_Altre nozze della Regina GIOVANNA, e ribellione del Duca d'Andria._
Rimasa vedova la Regina del Re Luigi di Taranto, perchè nel governo del
Regno non s'intrigassero i Reali di Napoli, tanto i Napoletani, quanto
i Baroni desideravano, ch'ella sola governasse, e perciò per mezzo di
coloro, ch'erano più intimi nella Corte della Regina, cominciarono
a confortarla, che volesse subito pigliar marito, non solo per
sostegno dell'autorità sua reale, ma ancora per far pruova di lasciare
successori per quiete del Regno; e così fu tosto destinato per suo
marito l'Infante di Majorica, chiamato Giacomo d'Aragona, giovane bello
e valoroso; onde parea ch'essendo anche la Regina d'età di 36 anni, si
potesse ragionevolmente sperare ch'avessero insieme a far figliuoli,
e conchiuso il matrimonio, venne lo sposo sulle Galee in Napoli in
quest'anno 1363 e fu da' cittadini ricevuto come Re. Sposò egli la
Regina, e da lei fu creato Duca di Calabria: ma l'avversa fortuna
del Regno non volle; poichè questo matrimonio fu poco felice, perchè
guerreggiando il Re di Majorica con quello d'Aragona suo cugino per lo
Contado di Rossiglione, e di Cerritania, volle il nuovo marito della
Regina andare a servire il padre in quelle guerre, ove prima fu fatto
prigione, e poi riscosso dalla Regina, e tornandovi la seconda volta
vi morì. Restò molti anni la Regina in veduità, e governò con tanta
prudenza, che acquistò nome della più savia Reina, che sedesse mai
in Sede reale; per la qual cosa quasi risoluta di non tentare più la
fortuna con altri mariti, cominciò a pensare di stabilirsi successore
nel Regno. Si aveva ella allevata in Corte Margarita, figliuola ultima
del Duca di Durazzo e di Maria sua sorella; e questa pensò di dare
a Carlo di Durazzo con dispensazione appostolica, poichè erano tra
di loro fratelli cugini; ma questo suo pensiere fu per qualche tempo
impedito, perchè avendo il Re d'Ungaria guerra con i Veneziani, mandò
a chiamare Carlo di Durazzo dal Regno di Napoli, che avesse a servirlo
in quella guerra. Questi ancor che fosse molto giovane, andò con una
fioritissima compagnia di Cavalieri, e servì là molti anni; il che
fece stare sospeso l'animo della Regina, sospettando, che nel cuore
del Re d'Ungaria fossero rimaste tante reliquie dell'odio antico, che
bastassero a far ribellare da lei Carlo; però al fine, come si dirà
poi, riuscì pure la deliberazione fatta di tal matrimonio, dal quale
per altra via ne seguì la rovina sua.
Ma dall'altra parte, parendo ad ogni uomo di potere agevolmente
opprimere una donna, rimasta così sola col peso del governo d'un Regno
tanto grande e di sì feroci province, se mancavano ora i Reali di
perturbarlo, non mancarono i vicini ed i più potenti Baroni di quello.
Fu turbato prima da Ambrosio Visconte figliuolo bastardo di Bernabò
Signore di Milano, il quale entrato nel Regno per la via d'Apruzzo
con dodicimila cavalli, ed occupate per forza alcune Terre di quelle
contrade, camminava innanzi con incredibile danno e spavento; ma la
Regina con quel suo animo virile e generoso, tosto lo represse, poichè
unite come poté meglio sue truppe, sconfisse l'esercito nemico, e
liberò il Regno da tale invasione.
Questa vittoria diede grand'allegrezza alla Regina, la quale trovandosi
ora nel più quieto stato volle andare a visitare gli Stati di Provenza
e gli altri che possedeva in Francia, ed andò principalmente in
Avignone a visitare il Papa _Urbano V_, che ad Innocenzio VI, successor
di Clemente, era succeduto; dal quale fu benignissimamente accolta e
con grandissimo onore[198]. Poi essendo stata alcuni mesi a visitare
tutti que' Popoli, e da loro amorevolmente presentata, se ne ritornò in
Napoli molto contenta, per aversi lasciato il Papa benevolo ed amico.
Giunta in Napoli mandò in effetto il matrimonio di Carlo di Durazzo con
Margarita sua nipote, mostrando a tutti intenzione di voler lasciare
a loro, il Regno dopo la sua morte; ma non per questo Carlo di Durazzo
lasciò il servizio del Re d'Ungaria, anzi con buona licenza e volontà
della Regina tornò nella Primavera di quest'anno 1370 a servire quel
Re contro i Veneziani, lasciando Margarita con una fanciulla di circa
sei mesi chiamata Maria, come l'avola materna, e lei gravida, la quale
nel principio del seguente anno partorì un'altra figliuola chiamata
Giovanna, come la Regina sua zia, che poi, come diremo, fu Regina di
Napoli.
Ma mentre il Regno stava per rifarsi, avendo tregua dall'invasioni
esterne, fu tutto sconvolto per una guerra intestina, che fu cagione
di molti mali; perocchè essendo spenti tutti gli altri Reali, rimase
grandissimo Signore Francesco del Balzo Duca d'Andria, perchè, come
si disse, colla morte di Filippo Principe di Taranto suo cognato,
ch'avea lasciato erede Giacomo del Balzo suo figliuolo, come tutore
di lui, possedeva una grandissima Signoria, e per questo era divenuto
formidabile a tutti i Baroni del Regno: onde pretendendo, che la città
di Matera appartenesse al Principato di Taranto, la quale era posseduta
allora da un Conte di Casa Sanseverino, andò con genti armate, e la
tolse di fatto a quel Cavaliero, minacciando ancora di torgli alcune
altre Terre convicine. Per questo insulto i Sanseverineschi, che per
numero di Personaggi e di Stato erano i più potenti Baroni del Regno,
ebbero ricorso alla Regina, la quale subito mandò al Duca a dirgli, che
si contentasse di porre la cosa in mano d'arbitri, ch'ella eleggerebbe
non sospetti, e non volesse mostrare far tanto poco conto di lei. Ma
il Duca rifiutando ogni partito, volle persistere nella sua pertinacia
di voler la Terra per forza, onde la Regina dopo aver chiamati tutti
i parenti del Duca ed adoperati più mezzi, desiderosa di tentare ogni
cosa, prima che venire ad usare i termini della giustizia, poichè
vide l'ostinazione del Duca, comandò, che fosse citato; e continuando
il Duca nella solita contumacia, volle ella un dì a ciò deputato,
sedere in sedia reale con tutto il Consiglio attorno, e profferire
la sentenza contro del Duca come ribelle: fatto questo, ordinò a'
Sanseverineschi, che dovessero andare ad occupare, non solo la Terra
a lor tolta, ma quante Terre avea in Puglia il Duca in nome del Fisco
reale, come giustamente ricadute alla Corona per la notoria ribellione
di lui. Bisognò contrastar lungamente per debellare il Duca, il quale
s'era posto in difesa; finalmente gli fu forza, debellato che fu,
fuggirsene dal Regno, onde la Regina avendo occupati tutti i suoi
Stati, ed essendosi a lei rese Tiano e Sessa, per rifarsi della spesa,
che avea fatta in questa guerra, vendè Sessa a Tommaso di Marzano Conte
di Squillaci per venticinquemila ducati, e Tiano per tredicimila a
Goffredo di Marzano Conte d'Alifi; ma a Tommaso concesse il titolo di
Duca sopra Sessa, e fu il secondo Duca nel Regno dopo quello d'Andria.
Mandò ancora a pigliar la possessione del Principato di Taranto perchè
il picciolo Principe, dopo la fuga del padre, s'era ricovrato in
Grecia, dove possedeva alcune terre.
Ma non si ristette il Duca d'Andria di tentar nuove imprese; poichè
essendo ad Urbano succeduto Gregorio XI suo parente, ebbe ricorso a
costui, dal quale fu bene accolto, e parte con danari ch'ebbe da lui
sotto spezie di sussidio, parte con alcuni, che n'ebbe dalle Terre,
ch'egli possedeva in Provenza, se ne ritornò in Italia, dove se
gli offerse gran comodità di molestare il Regno e la Regina, perchè
trovandosi allora Italia universalmente in pace, molti Capitani di
ventura oltramontani stavano senza soldo, tal ch'ebbe poca fatica con
quella moneta che avea raccolta, ma con assai più promesse a condurgli
nel Regno. Entrovvi egli con tredicimila persone da piedi e da cavallo,
e con grandissima celerità giunse prima a Capua, che la Regina avesse
tempo di fare provisione alcuna; onde non solo tutto il Regno fu posto
in iscompiglio, ma la città di Napoli istessa in grandissimo timore
e sospetto; contuttociò la Regina ch'era da tutti amata e riverita,
si provide ben tosto per la difesa, e già s'apparecchiava di far la
massa dell'esercito a Nola, quando il Duca avvicinandosi ad Aversa,
andò a visitare Raimondo del Balzo suo zio carnale Gran Camerario
del Regno, persona, e per l'età, e per la bontà venerabile e di
grandissima autorità, il quale stava in un suo casale detto Casaluce.
Questo grand'uomo, tosto che vide il Nipote, cominciò ad alta voce a
riprenderlo e ad esortarlo, che non volesse essere insieme la ruina,
e 'l vituperio di Casa del Balzo, con seguire un'impresa tanto folle
ed ingiusta: perchè bene avea inteso, che le genti ch'egli conducea
seco, erano ben molte di numero, ma pochissime di valore, nè potrebbe
mancare che non fossero sconfitte dalle forze della Regina, e di
tutto il Baronaggio del Regno, al quale egli era venuto in odio per la
superbia sua insopportabile. Il Duca sbigottito, e pien di scorno alle
parole del buon vecchio, non seppe altro che replicare, se non che quel
che facea era tutto per riavere lo Stato suo, il quale non si potea
altrimenti per lui recuperare, per molto che esso avesse pentimento
della ribellione. Replicogli il zio, che questa via che avea pigliata,
non era buona, anzi gli averia più tolta la speranza di ricovrare
lo Stato per sempre, e che 'l meglio era cedere, e cercare, con
intercessione del Papa, di placare l'animo della Regina. Valse tanto
l'autorità di quello uomo, che 'l Duca vinto da quelle ragioni, prese
subito la via di Puglia con le genti che avea condotte, sotto scusa
di volere ricovrare le Terre di quella provincia; e come fu giunto
alla campagna d'Andria proccurò, che gli fosse posto in ordine un
naviglio, in cui, disceso alla marina, s'imbarcò, e ritornò in Provenza
a ritrovare il Papa. Le genti, che avea condotte, trovandosi deluse, si
volsero a saccheggiare alcune terre picciole, per indurre la Regina ad
onesti patti; e perch'ella desiderava molto la quiete, patteggiò con
loro, ch'uscissero fuor del Regno, pigliandosi sessantamila fiorini.
Queste cose fur fatte fin all'anno 1375, nel qual morì Raimondo del
Balzo Gran Camerario, lasciando di se ornatissima fama; la Regina ebbe
gran dispiacere della perdita di un Baron tale, e creò in suo luogo
Gran Camerario Giacomo Arcucci Signore della Cirignola.
La Regina in questi tempi, o che le fosse venuto in sospetto il troppo
amore di Carlo di Durazzo verso il Re d'Ungaria, e che temesse di
quel che poi successe, o che fosse istigata dal suo Consiglio per
vedersi così sola a dover sempre combattere a' continui moti del Regno:
determinò di togliere marito, perchè, ancora ch'ella fosse in età
d'anni quarantasei, era sì fresca, che dimostrava molta attitudine di
far figli: tolse dunque per marito _Ottone Duca di Brunsuic_, Principe
dell'Imperio e di linea imperiale, Signor prudente e valoroso[199],
e d'età conveniente alla sua e volle per patto che non s'avesse da
chiamare Re, per riservar forse a Carlo di Durazzo la speranza della
successione del Regno. Venne Ottone nel dì dell'Annunziata del seguente
anno 1376 ed entrò in Napoli guidato sotto il Pallio per tutta la città
con grandissimo onore sino al Castel Nuovo dov'era la Regina, ed ivi
per molti giorni si ferono feste reali.
Questo matrimonio dispiacque assai a Margarita di Durazzo, la quale
nel medesimo tempo avea partorito un figliuol maschio, che fu poi
Re Ladislao, ed ella se ben credea per certo, che dalla Regina non
fossero nati figliuoli, tuttavia dubitava, che introducendosi Ottone
nel Regno con gente tedesca, si sarebbe talmente impadronito delle
fortezze e di tutto il Regno, che sarebbe stato malagevole cacciarlo,
ed ella ed il marito ne sarebbero rimasti esclusi. Ma la Regina con
molta prudenza stette ferma in non volere dare il titolo di Re al
marito, riserbandolo, se la volontà di Dio fosse stata di dargli alcun
figliuolo; e sempre nel parlare dava segno di tenere cura, che 'l
Regno rimanesse nella linea mascolina del Re Carlo II. E per mostrar
amorevolezza e rispetto al marito gli fece donazione di tutto lo Stato
del Principe di Taranto, ricaduto a lei per la ribellione di Giacomo
del Balzo figliuolo del Duca d'Andria, il quale Stato era mezzo Regno.
Dopo queste nozze si visse due anni nel Regno quietamente, e la Regina
diede secondo marito a Giovanna dì Durazzo, sua nipote primogenita del
Duca di Durazzo e della Duchessa Maria sua sorella, il quale fu Roberto
Conte d'Artois figliuolo del Conte d'Arras.