Arrivo a Bologna da Verona; ore dodici e dieci minuti dopo la
mezzanotte. L'_Hôtel Moderne_, o _Hôtel Bologna_, o _Bologna meublé_, o
comunque si chiama, è tutto occupato.
— Aspetti bene una mezz'ora, — mi dice un personàggio tutto stilizzato,
tutto esòtico, ma con un accento così bolognese che era impossìbile
rèndere esòtico. — C'è un signore in partenza, e le fàccio sùbito
mèttere in òrdine la càmera.
— _Merci, monsieur le concierge_; e nel frattempo andremo a bere una
birra.
Cara, vècchia Bologna, me ne congràtulo per te, e mi dispiace per me. Ti
vai stilizzando troppo, e ogni anno di più, ogni anno più esòtica, più
Milano; ed io non ti riconosco più. Sei volata via, vècchia Bologna!
Vècchia torre degli Asinelli, se hai giudìzio, va là, cadi giù: e anche
voi, vècchie torri, cosa ci state più a fare costassù ritte? Dolce San
Michele in Bosco, e tu, colle dell'Osservanza! Odor di viole in marzo;
in autunno, odor di gaggie. Voi, gente del pòpolo che dicevate:
«_Torsoà_, servitor suus!»; e voi cittadina gente cortese che dicevate,
al più lieve urto: «_Ehi, ch'al scusa!_ scusi bene!», dove siete voi?
Tagliatelle, che parèvano avere odore di carne dolce di donna, dove si
màngiano più? Siete andate via, dolcezza della vita?... O sono andato
via io?
Sei andata via tu, vècchia Bologna, o sono andato via io? Questo era il
problema che io meditavo andando a bere la birra.
Ma il vècchio caffè dell'Arena del Sole c'era ancora come ai bei tempi.
Probabilmente da allora ad oggi non si era mai chiuso, anche per la
ragione che manca di porte. Anche l'abitùdine gaudiosa di mangiare tra
l'una e le due dopo mezzanotte, era rimasta. Però la vècchia sàpida
birra Ronzani non si vende più.
— _Spiessbraü!_ — mi avvertì il cameriere, stilizzato anche lui.
— Quella acquosa amaritùdine tedesca, che si fàbbrica in quella
città?... No, io non la berrò! Un gelato, allora! Ma sapeva di melassa,
quel gelato.
Guardavo attorno. Giovanotti eleganti, uòmini grigi e bianchi, teste
chiomate e crani pelati, frammisti a donnine galanti ed eleganti, sotto
la luce bianca delle làmpade elèttriche, presso la gran distesa delle
tàvole imbandite, sedèvano, si movèvano, conversàvano con amàbile
tranquillità. Ma è notte! «_Fàcere de nocte diem_, far del giorno la
notte — mi disse il dottor Balanzone — _bononiense est_, è cosa
bolognese. E poi non vedi? È finito da poco lo spettàcolo, qui presso,
all'Arena del Sole.»
Probabilmente sono andato via io.
«Non ti ricordi — dissi a me stesso — la gran passione che avevi anche
tu pei drammi su la scena!»
Chiusi gli occhi e la rividi ancora la _Arena del Sole, data agli
spettàcoli diurni_, in un pulvìscolo d'oro e di pòrpora. Tutte le
gradinate gremite di donne in pepli bianchi. Intensi silenzi, grida per
l'anfiteatro alla passione del dramma. Ma poi, calato il sipàrio, negli
intervalli, era tutto un rosicchiar tranquillo di _brustolini_. Ma
allora io non sentivo il cricchiare dei _brustolini_; e i pepli bianchi
non èrano altro che i corpetti delle lavandàie. Allora io ero un
fanciullo come è il pòpolo, il quale non sente il dramma se non lo vede
su la scena.
Oh, mio stupore, allora, per l'attrice Teresina Mariani! Era ella
un'adolescente bionda che recitava la parte di Ofèlia e _Fuoco al
Convento_, con un'ingenuità deliziosa.
Ricordo che mi fermai una volta a rimirarla lì, ad una tàvola del vicino
caffè, mentre mangiava. «Màngia! La pàllida Ofèlia màngia!»
«Sì, idiota, le pàllide Ofèlie màngiano, e qualche volta màngiano anche
gli uòmini vivi.»
Poi Teresina Mariani impinguò; faceva su la scena le parti spudorate di
_cocotte_. Poi, morta!
E perchè, dopo Teresina Mariani, mi balenò davanti la testa chiomata di
Quìrico Filopanti?
Perchè dietro il Caffè dell'Arena, c'è la Piazza dell'otto Agosto, dove
nel 1849 furono scacciati gli austrìaci. Quìrico Filopanti ogni anno,
arringava il pòpolo. Rivedo una folla di pòpolo e, sopra la folla,
l'àbito nero e la tuba di Quìrico Filopanti. La sua misèria era
spettrale: ma àbito nero e tuba. Doveva èssere ancora l'àbito che
indossò quando fu deputato della Costituente della Repùblica Romana nel
1849. Ma non importa: àbito nero e tuba! «Pàtria, onore, eroi, repùblica
clàssica,» èrano le sue parole. E poi «le stelle», perchè Quìrico
Filopanti si occupava anche di Dio e delle stelle. Tutte cose che non
ùsano più.
Sentii allora una grande compassione anche per Garibaldi. Perchè?
Perchè sopra quell'esposizione di tàvole imbandite all'aperto, si vedeva
sòrgere il monumento a Garibaldi. Pòvero Garibaldi, costretto, nella sua
immobilità di bronzo, su quel cavallo lungo da scuderia inglese, a
guardare lì, tutte le notti, istrioni e cocottine, gaudenti e
impenitenti.... Ti senti la vòglia di dar di sprone al tuo cavallo?
Prima di te c'era lì il monumento di quell'altro pòvero eroe, col
bràccio teso: Ugo Bassi. E poi hanno messo te, Garibaldi! Va là, va via,
Garibaldi! Ah, triste sorte degli eroi! Triste sorte anche delle piante!
Vògliono dormire e non pòssono. La luce elèttrica le acceca e le brùcia
tutte, le pòvere piante....
Quante donnine van girellando per queste tàvole! Chi saranno?
Vècchie attrici che hanno navigato; artiste erranti che navigheranno;
fanciulle senza famìglia, senza focolare, con un pìccolo bagàglio qua e
là, un amante qua e là. Tutta un'amàbile promiscuità.
Qualcuna parla un po' forte, e in realtà ha la voce flautata e profonda
del palcoscènico. Qualche piccina discute in grande stile. Qualche bocca
a cuore ride con perversa intelligenza. Un sospiro, un giudìzio d'arte
teatrale, intercalato con il vocale _badinage_ bolognese: «_Mo che
nervous tutt'incò!_ Offrìtemi una gita in automòbile». Ròmpono lo
sbadìglio mutando tàvola; si accòstano all'uno e all'altro; màngiano con
gràzia pìccole cosine: un banano, un fritto dolce, _taiadlein_ con
l'odore caldo del ragù. Una, pàllida, immota, pare fissa nella punta
della sua scarpetta. Mi manda il fumo oppiato di una sigaretta. Un
giovinetto le deve aver detto: «t'amo», perchè colei risponde forte:
«t'amo, t'adoro come la salsa di pomidoro». Riprende a fumare con le
labbra sprezzantemente cascanti.