_Nozze tra il Re LADISLAO e la figliuola di MANFREDI di Chiaramonte.
Morte d'URBANO, elezione in suo luogo di BONIFACIO IX e venuta del Re
LUIGI II in Napoli._
Intanto la Regina Margarita, che stava in Gaeta con molti del suo
partito, non potendo sopportar l'ozio nel qual parea, che si marcisse
la speranza di ricovrar presto Napoli, non pensava ad altro, che a
trovar modo di cavar danari per rifar l'esercito, con soldar nuove
genti. Ma avvenne, che alcuni mercanti gaetani, ch'erano stati a
comprar grani in Sicilia, dissero avanti la Regina gran cose delle
ricchezze di Manfredi di Chiaramonte e delle bellezze di una sua
figliuola; onde l'animo vagabondo della Regina si fermò col pensiere
di mandare a chiedere quella figliuola per moglie al Re Ladislao suo
figlio, ch'era già di quattordici anni; e con ciò sia ch'era nelle
sue azioni fervida e risoluta, fece chiamare subito il Consiglio e
disse, che dopo aver vagato colla mente per tutti i modi, che potessero
tenersi per far danari, per rinovar la guerra, non avea conosciuto
per certa via, che quella di questo matrimonio, dal quale voleva la
ragione, che si potesse aver dote grandissima, e che però voleva mandar
in Sicilia a trattarlo. Non fu persona nel Consiglio, che non laudasse
la prudenza della Regina, e con voto ed approvazione di tutti, furono
eletti il conte di Celano e Bernardo Guastaferro di Gaeta, per andare
a trattare il matrimonio in Sicilia: il Conte, perch'era Signore ricco
e splendido, e conduceva seco famiglia onorevole, e Bernardo per esser
Dottor di legge ed uomo intendente. Questi con due galee partiti da
Gaeta, il quarto dì giunsero felicemente in Palermo. Era Manfredi
di Chiaramonte di titolo Conte di Modica, ma in effetto Re delle due
parti di Sicilia, perchè per la puerizia del Re, e per la discordia
de' Baroni avea occupato Palermo e quasi tutte l'altre buone terre
dell'isola, avendo acquistato con le forze sue proprie l'isola delle
Gerbe, dalla quale traea grandissima utilità, non solo per lo tributo,
che gli pagavano i Mori, ma per l'utile che traeva dai mercatanti,
che avean commercio e trafichi in Barberia; ed essendo di natura sua
splendido e magnanimo, con grandissima pompa accolse gli Ambasciadori;
e poichè ebbe inteso la cagione della lor venuta, la gran virtù e
valore della Regina Margarita, la grande aspettativa, che si potea
tenere del piccolo Re Ladislao, e la certezza di cacciare gli nemici
del Regno, avendosi aiuto di danari, restò molto contento, vedendosi
non solo offerta occasione di far una figlia Regina d'un ricchissimo
Regno, ma di potere sperare coll'aiuto del genero di occupare il
rimanente dell'isola, e farsi Re; strinse egli per tanto senza molto
indugio il matrimonio; ed ancorchè i Napoletani facessero ogni sforzo
per impedirlo, Manfredi non volle muoversi dalla determinazione ch'avea
fatta; onde giunto in Palermo Cecco del Borgo, Vicerè del Re Ladislao,
a condurne la sposa, Manfredi gli consegnò la figliuola Costanza,
ed in compagnia di lei mandò alcuni suoi parenti con quattro galee,
ed oltre alla ricca dote, le diede gran copia d'argento lavorato,
gioie e tapezzerie. Partiti da Palermo con prospero vento arrivarono
in pochi dì a Gaeta, dove la Regina ed il Re accolsero la sposa con
grandissima allegrezza e con feste splendidissime, che furono per molti
dì continovate.
Finite appena le feste, venne una maggior felicità a Ladislao, perchè
morì Papa Urbano, che per lui era inutile; poichè per la sua natura
bizzarra e ritrosa, era odiato non men dal Collegio, che da tutti i
popoli di sua ubbidienza; ed avendo fatto morire molti Cardinali, ed
altri privati del Cappello per diversi sospetti, non poteva attendere
ad altro, che a guardarsi dalle congiure, che temeva fossero fatte
contra di lui. Morì Urbano nel 1389, e fu creato in suo luogo il
Cardinal Pietro Tomacello, e chiamato _Bonifacio IX_[252], che come si
dirà appresso fu grandissimo protettore del Re Ladislao.
(_Ladislao_, avuta da _Bonifacio_ l'investitura del Regno, simile
a quella data a _Carlo_ suo padre, gli spedì lettere nel 1390 nelle
quali, prestandogli giuramento di fedeltà, dichiara, per beneficio
della Sede Appostolica possedere il Regno. E _Bonifacio_ mandò lettere
ai Napoletani, perchè lo riconoscessero per vero e legittimo Re:
siccome nell'anno 1398 conferma la pace stabilita fra _Ladislao_, e gli
Ordini del Regno. Le quali lettere si leggono presso Lunig[253]).
Lasciò Papa Urbano pochi al mondo che piangessero la sua morte, perchè
benchè fosse d'integrità singolare, fu superbo, ritroso ed intrattabile
di natura, ed alle volte non sapeva egli stesso quel che si volesse: fu
sepolto in Roma in S. Pietro con rustico epitaffio; ma in Napoli nella
chiesa di S. Maria la Nuova, nella cappella di Francesco Prignano,
presso il sepolcro del B. Giacomo, gli fu eretto un famoso tumulo
colla sua statua, che ancor oggi si vede. Il suo successore, che non
avea più di 45 anni, fu creato Papa per l'opinione della buona vita;
ma subito che fu incoronato, mostrò gran mutazione di vita, ponendosi
per iscopo di tutti i suoi pensieri l'ingrandire i fratelli ed i
parenti; e perchè potea aspettare gran cose dal Re Ladislao, per le
grandi ricchezze degli avversari, che vincendo potrebbe distribuire
a' partegiani suoi, deliberò d'incominciare a favorirlo, ed accolse
benignamente Ramondo Cantelmo conte d'Alvito e Goffredo di Marzano
conte d'Alifi, che vennero da parte di lui e della Regina a dargli
l'ubbidienza e visitarlo, e promise di dargli l'investitura del Regno,
che non avea potuto ottener mai da Papa Urbano. E pochi dì appresso
mandò il Cardinal di Firenze a Gaeta a coronarlo, essendosi l'ottavo
dì di maggio del 1390 celebrata la coronazione del Re e della Regina
Costanza, e fu letta la Bolla dell'investitura simile a quella che fece
Papa Urbano al Re Carlo III. Nel qual dì cavalcò il Re colla Regina per
Gaeta, con la corona in testa e con gran solennità.
I Napoletani, vedendo questi prosperi successi del Re Ladislao,
mandarono Baldassar Cossa, che poi fu Cardinale e Papa, a Re Luigi in
Provenza, a dirgli che le cose comuni stavano in gran pericolo, ed ogni
dì andavano peggiorando, per la gran superbia di Monsignor di Mongioja,
che avea alienati gli animi di tutti i Baroni e più degli altri, de'
Sanseverineschi, i quali tenean tutte l'armi e le forze del Regno, e
ch'era necessario che venisse; poichè delle quattro parti del Regno, a
quel tempo, tre n'erano sue, che col venire avrebbe mantenute in fede,
e tolta la discordia tra' Ministri, poteva sperar in breve cacciar i
nemici, ed ottener tutt'il Regno. Per questo ed a persuasione ancora
di Papa Clemente, il Re Luigi, il quale nell'anno precedente era stato
in presenza del Re di Francia solennemente coronato Re di Sicilia in
Avignone[254],[255] raunati venti legni da remo, tra galee e fuste
e tre navi grosse, nel mese di luglio si imbarcò in Marsiglia, ed a'
14 d'agosto giunse a vista di Napoli, dove levatasi una grandissima
burrasca, a fatica con la galea capitana verso il tardi s'appressò a
terra, e scese su 'l ponte ch'era apparecchiato nella foce del fiume
Sebeto, ove trovò un numero grande di Nobili e di Popolo con alcuni
Baroni, che a quel tempo erano in Napoli, che 'l ricevettero con
applauso grandissimo, e cavalcando cominciò a camminare verso Formello,
dove trovò gli Eletti di Napoli che gli presentarono le chiavi della
città: arrivato avanti la porta, fu ricevuto da otto Cavalieri sotto
il baldacchino di drappo ad oro, e passando per gli Seggi della città,
creò Cavalieri molti giovani nobili, ed assai tardi tornò al castel di
Capuana, avendo colla sua presenza soddisfatto molto a tutta la città,
perch'era di bello aspetto, ed atto a conciliarsi l'aura popolare, e
che a molti segni mostrava clemenza ed umanità. Il dì seguente tutti
cinque i Seggi confermarono il giuramento dell'omaggio, fatto in mano
di Tommaso Sanseverino allora Vicerè, e poi giurarono i mercatanti
ed il Popolo. Cominciarono poi a venire i Baroni, ed i primi furono
il Conte d'Ariano di casa Sabrano, Marino Zurlo Conte di S. Angelo,
Giovanni di Luxemburgo Conte di Conversano, Pietro Sanframondo Conte
di Cerreto, Corrado Malatacca ed altri Signori ed alcuni altri Capi
di squadre stranieri che possedevano alcune castella in Regno. Questi
condussero più di 1100 cavalli. Ma appresso vennero i Sanseverineschi,
che vinsero tutti gli altri di splendidezza, di numero e di qualità
di genti; poichè condussero con loro 1080 cavalli tutti in arnese,
come se andassero a far giornata, perchè vollero mostrare al nuovo Re,
quanto fosse importato alla sua Corona, e quanto potrebbe importare
la potenza loro che parve cosa superbissima. Questi furono Tommaso
Gran Contestabile, il Duca di Venosa, il Conte di Terra nuova,
il Conte di Melito, il Conte di Lauria della medesima casa; venne
poi Ugo Sanseverino d'Otranto con Gaspare Conte di Matera ed altri
Sanseverineschi, che avean le Terre in quelle province; appresso a
costoro vennero i Signori di Gesualdo, Luigi della Magna Conte di
Boccino, Mattia di Borgenza, Carlo di Lagni, ed altri Baroni di minor
fortuna. Ma d'Apruzzo venne solo Ramondaccio Caldora con alcuni altri
di quella famiglia; poichè gli altri ubbidivano tutti al Re Ladislao.
Non voglio tralasciare ciocchè quel gravissimo Istorico Angelo di
Costanzo lasciò scritto, in considerando la condizione di questi
tempi, paragonandogli coll'età, nella quale compilò la sua Istoria,
cioè sotto il Regno di Filippo II, che servirà per maggior nostra
confusione e scorno; poichè se questo grave istorico in cotal maniera
favella, paragonando que' tempi alla sua età; che dovremo dir noi de'
nostri, ne' quali senza paragone i lussi sono infinitamente cresciuti?
E' dice che vedendo ne' suoi tempi in ogni altra cosa felicissimi, e
Napoli tanto abbondante di Cavalieri illustri, ed atti all'armi, ed
all'incontro la difficoltà, che saria di porre in ordine una giostra;
e l'impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d'arme
di corsieri grossi simili a quelli: stava quasi per non credere a se
stesso questo ch'egli scriveva, di tanto numero di cavalli, ancorchè
sapesse ch'era verissimo; ed oltrechè l'avea trovato scritto da persone
in ogni altra cosa veridiche, l'avea anche veduto ne' registri di que'
Re che gli pagavano. Ma tutto ciò, ei dice, dee attribuirsi al variar
de' tempi che fanno ancora variare i costumi. Allora per le guerre ogni
picciolo Barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere, per
timore di non esser cacciato di casa da qualche vicino più potente;
ed in Napoli i Nobili vivendo con gran parsimonia, non attendeano ad
altro che a star bene a cavallo e bene in armi: s'astenevano d'ogni
altra comodità: non si edificava, non si spendeva a paramenti, nelle
tavole de' Principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva con molta
pompa, tutte l'entrate consumavansi a pagar valent'uomini, ed a nudrir
cavalli. Or per la lunga pace, s'è voltato ognuno alla magnificenza
nell'edificare, ed alla splendidezza e comodità del vivere; e si
vide la casa, che fu del Gran Siniscalco Caracciolo, il quale fu
quasi assoluto padrone del Regno a' tempi di Giovanna II, che essendo
venuta in mano di persone, senza comparazione di stato e di condizione
inferiore a lui, aggrandita di nuove fabbriche, non bastando a costoro
quell'ospizio, ove con tanta invidia abitava colui, che a sua volontà
dava e toglieva le Signorie e gli Stati. Delle tappezzerie e paramenti
non parlo; poichè già è noto, che molti Signori ne' paramenti d'un
paio di camere, hanno speso quello che avria bastato a mantener 200
cavalli per un anno; ed avendo il Costanzo parlato della magnificenza
de' Principi, con questo esempio non lascerò di dire anche de' privati,
ch'erasi veduto di cinque case di Cavalieri nobilissimi essersene fatta
una di un cittadino artista. Tal che si può credere per certo, che
se fosse noto agli antichi nostri questo presente modo di vivere, si
maraviglierebbono essi, non meno di quel che facciam noi di loro.
Se Angelo di Costanzo, che scrisse nel Regno di Filippo II si
maravigliava che ad un semplice artista non bastavano cinque case di
Nobili per farne una: che direbbe ora in veggendo che non bastano agli
abitatori tutti quegli ampj ed immensi edificj, che, come tante altre
nuove città, si sono aggiunti all'antica? e che direbbe se vedesse le
tante pompe e fasti di quest'ultima nostra etade, i quali consumano
in cotal guisa le rendite, che senza difficoltà si potrebbe mettere
in piede una compagnia di cento cavalli? Ma lasciando al giudizio de'
Lettori, se sia più laudabile attendere alle arme ed a' cavalli ed
agli esercizi d'un rigido ed inclemente Marte, ovvero agli agi ed alla
comodità del vivere, ritorneremo là donde siam dipartiti.
Dappoichè il Re Luigi ebbe ricevuto il giuramento dell'omaggio da tutti
gli ordini della città e del Regno, fece convocare un Parlamento a
Santa Chiara, nel quale Ugo Sanseverino Gran Protonotario del Regno
propose, che si dovessero donare al Re mille uomini d'arme, e dieci
galee pagate dal Baronaggio e da' Popoli a guerra finita, il che fu
subito con gran volontà conchiuso e con grandissimo piacere del Re,
perchè trovandosi la Francia a quel tempo afflitta, per le guerre
degl'Inglesi, poca utilità traeva dal Contado di Provenza e dal Ducato
d'Angiò. Luigi per tanto con buon consiglio cominciò a fornirsi la casa
di nobili napoletani e del Regno, ordinando a tutti onorate pensioni, e
con questo parve che alleggerisse il peso insolito e nuovamente imposto
al Regno, ed acquistò in Napoli gran benevolenza.
Mentre in Napoli e nell'altre parti del Regno si facevan queste cose,
la Regina Margarita fece chiamare tutt'i Baroni del suo partito, e
mandò a soldare il Conte Alberigo di Cunio, desiderando di tentar la
fortuna della guerra, avendo acquistata forza, e dalla dote della
nuora, e dal favor del Papa. Convennero subito a Gaeta Giacomo di
Marzano Duca di Sessa e Grande Ammirante del Regno, Goffredo suo
fratello Conte d'Alifi e Gran Camerlengo, il Conte Alberigo Gran
Contestabile, Cecco del Borgo Marchese di Pescara, Gentile d'Acquaviva
Conte di S. Valentino, Berardo d'Aquino Conte di Loreto, Luigi di
Capua Conte d'Altavilla, Giovanni d'Atrezzo Milanese Conte di Trivento,
Giacomo Stendardo, Cola e Cristofano Gaetani, Gurrello e Malizia Carafa
fratelli, Gurrello Origlia, Salvatore Zurlo, Florido Latro ed Onofrio
Pesce, e trattarono da che parte si dovea incominciare a guerreggiare.
Fu risoluto, che si andasse a debellare i Sanseverineschi, che teneano
le lor genti disperse per diversi luoghi: e quindi attaccatisi varj
fatti d'arme, finalmente i Sanseverineschi ne riportarono vittoria.
Per la qual cosa il Castellano di S. Eramo Renzo Pagano, che si teneva
ancora per Re Ladislao, avendo intesa questa vittoria, venne in pratica
di render il castello al Re Luigi, e seppe ben farlo pagare a caro
prezzo, perchè n'ebbe la Bagliva di S. Paolo, l'Ufficio di Giustiziere
degli Scolari, la gabella della falanga e la gabella della farina. Ma
Andrea Mormile Castellano del Castel Nuovo per molte offerte e grandi,
che gli furono fatte, non volle mai rendersi, finchè non fu vinto da
estrema necessità, e si rendette senz'altro premio, che la salute sua e
dei compagni; e fu dal Re Luigi, quando entrò nel castello, sommamente
lodato, non essendovisi trovato da vivere, che per un solo dì.
Martuccio Bonifacio Governadore del castello dell'Uovo, ancor egli non
potendo più resistere, si rendè con onorati patti. Per così prosperi
successi si fecero gran segni d'allegrezza per tutta la città, perchè
pareva a tutti, che la guerra fosse finita, nè avendosi nè danno, nè
impedimento alcuno, come fino a quel dì aveano avuto dalle castella;
e viveasi in Napoli con molta contentezza e benevolenza verso il Re
Luigi.