Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero, e poi il campanile che suona; o
suonava una volta.
Le alte mura merlate, severe, nere, in questa parte remota di Pisa, si
piègano a gòmito e sèmbrano recìngere il confine di un mondo.
Battistero, Chiesa, Cimitero e la campana che chiama; tutto è marmo
bianco, su cui è passata la mano giallina del tempo: un color di cera,
un color di alabastro, come la mano dei vècchi e dei morti: tutto un
ricamo aèreo sul verde del prato!
Io vi giunsi sul vèspero luminoso di un giorno di festa, e, per buona
ventura, quell'àngolo un po' fuori di mano di Pisa, era deserto: cioè
proprio deserto, no.
Si vedèvano sul verde del prato gruppi di gente, seduta o sdraiata; ma
che cosa facesse, non distinsi da prima per la lontananza.
«Qui dunque a Pisa — pensai — è lècito calpestare i _tappeti verdi_ ed
anche sdraiàrvisi;» e così mi accostai a quei monumenti venerandi
«calpestando», ma senza paura; ed un po' percorrendo quei sentieri
marmorei, tracciati come lìnee cabalìstiche, sul verde, fra l'uno e
l'altro monumento. L'erba del prato non era gentilina, pettinata, rasata
dal giardiniere: ma rubesta, scura, tenace.
Attorno al Battistero, alla Torre, alla Chiesa non trovai, in quell'ora
in cui io vi giunsi, alcun tedesco col Bèdaeker rosso, nessun
visitatore, nessun cicerone. Il Battistero, il Cimitero, la Chiesa èrano
chiusi in quell'ora; ma parèvano vìvere ancora nella vita.
Quei gruppi di gente, che avevo intravveduta, èrano formati di famìglie
di artigiani con loro donne e bimbi. Dove cadeva l'ombra dalle mura o
dalle cùpole, facèvano merenda in cròcchio: in mezzo, un tegame, un
fiasco, pane e frutta; mangiàvano placidamente, fra il loro Battistero e
il loro Cimitero. Poi i bimbi ruzzàvano, e quei monumenti parèvano
protèggerli e non adontarsi.
*
Quel Battistero, quella Chiesa, quella Torre cantante, quel Cimitero,
adorni dei più bei segni della resurrezione, che cosa èrano? Asilo e
pàtria; il luogo del battèsimo, il luogo delle nozze, il luogo della
pace. Una religione, insomma!
La speranza immensa abitava allora dietro queste porte. Oggi le nostre
patrie sono più grandi, e vi sono tanti asili e tanti manicomi, con
tanta igiene, che una volta non si conosceva nemmeno. Ma questi edifici
moderni non sono belli. Perchè? Perchè non li ha edificati la pietà; e
nè anche la religione. V'è bensì chi dice oggi di crèdere nella
_religione dell'umanità_. Ma ci possiamo fidare?
*
Come fuggìrono veloci quelle ròsee ore del vèspero! Il monte di San
Giuliano, dietro la Torre pendente, pigliava certe ineffàbili tonalità
violàcee. Conforto di maggior frescura, e profumo di rèsine, recava dal
Tirreno la sera imminente.
Passàvano intanto donne del popolo coi loro bimbi davanti alla chiesa:
li sollevàvano a baciare quelle istoriate porte di bronzo, chiuse come
il mistero; e non so perchè, dicèvano ad ogni porta, con accorato
accento: «Bello, bello!» con quelle elle che squillàvano come làmine
tese fra la dolcezza lamentosa delle vocali; ed i bimbi ripetèvano:
«Bello».
«Bello», che cosa?
Sì, «bello» e basta.
Quanto più sàvio baciare le impenetràbili porte del mistero, e dilungare
piamente, in silènzio, a capo chino, come facèvano quelle donne,
piuttosto che urtarvi col capo, come facciamo noi! Ed allora anch'io mi
posi a riguardare quei riquadri delle porte ad alto rilievo di bronzo,
ed una figurazione più delle altre mi attrasse: essa rappresentava un
cancelletto campestre, dietro il quale era un orto fiorito, e, dentro,
tante figurine con gli occhi levati verso il cielo.
Sotto stàvano iscritte quelle parole simbòliche che il D'Annùnzio pose a
tìtolo delle sue rime profane: _Hortus Conclusus_. E tutte quelle
figurine di bronzo, che sono gli abitanti del nostro mondo, parèvano
estàtiche a contemplare quello che avviene lassù, nel gran sècolo, nella
gran pàtria di Dio. E un po' per volta divenni estàtico io pure.
— Mi accorsi allora di non èssere solo: una vècchia magra, lunga,
passava cercando con gli occhi e col tatto, l'una e l'altra porta.
— Che cosa cercate, buona donna?
— E ci deve èssere! L'ho visto quand'io era bimbetta, e non lo trovo
più! — disse come parlando a se stessa.
— Che cosa?
— Il pretino, veh! — rispose.
Ella cercava tra quelle figurazioni la stòria di un prete di cui era
antica leggenda che avesse rubato l'àbito e la corona di gemme alla
Madonna: «E un giorno — diceva la vècchia — trovorno il pretino
stiacciato fra le du' porte, metà di qua, metà di là; e allora si capì
che era stato lui. E ci dev'esser qui il pretino, e non lo trovo più».
La buona vècchia, da quanto riuscii a capire, credeva nella Madonna e
nel miràcolo, ma non credeva nei preti.
— E se loro non vi danno l'assoluzione? — domandai.
— Oh, senta — rispose ragionando come si fosse trattato di un affare
spìccio e che si poteva còmpiere anche quella sera stessa —, io ho
settant'anni e più di vita, e in settant'anni non ho fatto male a
nissuni. Possa pèrdere questi occhi e non veder più i miei figliuoli se
ho fatto male a nissuni! Quando sarò morta, mi bùttino dove vògliono.
Poi farà Dio quello che vuole di me.
— Oh, buona donna, siate certa che porteranno anche voi lì, nel
Cimitero....
— Oh, lì non seppellìscono più nissuni. Quant'anni è che non
seppellìscono più? Ma gli scienziati — interruppe poi gravemente — ci
hanno diritto.
— Gli scienziati soltanto? — domandai — ed i poeti, no?
«Scienziati» voleva ella dire, cioè «i saggi», cioè quelli che sanno le
cose che non si vèdono. Mi diede la buona sera, e si allontanò per uno
di quei raggi bianchi che lineavano il prato scuro.
Quella donna è nobile certamente — dissi a me stesso seguendo con lo
sguardo la sua magra figura; — non sarà contessa o marchesa: ma nòbile è
certamente! Ammette qualche privilègio per gli scienziati e per i poeti.
Si rivolge al suo Creatore senza interposta persona: «Ecco, o Dio, a te
la mia ànima».
Domattina avrei trovato tutto aperto: la chiesa e il cimitero. Ma non
era il caso di ritornarvi. Il trionfo della morte dell'Orcagna, con quei
cavalieri che si arrestano davanti alle bare, lo vedremo quando che sia.
*
Mi avviai io pure. Non era così caduta la sera che alla luce ancora
sospesa nell'aria, non distinguessi in una piazzetta, deserta allora, un
edifìcio di nòbile fattura antica, da gèmine scalee esterne aggraziato,
le quali sul chiuso portone in alto si congiungèvano.
Una scritta dicea: _Scuola superiore di magistero_. Una stàtua marmòrea,
guerriera, dominava la solitùdine della piazzuola. «Deve èssere — pensai
— la simbòlica Minerva, dea della sapienza, perchè questa è la casa
della sapienza. Ve ne sono anche altre in Itàlia: ma questa è una delle
case più pregiate.» Qui studiò, in fatti, Giòsue Carducci, il quale fu
come tu vuoi, o Minerva: cioè fu sapiente e fu guerriero: e anzi voleva
che i professori fòssero i guerrieri della nuova Itàlia. Quando morì,
l'hanno rivestito di abiti pontificali con gran riverenza; ed ora con
grande irriverenza lo vanno spogliando anche delle fòglie del santo
alloro. Minerva, Minerva immortale, non esiste più la immortalità?»
E mi appressai alla stàtua marmòrea. Ohime! Non era la divina armata
Pàllade Atena. La stàtua era bensì loricata, ma non era Atena. Era uno
dei tanti imbelli prìncipi medìcei, agli òrdini di casa d'Aùstria e di
Spagna, che pittori e scultori vestìvano, nel Seicento, da guerrieri
romani, sì che finivano per essere creduti guerrieri veramente romani.
«Minerva, vedete — mi disse il sedentàrio personàggio marmòrio — ha
l'inconveniente di inoculare la sapienza agitante. Qui si fàbbrica
invece la sapienza riposante.»
Allora per la gèmina scalea di quella scuola mi parve di vedere salire e
scèndere una quantità di contributi, saggi, ricerche, congetture: una
spècie di un altro cimitero.
Antiquària! Con tutta la precisione dei moderni sistemi; ma antiquària.
Mi venne, allora, in mente Giacomo Leopardi quando giovinetto uscì dalla
biblioteca paterna e si recò in Roma per cercarvi la vita, e trovò
invece che tutto in Roma era _antiquària_. Guai a lui se alla gente
romana egli avesse detto: «Io son poeta, io son colui che sentì _il suon
dell'ora_ e le _voci dell'infinito_». E se avesse detto: «Io son colui
che dall'antiquària dedussi il verso: _Io solo combatterò, procomberò
sol io_», la gente antiquària di allora avrebbe esclamato: «È pazzo
costui?». Eppure per quel verso noi lo chiameremo _Liberatore_.
Potrò io rinchiùdermi in una biblioteca, come in un chiostro dalle
spesse mura e dilettarmi dell'antiquària, o, sopra un bel leggìo,
lèggere il _De òcio religiosorum_: potrò io godere nel non sentire più
l'ossìgeno della vita: ma per i giovani, no! Esiste negli anni giòvani
un servìzio militare obbligatòrio. Non sarà più — come si va dicendo —
il servìzio materiale delle armi, ma veramente, comunque, pei giòvani
_militare, navigare est necesse_!
*
Una luce violenta mi abbagliò. Ero arrivato presso i Lungarni. _Bars,
buvettes_ cinematògrafi con le sòlite proiezioni deformi o grottesche,
caffè all'aperto, gran folla, gran luce elèttrica. Mi accostai al
parapetto del fiume e vi rimasi finchè l'ùltima luce rossa del tramonto,
sospesa su le acque, disparve.
*
Al mattino mi levai presto, e andavo lungo le rive dell'Arno. Il mattino
rugiadoso tremava di un pàlpito di giovinezza. La riva dell'Arno era
deserta in quell'ora, e mi si animò per una fantasia d'altri tempi. Una
cavalcata orgogliosa risale le sponde dell'Arno: Lord Byron, la
Guìccioli, la leggiadra contessa, poi altri gentiluòmini, poi il corteo
dei servi in gran contegno. Dall'alto dei lùcidi palafreni quegli
stranieri guàrdano l'ùmile gente, guàrdano le onde cilestrine del fiume,
mèmore delle glòrie di Pisa. Ma ora, _Rule Britania_. Le galee di Pisa
non ci son più. Britànnia impera sull'onde.
Giòrgio Byron, pàllido orgoglioso poeta britanno! Peregrinava per le
città già imperiali d'Itàlia: Venèzia, Ravenna, Pisa, che allora erano
le città del silènzio. Vìvono i santi e i màrtiri sui mosàici d'oro a
Ravenna e vìvono i pini in Ravenna; scintilla cilestrina l'acqua
dell'Arno. Ma l'Itàlia è nelle sue grandi arche marmòree. Quante arche
all'aperto, fra gli sterpi, in Ravenna! Napoleone è morto a Sant'Èlena,
il tricolore è stato sepolto anche lui. Sull'Itàlia ora è stesa una
dura, bianca assisa austrìaca: il papa benedice la morte d'Itàlia. E
allora discèsero in questa pàtria i giòvani poeti oltramontani, figli
delle lor pàtrie potenti. Venìvano ad inspirarsi visitando le belle
regine morte: Roma, Venèzia, Ravenna. Quale voluttà! Avèvano seco le
belle loro arpe romàntiche, e questo cimitero d'Itàlia era quello che ci
voleva per riportare in pàtria gloriose canzoni.
Quali tocchi alle loro arpe romàntiche! E bello, con inanellata la
chioma, azzurre le pupille, venne Lord Byron e chiamò l'Itàlia: «Nìobe
delle Nazioni». A Venèzia le belle donne, dai nomi dogali, elevàvano
troni a lui, per lui degnamente accògliere. A Ravenna, quasi staccata
dalla processione delle spiritali màrtiri esàngui, nel musàico d'oro di
Sant'Apollinare, venne a lui incontro Teresa Guìccioli, la contessa.
Ma ella era tutta di carne, era tutta palpitante, e ti si disciolse fra
la bràccia. Sentisti tu, o poeta, nell'allacciamento di lei la voluttà
come se la morta Nìobe rivivesse e ti baciasse in prèmio della pietà che
tu avesti per lei?
La morta Nìobe rivivrà!
Pineta di Dante, pineta del Boccàccio! Batte il mare ai tuoi màrgini, e
il cielo vi trasporta, al tramonto, fulgori orientali, e allora le
chiome dei pini si colòrano di sàngue. Le màrtiri in fila hanno un
insensìbile moto di vita: dall'àbside azzurra di Santo Apollinare in
Classe, Cristo, possente e giòvane, pare in atto di levarsi e dire:
«Risorgerà! La morta Nìobe rivivrà!».
Quale amore, o Giòrgio Byron!
Ma poi tutto si fa cupo e sanguinoso: prima è il rogo del poeta Shelley,
da te acceso, o Giòrgio Byron, in fàccia al Tirreno; poi è la tua
giòvane morte, eròica, come un'espiazione, a Missolungi. Come in
un'antica tragèdia! Perchè tu, o felice poeta, ricercasti la tua morte?
E allora mi venne incontro un'imàgine evanescente, quella della tua
bimbetta, o Giòrgio Byron, che tu avesti da altra donna, e che tu quasi
abbandonasti in un convento di Romagna.
Di lei più nulla si sa, più non si parla, e pure mi pareva che la sua
imàgine mi venisse incontro di là dove _agli innocenti si risponde_.
Quale strano nome tu le imponesti! Ma era un nome itàlico: Gaja?
Letìzia? Alba? Allegra? Sì, Allegra, tu la chiamasti così: ma ella morì
da te lontana, e aveva cinque anni, in quel convento di Romagna. Morta
la tua pìccola gaiezza! morta la tua letìzia, la bimbetta tua! Perchè è
morta? e di qual male è morta? e dove adesso ella è?
Le mònache di quel convento la chiamàvano _la fìglia dell'inglese_, e
questo è quello che esse ricòrdano di lei: «aveva gli occhi azzurri, i
capelli neri, le manine affusolate. Aveva nome Allegra, ed era fìglia di
Lord Byron. Era buona e gentile ed era la nostra gràzia. È morta, non
sappiamo di qual male. È morta. E poi che ella fu morta, venne un uomo
di terra lontana, alto della persona, coi capelli inanellati e gli occhi
azzurri. Si sentìrono forti grida nel monastero. Milord piangeva perchè
era morta la sua creatura. Fu composta in una ghirlanda di fiori, fu
deposta in una tomba, e il padre incise il motto: «Io andrò a lei, ma
lei non tornerà a me».[4]
[4] Vedi il raro opùscolo di Emìlio Biondi, _La figlia di Lord
Byron_, Faenza, tip. Montanari. Byron dettò l'epìgrafe: In
memòria di Allegra, figlia di G. Q. Byron, che morì a
Bagnocavallo in Itàlia, il XX aprile MDCCCXXII, in età di anni V
e III mesi, e vi appose il motto biblico: _Io andrò a lei, ma
lei non tornerà a me_.
Non so perchè una gioja di pianto allora mi ravvolse. Mi pareva che
veramente ci fosse il paradiso per gli innocenti: e la pìccola
inanellata Allegra io la vedevo che si sollevava ridente sopra le
mònache morte; ella diceva: «Io sono la pìccola Ifigenia!».
E fu dopo di allora che il poeta corse alla sua morte. Certo tu non
l'hai lasciato per iscritto, o poeta, perchè soltanto alla morte e non
alle muse si confìdano le parole supreme.
*
Le acque dell'Arno corrèvano continuamente; e altre parole supreme mi
vènnero incontro. Perchè fu a Pisa che la lèttera del padre Monaldo
Leopardi raggiunse il figlio Giàcomo. A Giàcomo Leopardi nessuna venustà
della persona, nessuna voluttà, nessun onore in vita! Giàcomo Leopardi
aveva fuggito il padre e la gran casa di Recanati, come una maledizione.
Ora egli dimorava in Pisa, e qui lo raggiunse quella lèttera del padre
Monaldo, scritta da Recanati, il 16 màggio 1828, che gli annunciava come
l'_àngiolo della morte era passato sopra la sua casa, inalberando lo
stendardo del pianto_. Era morto Luigi, il giòvane fratello di Giàcomo.
Diceva Monaldo: _la morte spezzò la corona delle giòvani olive che èrano
l'allegrezza e il decoro della paterna mensa_. Quali parole!
_Allegrezza, giòvani olive, paterna mensa!_ Che cosa era in confronto la
glòria ricercata dal fìglio? Egli cercava la glòria e la sapienza, e
incontrava sempre la vanità. Quello e non altro che gli scriveva
accoratamente, timidamente suo padre in quella lettera: _Giàcomo mio,
salviàmoci. Tutto il resto è vanità!_ Forse quel _salviàmoci_ può
sembrare grottesco; ma fu destino del conte Monaldus de Leopardis, in
parrucca e spadino, già nel secolo XIX, parère grottesco; eppure se il
padre e il fìglio fùrono divisi nella vita, io li vedevo congiunti nella
morte.
Tutti morti nella giovinezza, Byron, Shelley, la pìccola Allegra,
Leopardi: ma una imàgine perdurava nella vita: impinguava, deformemente
impinguava. Chi? La contessa Guìccioli.
C'è il barone Hübner che nelle sue _memòrie_ parla di una decrèpita dama
alle Tuileries, obesa e semi-idiota, a cui però tutti rendèvano onore di
curiosità, perchè era stata l'amante di Byron.