QUATTORDICIMILA MORTI!

Per andare ad Asiago si prende il treno che va a Schio. Ma si scende

prima: a Thiene. Poi altro treno sino a.... Non ricordo più il nome. Poi

altro piccolo treno, con ruote dentate che salirà l'alpe.

La pianura si stende ubertosa, ben coltivata, sino ai piè delle Alpi, le

quali fanno l'effetto di balzar di colpo minacciose su dalla lìnea dolce

del piano. Asiago si nasconde lassù fra quei monti: si trova in una

conca verde fra quei monti. Così mi dice la gente. Io ho l'impressione

di andare al confine d'Itàlia.

Questo tratto di lìnea non è compreso nell'abbonamento. Salgo perciò in

terza classe. Mi sta di fronte un alpino in montura grìgia: è un

fanciullo imberbe, ròseo, sano: ma che mani, ma che piedi! o almeno che

scarpe! Ha lo zàino affardellato che ricorda la sàrcina dell'antico

legionàrio. I suoi occhi celesti vàgano senza l'ombra di un pensiero.

Parla vèneto. Parliamo. Ora va in montagna a raggiùngere il suo

reggimento, poi verosimilmente andrà in Lìbia. Certo bisogna sostituire

quelli della leva del 1891. Andrà dove lo manderanno, farà quello che

gli comanderanno. Molti non sono tornati. Lo sa. Ma i suoi occhi celesti

non hanno l'ombra di un pensiero. Ora su le Alpi la vita è faticosa; ma

l'acqua è buona, i suoi superiori sono buoni. Per mangiare, essi, i

soldati, si fanno la minestra in gruppi di quattro o sei, e la cuòciono

con la legna dei boschi; e la minestra è buona.

Alla stazione di Thiene grìdano i giornali del mattino.

È scoppiata ancora la guerra nella penìsola balcànica! I giornali ne

parlàvano come di cosa probàbile nei giorni addietro. Ma come era

possìbile crèderci dopo sei mesi di guerra! E che orrìbile guerra!

Allora Bulgaria, Grècia, Montenegro come belve feroci contro quell'altra

antica feròcia, che è la Turchia. E adesso Grècia e Sèrbia contro la

Bulgària? Gli alleati di ieri sono diventati i nemici di oggi?

Comunque sia, le prime notìzie dei giornali sono impressionanti. Leggo:

_I Greci alla riscossa. Istip distrutta dalle artiglierie serbe.

Quattordicimila morti nella prima battaglia_. Ma le grandi Potenze ne

sono indignate. Dunque la guerra è scoppiata contro la volontà delle

grandi Potenze! Perchè è scoppiata questa seconda guerra? Compro, apro

tutti i giornali: tutti i giornali sono confusi ed indignati al pari

delle grandi Potenze. Bisogna supporre che un re o più re, dinanzi ai

quali i popoli dìcono, «Evviva, Zìvio, Hurrà, Hoch!», si siano

incontrati, e invece di dire: _Pace!_ come fanno di sòlito quando si

incòntrano, àbbiano detto: _Guerra!_ No, non pare che sia così. Pare che

la guerra sia scoppiata di per sè, per accumulamento di matèria umana

esplosiva. Gli uòmini esplòdono dunque anche senza i re? Se fosse vero,

sarebbe un fatto molto grave, perchè non basterebbe più abolire i re,

come molti consìgliano. Una cosa però è certa: Quattordicimila morti

nella prima battàglia. E allora occorreranno quattordicimila casse da

morto! Non so perchè guardo in su e vedo la piràmide di quattordicimila

casse da morto.

È orrìbile! Ma la gente nella luminosa carrozza di terza classe, è

tranquilla. Guardo il mio dolce alpino davanti a me. È tranquillo.

Guardo nei campi le tranquille òpere geòrgiche; i falciatori recìdono

con le falci l'altìssimo fieno. Eppure, ora, in un campo del mondo,

esìstono quattordicimila morti; una piràmide di quattordicimila morti!

occhi spenti, membra inerti! No! no! Io non vòglio lasciarmi vìncere

dalla pietà. In natura non esiste pietà. Perchè allora deve esìstere in

me? Ma certo è una visione macabra, quattordicimila morti! Per fortuna

sono lontani. Via questa brutta visione di quattordicimila morti. Non

vuole andar via. Pensiamo allora così: i turchi sono bàrbari, i serbi

sono più bàrbari; i bùlgari sono barbarìssimi; i greci sono una mera

denominazione e non hanno più nulla a che fare con l'amico Sòcrate....

La visione macabra non va via. Se ne sovrappone un'altra, anzi. Se vi

sono quattordicimila morti, logicamente vi sono o vi sono state

quattordicimila madri. Esse all'incirca venti o venticinque anni fa,

alimentàvano con le loro mammelle quei morti, che allora èrano pìccoli

bambini, èrano tènere carni. Molte di quelle madri avranno trepidato e

chiamato il mèdico per una pìccola febbre dei loro piccini. Ebbene,

valeva la pena di tutto questo lavoro? Questo, niente altro che questo è

l'idea fissa, qui. Anche qui nel treno sento che ognuno ha, che ognuno

parla del suo pìccolo, del suo grande, del suo dolce, o del suo greve

lavoro. Lavora il trenino che ànsima, lavòrano laggiù i falciatori,

lavora il sole lassù. Perchè? Io piego il capo sul bràccio: mòrmoro

questo nome solo consolatore: Cristo, Cristo, Cristo!

*

Il trenino che monta ad Asiago è molto pieno di gente: esso si arràmpica

un poco con le sue gambe, cioè con le ruote, ma poi domanda l'aiuto e va

per mezzo di una ruota dentata. Naturalmente va su quasi a passo di

uomo. È un interessante spettàcolo perchè la pianura sembra sprofondare.

E dopo un'ora e più di salita, ecco si apre un immenso pianoro ondulato,

una conca di colore come vivo smeraldo, con zone e fàscie lucenti di

verde assai più scuro ai confini del cielo: sono i grandi boschi. Ecco

appare qualche chalet elegante, qualche stazione climàtica lungo la via,

a ridosso dei neri boschi. Qua e là, nello smeraldo intenso dei prati,

ecco un rosseggiare di tetti e di ville, e case sparse per quel gran

verde. Costruzioni bizzarre! Ecco Roana, Rotzo, Asiago. Tutto bello,

tutto ben pettinato; ma v'è un barbàglio di ària troppo lùcida; troppo

vibrante; e poi qualcosa di esòtico. Ciò mi irrita. Ho anche la

sensazione di quel mare vicino delle genti germàniche; ed anche ciò mi

irrita. Asiago è l'ùltima stazione. Tutti scèndono. È quasi mezzodì. Il

sole scagliava un biancicore abbagliante per le vie, su le pareti

intonacate, imbellettate di fresco. Anche ad Asiago attèndono i

villeggianti. Gran via vai di alpini giganteschi e di artiglieri enormi,

polverosi: sono quassù per gli esercizi di tiro. Ebbene; con tutta la

mia avversione per la guerra, adesso i colori delle assise e delle armi

italiane a questo confine mi dànno un brìvido di piacere.

Sentivo il bisogno di rifugiarmi in qualche luogo, fuori da quella luce

accecante, da quella vibrazione fresca e incresciosa di azzurro. Una

contradizione quella luce e quella frescura! Io non appartengo alla

spècie della gente villeggiante, e quegli ingressi di alberghi

inverniciati coi portieri inverniciati, che attèndono i villeggianti, mi

ripugnàvano. Cercai nelle vie interne della vècchia Asiago qualche

rifùgio più confacente ai miei gusti. Un alberghetto semideserto, con

grosse tovàglie di bucato, pareti di legno, mi offrì più che non

cercavo: stanza di luce opaca, un brodo, uno spezzatino di vitello.

— Con tegoline?

Oh, cara parola veneziana, che mi ricorda la giovinezza!

— Sì. Tegoline e vino bianco di Soave, squisitamente soave. Ma non

parlate voi — domandai — cimbro o tedesco?

— Una volta! Ora tutti si parla veneto.

Come si beve bene nei paesi degli ùltimi confini del vino, di contro ai

paesi della fredda birra! Mi sembrò cosa patriòttica bere molto vino.

Domandai notìzie del mio compagno di collègio, Gherardo. La sua famìglia

era ragguardèvole e ben nota lassù, ma lui era morto. Morto, ben morto,

sicuramente morto, tanti anni fa. Un suo parente venne, e mi narrò anzi

la strana istòria di lui: morto come muore l'aereonàuta per mancanza di

pressione dell'ària, o, piuttosto, per un sovèrchio di pressione, cioè

come uno muore in fondo al mare: vòglio dir questo: che la libertà

respirata da lui tutta in una volta, dopo sette anni di collègio, lo

aveva ucciso.

Il vino di Soave stava producendo in me il più benèfico effetto che

suole il vino, quello di dormire; quando sobbalzai: pensai che il mio

compagno Gherardo era morto, ben morto ed era morto per tutti quegli

anni durante i quali io avevo seguitato a bere vino, a bere acqua; a

fare insomma, tutte quelle cose che fanno i vivi. In che deplorevole

stato dovevi èssere adesso, Gherardo, dagli occhi azzurri! Eppure per

sette anni abbiamo portato la stessa montura, abbiamo mangiato alla

stessa lunga mensa del collègio, ci siamo nutriti dello stesso òdio; lui

dell'òdio sicuro di capo della Santa Vehme; e che aveva i pugni che

pesàvano molti chili.

Quante cose vane!

Lasciai Asiago nell'ora più calda del pomerìggio. Il trenino di ritorno

ora affollato di alpini e artiglieri; essi parèvano anche più titànici

dentro il minùscolo scompartimento. Ròsei, felici, chiassosi.

Prima che partisse il treno, venne un tenente d'artiglieria, elegante

elegante, e li interpellò bonariamente con la parola «ragazzi!». Strana

parola, ai miei orecchi. Perchè «ragazzi» vuol dire: «chiamati a

vivere»; ma nella mia fantasia voleva dire: «chiamati a morire!».

Ma in fondo a che cosa siamo chiamati?

Viaggio di un povero letterato · 第 11 / 53 题