Nella storia di Roma l’êra Cesarea fu quella che più colpì la fantasia
di prosatori e poeti.
La maggior parte dei cronisti sorvola sull’epoca dei Re e della
Republica e non s’occupa che dell’Impero Romano. Essi lasciano a Dante
ed agli scrittori del Rinascimento avanzato l’ammirazione per gli
eroi della Republica, e invece minutamente raccontano le glorie e le
corruttele degli Imperatori.
Le vittorie di Giulio Cesare, le gesta guerresche e la sagace
legislazione di Augusto, le lascivie di Tiberio, le stravaganze di
Caligola sembrano interessarli assai più che le virtù dei Manlii, dei
Decii, dei Fabii, dei Scipioni e dei Catoni.
Ma sopratutto appaiono impressionati dalla triste celebrità di Nerone,
e pongono ogni studio per renderla più odiosa. Le leggende del medio
evo lo dipingono come un vero demonio. La tedesca _Kaiserchronik_[1] lo
proclama l’uomo il più malvagio che nascesse di madre.
Gli scrittori delle citate leggende, sopratutto quelli della _Graphia_
e dei _Mirabilia_, raccontano sugli splendori e le ricchezza di
Roma cose le più fantastiche, favole le più inverosimili. Così,
trasportati dall’esecrazione, che loro inspirava il feroce Domizio per
la persecuzione contro i cristiani, esagerano anche, parlando di lui,
e gli attribuiscono delitti, che non commise, nè poteva commettere;
come non bastassero quelli, di cui si rese colpevole, e che ci sono
tramandati dagli antichi scrittori latini, fra cui Cajo Svetonio
Tranquillo che, nella _Vita dei Dodici Cesari_, mette crudelmente a
nudo la corruzione degli Imperatori Romani.
Ed a Svetonio m’attenni nel mio romanzo, e non esagerai parlando delle
misere donne, che per loro sventura colpirono i sensi di quel tiranno
efferato, insaziabile, dissoluto, pazzo ricercatore di mostruose
novità, che si compiaceva nel sovvertimento d’ogni ordine di natura,
ch’era avido di fama e invidioso della fama altrui, e che in mezzo
alle maggiori atrocità si conservava sempre istrione coronato, melenso
giullare.
Ad onta di tutto ciò non si può negare che le sue azioni buone e
malvagie non esercitassero un fascino sull’immaginazione popolare.
Molti lo rimpiangevano, e per lungo tempo si trovò ogni anno a
primavera il suo sepolcro cosparso di fiori. Fu scritto inoltre ch’egli
fosse amico del diavolo, e un diavolo incarnato lui stesso, che sarebbe
ritornato in terra per vendicarsi de’ suoi nemici[2].
Gli Armeni danno ancora all’Anticristo il nome di _Neren_ (Nerone);
altri invece sostenevano che il vero Anticristo si porrebbe a capo
dei Persi, dei Medi, dei Caldei e dei Babilonesi per sconfiggere il
redivivo mostro e i suoi compagni.
Cento altre favole di questo genere furono inventate su lui nelle
leggende e nei misteri.
Ma la prova maggiore dell’impressione lasciata da lui l’abbiamo nel
vedere, dopo tanti secoli, inspirarsi ancora a quel nome tremendo
autori drammatici e romanzieri.
Fra quest’ultimi fui sedotto anch’io.
Per mantenermi fedele, più che da me si potesse, alla verità,
anche nella parte romantica, non mi sono lasciato trasportare dalle
narrazioni del medio evo, ed ho cercato di rispettare quanto di Nerone
e delle sue donne ci tramanda la storia.