Ma non appena la automòbile strombettò, e fuggì via, domandai a me
stesso: «Cosa sono venuto a fare a Scaricalàsino?».
Ah, sì, a respirare ària pura.
Avrei voluto riprèndere la automòbile; e andar di lungo in Toscana, ma
quel cassettone dell'automòbile era oramai lassù, in vetta a un altro
pòggio.
Sì, l'ària a Scaricalàsino era pura; le fontane di Scaricalàsino
versavano lavacri di acque pure; file di buoi e di asinelli baliosi
trascinàvano seco il profumo dei presepi. Ma io ero già stanco. Mi
dilungai fuori del paese e vidi, per greppi e prati, file di donne,
vècchie e fanciulle, che intrecciàvano, col ràpido moto delle mani,
trecce di pàglia. Le mani di quelle trecciaiole forse èrano pure; ma
sùdice e deformi. Rientrai in paese.
Guardiamo le antichità: una làpide mi avvertì che Scaricalàsino aveva
dato i natali al Ramazzotto, uno di quegli avventurieri che vestìvano di
ferro e, quando garbava, scaricàvano pugni sul pòpolo, che allora era
privo della sovranità. Anche il nome Ramazzotto richiama in mente una
scàrica di pugni. Cosa strana e certo deplorèvole: vi sono momenti in
cui si prova simpatia per gente sì fatta!
Vediamo se vi sono altre làpidi. La interpretazione delle làpidi serve
anche a far pèrdere il tempo, come la spiegazione delle sciarade. Ne
scopro una graziosa, che ricorda il _fàusto passàggio_ del papa Pio IX
per Scaricalàsino, il 17 agosto 1857.
A Pio Sovrano,
Al Sommo Pastore,
Noi mìseri figli
Offriamo l'amore.
Dèvono èssere versi, nell'opinione di Scaricalàsino. Mi vènnero anche in
mente le poesie di Mimì; e così passai altro tempo.
Oh, ma interessante! Ecco, pròprio vicina alla làpide per Pio IX,
un'altra làpide, e un altro _fàusto passàggio_ per Scaricalàsino: _il
primo giugno 1860, Vittòrio Emanuele II, il Duce valoroso di Magenta,
qui venendo di Toscana, colse su questi monti i primi omaggi dei pòpoli
dell'Emìlia_.
Dunque a due anni e mesi di distanza, i _mìseri figli_ di Scaricalàsino,
dopo avere offerto il cuore a Pio IX, lo offrìvano a Vittòrio Emanuele
II. Ma questa non è una specialità di Scaricalàsino: anche fuori di
questo paese i pòpoli òffrono con molta facilità il loro cuore ai
pastori nuovi.
_Valoroso duce di Magenta_, però, non era esatto; ma può andare per
Scaricalàsino, tanto più che nei libri di scuola si dice lo stesso.
Pòvero Napoleone III! Tutta la stòria del Risorgimento d'Itàlia sarebbe
da rifare. Ma chissà se questa stòria è finita?
E così pensando, passai altro tempo.
Ma quanta ricchezza di preti c'è a Scaricalàsino! Baldanzosi, messi
bene, ben pasciuti.
La buona gente mi assicura che se vado su pel Mugello, di preti e
mònache ne troverò anche di più.
Si vede, allora, che la pianura è coltivata a socialismo rosso, e la
montagna a socialismo nero.
E guardando i preti, passai altro tempo.
Ma ecco un'altra automòbile, pari idèntica a quella che avevo lasciata,
rombò per Scaricalàsino.
— Questa dove va? — domandai.
— Torna a Bologna, — mi fu risposto. — Ma lei non deve andare in
Mugello?
Mi avèvano visto scèndere poche ore prima con le mie scarpe gialle,
girare per Scaricalàsino, ed ora andavo via. Cos'ero venuto a fare a
Scaricalàsino? «No, buona gente, la verità è questa, che io non so dove
andare, se andare in Toscana o tornare a Bologna.»
Ma se avessi detto così, avrei dato scàndalo: perchè è lècito seguire ad
lìbitum o i sàtrapi rossi o i pastori neri; ma non è lècito ignorare
dove l'uomo deve andare, e perchè andare.
Perciò risposi: — Sì, devo andare a Firenze....
— Allora domattina, con la corriera con la quale ella è venuta.
E l'automòbile passò.
*
La gente mi parlava pittorescamente del Mugello, del Giogo, e della
Futa. Lassù avrei mangiato fràgole di bosco. Dal vàlico, per Barberino
di Mugello, avrei raggiunto San Pietro a Sieve; lì avrei preso il treno,
e in mezz'ora sarei stato a Firenze e di lì a Pisa. Non avevo mai visto
il Mugello; ma ne avevo l'imàgine di un paesàggio composto ed adorno,
come la prosa del Firenzuola. E il nome di Barberino di Mugello mi fece
balzar fuori la Nència da Barberino, la quale, in realtà, era una
contadina, ma quei versi di Lorenzo il Magnìfico che tanti anni addietro
avevo sentito recitare, io direi divinamente, in iscuola dalla bocca
amara di Giòsue Carducci, mi rifiorìvano alla memòria:
I' t'ho agguagliata alla fata Morgana,
Che mena seco tanta baronia,
e me la trasfiguràvano: fata Morgana, così pròprio, che sorrise per
breve ora nella mitezza del cielo toscano. Poi la realtà: la servitù
della pàtria.
E anche Pisa non avevo mai veduto; ma mi piaceva nominarla in latino:
_Pisae-Pisarum_, e la vedevo con tante galee antiche; àuree, rosse su
per l'Arno azzurro: e il cimitero di Pisa non avevo mai veduto, e lo
vedevo come un gran porto silenzioso e adorno, dove approdàvano coloro
che avèvano navigato.
Allora domani andremo a Pisa.
Era questione di far venìr sera nell'interminàbile giornata di
Scaricalàsino, poi chiùdere òcchio, la notte.
Mi fu indicata l'osteria del Ramazzotto; e quell'ostessa mi assicurò che
in un'ora mi avrebbe preparato delle tagliatelle, e un pollastrino su la
graticola.
— Lei, intanto, — disse — vada a vedere i monti.
Ripresi il cammino per sentieri e prati attorno a Scaricalàsino. Vecchie
e donzelle erano ancora accoccolate sui greppi a intrecciare la pàglia.
C'era la _donzelletta_ e c'era la _vecchierella_ incontro là dove si
perdeva il sole oramai, come nella poesia del Leopardi. Ma allora capii
perchè Leopardi si annoiasse tanto a Recanati, sino al punto da fare, a
vent'anni, della filosofia su la donna.
Quelle feminette lavoràvano in silènzio, immòbili, con ràpido muòvere
delle mani. Non so perchè quelle mani pure, ma sùdice, mi fècero venire
in mente le mani impure di quella cortigiana, laggiù al caffè
dell'Arena.
Sì, ella levàndosi, mi aveva sussurrato, «Venite!», offrendomi
indifferentemente il resto della sua notte immonda.
Ed io la avrei anche seguita: ma era l'alba, l'ora delle cose pure,
l'ora che i bimbi dòrmono ancora. E poi c'era quell'_arrière-goût_ di
fègato con cipolla.
L'ostessa aveva apparecchiato in una spècie di giardinetto con una
grossa tovàglia spighettata, che sapea di fresco odor di lavanda, e vi
avea posato un fiasco di vino bianco, che pel collo sottile aveva le
graziose bollicine, che andàvano su e giù. Gran quiete e solitùdine. E
allora pensai a quell'antica istituzione che èrano i conventi antichi:
una specie di fortezza spirituale, dove i flutti mondani si venivano a
fràngere. Quivi oh, lievemente vìvere, trascòrrere _caldi e geli_!
Ebbene, quando sarò a Pisa, domanderò in una biblioteca, il _De òcio
religiosorum_, che non avevo mai letto.
*
Malauguratamente nel giardino c'era una pianta di gardènie, e tutta la
colpa fu delle gardènie. Nei rossi vèsperi davanti al teatro dell'Arena
del Sole, a' bei tempi, si vendèvano gardènie.
In verità non bàstano i conventi, ma è necessària la rinùncia, anche
alle gardènie; e invece ne spiccai una ed immersi tutto il naso in
quella freddezza dei pètali carnosi sino a spezzare i pètali e a far
nera la gardènia.
Intanto l'ostessa aveva portato in tàvola le tagliatelle.
— Ma che mostruoso piatto — dissi. — Lei ne ha portate per due.
— Ne màngia fin che vuole.
Molto eccellenti e toste.
Avèvano un afrore fresco e quasi carnale.
È necessàrio rinunziare anche alle tagliatelle.
Calava il vèspero. Il vino mi fece vedere Bologna, la rossa, Bologna
d'altri tempi quando non èrano sorti i deformi casamenti e il pòrtico
del Pavaglione odorava di felsina, e di gaggie, in quella sua composta
signorilità. E si vedèvano i pochi edifici sopra i colli imminenti,
spiccàvano con purità ellènica.
Poi, non so come, sentivo mormorare questi versi del pòvero Severino
Ferrari:
Vedi?
L'alba s'accende ed alza le ben cento
Torri Bologna fùlgida a' tuoi piedi.
E Severino Ferrari richiamava Biancofiore:
O Biancofiore, i tuoi riccioli d'oro
Come belli dormian sovra il tuo sen!
E allora anche Carducci, così maldestro a cantare d'amore, si commoveva
per consenso, e sospirava:
O alti pioppi che tutto vedete,
Dìtene, adunque, Biancofiore ov'è?