_CARLO di Durazzo è coronato Re da Papa URBANO, che depose la regina
GIOVANNA, la quale adottossi per figliuolo LUIGI d'Angiò, fratello
di CARLO V Re di Francia. Invade CARLO il Regno, vince OTTONE, e fa
prigioniera la Regina, fatta poi da lui morire._
Intanto Margarita di Durazzo, sentendo per secreti avvisi, che il
marito avea avuta già licenza dal Re di Ungaria, e che s'apparecchiava
di venire in Roma, chiese commiato alla Regina, con dire che voleva
andare nel Friuli a trovar suo marito; e la Regina, o che fosse per
magnanimità, o perchè non sapesse certo l'intento di Carlo di venire
contra lei, o per non volere provocarlo, le diede buona licenza e la
mandò onorevolmente accompagnata: del che certamente dovette più d'una
volta pentirsi, avendo potuto ritener lei, ed i due figliuoli Ladislao
e Giovanna, che ambedue poi regnarono, e servirsene per ostaggi ne'
casi avversi, che da poi le occorsero.
Carlo avuta licenza dal Re d'Ungaria, era finalmente giunto a Roma,
ove avidamente fu accolto da Urbano. Avea questo Pontefice sin da
luglio del passato anno 1379 pubblicata la sua Bolla[214], colla quale
dichiarò scomunicata, scismatica e maladetta la regina Giovanna,
privandola del Regno e di tutti i beni e feudi, che teneva dalla
Chiesa romana e dall'Imperio, e da qualsivoglia altre Chiese e persone
ecclesiastiche, con assolvere i suoi vassalli dal giuramento di
fedeltà, e che più non l'ubbidissero[215]; onde giunto che fu Carlo in
Roma, gli diede a primo giugno di questo anno 1381 l'investitura del
Regno con ispedirgliene Bolla, e fu in Roma dichiarato Re di Napoli e
di Gerusalemme, e quivi unto da lui ed incoronato[216].
(Presso _Lunig_[217] si leggono le lettere di Papa _Urbano VI_ spedite
in Roma nel 1381, colle quali dalla regina _Giovanna_ trasferisce il
Regno in Carlo Duca di Durazzo. E nella pag. 1150 si legge il diploma
di _Carlo_, spedito nel suddetto anno, dove ricevè l'investitura
datagli dal Papa, prestandogli giuramento di fideltà, e si obbliga a
tutte quelle leggi e condizioni, contenute nell'investitura data da
_Clemente IV_ al Re _Carlo I_ d'Angiò).
Co' denari ch'ebbe Carlo dal Re d'Ungaria soldò molta gente; ma il
Papa non volle che partisse da Roma, se prima non desse il privilegio
dell'investitura del principato di Capua e di molte altre terre a
Butillo Prignano suo nipote. Urbano avuta l'investitura per suo nipote,
mandò tosto a chiamare il conte Alberico Barbiano, che era allora in
Italia Capitano di ventura, sotto il di cui stendardo teneva arrolata
una gran compagnia di gente d'arme, e soldò questo Capitano con le sue
truppe, che l'unì a quelle di Carlo; e volle anche, che con lui andasse
per Legato appostolico il Cardinal di Sangro, sperando con l'acquisto
del Regno avere gran parte di quello per gli altri parenti suoi.
Dall'altra parte la Regina accertata della coronazione di Carlo,
mandò subito per Ottone suo marito che si trovava in Taranto, e fece
chiamare al solito servigio tutti i Baroni del Regno; e chiamati gli
eletti della città, pubblicò la venuta del nemico ed ottenne dalla
città una picciola sovvenzione per porre in ordine e pagare le genti,
che avea condotte da Puglia il principe Ottone. Ma si avvide in questa
occasione, che i partegiani di Carlo eran molti nel Regno, e che le
tante case principali, ingrandite e magnificate da Papa Urbano, le
ostavano, e conobbe tardi non aver ella dato il conveniente antidoto
all'artificio del Papa che sarebbe stato, quando Clemente fu in Napoli,
fargli creare una quantità di Cardinali napoletani e del Regno, che
avessero tenuta la parte sua, e non contentarsi di far solo Cardinale
un Frate, da cui niente potea sperarsi. Venuta per ciò in diffidanza
di potersi mantenere con que' presidj che avea, prese un espediente,
che riuscì pur troppo funesto e lagrimevole per questo Reame, e che
fu cagione di tante sue revoluzioni e calamità, che sostenne non meno
che per due secoli seguenti[218]; poichè mandò il Conte di Caserta
in Francia a dimandare aiuto al re Giovanni I di Francia, e per più
incitarlo mandò procura d'adozione in uno de' figliuoli del Re, Duca
d'Angiò, chiamato _Luigi_ fratello di Carlo V Re di Francia successor
di Giovanni, promettendo di farlo suo erede e legittimo successore del
Regno e degli altri Stati suoi; ed ordinò al Conte, che procurasse in
questa adozione il consenso del Papa Clemente; dal quale da poi a' 30
maggio del 1381 fu spedita Bolla, colla quale davasi l'investitura del
Regno a Luigi ed alla regina Giovanna, cioè a costei mentre vivea, e a
Luigi in perpetuo[219]; mandò anco in Provenza, ove tenea dieci galee,
comandando, che s'armassero subito e venissero in Napoli, acciò ch'ella
negli estremi bisogni avesse potuto usare il rimedio, che l'era ben
succeduto nell'invasione del Re d'Ungaria.
(L'Istromento di questa adozione si legge presso _Lunig_[220], si
legge il diploma della Regina Giovanna, col quale a Luigi d'Angiò, suo
figliuolo adottivo, concede il titolo e le ragioni di Duca di Puglia.
Parimente poco giù[221] si legge la Bolla di Clemente VII colla quale
conferma l'adozione suddetta. È ben degno da riflettere ed ammirare
il nuovo spettacolo, che ci presenta questo scisma, tra Papa Urbano
e Clemente, dando un Papa per Re a Napoli Carlo di Durazzo, ed un
altro Luigi d'Angiò fratello di Carlo V Re di Francia; ma ciò che
merita maggior riflessione come cosa ben singolare e nuova si è, che
Clemente VII per maggiormente interessar Luigi a' danni di Urbano,
ed opporgli un Principe, che avesse un nuovo titolo di scacciarlo
dallo Stato istesso della Chiesa romana, posseduto allora da Urbano,
non ebbe difficoltà con sua Bolla d'ergere lo Stato romano in Regno,
che chiamollo, _Regnum Adriae_, ed investirne Luigi, e suoi eredi, e
successori. Questo nuovo Regno era composto di tali province, come
si legge nella Bolla sud. §. 3. _Videlicet, Provincias Marchiae
Anconitanae, Romandiolae, Ducatus Spoletani, Massae Trabari nec non
Civitates Bononiam, Ferrariam, Ravennam, Perusiam, Tudertum, cum eorum
omnibus Comitatibus, territoriis et districtibus, et omnes alias et
singulas terras, quas ad praesens habere debemus, per quoscumque et
quacumque auctoritate possideantur, seu detineantur ad praesens,
exceptis, dumtaxat, urbe Roma cum ejus districtu, et Provinciis
Patrimonii S. Petri in Tuscia, Campania, et Maritima, ac Sabina, seu
Rectoratibus dictarum Provinciarum (per Rectores regi solitis) quae
terrae specialium commissionum vocantur, nostrisque successoribus,
et Romanae Ecclesiae, expresse et specialiter retinemus, in unum
Regnum erigimus ipsas provincias, et Civitates cum earum comitatibus,
districtibus seu territoriis, dignitate Regia decoramus, ac Regnum
Adriae ordinamus, statuimus, et decernimus perpetuo nuncupari_. Di
questo Regno ne fu investito Luigi, creandolo Re d'Adria, regolando
Clemente i gradi, il sesso e l'ordine della successione, per tutti
i suoi posteri e discendenti. Questa Bolla fu spedita in Aprile del
1382 primo anno del suo Pontificato in Sperlonga della diocesi di
Gatta, ove Papa Clemente allor dimorava, la qual ebbe dalla Regina
Giovanna per suo asilo, e ricovro. Giovanni _Ludewig_, come monumento
molto singolare, tratta dal _Codice di Leibnizio, part. 1_ _Codicis
jurisgentium n. 106 pag. 239_ volle anch'egli imprimerla tra le sue
_Opere Miscelle, Tom. 1 lib. 1. Opus. 1. Cap. 4 §. 6. pag. 108_ della
quale non si dimenticò _Lunig_, il qual pure tutta intera l'inserì nel
suo Codice Dipl. Ital. _Tom. 2 pag. 1167_).
Questa deliberazione della Regina alienò gli animi di molti dalla
fede e dalla benivolenza di lei; perchè sebbene in generale l'amavano
grandemente, quando seppero l'andata del Conte di Caserta in Francia,
ed il proposito della Regina, desideravano molto più avere per loro
Signore Carlo di Durazzo, nato ed allevato in Regno, e congiunto
di sangue a molti Signori Baroni principali del Regno, che vedere
introdotto un nuovo Signore franzese al dominio di quello, il
quale conducendo seco nuove genti oltramontane, pareva obbligato
d'arricchirle degli Stati e delle facoltà de' Regnicoli. Quindi
avvenne, che andando Ottone Principe di Taranto a San Germano,
per opponersi a Carlo, che veniva per quella strada, fu seguìto
da pochissimi Baroni, tal che senza vedere il nemico, fu costretto
d'abbandonare il passo, e si ritrasse con tutti i suoi in Arienzo. Ma
Carlo non volle per la via dritta andare in Napoli, giudicando assai
meglio d'andare a trovare il nemico, con disegno, che rompendolo
in campagna, avrebbe in un solo dì finita la guerra; ed andò a
quest'effetto a Cimitino vicino Nola, ove dal Conte di Nola fu
visitato, e ricevuto come Re. Il Principe Ottone mutando alloggiamento,
si pose fra Cancello e Maddaloni, e benchè Carlo andasse co' suoi
in ordinanza a presentargli la battaglia, non volle mai uscire dal
campo; ma per la via d'Acerra, e del Salice si ritirò verso Napoli;
e Carlo por la via tra Marigliano e Somma s'avviò pur verso Napoli,
tal che a' 16 Luglio di quest'anno 1381 a 15 ore, giunse con tutto
il suo esercito al Ponte del Selieto fuori la Porta del Mercato, nel
medesimo tempo, che il Principe era giunto fuori Porta Capuana, e
s'era accampato a Casanova. Erano questi due eserciti tanto vicini,
che gli uni si discerneano dagli altri: nel Campo di Carlo era il
Cardinal di Sangro Legato appostolico, il Conte Alberico Capitan
Generale delle genti del Papa, il Duca d'Andria, il Nipote del Papa,
che s'intitolava Principe di Capua, Giannotto Protogiudice, che per
la sua gran virtù ed esperienza nell'armi, era stato creato da lui
Gran Contestabile del Regno, Roberto Orsino figliuolo primogenito del
Conte di Nola, e moltissimi altri Baroni e Cavalieri Napoletani[222],
ed altra gente avventuriera: il Campo del Principe non avea tanti
Baroni, ma gran quantità di gentiluomini privati napoletani, e molti
altri di manco nome, perchè gli altri di maggior autorità, volle la
Regina, che rimanessero in Napoli. Stettero i due eserciti per tre
ore di spazio, aspettando l'uno qualche moto dell'altro, perchè Carlo
allora stava sospeso, dubitando della volontà del Popolo di Napoli,
la quale quando fosse stata inclinata alla fede della Regina, non era
sicuro per lui d'attaccar fatto d'arme: ma quando s'intese, che nella
città vi era grandissima confusione, perchè era divisa in tre opinioni,
l'una voleva lui per Re, l'altra volea gridare il nome del Papa, e
l'altra tenea la parte della Regina: allora si mossero due Cavalieri
napoletani, Palamede Bozzuto, e Martuccio Ajes Capitani di Cavalli
colle loro compagnie, e guidati da alcuni di quelli, ch'erano usciti
fuori la città, si posero dalla banda del mare a passare a guazzo, ed
entrarono per la porta della Conceria, la quale per la fidanza, che
s'avea, ch'era battuta dal mare, non era nè serrata, nè avea guardia
alcuna, e di là entrati levarono romore al mercato con gran grido,
dicendo viva _Re Carlo di Durazzo e Papa Urbano_, e seguiti da quelli,
ch'erano nel mercato, facilmente ributtarono quei, ch'erano dalla parte
della Regina, che tutti si ritirarono nel castello, e si voltarono
ad aprire la porta del mercato, per la quale entrò Carlo con tutto
il suo esercito, e posto buon presidio di gente a quella Porta, andò
alla Porta capuana, dove similmente vi pose buona guardia, e mandò
a guardare anco quella di S. Gennajo, ed egli andò a Nido, e fece
fermare il campo a S. Chiara, onde potea vietare l'entrata ai nemici
per la Porta Donnorso e per la Porta Reale. Il Principe Ottone, poichè
s'avvide la Cavalleria di Carlo esser entrata nella città, si mosse
colle sue genti per dar sopra la retroguardia de' nemici; ma trovate
chiuse le Porte se ne ritornò quella medesima sera con le sue genti a
Sicciano villa appresso Marigliano.
Carlo il dì seguente pose l'assedio al Castel Nuovo, dove oltre li due
nepoti della Regina, cioè la Duchessa di Durazzo, con Roberto d'Artois
suo marito, erano concorse quasi tutte le più nobili donne della città,
che per essere state semplicemente affezionate della Regina, dubitavano
esser maltrattate; vi era ancora grandissima quantità di Nobili d'ogni
età con le loro famiglie, i quali furono cagione di più presta rovina,
perchè parte per benignità, parte per la speranza che la Regina avea,
che le galee di Provenza venissero presto, furono tutti ricevuti, e
nudriti di quella vittovaglia, ch'era nel castello, la quale avrebbe
forse bastato per sei mesi a' soldati, che la guardavano, e si consumò
in un mese. Durante quest'assedio il Principe, che cercava ogni via
di soccorrer la moglie, ritornò alle Paludi di Napoli, tentando, che
Re Carlo uscisse fuori a far fatto d'arme; ma i Capitani non vollero,
che si movesse, ma che il corpo dell'esercito attendesse a guardar
la città, e tener stretto il castello, dove sapeano, ch'era ridotta
tanta gente, che in breve sarebbe stretta per fame a rendersi; onde il
Principe vedendo, che niente giovavano i suoi tentativi, si ritirò in
Aversa.
Intanto la Regina cominciava a patire necessità di vettovaglie, e
non avea altra speranza, che nella venuta delle galee, con le quali
disegnava non solo di salvarsi, ma con la presenza sua commovere il
Re di Francia, ed il Papa Clemente a darle maggiori ajuti, per potere
tornar poi, ed acquistare la vittoria insieme col figlio adottivo.
Ma non vedendosi le galee, ed essendo venuto il castello in estrema
penuria di viveri, la Regina mandò a' 20 agosto il Gran Protonotario
del Regno Ugo Sanseverino a patteggiare con Re Carlo, ed a trattare
per alcun tempo tregua, o alcuna specie d'accordo. Il Re ch'avea tutta
la speranza nella necessità della Regina, benchè avesse accolto il
Sanseverino con grande onore, perchè gli era parente, non però volle
concedere maggior dilazione, che di cinque giorni, tra' quali se il
Principe non veniva a soccorrere il castello e liberarlo dall'assedio,
avesse la Regina a rendersi nelle mani sue; ed essendo partito con
questa conclusione il Sanseverino, mandò appresso a lui nel castello
alcuni servidori a presentare alla Regina polli, frutti, ed altre
cose da vivere, e comandò, che ogni giorno le fosse mandato quel
ch'ella comandava per la tavola sua, credendo con questo indurla a
rendersi con più pazienza; anzi mandò a visitarla ed a scusarsi, che
egli l'avea tenuta semplicemente per Regina, e così era per tenerla e
riverirla; che non si sarebbe mosso a pigliare il Regno con l'armi in
mano, ma avrebbe aspettato di riceverlo per eredità, o per beneficio
di lei, se non avesse veduto, che il Principe suo marito, oltre di
tenere fortificate tante Terre importanti del Principato di Taranto,
nudriva appresso di se un potente esercito; onde si vedea chiaramente,
ch'avrebbe potuto occuparne il Regno, o privarne lui unico germe
della linea del Re Carlo I, e che per questo egli era venuto più per
assicurarsi del Principe, che per togliere lei dalla sedia Reale, nella
quale più tosto voleva mantenerla. La regina mostrò ringraziarlo,
ma nell'istesso punto mandò a sollecitare il Principe, che infra i
cinque dì l'avesse soccorsa; passarono i 24 del mese; e la mattina
seguente, che fu l'ultimo giorno del tempo stabilito, il Principe venne
d'Aversa con tutto il suo esercito per la strada di Piedigrotta, e
passata Echia, cominciò a combattere le sbarre poste dal Re Carlo, per
penetrare, e ponere soccorso di gente e di vettovaglia al castello; ma
Re Carlo fu subito ad incontrarlo con l'esercito suo in ordine, e dato
dall'una parte, e dall'altra il segno della battaglia, si combattè con
tanto valore, che un gran pezzo la vittoria fu dubbiosa; all'ultimo
il Principe, che non potea sopportare d'esser cacciato dalla speranza
d'un Regno tale, si spinse tanto innanzi verso lo stendardo reale
di Re Carlo, con tanta virtù, che non ebbe compagni, onde circondato
da' Cavalieri più valorosi del Re, fu costretto a rendersi, e colla
cattività sua il resto dell'esercito fu rotto. Il dì seguente la Regina
mandò Ugo Sanseverino a rendersi, ed a pregare il vincitore, che avesse
per raccomandati quelli, che si trovavano nel Castello. Il Re il dì
medesimo insieme col Sanseverino entrò nel castello con la sua guardia,
e fe' riverenza alla Regina, dandole speranza di tutto quel che l'avea
mandato a dire, e volle che in un appartamento del castello, non come
prigionera, ma come Regina si stesse e fosse servita da que' medesimi
servitori che la servivano innanzi.
Finito il mese, il primo di settembre comparvero le dieci galee de'
Provenzali condotte dal Conte di Caserta per pigliar la Regina, e
condurla in Francia. Il Re Carlo andò a visitare la Regina, ed a
pregarla, che poichè avea veduto l'animo suo, volesse fargli grazia di
farlo suo erede universale, e cederli anco dopo la morte sua gli Stati
di Francia, e che mandasse a chiamare que' Provenziali, che erano su
le galee, e loro ordinasse, che scendessero in terra, come amici; ma
la Regina dubitando, che questi buoni portamenti fossero ad arte, e
ricordandosi ancora di quello, che avea trattato col Re di Francia,
adottando Luigi Duca d'Angiò suo figliuolo secondogenito, volle
ancora simulare, e disse che avesse mandato un salvo condotto a' Capi
delle galee provenziali, ch'ella avrebbe loro parlato, e si sarebbe
sforzata d'indurgli a dargli l'ubbidienza: il Re mandò subito il salvo
condotto, ed ingannato dal volto della Regina, che mostrò volontà di
contentarlo, lasciò entrare i Provenzali nella di lei Camera, senza
volervi esser egli, o altri per lui. La Regina, come furono entrati
disse loro queste parole: _Nè i portamenti de' miei antecessori, nè il
sacramento della fede ch'avea con la Corona mia il Contado di Provenza,
richiedevano, che voi aveste aspettato tanto a soccorrermi, che io dopo
d'avere sofferto tutte quelle estreme necessità, che son gravissime
a soffrire non pure a donne, ma a soldati robustissimi, fin a mangiar
carni sordide di vilissimi animali, sia stata costretta di rendermi in
mano d'un crudelissimo nemico; ma se questo, come io credo, è stato
per negligenza, e non per malizia, io vi scongiuro, se appresso voi
è rimasta qualche favilla d'affezione verso di me, e qualche memoria
del giuramento e de' beneficj da me ricevuti, che in niun modo, per
nessun tempo vogliate accettare per Signore questo ladrone ingrato,
che da Regina mi ha fatta serva; anzi se mai sarà detto o mostrata
scrittura, che io l'abbia istituito erede, non vogliate crederlo,
anzi tenere ogni scrittura per falsa, o cacciata per forza contra
la mente mia: perchè la volontà mia è, che abbiate per Signore Luigi
Duca d'Angiò, non solo nel Contado di Provenza, e negli altri Stati
di là da' monti, ma ancora in questo Regno, nel quale io già mi trovo
averlo costituito mio erede o Campione, che abbia a vendicare questo
tradimento e questa violenza; a lui dunque andate ad ubbidire, e
chi di voi avrà più memoria dell'amor mio verso la nazione vostra, e
più pietà d'una Regina caduta in tanta calamità, voglia ritrovarsi
a vendicarmi con l'armi, o a pregar Iddio per l'anima mia, del che
io non solo v'ammonisco, ma ancora fin a questo punto, che siete pur
miei vassalli, vel comando._ I Provenzali con grandissimo pianto si
scusarono, e mostrarono intensissimo dolore della cattività sua, e le
promisero di fare quanto comandava, e se ne ritornarono su le galee,
nè solo navigarono verso Provenza, ma il Conte di Caserta deliberato di
seguire la volontà della Regina, come già avea seguita la sua fortuna,
andò ancor esso a ritrovare il Duca d'Angiò. Il Re Carlo ritornato alla
Regina per intendere la risposta de' Provenziali, e conosciuto che
non riusciva il negozio a suo modo, cominciò a mutare stile, ponendo
le guardie intorno alla Regina, ed a tenerla, come prigioniera, e di
là a pochi dì la mandò al castello della città di Muro in Basilicata,
che era suo patrimonio; ed il Principe Ottone fu mandato nel castello
d'Altamura; e poichè egli ebbe ricevuto il giuramento dalla città di
Napoli, e da tutti i Baroni, che vi erano concorsi nell'Arcivescovado,
fece giuramento d'omaggio alla Sede Appostolica in mano del Cardinal
di Sangro Legato. Scrisse da poi al Re d'Ungaria tutto il successo,
domandandogli, che far dovesse di Giovanna, e n'ebbe risposta che
dovesse farla finire di vivere nell'istesso modo, che era stato morto
Re Andrea, il che con memorando esempio di grandissima crudeltà ed
ingratitudine fu nell'anno seguente 1382 eseguito[223], avendo nel
castello di Muro fattala affogare con un piumaccio[224], e fece da poi
venire in Napoli il suo cadavere, che volle che stesse sette giorni
insepolto nella chiesa di S. Chiara a tal che ogni uno lo vedesse, ed i
suoi partigiani uscissero di ogni speranza; poi fu senza pompa sepolta
in luogo posto tra il sepolcro del Duca suo padre, e la porta della
Sacristia in un bel tumulo, che ancor oggi si vede.
Questo fu il fine della Regina Giovanna I donna senza dubbio rarissima,
che allevata sotto la disciplina del Re Roberto, e dell'onesta e savia
Regina Sancia, governò il Regno, quando fu in pace, con tanta prudenza
e giustizia, che acquistò il nome della più savia Regina, che sedesse
mai in sede reale: siccome dimostrano quelle poche sue leggi, che ci
lasciò, tutte ordinate a restituire l'antica disciplina ne' Tribunali
e ne' Magistrati, e la testimonianza di due celebri Giureconsulti, che
fiorirono nell'età sua, cioè di Baldo ed Angelo da Perugia, i quali
nelle loro opere grandemente la commendarono. Ed ancorchè dal volgo
fosse stata imputata allora, e da poi da alcuni Scrittori, ch'avesse
avuta ella parte nella morte d'Andrea suo primo marito; nulladimanco
dalle tante prove, che ella diede della sua innocenza, gli uomini
da bene e più saggi di que' tempi, la tennero per innocentissima;
e chiarissimo argomento è quello, che Angelo ne addita in un suo
consiglio[225] chiamandola _santissima, onore del Mondo, ed unica luce
d'Italia_; di che, come ponderò il Costanzo[226], si sarebbe molto ben
guardato un tanto famoso, ed eccellente Dottore di così chiamarla,
se non fosse stata a quel tempo presso i savj tenuta per innocente;
poichè ognuno avrebbe giudicato, che parlando per antifrasi, avesse
voluto beffeggiarla. Ma tolta questa nebbia onde que' Scrittori
pretesero offuscare il suo nome in tutto il resto della sua vita
non s'intese di lei azione alcuna disonorata, ed impudica. Scipione
Ammirato[227], oltre del Collenuccio, dice, che i tanti mariti, ch'ella
prese, si fosse proceduto più per aver successori nel Regno nati da
lei, che per vaghezza di vivere sotto le leggi del matrimonio, solita
a soddisfare per altra strada alle sue libidini. Ma il gravissimo e
savio Costanzo[228], come se volesse ripigliarlo, scrive, che anzi la
quantità dei mariti, che tolse, fu vero segno della sua pudicizia.
Perchè quelle donne, che vogliono saziarsi nelle libidini, non
cercano mariti, i quali sono quelli, che possono impedire il disegno
loro, e massime que' mariti, che tolse lei, non istolidi, come Re
Andrea, ma valorosissimi ed accorti. In tutto il tempo, che regnò,
non s'intese fama ch'ella avesse niuno cortigiano, nè Barone tanto
straordinariamente favorito da lei, che s'avesse potuto sospettare di
commercio lascivo. Solo il Boccaccio scrive, che nel principio della
gioventù sua e del Regno fosse stato molto da lei favorito il figliuol
di Filippa catanese balia del Duca di Calabria suo padre, e che avea
cresciuta lei dalle fasce; anzi fu cosa mirabile, che nel resto della
vita, dopo ch'ella cominciò a signoreggiare, si mantenne con queste
arti, trattando ogni dì virilmente con Baroni, Capitani di soldati,
Consiglieri ed altri Ministri, con tanto incorrotta fama, che nè
gli occhi, nè le lingue dell'invidia videro mai cosa, che potessero
calunniarla, ancorchè gli animi umani siano indicati a tirare ogni
cosa a cattivo fine, ponendo in dubbio ogni sincera virtù. Nè il
Collenuccio dice vero, trattando per impudica non men la Regina, che
Maria Duchessa di Durazzo sua sorella, riputandola quella, per cui il
Boccaccio scrisse que' due libri, il Filocolo e la Fiammetta, ed alla
quale facesse mozzar il capo il Re Carlo; poichè Maria, come si vede
nella sua sepoltura a Santa Chiara, morì alcuni anni innanzi, moglie
di Filippo Principe di Taranto, ed il Boccaccio non iscrisse per lei
il libro del Filocolo, ma per Maria figliuola bastarda del Re Roberto,
della quale restò egli preso nella chiesa di S. Lorenzo, come appare
nel principio del libro istesso del Filocolo; nè poteva esser questa
Maria Duchessa di Durazzo, perchè il Boccaccio era d'età provetta nel
tempo che quella era in fiore.
Fu Giovanna, come la qualifica Angelo da Perugia, religiosissima, ed i
monumenti che di lei abbiamo in Napoli, dimostrano, quanta fosse stata
grande la sua pietà e religione. Edificò ella la chiesa e lo spedale
di S. Maria Coronata dal palazzo, ove prima si reggeva giustizia, e
la diede in custodia a' PP. della Certosa: la chiesa e l'ospedale di
S. Antonio di Vienna fuori porta Capuana, dotandola di ricchissime
rendite; e magnificò ed ampliò la chiesa e monastero di San Martino su
'l monte di S. Eramo.
Sono alcuni Scrittori, i quali la biasimano per aver ella favorito
lo scisma contro Urbano VI, ed aderito alle parti di Clemente. Ma se
in ciò fu in lei alcun difetto, fu non già di religione ma di Stato;
poichè dall'aversi in quella guisa acerbamente offeso l'animo d'Urbano
e fattoselo suo implacabil nemico, le portò l'ultima sua ruina. Il non
averlo riconosciuto per vero Pontefice, fu non error suo ma universale
di quasi la metà d'Europa, che non lo riconobbe per tale. La sua
elezione era da' più saggi Teologi riputata nulla ed invalida, come
seguita per timore e per violenza usata dal Popolo romano a' Cardinali
nel Conclave.
Ed ancorchè Baldo nostro Giureconsulto, trovandosi in Toscana,
provincia ove era Urbano riconosciuto, avesse ne' principii di
quella elezione, essendo stato ricercato, scritto quel suo famoso
Consiglio per la validità dell'elezione; nulladimanco i migliori
Teologi della Francia riputarono valida l'elezion di Clemente e nulla
quella d'Urbano, siccome credettero la maggior parte degli Scrittori
franzesi; ed a' nostri tempi Stefano Baluzio nelle note alle vite de'
Papi Avignonesi[229] difende la causa di Clemente contro Urbano; e
rendendo il cambio agli Autori italiani, rapporta quello stesso contro
Urbano Papa di Roma, che coloro scrissero contro i Papi d'Avignone; che
Urbano fosse un falso Papa, bugiardo, crudele, superbo, inesorabile
e feroce; e che non volle mai commettere la sua causa dell'elezione
al giudicio del Concilio generale[230]. Frossardo[231] celebre
Scrittore delle cose di Francia, ancorchè non sia da seguitarsi
nelle cose che narra del nostro Regno, delle quali, come straniero,
non ebbe esatta contezza, narra, che il Re di Francia avuta notizia
dell'elezione dell'altro pontefice Clemente, fece tosto convocare più
Ordini, e principalmente quello de' Teologi, acciò esaminassero in
questa contrarietà d'opinione, a qual de due Papi dovesse prestarsi
ubbidienza; fu lungamente dibattuto l'affare, ed in fine i Magnati del
Regno, gli Ecclesiastici, i fratelli del Re, buona parte de' Teologi
conchiusero, che si dovesse riconoscere Clemente, non già Urbano, come
eletto per forza. Piacque al Re la censura, che fu notificata e sparsa
per tutto il Regno di Francia, affinchè quei popoli sapessero, qual de
due Pontefici dovessero riconoscere per legittimo. La Spagna, ancorchè
prima avesse riconosciuto Urbano, informata delle violenze usate nella
sua elezione, riconobbe da poi per vero pontefice Clemente[232]. Lo
stesso fecero il Conte di Savoia, il Duca di Milano e gli Scozzesi.
E que' della provincia d'Annonia in Fiandra non vollero riconoscere
nè l'uno nè l'altro. Cade per ciò a proposito quel che parlando
dell'altro famoso scisma accaduto nel Regno del Re Ruggiero tra
Innocenzio II ed Anacleto, fu detto nel XI libro di quest'Istoria;
e quel che in simili dubbiezze per norma delle coscienze scrisse S.
Antonino[233] Arcivescovo di Firenze, il quale non imputò ad errore
a S. Vincenzo Ferreri d'aver seguitato le parti di Benedetto XIII
successor di Clemente. Parimente Niccolò Tedesco, detto comunemente
l'abate _Panormitano_[234], il Cardinal Zabarella[235], ed il Cardinal
Gaetano[236], sostennero non doversi riputare scismatici coloro, che
seguitarono le parti di Clemente; ed ultimamente Stefano Baluzio[237]
e Lodovico Maimburgo[238] contro Odorico Rainaldo, fan vedere, che in
questo gran dubbio gli uomini più savi, siccome non ardirono chiamare
Urbano falso Papa, così nè meno osarono di nominare Clemente Antipapa.
(Se vogliono riguardarsi in ciò gli antichi esempi, famoso è quello
rapportato da _Teodoreto lib. 4 cap. 23_ dello scisma tra _Flaviano_
ed _Evagrio_, ambidue dalle lor fazioni riputati per veri e legittimi
Patriarchi di Antiochia. Flaviano era ammesso generalmente da tutte le
chiese di Oriente, _Evagrio_ era sostenuto dal Vescovo di Roma e dalle
chiese di Occidente; durante la controversia, ciascun partito senza
scrupolo di coscienza seguitava quello, che credeva vero Patriarca,
e ciascuno in ciò adempiva il tuo dovere; finchè non si fosse il
dubbio deciso, e terminata la controversia, siccome saviamente avvertì
Binghamo[239]).
Fu Giovanna per giustizia simile al Duca di Calabria suo padre;
proccurò per quanto comportavano i suoi tempi torbidi, che i Magistrati
fossero severi ed incorrotti, scegliendo i più dotti ed integri che
fiorissero nella sua età, e ne' dubbii, che accadevano sopra termini
di giustizia e sopra qualche successione feudale tra' Baroni, oltre
il consiglio de' suoi Savi, ricercava ancora il parere de' più insigni
Giureconsulti forastieri, che fiorivano allora in Italia. Chiarissimo
esempio di questo suo costume fu quando, dopo la morte d'Andrea
d'Isernia, essendo insorto dubbio intorno alla successione feudale
per li fratelli uterini, la Regina mandò a consultare il caso a que'
due famosi Giureconsulti, che fiorivano allora in Italia, _Baldo_ ed
_Angelo_, richiedendogli, che per verità dessero il lor parere; sopra
la di cui domanda diedero fuori un loro responso, che si legge tra'
consiglj d'Angelo[240]. A tal fine fu ella amantissima degli uomini
di lettere, ed ebbe sommamente a cuore i Giureconsulti e l'Università
degli studi. Tutti coloro, che cominciarono a fiorire negli ultimi
anni del Re Roberto suo avo, e che nel Regno suo, ancorchè turbato
erano avanzati nelle lettere e nelle discipline, favorì ella con onori
e pensioni; fra' quali sopra ogni altro innalzò Niccolò Spinello da
Giovenazzo detto di Napoli, che oltre avergli dato il Contado di Gioia,
lo fe' gran Cancelliere del Regno, e Siniscalco della Provenza e del
quale si valse nelle cose di Stato più gravi e rilevanti, esercitandolo
in Ambascerie, e ne' consiglj più secreti e di maggior confidenza. Ed
in usare beneficenza e liberalità fu così savia e prudente, che soleva
dire, che facean male que' Principi, i quali pigliando a favorire ed
ingrandire alcuni, lasciavano tutti gli altri marcire nella povertà;
e che si dovea nel ripartir delle mercedi e beneficj donar più tosto
moderatamente a molti, che profusamente a pochi.
Ebbe gran pensiero di tener Napoli abbondante, non solo di cose
necessarie al vitto, ma allo splendore ed ornamento della città.
E perchè concorsero per ciò Mercatanti d'ogni nazione con loro
mercatanzie, per molto che ella si fosse trovata in bisogno, mai non
volle ponere sopra i Mercatanti gravezza alcuna, come si suole da'
Re che sono oppressi da invasioni e da guerra. Restano ancor oggi i
segni della providenza che usò, che i forastieri al suo tempo stessero
ben trattati e quieti; perocchè ordinò la Ruga Francesca e la Ruga
Catalana, acciò che stando quelle nazioni separate, stessero più
pacifiche. Fece tra 'l Castel Nuovo e quello dell'Uovo una strada, per
Provenzali, che ora resta disfatta, per essere occupata dall'edificio
del palazzo regio, e fece la loggia per gli Genovesi, ove oggi è sol
rimasto il nome. Fu nel vivere modestissima, e di bellezza più tosto
che rappresentava maestà, che lascivia o dilicatura: ed in somma fu
tanto graziosa nel parlare, sì savia nel procedere, e sì grave in tutti
i gesti, che parve ben erede dello spirito del gran Roberto suo avolo.