lavoratore.

— Non mi pare giusto — risposi —, ma non si può nemmeno pretèndere che

ognuno viva secondo la pròpria prèdica. Ma sapete, buon uomo, che molti

per vìvere secondo la pròpria prèdica sono diventati così magri, da

sembrar trasparenti, oppure sono finiti in manicòmio? — Ma nella casa

del prete, — domandai osservando mèglio — c'è anche un'osteria.

In fatti sopra la porta c'era un cartello che nell'andata non avevo

veduto, e diceva: «Salumi di Parma e vino nostrano».

Come si può combinare — io pensavo — la prima scritta «Senza Dio noi non

siamo nulla» con «salumi di Parma e vino nostrano»?

Io al vècchio lavoratore volevo spiegare quel poco che so del mistero

della creazione. Vi sono gli uòmini divoratori, così per istinto, come i

rondoni, le talpe, i pescicani, sempre in moto con le fàuci spalancate.

Napoleone non diceva, e lo confessava come una sua malattia, che per lui

la guerra era un istinto, come per il violinista suonare il violino? Che

farci, vècchio lavoratore? Distrùggere i divoratori, i pescicani? C'è

tutto un partito che ha questo programma, e poi? Pensavo alle talpe. La

talpa è il lìrico della fame: è capace di mangiare più volte il suo

peso: ha denti e artigli formidàbili per la distruzione. Distrugge in

fatti le radici delle piante, e i contadini quando tròvano una talpa, la

uccìdono, anzi ne fanno estermìnio. Se non che la talpa non màngia le

radici, le rompe soltanto per poter così dare la càccia sotto terra ai

vermi e alle larve di cui è insaziàbile. Distruggiamo le talpe? Non dico

di no, ma allora la terra è invasa dagli spaventosi insetti infiniti,

nati dalle larve; e il rimèdio è peggiore del male! Pensi, volevo dire

al lavoratore, che in alcuni paesi si fa commèrcio non solo di talpe, ma

di animali anche più immondi, come rospi, bìscie, per salvare la

agricoltura, e distrùggere le bestioline pìccole con le bèstie più

grosse. Finora non c'è rimèdio migliore. Il nostro torto filosòfico è di

considerare gli uòmini per uòmini; che se li consideràssimo come

animali, dovremmo ammèttere che _mègio de cussì no la poderia andar_.

Ma questo ragionamento era troppo complicato e mi accontentai di pagar

da bere al vècchio lavoratore.

*

Aspettai alla stazione di Borgotaro molte ore. Impossìbile che io

scendessi a Parma!

Non volendo andare a Parma, nè restare a Borgotaro, non rimaneva che

rifare la via percorsa, ed alla sera ero a Firenze.

Viaggio di un povero letterato · 第 30 / 53 题