CAPITOLO XVII.

Poppea Sabina.

Misero l’uomo che si lasciava sedurre da Poppea. Figlia della famosa

Sabina, essa aveva ereditato tutte le male inclinazioni della madre,

più un cuore di ghiaccio, un’astuzia infernale, un istinto ambizioso,

capace di trascinarla a qualsiasi eccesso. E tutto ciò latente sotto

meravigliosa bellezza, sotto affascinante attrattiva di voce, di

sguardi, di vezzi.

Suo padre Tito Ollio dovette lottar con lei fin da fanciulla per

temperarne la vanità e il carattere prepotente, nei quali difetti

l’incoraggiava la madre.

E Poppea, per liberarsi dall’autorità paterna, giovinetta ancora,

andava a caccia d’uno sposo, decisa di prendere il primo che le fosse

capitato, foss’anco uno zotico, purchè avesse denari bastanti per

assecondare i suoi capricci.

La fortuna le arrise, poichè s’invaghì di lei un giovine dabbene, di

nobile prosapia e dovizioso, Marco Salvio Ottone Cavaliere.

Questi però, per quanto cospicua fosse la sua fortuna, non tardò ad

accorgersi ch’era insufficiente per appagare i desiderii dispendiosi di

Poppea. Ma per timore di perderne l’affetto, continuò ad accontentarla

in tutto.

Oltre alle splendide vesti, ai ricchi gioielli, al lusso degli

appartamenti, essa non badava a spesa per conservar la bellezza colle

più raffinate cure.

Si tuffava ogni mattina in un bagno di latte d’asina, e alla sera in

lavacri profumati con essenze le più preziose venute d’Egitto e di

Grecia. Ma non bastandole tutto ciò, aveva desiderato di possedere una

casa a Baja, per non essere da meno delle altre patrizie romane, e là

si faceva seguire da uno stuolo numeroso di domestici.

E il marito non osava contraddirla, quantunque vedesse ogni giorno

assottigliarsi la sua provvigione, e continuava a tutto concederle,

oltre ai balli, alle accademie, ai banchetti, nei quali essa era

circondata da adoratori e da sibariti.

Eppure l’ambizione di Poppea non era del tutto soddisfatta, perchè

l’Imperatore non erasi mai avvisto di lei, e le feste della casa Aurea

le turbavano i sonni.

Immaginiamoci dunque con quanta gioia accogliesse l’annunzio di

Cercopiteco.

Il marito invece parve turbato. Forse sotto la cortesia subodorava

l’insidia. Gli fu però giocoforza far buon viso a sorte avversa.

Già migliaia di fiammelle ardevano tra i rami della villa di Bauli,

e gruppi di donne e signori passeggiavano pei viali: mentre luce

vivissima, bisbigli e suoni uscivano dalle finestre spalancate, quando

giunsero Poppea e Ottone.

Essa, scendendo dalla lettiga, depose la maschera[70] ed entrò nel

palazzo, compiacendosi dell’esclamazioni d’ammirazione che udiva sul

suo passaggio.

Fosse opra del caso o di Nerone, in quel momento alla soave armonia

degli _idrauli_[71] s’accoppiarono le arpe dei citaristi e il canto dei

cori alessandrini, che diedero aspetto quasi trionfale all’ingresso di

Poppea.

V’era in quelle sale grande sfoggio di lusso e d’eleganza, ma se col

suo abbigliamento la nuova Diva non superava le altre, non era certo

seconda ad alcuna. Vestiva una tunica di finissimo bisso adorna di

limbo trapunto di coralli, e stretta alla vita da _zona_ gemmata, che

faceva risaltare le flessuose curve dei fianchi, come il peplo ricamato

assecondava con artistiche pieghe i contorni del seno. Aveva le braccia

denudate fin oltre la spalla e il bisso aperto fin sotto le ascelle. Le

cingeva il collo un monile di piropi, le splendevano sui polsi anelli

lavorati con filo d’oro ed uniti insieme a spirale[72] e un cerchio,

parimente d’oro, sulla parte superiore del braccio. Fra i laccetti

dei calzari si vedeva la candida pelle del piedino, e i suoi ricchi

capelli, attortigliati con fila di perle, le formavano sulla sommità

del capo una splendida corona.

Quando Nerone la vide entrar nell’atrio, ove le due Imperatrici

s’intrattenevano con alcune famiglie patrizie, rivolto a Lucano, che

gli stava accanto, esclamò:

— Eccola! Per Giove, io non vidi mai beltà maggiore.

E senza attendere che giungesse a lui, mosse per incontrarla.

Agrippina, in veder questo, volse lo sguardo verso Ottavia, per

indagare quale impressione avesse prodotto in essa l’apparizione di

quella donna e l’inconsulta premura addimostrata dall’Imperatore.

E si trovò di fronte alla più assoluta impassibilità.

La madre, che teneva all’amore del figlio, accolse Poppea con alquanto

sussiego; la moglie, ch’era indifferente oramai all’amor del marito, si

mostrò invece cortese.

Essendo libero ciascuno dì prendere il divertimento che più gli

aggradisse, chi passeggiava per le sale e pei viali, chi sedeva

ai tavoli da giuoco; ma la maggior parte delle dame e dei signori

preferivano di seder tranquillamente entro il grazioso teatro eretto

nella villa.

Quivi si alternavano le melodie delle cetre e dei salteri, canti,

declamazioni e buffonesche azioni mimiche.

Fra i citaristi era Menecrate, che di tratto in tratto, incontrandosi

negli sguardi d’Ottavia, sentiva vibrar il cuore come le corde del suo

istrumento.

V’era Atte eziandio, la povera Atte, pallida e triste, colla voce

scemata di forza, ma più potente ancora per espressione soave. Ogni sua

nota avea lo strazio d’un ultimo addio.

Nerone, geloso delle acclamazioni che a lei si facevano, volle

richiamare sopra di sè l’attenzione delle dame, e di Poppea

specialmente.

Salì sul palco scenico, e fattasi dare la sua cetra d’oro, intonò un

canto di Tito Lucrezio Caro.

L’eccitamento dei sensi, il desiderio di vincere tutti gli altri, e

di gettare colla sua voce un buon germe nel cuore della nuova Dea, lo

rendevano cantore energumeno.

Com’ebbe terminato il suo canto, tra i soliti applausi cortigianeschi,

discese dal palco, e presa per mano Ottavia, passarono, seguiti dagli

altri, nella vasta terrazza prospiciente il mare, dove era imbandita la

cena sotto ricco velario di porpora e d’oro.

Le aste, che lo sostenevano, erano inghirlandate di rose, come i

candelabri, i vasi d’oro e le tazze.

Nerone era adagiato sul triclinio tra Poppea ed altra dama romana,

pure bellissima, la quale, durante il pasto, si consolava col Cavaliere

Ottone, ch’erale vicino, della nessuna attenzione, che usava a lei il

divo Cesare.

Mentre gli schiavi, riccamente vestiti, sotto la direzione del

_Triclinarche_[73] portavano attorno le vivande e il vino, sulla

spianata, che s’apriva davanti alla terrazza, alcune danzatrici,

avvolte la persona in un velo trasparente, facevano lascive movenze

percotendo timpani e cimbali.

Tutti avevano in quella sera libero ingresso nella villa, anche la

plebe; e gran folla assiepavasi dietro le guardie, che circondavano il

posto riservato alle danzatrici. Molti invece s’arrestavano ad ammirare

in altra parte della villa gli esercizii dei _Cernui_, dei _Pilarii_,

dei _Neurobati_, dei _Prestigiatori_[74] e simili giocolieri. Nello

stesso tempo, altre comitive andavano a zonzo pei _viridari_ e i viali

della villa, o s’arrestavano a contemplare l’incantevole vista del

Tirreno, rischiarato dalla luna e percorso da navicelli illuminati,

entro i quali con canti e suoni si prendeva parte alla festa.

Per quanto Poppea avesse udito decantare le ricchezze della Corte

Cesarea, tanta sontuosità le sembrava prodigiosa, esaltava la sua

immaginazione, e correndo dietro ai voli della sua ambiziosa fantasia,

diceva fra sè:

— Oh perchè tutto questo non m’appartiene!

E rimaneva assorta in questo pensiero.

Intanto, nel sentirsi presso di lei sul _peristroma_[75], nell’aspirare

il profumo, ch’esalava dal suoi capelli, dal candido seno, che poggiato

sul cuscino triclinare s’intravedeva sotto il peplo, Nerone tornava

colla mente a due sere innanzi, e si sentiva più ammaliato che mai.

Non ristava dal fissar Poppea con occhi ardenti, indirizzandole

sommessamente parole di amore.

L’astuta non rispondeva, limitandosi di tratto in tratto a rivolger la

testa verso di lui, e sorridere.

— Comprendo, — pensava tra sè; — egli mi crede donna di facili costumi

e pretende forse di conquistarmi in questa notte istessa.

E in parte s’era apposta al vero.

Nerone, trattandola più da cortigiana che da dama, finì collo smettere

ogni ritegno e si lasciò andare ad oscena proposta.

— Tu, — gli disse Poppea, guardandolo con espressione di cruccioso

dolore, — apprezzi il mio corpo, ma non l’anima mia, se credi che possa

prostituirmi non amante nè amata.

— Amata sì, te lo giuro per Venere, il solo Nume che adoro.

— Ma se mi vedi stasera per la prima volta?

— E sei tu sicura di questo? — rispose Nerone sorridendole. — Forse

non puoi immaginare che codesto Grande della terra, che tutti onorano,

dinanzi a cui tutti tremano, siasi messo in agguato, come il più umile

degli innamorati, per vederti, per sorprenderti nella stessa tua casa!

Vedi dunque s’io t’amo; e tu mi respingi.

— Me lo impone la fede giurata al Cavaliere Ottone, che mi fece sua

sposa, non mi fece sua amante. Per quanto grandi siano i meriti tuoi,

le tue attrattive, o divo Cesare, non m’è dato possederti, poichè non è

consentito a noi l’invocazione a Talasio[76].

E rivolse a lui uno sguardo così eloquente, ch’egli esclamò:

— Oh, la sublime Imperatrice che tu saresti!

Terminata la cena, Agrippina, che dall’animato dialogo di Nerone e

Poppea indovinava di che si trattasse, chiamò a sè il primo e gli

disse:

— Guarda, o Claudio, dove tu ti metti, vi sono beltà fatali.

— Sempre gelosa la madre mia, — rispose scherzando Nerone.

— Gelosa, sì, del tuo onore, della tua felicità.

— Di questo lascia pure la cura a me.

E mosse per raggiungere Poppea, che aveva visto uscir col marito.

Non rinvenendoli, e il riguardo verso gli altri invitati non

consentendogli d’allontanarsi dall’exedra dove doveva ricominciare

il concerto, andò a destare Cercopiteco, ch’erasi addormentato

sul triclinio, e gli ordinò d’andare in cerca della bella Poppea e

ricondurla presso di lui.

Il buon Panerote, obeso, come sempre, dal cibo, e poco fermo per le

soverchie libazioni, scese con gran stento dal letto triclinare e mosse

per eseguire l’ordine di Cesare, affrettandosi lentamente e mormorando:

— Il bell’incarico che mi tocca!... O ventre, ventre mio, quanto mi

costa il soddisfarti!!

Dopo aver cercato lungamente, trovò Poppea col marito, che si

disponevano alla partenza.

Cercò di persuaderli a restare, ripetendo esser questo il desiderio

dell’Imperatore.

— Rendi grazie a Cesare, — rispose Poppea, — e digli che mi perdoni

se stanca e turbata abbandonai la splendida festa prima che fosse

terminata.

Era lo strale del Parto, ch’essa lanciava con queste parole, nel cuore

di Nerone. Sapeva bene l’astuta quale ottimo partito fosse il farsi

desiderare.

Al marito, che le chiese se Nerone le avesse parlato d’amore, rispose:

— E ciò ti sorprende? Tutte egli vorrebbe sedurre. Non rispetta

le Sacerdotesse di Vesta, e pretendi che rispetti la moglie d’un

Cavaliere? Sta tranquillo però, Poppea non andrà mai ad accrescere il

numero delle sue concubine.

— La ferrea volontà di quell’uomo mi spaventa!

— E che temi? Non sarò mai la sua amante, nè posso essergli sposa,

perchè non è libero.

— Nel delirio della passione egli è capace di tutto.

Dopo una breve pausa Poppea rispose:

— Ebbene.... vedremo.

La scaltra femmina non s’era male apposta, perchè la sua improvvisa

partenza dalla villa di Bauli, e le parole di lei, riferite da

Cercopiteco a Nerone, avevano accresciuto in questi l’amorosa frenesia.

Alla dimane, mentre sedeva in giardino venne correndo un’ancella ad

annunziarle l’Imperatore.

Fece un atto di sorpresa, ed ordinò che lo si introducesse nell’exedra,

dove poco dopo lo raggiunse.

— Salve, — essa disse, chinando il capo, — o divo Cesare, che vieni ad

onorare di tua presenza il mio povero lare domestico. A che debbo mai

tanta ventura?

— All’ardente desiderio di rivederti. Tu abbandonasti così

improvvisamente la festa; quella festa di cui eri l’astro più bello.

T’allontanasti da me quand’io, innamorato cantore, voleva temprar per

te sulle corde della mia cetra un appassionato carme, che tu avresti

compreso per certo, e me ne avresti dato mercede d’un tenero sorriso.

Ah, tu m’arrecasti grave dolore!

Poppea, carattere freddo e calcolatore, non era donna da lasciarsi

abbindolare, come le altre, dall’amorosa rettorica del divo Cesare,

quantunque egli in quel momento fosse sincero nel suo entusiasmo.

Laonde lo aveva lasciato parlare, rimanendo muta e impassibile; ma

udendo le ultime parole, rispose:

— Se io avessi potuto prevedere che tu, circondato da tanto splendore,

da tante seduzioni, ti saresti accorto della mia assenza, e ne avresti

provato dispiacere, sarei rimasta. Perdonami dunque.

— Ad altri non avrei perdonato, a te perdono perchè t’amo.

Poppea tacque.

Nerone, con grande concitazione riprese:

— Sì, t’amo, e tu non mi credi, e perciò non rispondi, come se l’amore

di quest’uomo terribile ti facesse paura.

— No, non è questo il sentimento che provo, o divo Cesare; alle tue

parole è dovere ch’io creda; ma tu devi qualche cosa concedere alla

sorpresa, alla debole opinione dei pregi che a me largì natura. Io

non sono presuntuosa e non so spiegarmi com’abbia potuto inspirare

in te così forte affetto in così breve tempo, in te semidio che tutti

adorano.

— E neppur io so spiegare a me stesso quello che provo dacchè ti

vidi. V’è per la prima volta un sentimento in me, che quasi domina

la tempesta dei sensi. Tu non sei soltanto per me la donna, tu sei la

fata, e sento che per quanta ebbrezza possano dare i tuoi baci, le tue

carezze, i tuoi amplessi, queste delizie non basterebbero a me ove non

possedessi l’anima tua. Di ciò niun’altra donna può menar vanto.

— E la diva Ottavia?

— L’amai, è vero, le porto ancora grandissimo affetto, ma ci unì la

volontà altrui, e la sua sterilità ci divide.

— E la citarista greca?

— A chi ti paragoni, o Poppea, ad una schiava!

— Di cui tu, o Cesare, volevi far la tua sposa.

— Non è vero, — interruppe Nerone; — è una menzogna de’ miei nemici.

Ed era lui che sfacciatamente rinnegava la verità.

Vedendo che la donna taceva, riprese:

— Quand’anche in un momento d’aberrazione avessi commesso tale

ignominia, rientrando in me stesso le avrei strappata la diadema

imperiale, per offrirla poi ad altra donna più adorata e più degna.

E volse a Poppea così eloquente sguardo da farle comprendere che si

trattava di lei.

Quantunque le parole di Nerone _Oh, la sublime Imperatrice che tu

saresti_, avessero alquanto esaltato il suo spirito ambizioso, non

credeva che potesse la fantastica speranza cangiarsi in realtà così

presto.

Fu per venir meno dalla gioia: ma serbandosi calma apparentemente,

osservò:

— E chi più adorata e più degna della diva Ottavia?

— Tu! — esclamò Nerone prendendole le mani.

Poppea, dissimulando a meraviglia, rispose:

— O divo Cesare, s’è vero che m’ami, non prenderti giuoco di me.

— Ascoltami ancora, — riprese l’Imperatore. — Io vegliai tutta notte e

la tua immagine mi fu sempre dinanzi, e ti vedeva al mio fianco, nelle

feste della casa Aurea, nei teatri, nei circhi, negli spettacoli sacri.

Mi sembrava d’udire il popolo, innamorato della tua bellezza, gridare

_Ave, pulcherrima Imperatrix!_ E poi venir a notte tra i profumi

del talamo a giacer fra le mie braccia, sposo invidiato da tutti. E

finalmente io ti vedeva madre del figlio mio. Ciò mi convinse che la

tua apparizione non fu opra del caso, che l’impressione prodotta in

me dalla tua bellezza non fu solo delirio dei sensi miei. Ecco perchè

venni subito da te, perchè ti parlai così ardente linguaggio. Tu devi

esser la sposa mia, devi regnare con me. Ora sarai convinta, spero,

dell’immenso amor mio.

— E come non esserlo?

— Acconsenti dunque?

— E che vale il mio consenso senza quello di Marco Salvio Ottone?

— Lo credi sì stolto da opporsi alla mia volontà?

— Ma s’egli rifiutasse?

— Guai!

— Ahimè!

— È in suo potere la scelta, o la fortuna o la morte.

Le donne di Nerone · 第 26 / 54 题