LUCI NELLA NOTTE.

Io devo aver dormito, forse, su quel rosso e servizièvole cuscino di

prima classe. Però ad una certa ora mi sono interamente svegliato:

vedevo un bagliore vermìglio, quasi un'enorme pupilla, inseguire la

strìscia nera del treno, che fuggiva, scrosciava nella placidità delle

cose ancora dormienti, e come evanescenti.

La stella di Marte?

Ma era un più grande, e più vivo bagliore. Ed esso veniva dalla terra,

non dal cielo.

Ad un tratto quella luce scattò, e fu un altro bagliore verde: e sùbito

dopo una gran bianchezza si diffuse per la diafaneità della prima ora

del giorno, come quando la stella Diana appare al mattino. E le tre luci

scattàvano alterne, violente, contìnue. Ma il bagliore purpùreo era più

dominante. Oh, quale faro bizzarro arde laggiù! Siamo arrivati forse già

in riva al mare? Allora ricordai:

È il faro tricolore su la torre bianca di San Martino.

Mi risovvenni di aver già visto qualche anno addietro quelle tre luci

alterne. Era sul far della sera, una dolce incantèvole sera di màggio,

ed io mi trovavo all'estremità del lungo molo nella penisoletta di

Sìrmio.

Non molto discosti da me, alcuni teutònici, col mantello e il cappellino

tirolese, attendèvano, come io pure attendevo, l'arrivo del piròscafo

dalla riviera di Salò. Essi parlàvano, bonariamente fra loro, assentendo

coi loro, _ja! ja!_ in cadenza, e ogni tanto interrompèvano con grosse

risa, che parèano singhiozzi. Quando ecco, d'un tratto, dinanzi a noi,

su le acque, còrsero come fulmìnei i fasci delle tre luci: bianco, rosso

e verde. Quei fasci si sollevàvano, ricadèvano giù dal cielo, si

alternàvano sì che parèvano tre enormi catapulte di luce: parèvano

volersi addentrare fra i monti tenebrosi, là verso Riva di Trento.

Allora le pupille di quei tèutoni si scòssero. Cercàrono donde venìssero

quelle luci, che cosa significàssero. Capìrono in fine.

Parlàrono ancora i grossi tèutoni; ma non rìsero più.

Quando una stella si accende nel cielo d'Itàlia, le fronti teutòniche si

fanno cupe, e le loro parole si còlmano di irònica amarezza.

*

Ora, in quel mattino, in breve tempo le tre luci (fuggiva il treno)

rimàsero addietro. Però la torre su l'alto di San Martino già si

distingueva biancheggiare nel giorno nascente.

«A ben considerare — pensai — si tratta anche qui di un faro e noi qui

siamo presso un mare; il mare delle genti teutòniche, che batte contro

quei monti che corònano il Garda, laggiù. Ma noi vogliamo èssere

ragionèvoli e buoni fratelli in Cristo. Voi, bravi tèutoni, ricordate il

millenàrio vostro impero quando, a cominciare da Carlo Magno, la spada

teutònica pesò sopra di noi: noi abbiamo altra ìndole e non ricordiamo.

Noi non ricordiamo quasi più che, qui presso, sta un'altra antica torre,

più giù: la torre di Solferino. Lì veramente, il 24 di giugno 1859,

Napoleone III spezzò quella vostra spada teutònica che ancora gravava su

noi. Ma nessun faro vi splende, nessun segno votivo!»

Ecco, corriamo adesso lungo i begli spaldi di Verona. Brìvidi di luce

còrrono già per la campagna. Così doveva essere nell'estate del 1859,

quando il grosso prìncipe Plon-plon, a fùria, nella berlina stemmata con

l'àquila di Frància, entra in Verona «fedele»: le sentinelle austrìache

guàrdano attònite ai colori di Frància. Appare in tùnica celestina

l'èsile sire d'Absburgo, l'erede di Carlo V. Si duole assai il giòvane

sire, che non rivedrà più la Madonnina del Duomo di Milano, retàggio di

Carlo V. Non la vedrà più! Ben sperava di rivederla la mattina del 24

giugno! Ora non più. Mai più!

Sèmbrano vicende d'altri sècoli. Ma il sire di Absburgo è ancora vivo, e

noi lo chiamiamo, con dimestichezza obliosa, _Cecco Beppe_; ma il mare

delle genti teutòniche è laggiù, in fondo al Garda; ma il mare delle

genti croate e slave batte ad oriente. Hanno rude ànima e bellìgera mano

quelle genti. Essi non prègiano la nostra gentilezza latina: e forse

questo dolce mattino geòrgico non li inèbria della santità della pace.

Quali pàgine del futuro sono scritte nel quaderno che sta su le

ginòcchia di Giove?

*

Io andavo su è giù pel corridòio, io ero il padrone del treno. Non c'era

nessuno. Il treno pareva fuggire pazzamente per conto suo, ed io

guardavo con la curiosità di un bambino la campagna dai finestrini

aperti.

Già albeggiava. Che puro, che ridente mattino! Quali verdure profonde,

allineate, ordinate! e qua e là, ampi rettàngoli gialli, formati dalle

stòppie del grano, reciso pur ieri. I covoni del grano d'oro si

allineàvano a pèrdita d'òcchio; e la bianchezza dei buoi si moveva già

per ròmpere le stòppie, nella frescura dell'alba. Dolce mattino

geòrgico! oh palpitare del lago di Virgìlio!

Quanti sècoli sono, o inesàusta terra d'Itàlia, che tu in lùglio dài

tuoi belli esami, combatti le tue buone battàglie!

*

Il signore chiuso. Ad un tratto — andavo su e giù pel corridòio — sento

disperatamente picchiare sui vetri, dietro di me. Mi volto. Vedo dietro

il cristallo un signore che gestisce così comicamente che quasi mi viene

da rìdere. Ho capito. È un viaggiatore che è rimasto chiuso dentro lo

scompartimento. Mi prega, a cenni, perchè chiami qualche guàrdia, che

venga a liberarlo. Percorro il treno. È deserto. Giungo, infine, al

bagagliàio, e lì trovo le guàrdie dormienti nelle disperate attitùdini

dei custodi del Santo Sepolcro. Svèglio i dormienti nella notte. Il

signore chiuso viene liberato: mi stringe la mano con effusione. Si era

fatto chiùdere apposta per dormire con più sicurezza di non essere

disturbato; ma la guàrdia si era addormentata alla sua volta.

«Non deve mica essere diffìcile assassinare uno in treno!»

Perchè formai questo pensiero?

*

Quali dolci colli si profìlano in lontananza? Dove siamo? A Vicenza?

Mi sta in mente che debba èssere una città soavemente idìllica, Vicenza.

Pallàdio mi fa rima con Arcàdia, e Fogazzaro con Sannazzaro; e l'abate

Zanella, che fu di certo un nòbile ingegno, mi richiama in mente gli

antichi abati incipriati e galanti del Settecento. Ma la colpa di queste

deformazioni è dovuta al ricordo di un caro signore, che io conosco e

rivedo ogni estate, e si chiama signor colonnello. Ora vive in dolce

pace nella sua villa, e si ricorda della vita militare e della guerra

come di un'altra vita. Egli, al mattino, mette in òrdine i sassolini, i

vasetti dei fiori, le statuine pei vialetti della sua villa; poi tutto

lindo e bianco come le sue statuine, va su e giù pei vialetti leggendo

un libriccino di poesie, le poesie dello Zanella. Mi augura il buon dì e

— fra l'altro — mi dice:

«Leopardi, Fòscolo, Carducci e compagnia bella, riverisco, riconosco,

ammiro, ma non sono per me. L'Astichello, questi pensierini soavi,

tèneri, religiosi, queste belle armonie, creda mi fanno bene. Quanta

pace....»

Ed ecco perchè lo Zanella mi diventò un poeta del Settecento: e Vicenza

con l'Astichello una cittadina arcàdica.

Sopra Vicenza c'è' Asiago, i sette comuni di Asiago: «Colònia

linguìstica straniera nel territòrio linguìstico», come è spiegato in un

manuale di letteratura italiana. Ma che bàrbaro italiano.

E allora mi tornò alla mente un mio compagno di collègio al _Marco

Foscarini_ di Venèzia, il quale era di Asiago, parlava tedesco e si

vantava di èssere discendente dei Cimbri. Gherardo era il suo nome, ed

anche nell'aspetto era quasi cimbro: massìccio, alto, occhi freddi,

cèruli, capelli irti di un biondo pàllido. In quei tempi in cui nelle

nostre scuole tutto era tedesco, dalle edizioni Taübner al bastone

Jäger, quel mio compagno Gherardo era molto stimato dai professori. Egli

poi aveva instituito in collègio una spècie di Santa Vehme o tribunale

secreto, da cui io subii molte condanne. Le mie tènere spalle prèsero

molti e segreti pugni: mai però volli riconòscere l'autorità della Santa

Vehme.

Mi sorrise allora l'idea di vedere Asiago che è in alto su l'alpe; ed

altresì di strìngere la mano al mio compagno Gherardo. «Di Sante Vehme —

diceva fra me — ne ho conosciute poi tante che non è il caso di serbar

rancore per quella che tu fondasti in collègio. Qua, dunque, la mano,

amico, e beviamo insieme.»

Così gli volevo dire, rivedèndolo ad Asiago.

La ferrovia, a rotaia dentata, che conduce ad Asiago, dìcono che sia

molto interessante; e anche questo costituiva un motivo per discèndere

alla prima fermata.

— Scende o non scende? — mi disse bruscamente la guàrdia a Vicenza.

— Sissignore, scendo.

— Allora fàccia presto perchè il treno parte sùbito.

Scesi: ma appena il diretto si fu dilungato via, quasi ne ebbi

pentimento. Tutto chiuso, buio, tutto addormentato ancora alla stazione

di Vicenza.

Viaggio di un povero letterato · 第 7 / 53 题