— Provi a viaggiare — mi disse il professor A*** direttore del Manicòmio
di M***, il quale mi onora della sua benevolenza.
— Ah, sì, signore, il viaggiare sento che mi farà più bene che andare
alla seconda cantoniera dello Stèlvio, come mi fu suggerito da altri.
*
«Pensa — dissi a me stesso — che le strade sono tutte tue. È una grande
proprietà! Esse si stèndono bianche, notte e giorno, e fàsciano il
mondo: non rimane che andare e camminare. Va, dunque, e cammina.» Ma per
me ci vorrebbe un'automòbile. Essa va veloce e spezza il pensiero.
Ma io non ho automòbile.
Io potrei anche salpare per l'Amèrica, come il mio amico poeta, Gigino.
L'esportazione di un poeta italiano in Amèrica, mi è sembrato un gran
fatto.
Ma io non mi posso allontanare troppo.
V'è alcuna cosa (che potrebbe èssere una pìccola testa bionda di
fantolina) che non me lo permette; e quando mi sono dilungato cento,
duecento chilòmetri, ecco, mi pare che io sia attaccato ad un filo di
gomma; e torno addietro.
Approfittiamo allora del treno. Questo gran mezzo di locomozione può
fornire notèvoli illusioni e benefici.
Sdraiato sopra un comodo cuscino, e lanciato ad ottanta chilometri
all'ora, sentirò spezzarmi il pensiero, come in automòbile; e niente mi
vieta di crèdere che tutti quegli omarini in posizione di attenti al
passàggio del treno sìano i miei servitori; e che quella carrozza
imbottita di velluto sia la mia; e che tutti quei lumi nella notte
rimàngano accesi per me; e che tutti quei superbi capistazione vèglino
per la mia incolumità personale. Nè io avrò bisogno di comandare. Oh,
cosa bellìssima! Èssere servito e non dover comandare! Parere
proprietàrio e non èssere censito!
Nulla possedendo, io sono padrone di tutto.
Per tutti i detti motivi, ecco dunque: abbonamento di prima classe,
serie IV, durata 15 giorni.
Gran lusso la prima classe, lo so; ma era apposta per facilitare la
illusione. In prima classe, poi, si rimane spesso padroni dello
scompartimento, e c'è più spàzio fra sedile e sedile. E quando si deve
urtare con i nostri stinchi contro gli stinchi del nostro pròssimo,
allora soltanto si capisce la complicazione di quella legge evangèlica
che pare così sèmplice: _Ama il tuo pròssimo come te stesso_.
*
Oltre alla tèssera di prima classe, io ero munito di un cappello quasi
pànama; di calze quasi di seta; di scarpe nuove di un giallo
abbagliante, che mi fùrono garantite come l'ùltima espressione della
moda.
Ho preferito poi l'abbonamento anche per evitare la fatica del decìdere.
Per me era del tutto indifferente andare verso oriente o verso
occidente, vedere Pisa piuttosto che Venèzia. Qualunque rotàia, compresa
nell'abbonamento, andava bene per me. L'importante per me era di abolire
un pochino me stesso. E appena ebbi la tèssera, pensai con riconoscenza
a quella persona sconosciuta, ma certamente piena di càlcoli, che aveva
combinato gli orari e a cui io mi potevo affidare docilmente, anzi
piacevolmente.
L'abbonamento cominciava col giorno 2 lùglio (1913). Era questione di
sapere quale fosse il primo treno in partenza dopo la mezzanotte.
L'orario che mi offrì un elegante cameriere di un caffè sotto la
Galleria, a Milano, diceva che il primo treno che parte dopo la
mezzanotte, è un diretto per Venèzia: ore zero e venti. «Andiamo in tale
caso a Venèzia» — dissi a me stesso: — cioè montiamo su quel treno, e
poi decideremo. Io potrò, se mi piace, scèndere a mezza via, quando
sentirò chiamare una stazione il cui nome mi suoni grazioso.
*
Erano già le ore dieci e tre quarti e tanto valeva attèndere a quel
tavolino di caffè l'ora della partenza.
— Signor cameriere — dissi al cameriere — mi favorisca una birra e
qualche _sandwich_.
I miei pensieri io non ricordo più quali fòssero in quell'ora in cui
alternavo delicati _sandwiches_ a fresca birra: ma certamente èrano come
in un'atmosfera in cui è calmato il vento. Ed ecco levarsi il tùrbine
del vento, perchè passàvano donne, donne, donne con protervi pennacchi e
vestite così impudicamente che io sarei stato in diritto di domandare un
risarcimento.
Mi affrettai, per ragioni di prudenza, verso la stazione. Però che
disgràzia accòrgersi così tardi che il pudore delle donne è
un'invenzione degli uòmini.