Vicenza: circa ore cinque del mattino.
Esco dalla stazione: oh, che bel piazzale verde, solenne, boscoso dietro
la stazione! Esso è compiutamente deserto. Mi siedo sopra una banchina.
Di contro, da un'enorme parete verde di altissime piante, ecco perfora
la incandescenza del sole nascente. Apro la valìgia: sturo la
bottiglietta, contenente vero caffè, caffè con la caffeina; sturo e libo
lentamente di contro al sole.
Delizioso! il caffè, la caffeina, il sole, il mattino di lùglio; la
solitùdine del luogo, deliziosa. Fa male il caffè con la caffeina?
bisogna _disarmare il caffè_, come scrive il dottor Ry? bisogna
_disarmare il vino_? Altre cose più feroci, piuttosto, bisognerebbe
disarmare! Ah, ma noi siamo gente pacìfica, e _disarmiamo_ il caffè e il
vino innocenti.
Lodo la mia saggezza e la mia previdenza di avere condotto meco così
opportunamente quella bottiglietta di caffè: lodo anche la mia personale
abilità nel preparare il caffè; sopratutto lodo il tappo, il quale nel
percorso Milano-Vicenza ha tenuto fermo: il caffè non l'hanno bevuto le
camìcie e i fazzoletti; ma lo bevo io, ed è assai buono. Questa volta
sono molto fortunato. Di sòlito i tappi che io metto non tèngono mai;
ovvero calco troppo, e si rompe il vetro: così che in un modo o
nell'altro tutti bèvono all'infuori di me. Ma questa volta bevo io.
È un frescolino gentile ed il cielo è di una purità incantèvole, quasi
ingènua. È l'ora che il buon Dio fa la _toilette_ al mondo quando gli
uòmini dòrmono? Nessuno mi proibisce di pensare al buon Dio; e nemmeno
mi è proibito di crèdere che questo bellìssimo sole apra la sua enorme
palpèbra, e sorrida, fra il fogliame, tutto per me. Accendo un mezzo
toscano ed elevo il suo incenso contro il sole. Anche il toscano è
buono, e il mio pensiero va con riconoscenza verso la anònima sigaràia
che lavorò onestamente, e non lasciò cadere capelli dalla cuffietta.
Facciamo un breve esame di coscienza; ciò terrà le veci di una preghiera
mattutina: io ora guardo con giòia il sole.
Io posso ancora gustare il piacere di un òttimo caffè.
Io posso ancora fumare un mezzo toscano; e fra poche ore sarò in grado
di fare un'òttima colazione. Dunque accontentiàmoci.
Sì, è vero: molte volte ho desiderato di «non èssere»; ma questa mattina
sono di opinione contrària, e desìdero di rinnovare il contratto di
locazione su la superfìcie del mondo.
Io godevo appena di questo pensiero, quando un'ombra mi passò davanti, e
mi sovvenni di quelli che vivèvano un tempo nel sole, su la superfìcie
del mondo, e sono adesso nell'ombra; e mi sèmbrano darsi la mano, e gli
ùltimi scomparsi sono più vicini, vicini a me, ed io sento ancora il
contatto delle gèlide e care loro mani. I più lontani scomparsi mi
affèrrano e dìcono: «non ti scordare di noi!». E più tormentoso è un
senso penosamente oscillante, che mi fa dubitare se la morte sia
interamente la morte o se la vita sia la morte. Certo lui non è più. Ma
perchè così cupa è l'imàgine tua, caro fanciullo? Fosti così ridente nei
dieci anni della tua breve vita! Ed anche la madre mia non è più. Ella,
invece, non è cupa imàgine: talvolta mi sorride, non so perchè; mi
sorregge ancora, mi par di sentire queste parole: «Su, coràggio!».
Certo però quei capelli grigi sono voluti andar dietro a quei mòrbidi
rìccioli biondi. Ah, sole, sole, tu non le essiccherai facilmente queste
lagrime!
La vòglia di salire ad Asiago era tutta scomparsa.
Non c'era nessun treno allora in partenza; perchè quando insorge questo
spàsimo convulso del dolore, sento una necessità di fuggire, fuggire.
Ma ecco per ventura giunge un carrozzone giallo, vuoto, del tram
elèttrico.
Salgo. — Dove va questo tram?
— Il tram attraversa Vicenza — mi si risponde — e poi ritorna ancora
alla stazione.
*
Oh, dolce Vicenza! me ne sta tuttavia la visione nel cuore. La città
dormiva ancora, e il tram mi faceva passare davanti agli occhi
un'armonia di case, casette antiche, istoriate, scure, adorne di bìfore
ed archi; e infra mezzo festoni di verdura, e tronchi schietti sorgenti,
con la pompa delle chiome verdi su nel gran sereno; e poi acque verdi
correnti; e gerani, gerani, fiammanti gerani, come una giovinezza della
natura che sorride sui neri balconi. Tutti balconi fioriti. Una
giovinezza e una decrepitezza in caro abbracciamento. E stando il tram
fermo per qualche minuto, mi affissai nella chioma tonda di un pino che
campeggiava nel cielo: e insensibilmente mi parve che si movesse per
ritmo di danza, come una fèmina. Eppure l'ària era senza vento.
Sorrisi di letìzia naturale. Oh, Itàlia! Vicenza, cara città itàlica! Ma
per capire la ragione di questa mia letìzia, bisogna considerare come io
avessi lasciato poche ore prima Milano: Milano enorme, pesante di
cemento, con le vie nuove alla tedesca.
Ma già la città si destava, qualche negozio era aperto: svelto,
barcollando sotto il peso del «bigòl», passàvano le contadine col loro
cappellùccio: odor di maggiorana; vasi di rame lucenti, colmi di latte;
e un cinguettar di richiami, di saluti cadenzati: «Buon dì,
_ciciricì!_».
Ad un tratto stupii: davanti ai miei occhi dilatò una piazza con palagi
regali, eccelsi: cùpole, domi, logge si incendiàvano ai raggi del sole.
Ricordai: lì era stata Venèzia, la Serenìssima. Gente togata e guerriera
sporgeva fantasticamente da quei palagi.
— Com'è quel brulichio scuro lì nella piazza? — domandai.
— Oggi è mercato.
Il tram mi riportò onestamente alla stazione. Sono le sei e mezzo. I
colli Bèrici rilùcono ora di una verdura profonda; le chiome, o tonde, o
cuspidate degli alberi (pini, cipressi), dentèllano il cielo, che adesso
è di una purità di cobalto intenso. C'è una villa lassù? Una villa
settecentesca, con logge e colonne, affrescata dal Tièpolo? Socchiudo
gli occhi: vedo tutti i personaggi del Fogazzaro: le dame in tupè
bianco: i signori _xe tuti lustrìssimi_, con bei panciotti a fiorami:
sièdono presso una bella fontana, fra quella verdura. Si dòlgono si
pèntono di lor dolci peccati, e se li accarèzzano: si scàmbiano motti
leggiadri in francese e in italiano venezièvole.
Ma Franco e Luisa del _Pìccolo Mondo Antico_ non sono lì. Essi stanno in
disparte ed immoti: i loro occhi tranquilli e tetri si vòlgono verso la
terra, dove siede di per sè, immèmore, la pìccola Ombretta:
Ombretta sdegnosa del Missisipì.
Ella porta le pòvere scarpette, cucite da sua madre; ella giuoca
immèmore con una sua pòvera bàmbola. Perchè lagrimai allora in quel
mattino? Perchè vidi anche la barba nera, il volto tèrreo di Giovanni
Segantini che dipingeva con sacri segni quel quadro, dove sopra un
cimitero due àngioli sostèngono verso il cielo una pìccola creatura?