Ma quando fu notte e mi addormentai, ebbi una strana visione di sogno. È
vergognoso! ma sono stato io il Creatore della vita, degli uòmini, delle
gardènie? Chi era quell'uomo dalla età e dalla barba a cirri veneràbile?
Pareva Leonardo da Vinci, il savìssimo; o Catone l'uticense, il
moralìssimo.
Ma il luogo dove il veneràbile uomo si trovava pareva la Corte dei
Miràcoli. Notte fonda: qualche lume, e dagli angiporti un animarsi, un
brulicare, come le cìmici, di meretrici rosse, di meretrici gialle.
Uomini priapei, malviventi, cinedi. Orrìbile sozzura notturna.
— Che vuoi da me, pìccola miseràbile?
— Rispettàbile signore, aiutate una pòvera fanciulla.
Era una creaturina sparuta, quasi senza sesso. Quale orrore! Una
fanciulla nella età in cui gli àngeli fanno con le ali velo
all'innocenza, trovarsi in così abbominèvole luogo!
— Sei sola?
— Ero con quegli uòmini che ora si allontànano laggiù. Ma ora sono sola.
— Vuoi, pìccola fanciulla, che ti riconduca a casa?
— Casa? Io non ho casa.
— Ma tuo padre? Tua madre?
— Padre? Madre? Non ne so nulla, signore.
— Ti guiderò allora all'asilo delle fanciulle perdute, benchè a
quest'ora antelucana, gìrino per le vie le guàrdie dei buoni costumi,
che fanno razzia delle creature immonde. Per la mia buona reputazione,
fanciulla, procedi tuttavia discosta da me.
— Hai paura? — domandò la fanciulla. — Ma la città ora dorme; la gente
non ti vede. Hai paura di venire vicino a me?
Non era più una voce infantile quella che l'uomo sàvio udiva: era una
voce divenuta sicura e calma.
— Io vado avanti e tu procedi dopo di me, se tu hai paura.
Così ella disse e andava avanti.
Il suo passo era lieve e saltellante: ora pareva più grande, quale una
snella efeba. Come una strana scia si formava dietro il passo di lei,
nel cui vòrtice l'uomo sàvio fluttuava.
Ogni tanto il volto di lei si volgeva in dietro con un impercettìbile
scintillar di sorriso: e tutte le chiome di lei si volgèvano insieme.
Era veramente lei che trascinava dietro lui. — Fanciulla, tu sei bene
impudica! il giorno rischiara, e la tua veste è impudica. Fèrmati,
dimmi: non nacque il Pudore su le guance di una fanciulla?
— Così dìcono — ella disse, — in fatti, i libri degli uòmini: una bella
fanciulla ti darà altra risposta.
Le vie della città èrano ancora deserte; e tutte le finestre chiuse: ma
dietro quelle finestre a lui sembrava di scòrgere mille e mille sguardi:
tutti, ah, tutti vedèvano.
— Oh, ma io non ti toccherò, fanciulla, e se tu entrerai in qualche
luogo immondo, io non ti seguirò.
— Ma se fossimo in luogo dove non fosse più nessuno, nessuna abitazione,
nessuna curiosa pupilla umana, nulla fuori che me e te, tu mi
toccheresti.
La città infatti era scomparsa, e la notte dava posto al sole, ed era
l'irradiante sole estivo che rovesciava di qua e di là le tènebre come
un forte iddio. Una campagna si apriva senza tràccia di abitazione
umana. Salìvano alte erbe, alte rose e gardènie. Ella saliva più alta
delle erbe e dei fiori, e con le bràccia nude districava le sue
impigliate chiome. Era un enorme velàrio di fiori, come entro un campo
di spighe. Le mani del veneràbile uomo si tèsero per adunghiare quel
bràccio. Ella se ne accorse, rise, disse: — Ora hai tu perduto il
pudore.
Allora ella rallentò il passo. Si lasciò avvicinare.
Magnifica e veneranda ella era. Bella come Biancofiore!
Pure sorrideva dolcemente.
Abbassò per un momento le grandi cìglia. Staccò un tènue fermàglio, e
con la mano si attolse la mammella col purpùreo fiore del seno.
— Che cosa vuoi tu — disse ella allora tristemente —, pìccolo
miseràbile?
*
E mi destai allora.
Sorgeva la pàllida aurora. Mi levai, guardai nello specchietto. Certo
non ero io il personàggio del sogno, perchè io non porto barba. Ma certo
era un indivìduo della spècie barbuta, la cui potenza io avevo il giorno
prima esaltata davanti a Mimì.
Comunque una bella servitù questa dell'uomo che domanda una mammella
quando nasce e quando muore!
Probabilmente deve sussìstere un rapporto fra Biancofiore e la morte.