I due ripudii.

Tiridate, Re d’Armenia, sollecitato da Nerone con tante promesse,

giunse in Roma verso le calende di settembre. Desiderando l’Imperatore

presentarlo con gran pompa al popolo, ed essendo in quei giorni il

tempo piovigginoso, fu ritardata la cerimonia.

Finalmente si proclamò il bando, che invitava i romani ad adunarsi nel

foro.

Era una splendida giornata d’autunno, la folla gremiva la piazza, i

soldati erano disposti in ordine intorno ai templi, i littori ed i

signiferi colle loro insegne circondavano il palco eretto presso ai

rostri, e destinato all’Imperatore.

Questi, vestito da trionfatore, giunse nel Foro sopra un carro tirato

da quattro cavalli bianchi. Salito sul palco, e postosi a sedere sopra

la sedia curule, invitò il Re d’Armenia a venirgli vicino.

Tiridate era un vecchio dagli occhi nerissimi e grandi. Una barba

grigia gli scendeva in punta fino al petto. Indossava una lunga tunica

di seta gialla, stretta ai fianchi da fascia della medesima stoffa, e

portava sul capo la tiara, distintivo del Re Sacerdote.

Si gettò in ginocchio ai piedi di Nerone, che gli porse la destra, ed

aiutatolo a rialzarsi lo baciò. Quindi gli tolse esso stesso la tiara,

gli fasciò la fronte colla diadema, e fece da un cittadino Pretore

ripetere ad alta voce le parole pronunziate dal Re, perchè tutto il

popolo le intendesse.

Terminata questa cerimonia, passarono dal Foro al teatro di Pompeo,

dove in onore del Re dovevasi, da cittadini vestiti in costume romano,

recitare una commedia d’Afranio intitolata _Incendio_, nella quale

andrebbe in fiamme una casa, fabbricata in fondo alla scena e che

formava la così detta _scena stabile_.

Quando giunsero Nerone ed il Re, la _cavea_ e l’_orchestra_ erano così

stipate, che le file semicircolari dei sedili scomparivano sotto un

tappeto di teste.

Agli applausi, di cui il publico fu prodigo, durante la commedia,

successero poi grida entusiastiche allorchè scoppiò l’incendio e

gl’istrioni diedero il saccheggio alla casa, e portaron via, come era

stato loro permesso, tutte le masserizie e gli altri oggetti salvati

dal fuoco.

Terminata la rappresentazione, Tiridate fece di nuovo riverenza a

Nerone, e si raccomandò a lui, e la folla lo acclamò Imperatore.

Dal teatro di Pompeo il corteggio imperiale si recò in Campidoglio,

e là nel tempio di Giove Capitolino fu solennemente deposta in grembo

al Nume una corona d’alloro in onore di quel Re, che aveva ricondotta

l’Armenia sotto il dominio romano.

Ad altre rappresentazioni volle prender parte Nerone. In una cantò

di Canace quando partoriva, d’Oreste quando uccise la madre, d’Edipo

accecato, e d’Ercole pazzo furioso.

Inoltre, insieme agl’istrioni, declamò una tragedia, in cui si

rappresentavano illustri personaggi e Dei. In questa circostanza furono

per la prima volta adoperate le nuove maschere, che Nerone aveva fatto

lavorare da insigne artefice, e che riproducevano le sembianze sue e

quelle delle sue donne.

Strana costumanza questa per un popolo, che aveva così vivo il

sentimento dell’arte, d’imporre la maschera agli attori, togliendo loro

così uno dei maggiori pregi, l’espressione del volto.

E come se non bastassero le rappresentazioni teatrali, i circensi,

la lotta dei gladiatori ed altri giuochi ai quali presero parte molti

giovani patrizii, Nerone fe’ correre nel circo alcune carrette tirate

ciascuna da quattro camelli, ed uno dei più insigni Cavalieri si mostrò

in groppa ad un elefante.

Questi ricordi dell’Asia riuscirono oltremodo graditi al Re d’Armenia,

che non cessava dall’esaltare la grandezza e la magnanimità di Cesare,

che lo aveva colmato d’onori e di doni.

Com’egli fu partito, ai giorni di festa successero in Roma giorni di

pianto.

Dopo la cena alla villa di Bauli, Poppea erasi tenuta lontana dalla

Corte e dagli spettacoli, per quanto Nerone, sempre più perdutamente

innamorato di lei, la scongiurasse ad abbellire di sua presenza le

feste della casa Aurea, dicendole che quel contegno riservato non

s’addiceva alla futura Imperatrice romana.

Un sogghigno d’incredulità accoglieva sempre queste affermazioni di

Cesare, ripetendogli che egli non avrebbe mai il coraggio di ripudiare

Ottavia. Troppo amava la moglie, troppo temeva la madre. Non poteva

dunque aver fede nella proposta di lui, fatta forse nella speranza

d’ottenere i suoi favori.

E Nerone non ristava dal protestare che la parola di Cesare era sacra e

ben presto ne darebbe la prova.

Egli era interamente sotto il dominio di quella donna, che voleva ad

ogni costo raggiungere il suo fine.

E la povera Ottavia fu sacrificata.

Un mattino Nerone fe’ venire Anneo Seneca e gli disse:

— Tu sai che l’aver prole è cosa necessaria tanto che il divo Augusto

colla legge Papia Poppea stabilì dei premii per quelli che avessero

maggior numero di figliuoli. Puoi bene immaginarti quanto a me pesi

la sterilità d’Ottavia. Egli è dunque con mio gran dolore che mi vedo

costretto a ripudiarla, perchè se ai privati è disdicevol cosa il non

aver discendenti, tanto più lo è per un Imperatore. Incarico dunque te,

mio consigliere e maestro, di parteciparle questa mia determinazione.

— Trovo giustissimo questo tuo desiderio, — rispose Seneca, — e nulla

avrei ad obbiettare contro la risoluzione presa. Credo però sacro

dovere in me il farti riflettere come la diva Ottavia sia l’idolo del

popolo romano, il quale potrebbe levarsi a rumore, riguardando la tua

risoluzione come un’ingiusta condanna contro una sposa bella, onesta e

fedele.

E Nerone di rimando:

— Tu conosci per certo l’episodio di quel romano, che sentendosi

criticare dagli amici, perchè voleva ripudiar la moglie modesta, bella,

feconda, rispose loro mostrando il suo calzare: — anche questo calzare

è ben fatto, è bello, è nuovo, ma nessuno di voi saprebbe indovinare

in quale parte del piede mi faccia male. — I romani invece non possono

ignorare la causa che mi spinge a ripudiare Ottavia e dovrebbero

trovarla giusta. Nessuno poi ha il diritto di farsi giudice delle

azioni di Cesare. Al popolo, questo gigantesco fanciullo, io do pane e

circensi, ed egli m’adora e continuerà ad acclamarmi.

Seneca rispose:

— Pensa che hai molti nemici.

— A questi darò catene e gastighi.

— Non fidarti poi tanto dell’aura popolare, che cambia da un momento

all’altro. N’ebbe una prova il Profeta Nazareno, a cui il popolo

di Gerosolima gridò la croce otto giorni dopo averlo accolto cogli

_Osanna_.

— Mal scegliesti l’esempio. Gesù era un grande fanatico, odiato dagli

ambiziosi farisei, che sobillarono il popolo d’Israello contro di lui.

I Sacerdoti pagani, da me prezzolati, non hanno interesse che il popolo

si ribelli agli ordini miei.

— E quale, s’è lecito, fra le patrizie di Roma hai destinata al trono?

— La moglie del Cavaliere Ottone.

— Poppea Sabina! — esclamò Seneca.

— E d’onde la tua meraviglia? — chiese crucciato Nerone.

— I Numi ti guardino dal porre sul capo di donna siffatta la diadema

imperiale.

— Il Nume di Roma son io. E a te chi dà il diritto d’offendere la tua

futura sovrana?

— La verità, di cui la voce deve suonar sempre libera sulle labbra d’un

filosofo, d’un amico.

— Se amico mi sei, eseguisci tosto l’incarico che t’affidai, e cerca di

persuadere Ottavia alla rassegnazione.

Seneca fece un inchino, ed uscì senza aggiunger parola.

Tornò dopo un’ora, e presentò a Nerone su piatto d’oro una chiave.

Era costume che la moglie ripudiata, prima di partire dalla casa, ne

consegnasse al marito la chiave.

— E che diss’ella?

— Che a questa sventura era già preparata, e chinava il capo al volere

di Giove. Attende ora il decreto che la espella dalla casa Augustale.

— E non pianse?

— Dagli occhi non le sgorgarono lagrime. Fu ammirevole oltre ogni dire

il contegno di lei.

Nerone, il quale attendevasi a resistenza, a disperazioni, a preghiere,

invece d’essere soddisfatto di questa rassegnazione, ne fu quasi

mortificato, e rimase qualche tempo muto e pensieroso.

Quindi ordinò a Seneca di prevenire della sua risoluzione l’Imperatrice

Agrippina, e lo licenziò.

— La scaltra, — pensò fra sè, — mentiva l’amore; io ero ingannato da

lei, e forse da lungo tempo un altr’uomo era l’arbitro del suo cuore.

Se giungo a scoprire questa verità, il ripudio sarà pena troppo lieve

per lei.

All’inatteso annunzio Agrippina arse di sdegno, e senza ascoltare

Seneca, che la esortava alla calma e alla prudenza, andò dal figlio che

trovò nella _trichila_[77] del giardino pensile annesso al cubiculo.

Egli era seduto presso un tavolo di marmo sul quale poggiava il

braccio.

Al giunger d’Agrippina alzò gli occhi, che teneva fissi in terra, e

attese ch’ella parlasse.

— È vero quanto mi narrò Seneca? — chiese la madre accigliata.

— Vorresti ch’egli fosse venuto da mia parte a raccontarti una fola? —

rispose sogghignando Nerone.

— Ma t’han forse i Numi tolto il bene dell’intelletto, — rispose

Agrippina, — per ripudiare una sposa bella, mite, soave, che tocca

appena il quarto lustro, che può renderti ancora padre felice, che

tutta Roma rispetta e venera per la sua onestà!... Perchè sorridi a

quel modo?.... Oseresti forse negare ch’essa si mantenne sempre salda

nella fede giurata, ad onta dei torti tuoi che le costarono lagrime

amare, di cui tu non t’avvedesti mai, perchè nella tema di riuscirti

tediosa, soffriva tacendo.

— Perchè, — interruppe Nerone — a lei bastava di conservare le insegne

imperiali e presentiva che a causa della sua sterilità le verrebbero

tolte. Ho indugiato abbastanza, ed ora ho deciso che un’altra mi dia

quelle gioie paterne che non ebbi da lei. Di ciò tu dovresti lodarmi, o

madre.

— Se non fosse un pretesto, — interruppe Agrippina con impeto, — per

saziar la libidine che in te seppe suscitare un’astuta maliarda.

— Taci! — urlò Nerone, fissando la madre con occhi che mettevano

spavento e sciupando con mano convulsa la toga.

Ma Agrippina non si lasciò atterrire e scagliò contro Poppea le più

sanguinose contumelie, chiamandola etèra, femmina volgare quanto

ambiziosa, scevra d’ogni nobile sentimento.

Nerone fremeva, ma la lasciava parlare. Finalmente più non resistendo,

proruppe con forza di parlar concitato.

— E sei tu che osi scagliarti in tal modo contro quella donna, di

cui nulla sai, che nulla ti fece? Credi forse che io ignori il tuo

passato? Tuo fratello Caligola non t’esiliò per gli scandali che

commettevi? Non assassinasti il tuo primo marito Crispo Passieno per

possederne più presto le ricchezze? Non facesti accusare di magia

da’ tuoi satelliti, e morir fra i tormenti Lolla Paolina, perchè eri

gelosa della sua bellezza, de’ suoi gioielli e dell’ascendente che

aveva sopra l’Imperatore Claudio tuo zio, che tu sposasti, dopo rimosso

quest’ultimo ostacolo, e poi facesti avvelenare con funghi preparati

dalla giudea Locusta, perchè egli aveva condannata a morte una donna

adultera,... e tu avevi paura?

— Orrore! — esclamò finalmente Agrippina che aveva cercato più volte

d’interrompere la tremenda requisitoria del figlio, che continuò.

— Codesti fatti dovrebbero renderti umile e muta, ed invece osi

erigerti a giudice dell’altrui condotta.

— Invece, — disse Agrippina, — le tue accuse infami non mi fanno piegar

la fronte, non mi tratterranno dal compiere il mio dovere. Se tu, per

difendere un’abbietta creatura, vuoi dimenticarti d’essermi figlio, io

non dimenticherò mai d’esserti madre.

— E questo sacro nome, nella tua intenzione, non lo profanasti mai? —

chiese Nerone con amara ironia.

— Che intendi?

— Combatti Poppea perchè forse temi in lei una rivale più fiera

d’Ottavia.

— Ora intendo, scellerato figlio, che vuoi render me colpevole delle

tue prave aberrazioni, che costarono la vita ad Aulo Plancio. È

questa la gratitudine di Claudio Nerone, al quale consacrai la mia

esistenza, al quale diedi il regno, usurpandolo a Britannico. Ma bada,

o forsennato, ch’io posso togliertelo di nuovo e renderlo a lui. Sì, lo

posso, e lo farò se tu persisti nella pazza determinazione di sposar

Poppea. Se disprezzerai i consigli della madre amante, proverai la

vendetta della madre offesa.

Ciò detto uscì dalla _trichila_.

Il furore materno non turbò Nerone. La mente sua era preoccupata sempre

dall’inesplicabile rassegnazione della moglie.

Il dì seguente questa sedeva in uno dei _conclavi_[78] del suo

appartamento tra la sorella Antonina e il fratello Britannico che

la lodavano del contegno addimostrato all’annunzio del ripudio, e la

consolavano delle grandezze imperiali che perdeva.

— Rendi grazie a Dio d’averti sottratta in tal guisa al feroce

Enobardo, — le diceva Antonina. — Tu verrai a vivere onorata da tutti,

tranquilla e felice insieme con me e con Britannico.

E così affettuosamente le parlavano, che la misera riuscì finalmente a

stemperare in lagrime il cuore doloroso.

In questa, entrò un’ancella ad annunziare che l’Imperatore desiderava

parlare alla diva Ottavia e che tra poco si recherebbe da lei.

— Andiamcene, o Britannico, — disse Antonina balzando bruscamente in

piedi — ch’io mal sopporterei la vista di quel mostro.

E partì col fratello.

Erano già fuori dal palazzo Augustale quando comparve Nerone, che

vedendo gli occhi della moglie ancora lagrimosi, le disse quasi con

interna soddisfazione:

— Tu piangi?

— E vuoi che rida delle mie sventure?

— Eppure Anneo Seneca mi riferì che l’annunzio del ripudio era stato da

te accolto con straordinaria rassegnazione.... quasi con indifferenza.

— Sapeva che nulla sarebbe valso ad intenerire un cuore che più non

m’appartiene, e preferii il contegno dell’Imperatrice offesa, alle

preghiere, ai pianti, alle recriminazioni della vittima.

— E chi ti dice che il mio cuore non t’appartenga più? Io ti porto

sempre grandissimo affetto, e non è mia colpa se le circostanze mi

obbligano a separarmi da te.

— Non aggiungere l’ipocrisia alla crudeltà. Tu mi respingi perchè ami

Poppea Sabina. La sola ragione è questa. Separiamoci dunque, e più

d’amore non si parli tra noi.

— Vedi, Ottavia, avrei preferito che tu lottassi contro la mia

determinazione.

— A qual pro?

— Per distruggere in me un sospetto.

— E quale?

— Che il tuo cuore gioisca della libertà che acquisti.

— Dal momento che tu m’hai ripudiata, le gioie come le pene del mio

cuore più non ti riguardano.

La logica di questo linguaggio faceva fremere il superbo e geloso

tiranno. Quasi fuori di sè, volle costringere Ottavia a confessargli

che amava un altro.

La moglie, con nobile fierezza, rispose:

— Siffatte confessioni ora non puoi esigerle che da Poppea Sabina.

Ottavia è libera e a te basti sapere ch’ella esce da questa casa colla

fronte alta, e qui lascia, come ricordo di lei, la fede coniugale

incontaminata.

Queste ultime parole lo calmarono alquanto, benchè non soddisfacessero

la sua pazza pretesa d’essere amato ancora, e non distruggessero

interamente il sospetto che il contegno di lei lo si dovesse a

sentimento inspiratole da Menecrate.

Avendo essa ripetuto che attendeva l’ordine imperiale per uscire dalla

casa Aurea, e recarsi presso la sorella Antonina, Nerone rispose:

— Chi fu moglie di Cesare non perde il titolo d’Imperatrice, tu non

puoi dunque accettare l’ospitalità d’alcuno. Qui rimarrai finchè non

avrò scelto fra le mie ville quella che ti verrà destinata a dimora.

Ottavia, sorridendo amaramente, osservò:

— Non più dunque Imperatrice sposa, ma Imperatrice schiava. Sia come ti

piace.

E quando rimase sola tornò a piangere esclamando:

— O mio povero Lucio Silano, tu sei ben vendicato!

Era intenzione di Nerone di tener presso di sè Ottavia per poterla

sorvegliare con miglior agio; ma Poppea, che temeva l’influenza della

giovine Imperatrice, astutamente gli disse:

— Vedo, o Cesare, che tu l’ami ancora. Me desideri ardentemente, lo

so, e vuoi farmi tua moglie, perchè altrimenti non potrai ottenermi; ma

comincio a dubitare, malgrado le tue asserzioni, che dell’anima tua non

sia arbitra come vorrei. Sei ancora in tempo di rinunziare a me, tanto

più che mio marito non acconsente di cedermi.

Il risultato delle sue parole fu quello che sperava. Esse fecero

l’effetto d’un colpo di sprone dato a focoso puledro.

Nerone parve uscir di senno. Sbarrò gli occhi, che divennero

fosforescenti, e presa per le braccia Poppea, proruppe:

— Ah tu osi credere che io voglia farti mia sposa soltanto per ottenere

la voluttà dei baci, e degli abbracciamenti che mi neghi. Ma non sai

che il ritegno tuo, la tua resistenza a nulla varrebbero, ove l’amore e

il rispetto non tenessero in me a freno i sensi? Vedi, io vorrei adesso

strapparti di dosso le vesti, e colla violenza far del tuo nudo corpo

la mia voglia, e poi ti condurrei all’ara e al trono, e t’adorerei come

la Dea dell’anima mia. Supponi che io ami ancora Ottavia, che non ho

mai amata, perchè mi fu imposta da mia madre. Ti proverò e tosto che le

mie asserzioni non mentivano. Preparati a passar dal tuo palazzo alla

casa Aurea. Domani stesso, i Senatori, a me devoti, approveranno il

ripudio, ed io penserò a ridurre al silenzio tutti i tuoi nemici. Tu, a

tua volta, dirai a Marco Salvio Ottone che ceda o tremi.

— Non pronunzierò mai così fiera minaccia: — disse Poppea, — sono già

colpevole assai, infliggendogli l’immeritata offesa del ripudio.

— Lascia dunque la cura a me di persuaderlo, — rispose l’Imperatore.

E questa cura volle affidata a Cercopiteco, ponendo di nuovo in grande

imbarazzo il tranquillo parassita.

Questa volta correva proprio il rischio di tornare colla testa rotta.

S’avviava dunque tutto cogitabondo, camminando a lento passo, verso

la casa di Poppea sita alle falde del Viminale. Trovò il Cavaliere

nella zoteca più afflitto che cruccioso, e questo gli porse il destro

d’intavolare il discorso con parole di compianto e di rassegnazione.

L’altro si scagliò contro la moglie, che lo ricompensava colla vergogna

dei sagrifizii fatti per lei.

— Ma cosa parli tu di vergogna! — rispose Panerote. — E non sarebbe

stato peggio ch’essa di nascosto si fosse data ad altri e che tu

avessi dovuto continuare a mantenerla? Tutti lo avrebbero saputo,

come sempre avviene, meno te, e ti saresti reso ridicolo colla faccia

beata e colle corna in testa. Qui, è Cesare, il divo Cesare, che ti

prega di cedergliela, mentre poteva rapirtela. Invece d’essere tra i

mariti vilipesi, sarai tra quelli spregiudicati, che dicono all’amante

innamorato della loro sposa: — La vuoi? Prendila, io non so più che

farne.

— Si vede che tu non amasti mai e parli da quell’uomo cinico che sei.

— No, voglio persuaderti che in questo fatto non v’è onta di sorta per

te. Dovresti invece esser contento, perchè quella donna t’ha divorato

ormai molti sesterzi.

— Ma l’amo sempre.

— Pare impossibile! Poppea è bellissima, ne convengo, ma è tua moglie,

e non può più darti il fascino della novità. Potrai invece andar con

altre, non meno avvenenti di lei, alla ricerca d’occulti tesori.

D’altronde sarebbe insania il persistere nel rifiuto. Con Claudio

Nerone non si scherza. Potrebbe fartela pagar cara, mentre puoi farla

pagar cara a lui.

— E in che modo?

— Coll’accettare la generosa offerta ch’egli si propone di farti.

— Quale, s’è lecito?

— Egli vuole affidarti il governo d’una provincia. Sono incaricato io

di proportelo. Una volta sulla via degli impieghi cospicui, con tua

moglie Imperatrice, viaggerai nei regni della fortuna. Oh perchè non

è capitato a me d’avere una moglie bella da cedere all’Imperatore!

Codesta disgrazia m’avrebbe aggiunto vent’anni di vita.

Alcuni giorni dopo il Senato sanzionava la determinazione di Cesare,

Ottavia era relegata nella villa di Nerone a Nettuno, Marco Salvio

Ottone partiva per l’Ellesponto, e Poppea Sabina entrava trionfante

nella casa Aurea.

Le donne di Nerone · 第 28 / 54 题