CAPITOLO II.

_Re CARLO è invitato al trono d'Ungaria. Sua elezione ed incoronazione

a quel Regno, e sua morte._

Essendo morto Lodovico Re d'Ungaria, quegli che venne due volte nel

Regno di Napoli per vendicar la morte di Re Andrea suo fratello, senza

lasciar di se stirpe maschile; i Principi e Prelati d'Ungaria giurarono

fedeltà ad una picciola fanciulla figliuola di lui primogenita,

chiamata Maria[247]; e per mostrare, che in tal fanciulla vivea il

rispetto e l'amore, che essi portavano al morto Re Lodovico, fecero

decreto, che si chiamasse non _Regina_ ma _Re Maria_ e così fu gridato

da tutti i Popoli: ma poichè Elisabetta madre della fanciulla, e sua

balia e tutrice, governava ogni cosa ad arbitrio di Niccolò Bano

di Gara (che a quel Regno è nome di dignità, poichè non vi sono

nè Principi, nè Duchi, nè Marchesi) molti altri Baroni per invidia

cominciarono a sollevarsi e pentirsi di aver giurata fedeltà al _Re

Maria_; tanto maggiormente, che aveano inteso essere destinata per

moglie a Sigismondo di Luxemburgo, figliuolo di _Carlo IV_ Imperadore

e Re di Boemia; e conoscendo il Re Carlo nella Corte del Re Lodovico

morto, e nel campo quando guerreggiò per quel Re contra i Veneziani;

giudicarono lui personaggio degno di succedere a quel Regno, per lo

parentado che avea col Re morto. Mandarono per tanto per Ambasciadore

il Vescovo di Zagrabia a chiamarlo, ed a pregarlo che avendo bisogno

quel Regno d'un Re bellicoso, e non d'una fanciulla Regina, volesse

venire, che gli porrebbero senz'alcun dubbio in mano la Corona di

quell'opulentissimo Regno, e che non v'avrebbe contraddizione alcuna.

La Regina Margarita, quando ebbe intesa la proposta dell'Ambasciadore,

come presaga di quel che avvenne, cominciò a pregare il marito, che

in niun modo accettasse tale impresa, che dovea bastargli, che da

privato Conte, Iddio gli avea fatta grazia di dargli la possessione di

questo Regno, nel quale era più savio consiglio stabilirsi in tutto,

e cacciarne i nemici, che lasciare a costoro comodità, che potessero

cacciarne lei ed i figli, mentre egli andava a spogliare quella povera

fanciulla del Regno paterno, ad istanza di gente infedele e spergiura,

la quale non avendo osservata fede alla Regina loro, figliuola di un

Re tanto amato, e benemerito di quel Regno, non era da credere, che

avessero da osservare fede a lui. All'incontro Re Carlo vedendosi ora

in prospera fortuna, poichè di due nemici, che avea nel Regno, il Re

Luigi era morto, e Papa Urbano fuggito, e considerando ancora, che

per la puerizia de' figliuoli del Re Luigi, avrebbe tempo d'acquistare

quel Regno, senza timore di perdere questo; finalmente si risolse di

partire, ed a' 4 di settembre si pose in via con pochissima gente;

per due cagioni, l'una per non volere mostrare agli Ungheri, che egli

volesse venire ad acquistare il Regno per forza d'arme, ma solo per

buona loro volontà; e l'altra per lasciare più gagliarda la parte

sua contra quella del Re Luigi: ed imbarcato a Barletta, con felice

navigazione arrivò in sei dì in Zagrabia, dove il Vescovo l'accolse

con grandissima magnificenza, e si fermò là per alcuni dì, per far

intendere agli altri Baroni della conspirazione la sua venuta, a tal

che più scovertamente e senza rispetto, si movessero contra la Regina

e con lettere a diversi amici suoi, ch'erano ancora sotto la fede

della Regina, si sforzò d'ampliare il numero de' parteggiani suoi, con

promesse non solo a loro, ma a tutto il Regno di rilasciare i tributi,

e concedere nuovi privilegi, e far indulto a tutti i fuorusciti. E

già con quest'arte in pochi dì gli parve d'aver guadagnato tanto, che

potesse senza fatica andare a coronarsi Re, perchè non si vedea essere

rimasti altri dalla parte della Regina, che il Bano di Gara; onde si

mosse ed andò verso Buda.

Queste cose erano tutte notissime alla regina Elisabetta vecchia, ed

al _Re Maria_, onde con molta prudenza mandarono subito per lo sposo,

e fecero celebrare le nozze tra Sigismondo e Maria, dubitando, che re

Carlo per agevolare più l'acquisto del Regno, pubblicasse da per tutto,

che non veniva per cacciare il _Re Maria_ dal Regno, ma per darla per

moglie a Ladislao suo figliuolo Duca di Calabria, con la quale arte

avrebbe senza dubbio tirato a se tutto il resto dei partigiani occulti

del Re Maria, i quali per non volere Sigismondo Boemo, sarebbonsi più

tosto contentati di lui; ma celebrate che furono le nozze, Sigismondo

ch'intendea, che il re Carlo se ne veniva a gran giornate, se ne andò

in Boemia.

La fama di queste nozze dispiacque molto a Re Carlo, perchè giudicava,

che l'imperator Carlo IV[248] padre di Sigismondo non avrebbe mai

sofferto, che il figlio fosse cacciato insieme colla moglie dal

Regno, debito a loro, senza fare ogni sforzo di cacciarne lui; ma

le due Regine dopo la partita di Sigismondo con grandissima arte

dissimulando, mandarono a Re Carlo a dimandargli se veniva come parente

o come nemico, perchè venendo come parente avrebbero fatto l'ufficio,

che conveniva, nell'andargli incontro, e nel riceverlo con ogni

dimostrazione di amorevolezza; se come nemico, il che non credevano,

sariano venute a pregarlo come donne infelici ed abbandonate, che

avesse loro qualche rispetto, non già per lo parentado, ma per non

aver mai avuto da loro nè in fatti nè in parole offesa alcuna. Re

Carlo dissimulando rispose, ch'egli veniva come fratello della Regina,

la quale avea inteso in quanti travagli stava per le discordie del

Regno, perch'egli era tanto obbligato alla memoria di Re Lodovico suo

benefattore, che avea pigliata questa fatica di lasciare il Regno suo

in pericolo, per venire ad acquietare le discordie e pacificare il

Regno d'Ungaria, che potesse quietamente ubbidire al _Re Maria_, e che

però l'una e l'altra stessero con l'animo quieto; e con questa risposta

credendosi, che le Regine la credessero, andò in Buda con miglior

animo, pensando che ancora l'Imperadore credendolo, non si movesse a

richiesta delle due Regine a disturbare il suo disegno. Ma le Regine,

ancorchè non si fidassero a tal risposta, vedendo che non potevano

resistere con aperte forze, deliberarono guerreggiare con arti occulte,

e dimostrando allegrezza della venuta del Re, come fratello, fecero

apparecchiare nel castello una gran festa ed uscirongli incontro con

grandissima pompa, con tanta dissimulazione, che veramente non pure Re

Carlo, ma tutti gli Ungheri credevano, che stessero in quell'errore,

e che quelle accoglienze fossero fatte non meno con l'animo che con

l'apparenza; e per questo Carlo, quando le vide, discese da cavallo ad

abbracciarle, e quando furono insieme entrati in Buda, per mostrare più

modestia, non volle andare ad alloggiare in castello, ma ad un palazzo

privato della città, fin che si fosse trovato modo di farsi pubblicare

per Re. Il dì seguente entrato nel castello a visitare le Regine,

furono con pari dissimulazione replicate le accoglienze vicendevolmente

ed i ringraziamenti; e così in apparenza credeano ingannare l'uno

l'altro; ma l'uno e l'altro stava sospetto e tenea secrete spie di quel

che si facea.

Niccolò Banno di Gara fidelissimo servidore delle Regine, che conoscea,

che tutto quel male era nato per cagion sua, non si partiva mai da

loro, avendo cura, che nella guardia reale fossero tutte persone

fidelissime, a tal che non fosse fatta forza alcuna. All'incontro Re

Carlo facendosi chiamare Governador del Regno, stava aspettando il

modo ed il tempo di occuparlo e d'entrare nel castello; e dall'altra

parte le Regine si guardavano quanto più potevano. Ma da questa guardia

delle Regine nacque più tosto comodità a Carlo che impedimento, perchè

vedendosi dal volgo, che le Regine erano poco corteggiate, perchè le

guardie non lasciavano entrare se non pochissimi personaggi; vennero

subito in dispregio, e tutte le faccende si facevano in casa del

Governadore; e per questo quelli, che si trovavano aver chiamato Re

Carlo, andavano sollevando la plebe, con dire che il governo de' Regni

non sta bene a donne, che son nate per filare, e per tessere, ma ad

uomini valorosi e prudenti, che possono in guerra ed in pace difendere,

ampliare e governare le nazioni soggette; e con queste e simili

esortazioni commossero a grandissimo tumulto il Popolo; onde le Regine

timide, non solo si teneano in pericolo di perdere il Regno, ma anche

la vita. Comparvero Intanto alcuni Vescovi e Baroni veramente fautori

di Carlo, e sotto spezie di volere acquietare il tumulto promisero

alla plebe di voler trattare dell'elezione del Re; nè essendo per

anche finito il tumulto, Re Carlo sotto colore di temerlo, entrò nel

castello, e trovando sbigottite le guardie, lasciò in luogo loro alcuni

Italiani, ch'erano venuti con lui: e salito alle Regine, disse loro,

che stessero di buon animo; e poco da poi ritornato nel suo palazzo,

trovò ch'era stato gridato Re dalla plebe, e confermato da molti

Baroni, anzi da tutti, parte con parole, e parte con silenzio, perchè

quelli ch'erano dalla parte del _Re Maria_, per timore del Popolo non

ebbero ardire di contraddire; onde volle che si mandasse da parte di

tutti i Baroni, Prelati e Popolo, uno, che dicesse al _Re Maria_, come

per beneficio del Regno, che non potea essere ben governato da donne,

aveano eletto nuovo Re, e comandavano, che ella lasciasse il Regno e

la Corona, nè volesse contrastare alla volontà universale di tutto il

Regno.

Le povere Regine a questa imbasciata per un pezzo restarono attonite;

ma poi il _Re Maria_ generosamente rispose: _Io mai non cederò la

Corona ed il Regno mio paterno; ma voi seguitate quella via, che avete

presa, ch'io se non potrò contrastare spero, che quando vi pregherò

per la memoria di Lodovico mio padre, che mi vogliate lasciare andare

in Boemia a ritrovare mio marito, non sarete tanto discortesi, che

avendomi levato il Regno ereditario, mi vogliate ancora levare la

libertà, e questo poco d'onore, che vi cerco per ultimo ufficio

della fedeltà, che mi avete giurata, della quale siete tanto poco

ricordevoli._ Ma la Regina Elisabetta per risarcire la risposta della

figlia, più generosa di quel che il tempo richiedeva, pregò colui,

che venne a far loro l'imbasciata, che rispondesse ai Signori del

Consiglio, che poichè le donne sono in questo imperfette, che non

possono, o senza molto pensare, o senza consiglio risolversi nelle

cose di tanta importanza, gli pregavano, che dessero loro tempo di

rispondere; e partito che fu, si levò un pianto da loro e da tutte

le donne ed uomini della Corte, che s'udiva per tutta la città, per

la quale ancora molte persone discrete, e da bene andavano meste,

che parea, che fosse spenta la memoria di tanti e sì grandi beneficj

ricevuti, e che Iddio ne mostrerebbe miracolo contro il Regno, che

sopportava tanta scelleratezza. Ma tornando nuova imbasciata al

castello a dimandare alle Regine la corona, e lo scettro, la Regina

Elisabetta saviamente confortò la figlia, che poichè col contrastare

non potean far altro effetto, che porre ancora in pericolo le vite

loro, volesse cedere ed uscire del castello, avanti che il Popolo

furibondo venisse a cacciarle: ammonendola, che Dio vendicatore delle

scelleraggini l'avrebbe per qualche via sollevata, e ricordandole del

costume efferato degli Ungheri, che un dì per furia sono crudelissimi

e ferocissimi animali, e l'altro, mancata la furia, sono vili pecore, e

come non pensano a quel che fanno, si pentono spesso di quel che hanno

fatto: pigliata la corona andò a visitare Re Carlo, lasciando la figlia

in amarissimo pianto; ed essendo ricevuta da Carlo con grand'onore,

cominciò a dirgli queste parole: _Poich'io veggio il Regno d'Ungaria,

per l'aspra e crudele natura degli Ungheri, impossibile ad essere ben

governato per mano di donne, ed è volontà di tutti, che mia figlia ne

sia privata, io l'ho confortata, e per l'autorità, che ho con lei, come

madre le ho comandato, che ceda alla volontà loro ed alla fortuna, ed

ho piacere, che sia più tosto vostro, che discendete dalla linea di Re

Carlo, che di altri; ma almeno vi priego, che ne lasciate andare in

libertà._ Il Re rispose cortesissimamente, che stesse di buon animo,

che avrebbe lei in luogo di madre e la figliuola in luogo di sorella, e

ch'era per contentarle di quanto desideravano, e fu tanta la prudenza

e la costanza di questa donna, e seppe si ben dissimulare l'interno

dolor suo e della figlia, che per la città si sparse fama, che di

buona voglia avessero rinunziato il Regno al Re Carlo lor parente; e

l'istesso Carlo ancora in questo ingannato, mandò a convitarle alla

festa dell'Incoronazione, che avea da farsi in Alba, e le donne con

mirabile astuzia vi andarono insieme con lui, come fossero esse ancora

partecipi della festa, e non condotte là per maggior dolore e più grave

loro scorno.

Venuto il dì della Coronazione, Re Carlo posto nella sedia regale, fu

coronato dall'Arcivescovo di Strigonia, di cui è particolar ufficio

coronar coloro, che i Baroni, Prelati e' Popoli eleggono per Re; e

quando fu a quella cerimonia di voltarsi dal palco, e dimandare tre

volte a' circostanti, se volevano per Re Carlo, quanto più alzava la

voce, tanto con minor plauso gli veniva risposto, perchè in effetto

la terza volta non risposero, se non quelli che aveano proccurata la

venuta di Carlo; e senza dubbio la presenza delle due Regine commosse a

grandissima pietà la maggior parte della turba, e massimamente quelli,

che più si ricordavano dell'obbligo, che tutto il Regno avea alle ossa

del Re Lodovico; e si conobbe subito un pentimento universale tra

coloro, ch'erano condescesi alle voglie de' fautori di Carlo, ed un

raffreddamento negli animi d'essi fautori, tanto più che successe una

cosa, presa per pessimo augurio, che finita la Coronazione, volendo

Re Carlo tornare a casa, colui, che portava innanzi, com'è solito,

la bandiera, che fu di Re Stefano (quegli che per le virtù sue fu

canonizzato per Santo) non avendo avvertenza nell'uscire della porta

di abbassarla, la percosse nell'architrave della porta della chiesa;

e com'era per vecchiezza il legno e la bandiera fragile, si ruppe e

lacerò in più parti: e da poi nel dì medesimo, venne sì grave tempesta

di tuoni e di venti, che gl'imbrici delle case andavano volando

per l'aria, e molte case vecchie e debili caddero con grandissima

uccisione; ed a questo s'aggiunse un altro prodigio, ch'una moltitudine

infinita di corbi entrarono con strepito grandissimo nel palazzo reale,

che fu una cosa molestissima a sofferire, massimamente non potendosi

in niun modo cacciare, e per questo stavano gli animi di tutti quasi

attoniti; del che accorto Re Carlo cominciò a dimostrare di farne poca

stima, e di dire, che queste erano cose naturali, e l'averne paura era

ufficio femminile.

Le due Regine ridotte nel castello non aveano altro refrigerio, che

i buoni ufficj di Niccolò Bano di Gara, il quale con grandissima

divozione fu loro sempre appresso, confortandole e servendole; e

perchè già s'accorgevano del pentimento degli Ungheri, e della poca

contentezza, che s'avea della coronazione di Re Carlo, cominciarono

a rilevarsi d'animo; e ragionando un dì il _Re Maria_ e la madre a

Niccolò del modo, che potea tenersi di ricovrar la perduta dignità

e '1 Regno, Niccolò disse loro, che quando a loro piacesse avrebbe

fatta opera, che Re Carlo fosse ucciso: queste parole furono

avidamente pigliate dalle due Regine, e ad un tempo risposero, che non

desideravano cosa al mondo più di questa: e Niccolò pigliando in sè

l'assunto di trovar l'omicida, diede a loro il carico di adoperarsi,

che 'l Re venisse in camera loro, e mentre egli attese a far la

parte sua, le Regine con la solita dissimulazione trovarono ben modo

d'obbligare il Re a venire all'appartamento loro, perchè la Regina

Elisabetta disse, che avrebbe fatta opera, che Sigismondo sposo della

figliuola avesse ceduto, come avean esse ceduto al Regno, purchè il

Re con alcuni non gravi patti ne avesse mandata la moglie in Boemia;

e poichè Re Carlo ebbe inteso con molto suo piacere questo pensiero

della Regina, la ringraziò molto, e la pregò, che conducesse questo

trattato a fine, ch'egli era per conceder, non solo, che se n'andasse

la Regina giovane al marito, ma che si portasse ancora tutti i tesori

reali, occulti, e palesi: e dopo alcuni dì, avendo Niccolò trovato

un valentissimo uomo chiamato Blasio Forgac, persona intrepida, che

avea accettata l'impresa d'uccidere il Re, e condottolo nel castello,

avendo ad una gran quantità de' suoi confidenti ordinato, che venissero

parte nel castello e parte restassero fuori con armi secrete; le

Regine mandarono a dire al Re, che aveano lettere da Sigismondo piene

d'allegrezza, e 'l Re, che non desiderava altro, si mosse ed andò

subito alla camera loro, e posto in mezzo nel tempo, che volevano

mostrargli la lettera, entrò Niccolò sotto specie di volere invitare

il Re, e le Regine alle nozze di una figlia sua, e con lui entrato

Blasio, il quale subito con una spada ungara diede una ferita al Re in

testa, che gli calò fino all'occhio. Il Re gridando cadde in terra; e

gl'Italiani che 'l videro caduto, e versare una grandissima quantità di

sangue, pensarono tutti a salvarsi; in modo, che Blasio non ebbe alcuna

fatica per ponersi in sicuro, perchè subito concorsero i parteggiani di

Niccolò, e se n'uscì dal castello colla spada insanguinata; e Niccolò

accortosi della paura della guardia del Re, e degl'Italiani, senza

contrasto pose le guardie al castello di persone tutte affezionate alle

Regine. Poichè il Re fu ridotto ferito alla camera sua, e si conobbe

dagli Italiani non essere speranza alcuna alla vita sua, cominciarono

a fuggire e salvarsi col favore di alcuni Ungheri, che aveano tenuta

la parte del Re Carlo; la notte poi grandissima moltitudine, non solo

de' cittadini di Buda, ma delle ville convicine, concorsa al rumore

di sì gran fatto, cominciò a gridare: _Viva Maria figlia di Lodovico,

viva il Re Sigismondo suo marito, e mora Carlo tiranno, e traditori

seguaci suoi_: e col medesimo impeto saccheggiarono le case di quanti

mercanti Italiani erano in Buda. Le Regine allegre fecero portare il Re

Carlo così ferito a Visgrado, simulando di fargli onore, con mandarlo

a seppellire dove era solito di seppellirsi gli altri Re d'Ungaria, e

sono alcuni che dicono, che per non aspettare che morisse della ferita

lo fecero, o avvelenare o affogare, perchè s'intendea, che Giovanni

Banno di Croazia, Capo de' fautori di Carlo, con gran numero di valenti

uomini veniva a favore del Re per farlo governare. Il corpo del Re,

poichè fu morto, fu condutto a seppellire alla chiesa di S. Andrea

com'era costume di seppellire gli altri, ma poco da poi venne ordine

da Papa Urbano, che fosse cavato da chiesa, essendo morto scomunicato

e contumace di Santa Chiesa.

Questo fu il fine di Re Carlo III di Durazzo, del quale si potea

sperare, che avesse da riuscire ottimo Principe, se non s'avesse fatto

accecare dall'ambizione, e si fosse contentato di possedere quel Regno,

che con qualche colorato titolo parea che possedesse. Fu, secondo che

narra Paris de Puteo[249], di sua persona valoroso, anzi valentissimo

ed amatore de' Letterati, ancorchè nel Regno suo torbido e fluttuante

pochi ne fiorissero, affabilissimo con ogni persona e molto liberale;

solo fu tacciato di crudeltà ed ingratitudine verso la Regina Giovanna

e le cognate sorelle della moglie, del che solamente potea scusarlo la

gelosia del Regno. Di lui non abbiamo leggi, che si lasciasse, come gli

altri Re suoi predecessori. Visse anni quarantuno, e regnò in Napoli

anni quattro e cinque mesi, da agosto 1381 fin a' 6 febbraio 1386.

Lasciò di Margarita sua moglie due figliuoli, _Giovanna_ già grandetta,

e _Ladislao_ ch'era di dieci anni.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6 · 第 25 / 64 题