Mi scosse una tènue ombra nera che intercettò la luce; mi scosse una
tènue voce che mi chiamò per nome gioiosamente, con un: — Voi qui?
Guardai con immenso stupore.
Era la signora X***. Ma io dirò semplicemente Mimì: un nome che mi gravò
per molto tempo sul cuore e lo fece sobbalzare.
Risposi infine anch'io:
— Voi qui? — Il cuore mi aveva dato un sobbalzo.
— È il nostro mese di riposo — ella disse. — Ma voi cosa fate qui a
Bologna?
— Cosa faccio io qui? È ben quello che non so. Aspetto il giorno che
verrà per partire.
Mi guardò stranamente, quasi con una spècie di compassione. Poi disse:
— Sentite — e mi chiamò ancora con dolcezza per nome —; ho bisogno di
voi. Non me lo negate questo favore....
— Io rimango, signora, qui a Bologna, sino a mezzodì di domani, anzi di
oggi — risposi guardando il quadrante dell'orològio. — Se in questo
tempo vi posso èssere ùtile, ben volentieri.
— Caro (e ripetè il mio nome), io so che adesso voi siete letterato....
— Chi vi ha detto queste cose?
— Non avete voi scritto dei libri?
— Ma sì, qualcosa del gènere, ma per combinazione. Voi dicevate, Mimì,
che avete bisogno di me?
— Ah, sì! Allora venite domattina, verso le dieci, a casa mia....
— Verso le dieci? A casa vostra? Bene. Voi dove state di casa?
— Come, non ricordate più? Via Avesella.
— Sempre lì?
— Sempre lì.
— Allora alle dieci....
Ella disse:
— Io vi trovo abbastanza bene.
Ed anch'io di rimando le dissi: — Io vi trovo bene: — ma
automaticamente, come si dice di lùglio: «quest'oggi è caldo», o di
gennaio: «quest'oggi è freddo».
Ella mi voleva presentare alla sua compagnia, ma la pregai di
dispensarmi.
— Cosa credete di farmi un onore presentàndomi come letterato, un
letterato vostro amico? Voi vi sbagliate.
Dopo di che lei tornò al suo tàvolo, fra la sua compagnia. Io assaggiai
di nuovo il gelato ed anche il mio cuore. Qualche pulsazione irregolare
e nulla più. Ma probabilmente esse provenìvano dallo stupore di sentirmi
ancora chiamare col sèmplice mio nome di battèsimo, e così dolcemente.
Ohimè, è da due anni che il mio nome di battèsimo io non lo sento più
ripètere; e, forse, non sarà più ripetuto.
E sollevando ogni tanto gli occhi, vedevo, presso il tàvolo di fronte,
il visetto di Mimì: esso sorgeva da una collarina bianca, sopra una
sèmplice veste nera; ed una cuffietta moderna lo incorniciava con molta
gràzia. Quel visetto era, o mi pareva, press'a poco uguale come l'ùltima
volta che lo aveva veduto, molti anni fa. È colei Mimì, o è l'ombra di
Mimì? E se è lei, che cosa vorrà da me? Pensare che per molti anni il
ricordo di Mimì mi diede palpitazioni violente. Ora tutto era quieto.
*
Non c'è dùbbio, pensavo al mattino seguente vestèndomi, che l'indivìduo
che è riflesso in questo spècchio, è la continuazione di me stesso, cioè
di un ùnico indivìduo, vivente ora e vissuto anche molti anni addietro.
Eppure io sono un pìccolo cimitero.... in attività di servìzio. La
pìccola Mimì giaceva in una delle arche del mio cuore: io la credevo ben
morta. Essa è risuscitata, perchè è un fatto che la donna la quale ieri
sera mi salutò così dolcemente per nome, è proprio Mimì.
Pensare tanti anni fa, quando io avevo vent'anni! Io ero òrfano di
babbo, e vivevo così poveramente che spesso era necessàrio saltare la
colazione; la mia pòvera mamma, i miei fratelli piccini.... Ebbene, io
volevo sposarla, Mimì, sposarla col sìndaco, col prete, col còdice, con
tutti i più lùgubri utensili del matrimònio.
Questa cosa, a pensarci bene, depone in favore della mia precoce
imbecillità, ma può èssere istruttiva, e perciò parlo di me. Io
esprimevo tutto il mio amore decretando di fare kara-kiri. Non potendo
farle omàggio di una collana di brillanti, le facevo omàggio di me
stesso, mi immergevo nel ventre il jatagan del matrimònio; mi sposavo,
in una parola, e tutto ciò con la impassibilità con cui i Samurai fanno
kara-kiri in onore del loro Mikado. Certo non dissi allora: «Mimì, io
fàccio kara-kiri per te!» perchè queste cose avvenìvano molti anni prima
della guerra russo-giapponese, e il Giappone non era molto conosciuto.
Ma dissi a Mimì: «Ti sposo!» cioè ti faccio omàggio di me stesso. È un
modo di manifestare l'amore sui venti anni, e ciò è accaduto anche a
persone meno imbecillite di me.
Senonchè Mimì rimase così turbata di trovarsi coinvolta in un fatto di
tanta gravità, che rifiutò. Un'onesta fanciulla, in fondo: una onesta,
una non comune fanciulla.
Ella era, allora, una pìccola pàllida sartina, precoce, venuta al mondo
con due enormi tondi occhi colmi di curiosità, un nasetto impertinente,
belle labbra sane a cuore, e gusti eccezionali. Le compagne la
chiamàvano marchesa Stracciolini. Ah, se io, a quegli anni, avessi fatto
qualche scàndalo, Mimì mi cadeva bell'e cotta sul piatto. Ma io ero un
sàggio giovanetto e le offrivo il matrimònio.
Però che màggio allora in Bologna! Tutte le sue torri èrano rosse, tutte
sventolàvano orifiammi e gonfaloni; ed i versi di Guido bolognese (si
spiegàvano allora in iscuola) dove dice di madonna Lucia che portava
così bene in testa un cappellino di vajo:
Chi vedesse Lucia un var cappuzzo
In co' portare, e come le sta gente,
mi dàvano la nostalgia dell'amore in tutti i sècoli. Mimì portava un
berrettino di _lapin_ bianco! Come le stava _gentilmente_ tuttavia! Mimì
a me pareva come la regina di Bologna, e il visetto suo bianco mi pareva
dealbato col misterioso issopo. Era forse un po' di volgare paciulì.
Quella Mimì bolognese che sapeva di paciulì! Ella non era nè più nè meno
di tante altre; eppure io non la potei più scompagnare da quella cosa
innebriante che è la giovinezza.
Poi ella si diede all'arte drammàtica; reginetta di palcoscènico;
giacchè era pur destino che ella finisse regina di qualche cosa: io
diventai travet, e poi andai a far kara-kiri altrove.
Ma confessiàmoci senza vergogna: quante volte di poi, fra la gente,
cercai quel pìccolo volto stellante ed il cuore balzò ogni volta che
scoprii un nasetto all'insù fra due occhi tondi, che rassomigliàssero a
lei. Quante volte mi aggirai per le tue vie più vècchie, o Bologna; e
nel lamento dei tuoi organetti, nella fisonomia dei tuoi pòrtici, nel
suono del tuo dialetto, cercai l'ombra di un sogno. Ohimè, le tue torri
èrano diventate tutte grige, non c'èrano più gonfaloni; il tuo dialetto
già così soave al mio cuore, mi suonava come uno sguaiato dialetto; i
tuoi orbini che suonàno gli organetti, èrano lùridi; le tue pastine
dolci (una cosa che Mimì accettava) sapèvano al mio palato di melassa e
di stucchèvole vanìglia, come quel gelato della sera prima.
«Tuttavia converrà andare — pensavo —, giacchè ho promesso. Ma quale che
sia la cagione perchè tu hai bisogno di me, non mi offrirai mica un
bàcio, Mimì! nè io lo offrirò a te. Due mezzi sècoli, quasi, che si
bàciano. Oibò.»
E così andando verso la casa di lei, e passando per la vècchia via delle
Belle Arti, mi sorprese quella rovina superba che è il palazzo
cinquecentesco dei Bentivòglio. Uno sgretolato sedile marmòreo corre in
basso. Sostai come ad un misterioso richiamo; guardai in su le due file
delle finestre, fatte per una dimora di re, adesso senza più imposte,
vuote come occhiàie di un morto; poi ancora mi fissai a guardare il
sedile giù in basso. Mi si disegnò nella mente il ricordo di una gèlida
notte di febbraio. Avevo ottenuto il favore di accompagnare Mimì al
veglione del Comunale. Le carni di lei tremàvano pel freddo e per l'ira
della lunga lite che era avvenuta fra noi, mentre ella si abbigliava. Ci
fermammo — ben ricordo — lì: cioè io, dopo lungo silènzio, arrestai il
passo di lei saltellante, lì, a quell'àngolo deserto e buio del palazzo
Bentivòglio.
— Tu non ballerai con....
— Io ballerò con chi mi pare.
— Io ti strozzerò.
— Va ben là! chè non hai il coràggio. Allacciàtemi piuttosto la
scarpetta.
Tutta eròica (ah, è il vero!), era Mimì; e le sue scarpette, anche.
Allora non usàvano le _American shoes_ da trenta lire il paio,[2] che
ogni modesta ragazza possiede ai dì nostri. Eròiche, vagabonde
scarpette! Ma a fùria d'ago, di copale, e di due gran nastri, reggèvano
alteramente alle profonde ferite.
[2] Nota: _ante Bellum_, cioè nel 1913; e pareva prezzo enorme!
Nel 1919 prezzo, almeno, raddoppiato.
Ora, in quel luminoso mattino di lùglio io ero fermo ancora lì, davanti
al palazzo Bentivòglio; ed ho riveduto me stesso, tanti anni fa, in
quella notte, che, invece di strozzare Mimì, le allacciava fremendo i
lunghi nastri delle eròiche scarpette.