_Fur le Muse nudrite a un tempo istesso,_
_Ed anco esercitate._
Leggansi i tanti elogi di Giovanni Villani[78], del Petrarca[79],
e del Boccaccio[80] suoi contemporanei, che per ciò con tante lodi
innalzarono. Si legge di questo Re un trattato delle virtù morali
composto da lui in varie rime toscane. Questo trattato lo fece
imprimere in Roma l'anno 1642 insieme con alcune rime del Petrarca
estratte da un suo originale, col Tesoretto di Ser Brunetto Latini,
e con quattro canzoni di Bindo Bonichi da Siena, il Conte Federico
Ubaldini, e porta questo titolo: _Il trattato delle virtù morali di
Roberto Re di Gerusalemme_. Egli, come dice l'Ubaldini, cimentò le
forze del suo ingegno nella vecchiaja, applicandosi a rimare, e volle
più tosto per questa opera imitare i più saggi Re della terra come
Salomone (onde perciò non volle al libro porre altra inscrizione, che
di _Re di Gerusalemme_), l'Imperador M. Aurelio Antonino, che lasciò
scritti in greco dodici libri morali della sua vita (se non sono
favolosi, come gli credette il Castelvetro), Basilio Macedone, Lione
Isaurico, Emmanuel Comneno ed altri Imperadori greci, che ne composero
de' simiglianti; che andar dietro a' suoi predecessori Re di Sicilia,
come all'Imperador Federico II ed al Re Manfredi, ad Enzio, e simili,
i quali tutti intesi a cose amorose, solamente di quelle vollero
tesser canzoni. Scrisse ancora, oltre le suddette rime, alcune lettere
latine in prosa, due delle quali sono volgarizzate presso Giovanni
Villani, mandate, l'una nell'anno 1333 al Popolo fiorentino, e l'altra
a Gualtieri Duca d'Atene, quando nell'anno 1341 pigliò la Signoria di
Fiorenza.
Nel suo Regno fiorirono le lettere in guisa, che i Professori
di qualunque condizione si fossero, ancorchè di bassa fortuna,
gl'innalzava a' primi onori, e con umanità grandissima gli accoglieva
ed accarezzava: andava a sentire in piedi i pubblici Lettori, che
leggevano in Napoli, ed onorava gli Scolari.
Per tralasciar infiniti esempi, venendo il Petrarca di Francia per
pigliare la Corona di lauro a Roma, mandò Gio. Barile, che in suo
nome assistesse in Campidoglio quella giornata come suo Ambasciadore,
scusandosi col Petrarca, che l'estrema vecchiezza era cagione, che
non venisse in persona a ponergli la corona in testa di sua mano;
ed ambiva, che _l'Affrica_ composta da costui, a lui s'indirizzasse.
Favorì grandemente i Teologi ed i Filosofi[81], tanto che nel suo Regno
queste facoltà cominciarono a fiorire in Napoli.
La teologia _Scolastica_ ridotta ne' suoi tempi in arte, e fatta
pedissequa della filosofia d'Aristotele, secondo il metodo prescritto
dagli Averroisti, vi pose piede, e si rese più considerabile per le
famose fazioni de' _Tomisti_, e degli _Scotisti_ sostenute da due
Ordini allora considerabili de' _Frati Predicatori_ e de' _Frati
Minori_. I primi seguivano la dottrina d'Alberto Magno, e da poi di
_S. Tommaso_, nomato il _Dottor Angelico_ suo discepolo, che si rese
poi Capo di questa Setta di Scolastici, detti perciò _Tomisti_. I
secondi seguivano Alessandro de Ales del loro Ordine, e da poi il
famoso _Giovanni Duns_, detto il _Dottor Sottile_, e _Scoto_, perch'era
Scozzese, benchè alcuni l'abbiano creduto Inglese, ed altri Ibernese,
il quale si rese Capo di questa Setta, donde i suoi seguaci furono
chiamati _Scotisti_; onde nacque la divisione di queste due Scuole.
Alcuni nondimeno fecero un terzo partito, seguendo un metodo nuovo,
chiamati _Nominali_, ed uno de' principali Capi di questo partito
fu _Guglielmo Ocamo_ della Contea di Surrey in Inghilterra, il quale
ancorchè dell'Ordine de' Minori, si divise dagli altri facendosi Capo
di questa Setta, e perciò ne acquistò il titolo di _Dottor Singolare_.
Si disseminarono le loro Scuole per tutta Europa ed in Napoli, ne'
tempi di Roberto, essendo multiplicati i loro Maestri, la Teologia
in cotal maniera trasformata, era pubblicamente e con sommo applauso
ed ammirazione professata, ed i Teologi da questo Principe favoriti;
poichè proccurava che molti Teologi eccellenti e di buona vita fossero
provisti di Prelature e Vescovadi del Regno, e gli onorò sempre sopra
tutti gli altri Baroni laici[82].
Nelle Calabrie ed in Terra d'Otranto, per lo gran numero de' Greci,
e per lo continuo commercio d'Oriente, i Monaci de' Conventi fondati
sotto la Regola di S. Benedetto non la ricevettero se non molto tardi:
seguitavano le pedate de' Greci e la loro dottrina: e si distinse
sopra tutti gli altri _Barlaamo_ Monaco Basiliano di Calabria, nato
in Seminara, assai dotto e sottile, il quale essendosi portato in
Costantinopoli, entrato in somma grazia dell'Imperador Andronico,
fu adoperato dal medesimo negli affari più gravi dello Stato, e
per comporre, e riunire la Chiesa Greca alla Latina. Fu inviato da
Andronico in Napoli al nostro Re Roberto per domandargli soccorso; ma
perchè non poteva sperar d'ottenerlo se non col riunirsi le due Chiese,
ne fu data a lui parimente la commessione. Fu la unione lungamente
trattata, ma ogni progetto fu ributtato, e la sua opera rimase inutile
ed infruttuosa.
Ebbe grandi ed ostinate contese con _Palamas_ suo Antagonista, ma
dopo varie vicende, vedendo finalmente approvata in un Concilio tenuto
in Costantinopoli la dottrina di Palamas, e la sua condannata, partì
da Oriente, e si ritirò in Occidente, e prese il partito de' Latini,
onde fu fatto Vescovo di Geraci in Calabria[83]. Ci lasciò molte sue
opere, che compose contro Palamas, e contro i Monaci Quietisti da lui
perseguitati ed accusati come rinovatori degli errori degli Euchiti, e
sopra altri soggetti.
Scrisse un libro de _Primatu Papae: De Algebra_; ed altre insigni
opere, delle quali l'Allacci, ed il Nicodemo tesserono copiosi
Cataloghi[84]. Instruì molti dei nostri nelle discipline, e nella
lingua greca e latina, e fu Maestro di Giovanni Boccaccio, di Paolo
Perugino Giureconsulto e Prefetto della Biblioteca del nostro Re
Roberto, di Leonzio Tessalonicense e di molti altri[85].
In questi medesimi tempi fioriva in Otranto un monastero di Basiliani
lontano da quella città non più che mille e cinquecento passi. Era
dedicato a S. Niccolò, e i suoi Monaci professavano non men teologia,
che filosofia, ed erano istruttissimi di lettere greche, ed alcuni
anche di latine. Insegnavano la gioventù, e l'istruivano delle cose
greche e della lor lingua. Vi andavano i giovani ad apprenderla da
tutte le parti del regno, a' quali con somma liberalità, e magnificenza
erano dati i Maestri senza mercede, domicilio e vitto: tanto che le
discipline greche, che per la decadenza dell'Impero d'Oriente venivano
a retrocedere e mancare, si sostentavano, e lor si dava per essi riparo
in queste nostre parti. Narra Antonio Galateo[86], che a tempo de'
suoi grand'avoli, che vengono a punto a cadere nel regno di Roberto e
di Giovanna, quando ancora Costantinopoli non era passata in man de'
Turchi, fu fatto Abate di questo Monastero il celebre Filosofo Niccolò
d'Otranto, nominato Niceta: questi vi rifece una famosa Biblioteca,
e fece ricercare senza risparmio libri da tutta la Grecia d'ogni
genere, e quanto più ne potè raccogliere, tutti fece trasportare nel
suo monastero, e fra gli altri molti di Filosofia, e di Logica. Fu,
per la sua saviezza ed integrità di costumi, adoperato dagl'Imperadori
d'Oriente e da' Sommi Pontefici in varie Legazioni, i quali nelle
contese fra di loro nate, o per causa di religione o di Stato, si
servivano della di lui persona per comporle, e spesse volte era mandato
e rimandato da Costantinopoli a Roma dall'Imperadore, e da Roma in
Costantinopoli dal Papa. In discorso di tempo di questi libri, per
negligenza de' nostri Latini, e per lo disprezzo e poca cura, che fu
presso de' nostri delle lettere greche, alcuni ne furono trasportati
a Roma, al Cardinal Bessarione, e quindi a Venezia; ed il resto fu poi
tutto consumato e perduto per lo memorabil sacco, che i Turchi calati
in Otranto diedero nell'anno 1480 in quella città e monastero e suoi
contorni.
Roberto, oltre di favorire i _Teologi_, non trascurò ancora i
_Filosofi_ e'_Medici_[87]. Nell'Università degli studj di Napoli
proccurò che insegnassero queste scienze i migliori Professori
dell'età sua; e perchè altrove così queste, come l'altre facoltà non si
potessero apparare, ma solo in Napoli, rinovò gli editti dell'Imperador
Federico II, e proibì le Scuole nell'altre città del Regno[88]; pose
in maggior osservanza i privilegi che il Re Carlo II suo padre aveva
conceduto al Collegio degli studj di Napoli, li quali egli inserì in
quel suo Capitolo, che comincia _Universis_, che abbiamo tra i suoi
Capitoli, sotto il titolo _Privilegium Coll. Neap. Studii_. Poichè
ne' suoi tempi la filosofia d'Aristotele, secondo il metodo prescritto
dagli Averroisti, era nelle Scuole universalmente insegnata, e quella
sola teneva il campo, posposti tutti gli altri antichi Filosofi, per
le cagioni dette da noi altrove; e la medicina non altronde, che da'
libri di Galeno era tratta; quindi Roberto ad imitazione di Federico
II deputò Niccolò Ruberto famoso Medico e Filosofo di que' tempi, e gli
fece fare una traduzione del Greco in Latino dei libri d'Aristotele di
Filosofia, e de' libri di Galeno di Medicina, come ricavasi da' regali
registri rapportati dal Summonte[89].
Amò ancor Roberto, che la sua Corte e la sua Cancelleria fosse ripiena
d'uomini dotti, ponendo sommo studio, che usassero in quella i più
insigni letterati dell'età sua: il che, come ponderò assai a proposito
il Costanzo[90], si conosce ancora dallo stile, e frase de' suoi
Capitoli e privilegi, che sono più culti, ed ornati di molte clausole
oratorie, per quanto comportavano i suoi tempi, ne' quali l'eloquenza
e l'eleganza dello scrivere, non era arrivata in quell'elevatezza, che
abbiam veduta da poi a' nostri tempi, e dei nostri avoli. E benchè,
come soggiunge questo Autore, di tutte le discipline gli piacesse
meno dell'altre la poetica, desiderò nientedimeno grandemente d'aver
appresso di sè il famoso Petrarca, e che, come si disse, gli dedicasse
il suo poema dell'Affrica[91]. Amò per questa cagione, sopra gli altri
Cortigiani suoi, Giovani Barrile, al quale diede il governo di Provenza
e di Linguadoca, e Guglielmo Marramaldo, ambedue letterati, ed amici
del Petrarca; ed il Petrarca[92] e 'l Boccaccio[93] scrivono, che
nella vecchiaja pentissi di aver tenuto tanto poco conto de' Poeti, e
riputava come suo infortunio d'essersi tardi avveduto delle bellezze ed
artificj di quelli; ond'è che in vecchiaja si pose a comporre in rima
delle virtù morali.
Ma chi nel Regno di Roberto, e negli anni tranquilli del Regno di
Giovanna I sua nipote fiorissero sopra tutti gli altri, furono i nostri
_Giureconsulti_, elevati sempre a' primi onori del Regno, ed in somma
stima e riputazione avuti. Fiorirono nella Corte di Roberto sopra
tutti gli altri Legisti _Bartolommeo di Capua_, e _Niccolò d'Alife_.
Di Bartolommeo non accade qui ripetere quanto di lui, e sotto il Regno
di Carlo II, e sotto quello di Roberto fu detto; fu egli esaltato ad
esser G. Protonotario del Regno e suo intimo Consigliere, reggendosi
ogni cosa col suo consiglio e colla sua penna: oltre averlo innalzato
a' primi onori del Regno, gli donò molte terre e castella col titolo di
Contado d'Altavilla. Bartolo[94] famoso Giureconsulto di questi tempi
lo cumula d'eccelse lodi, e dice che per le sue proprie virtù meritò,
che fosse fatto da Roberto Gran Conte. Luca di Penna, Baldo[95],
Guido Pancirolo[96], ed altri celebrano in mille luoghi le virtù e la
dottrina di un tanto uomo. Ed Angelo di Costanzo[97] fin da' tempi ne'
quali egli scrisse quella gravissima e saggia sua Istoria, ponderò,
che veramente le tante remunerazioni fatte, e da Carlo e da Roberto
a questo insigne Giureconsulto, bisognava dire, che fossero un gran
indizio della bontà e virtù di quell'uomo; poichè si vede, che senza
mai perdersi per niuna di tante revoluzioni, che da quel tempo in qua
sono state nel Regno, ancora durano ne' descendenti suoi, e sono state
cagione di fargli maggiori, accrescendovi poi col trattare onoratamente
l'armi, i titoli del Principato di Molfetta, e di Conca, e del Ducato
di Termoli; e se vedesse a' dì nostri la sua stirpe accresciuta, oltre
questi Stati, di altri maggiori, chiari argomenti, non già indizj
avrebbe, non men della giustizia e della virtù, che della bontà di sì
insigne Giureconsulto.
_Niccolò Alunno_ della città d'Alife fu ancor egli uno de' nostri
famosi Legisti, che fiorissero nel Regno di Roberto, e di Giovanna I
sua nipote. Pier Vincenti nel Teatro de' Protonotarj del Regno, lo fa
dell'istessa famiglia di Giovanni d'Alife, che nel 1262 sotto il Re
Manfredi fu G. Protonotario del Regno. Fu egli sotto il Re Roberto
Secretario e Notajo della sua Regia Cancelleria, e da poi fu creato
Maestro Razionale dalla Regina Giovanna I, non già da Roberto, come
credette il Costanzo: fu fatto G. Cancelliere del Regno, mancato che fu
il Vescovo Cavillocense, e l'esercitò fin alla sua morte, che accadde
l'ultimo di dicembre dell'anno 1367. Giace sepolto in Napoli nella
chiesa dell'Ascensione fuori la Porta di Chiaja, ch'egli in vita avea
edificata a' Monaci Celestini, ove si vede il suo sepolcro con lunga
iscrizione, rapportata anche dall'Engenio nella sua Napoli Sacra[98]
Ebbe in dono dal Re alcune Terre nella provincia di Bari, che lasciò a'
suoi figliuoli, uno de' quali da Urbano VI nell'anno 1284 fu promosso
al Cardinalato, detto perciò il Cardinal d'Alife[99]. Non abbiamo di
questo Giureconsulto, che lasciasse di se memoria per qualche opera
legale, che avesse composta, siccome abbiamo di Bartolommeo di Capua,
d'Andrea d'Isernia, di Niccolò di Napoli, di Luca di Penna, e d'altri
suoi coetanei.
Fiorì ancora nel Regno di Roberto, e più in quello della Regina
Giovanna sua nipote il famoso _Andrea d'Isernia_. Per la sua profonda
dottrina legale, e particolarmente in materie feudali, fu nel Regno
di Carlo II padre di Roberto fatto Avvocato fiscale, e poi Giudice
della G. C., indi da Carlo istesso creato Maestro Razionale della
Camera de' Conti: ufficio, come fu detto, in que' tempi di grande
autorità: a cui donò ancora molte Terre, e fece altre remunerazioni.
Roberto suo figliuolo lo mantenne nel medesimo posto di Maestro
Razionale ch'esercitò per molti anni, sino che, morto Roberto, dalla
Regina Giovanna non fosse stato innalzato ad esser suo Consigliere e
Luogotenente della Camera Regia; Tribunale ove egli avea menati molti
suoi anni in qualità di M. Razionale.
Alcuni seguitando gli errori del Ciarlante[100], credono contro ciò
che fu a noi tramandato dagli antichi Scrittori, che Andrea sin nel
Regno di Carlo I avesse cominciate le sue fortune, e fosse stato da
lui creato Avvocato fiscale; e soggiungono, che dalla Regina Maria sua
moglie, da Avvocato fiscale fosse stato fatto suo Consigliere e Maestro
Razionale: ancorchè fosse costante presso tutti gli Autori, che e'
morisse vecchio in età di settantatrè anni, lo vogliono con tutto ciò
morto di morte naturale nel 1316 nel Regno di Roberto, non già nel 1357
nel Regno di Giovanna di morte violenta; imputando quella morte non già
a questo Andrea, ma ad un altro Andrea suo nipote figliuolo di Roberto
suo figliuolo, che, com'essi dicono, dalla Regina Giovanna fu parimente
creato Luogotenente della Regia Camera, siccome suo avo fu creato da
Roberto.
Questa opinione, oltre essere stata con manifesti argomenti confutata
dall'incomparabile Francesco di Andrea in quella sua dotta disputazione
feudale[101], è contraria a tutta l'istoria, e si convince favolosa
per più ragioni. Primieramente, ciò che si narra della sua moglie,
de' figliuoli e delle dignità, che costoro avessero avute dalla
Regina Giovanna, è tutto favoloso, siccome fu dimostrato dal Vescovo
Liparulo, che con molta diligenza ed esattezza tessè la vita di questo
Giureconsulto. II se si voglia far Andrea Avvocato fiscale nel Regno
di Carlo I, bisognerà dire, che fosse stato egli Dottore più antico di
Bartolommeo di Capua, ciò ch'è falso. Bartolommeo fu non pur coetaneo
di Bartolo, ma autore più antico di lui: Bartolo che nelle sue opere
fa di questo Giureconsulto onorata memoria, morì in Perugia, secondo
pruova Baluzio[102] nel 1357 di 46 anni[103], ventinove anni da poi
della morte di Bartolommeo, il qual, come si è veduto, morì nel 1328.
All'incontro Andrea fu coetaneo di Baldo, ebbe con lui dispute in
materie feudali, dove Baldo restò vinto: furono poco amici, nè Baldo
si ritenne dal malmenarlo, trattandolo da vario ed incostante, e che
ora inchinava a destra, ora a sinistra[104]. Ed è a tutti noto, che
Baldo fu discepolo di Bartolo, e visse molti anni appresso; ed anche,
se si voglia seguitar Osmano, morì nel 1400: poichè, secondo vogliono
altri[105], egli morì nel 1420 di età già decrepita, dopo avere per
cinquantasei anni letto in Bologna ed in Pavia il _jus civile_. Donde
si vede quanto di gran lunga vada errato il Consigliere de Bottis, il
quale scrisse aver egli in un antico Codice d'Andrea d'Isernia letta
una postilla a penna, mano di Bartolommeo di Capua; poichè tralasciando
esser cosa molto difficile, che de Bottis dopo 250 anni, che egli
scrisse, avesse potuto renderci testimonianza, che quella postilla
fosse stata scritta di propria mano di quel Giureconsulto, si vede
ancora essere affatto inverisimile, che un uomo sì grande ne' tempi
del Re Roberto, per la cui autorità egli governava il tutto, avesse
voluto scrivere postille ne' Commentarj d'Andrea, Dottore allora
presso di lui di niuna, o di poca stima; oltrechè dicendo il medesimo
de Bottis, aver veduta tal nota a penna ad Isernia, par che supponga
che il libro d'Isernia fosse impresso, il che, se così fosse, non
poteva quello essere stato in mano di Bartolommeo, di cui ne' tempi
la stampa non per ancora era stata introdotta in Italia. III il voler
fissare la morte d'Andrea nell'anno 1316, e per conseguenza prima
di Bartolommeo di Capua, per riportarlo in dietro a' tempi di Carlo
I ripugna a' più antichi monumenti, ed alle opere istesse di quello
Giureconsulto. Abbiamo alcune note del medesimo, fatte a' Capitoli, del
Re Roberto, istromentati per mano di Giovanni Grillo Viceprotonotario
del Regno; questi dopo la morte di Bartolommeo esercitò quest'ufficio;
poichè durante la vita di quello, che fu Protonotario, i Capitoli
erano dettati da lui e non da Grillo. Abbiamo ancora che quest'istesso
Andrea, nel proemio delle note, che fece sopra le nostre Costituzioni
del Regno[106], parlando d'Innocenzio III autore della Decretale _Cum
interest_, scrisse, che questo Papa era morto, erano già cento e più
anni, allegando le Cronache, che disse potersi in ciò allegare per
pruova della verità: avendo dunque egli esattamente vedute le Cronache,
avea certamente trovato, che Innocenzio morì a Perugia nell'anno
1216 a' 16 di luglio; onde se nel tempo, nel quale Andrea scrivea,
erano scorsi dal Pontificato d'Innocenzio cento e più anni, è chiaro
ch'egli scrisse quelle note alle nostre Costituzioni dopo l'anno
1316. Di vantaggio in queste medesime note e nel proemio istesso, più
volte allega Tommaso d'Aquino con titolo di _Sunto_: all'incontro nei
Commentari de' Feudi compilati prima, allega questo Autore col solo
titolo di _Frate_, come in più luoghi osservò Liparulo: Tommaso fu
posto nel rollo de' Santi da Giovanni XXII nell'anno 1323; è dunque
chiaro, ch'e' scrisse sopra le nostre Costituzioni dopo l'anno 1323.
Andrea adunque, ancorchè nato negli ultimi anni del Regno di Carlo I,
verso il 1280, quattro anni prima della sua morte, cominciò a rilucere
e dar saggio de' suoi talenti nel Regno di Carlo II suo figliuolo, da
cui per lo profondo suo sapere e dottrina fu fatto Avvocato fiscale e
Giudice della Gran Corte, ed indi Maestro Razionale della Regia Camera.
Negli ultimi anni del suo Regno scrisse egli i suoi famosi Commentarj
sopra i Feudi; e le note sopra le Costituzioni del Regno le compose
sotto il Re Roberto, intorno al 1232, siccome dimostra lo scrittor
della sua vita[107].
Baldo suo emolo, scorgendo qualche varietà ed incostanza d'opinioni
tenute da lui ne' Commentari dei Feudi, che poi variò nelle
Costituzioni, non potendo negare la profondità della sua dottrina,
l'incolpava di questo vizio; ma non men Liparulo, che l'incomparabile
Francesco d'Andrea ne penetrarono l'arcano ed il mistero. Il Re Roberto
tutto preso d'amore verso Bartolommeo di Capua, non vedendo per altri
occhi, nè reggendo il suo Regno che per i consigli di lui, attese sopra
tutti gli altri ad ingrandirlo: Andrea non era ugualmente guardato,
nè secondo il suo merito premiato; sotto il Regno di Roberto egli si
trovò Maestro Razionale, e così vi rimase, ed in quest'istesso posto
continuò in tutti gli anni di Roberto, carica conferitagli da Carlo
suo padre, e nella quale l'avea Roberto confermato; all'incontro tutti
gli onori erano del Capua, di che ardendo d'invidia Andrea, vedendo il
suo emolo innalzato, e lui depresso, non potendo prender del Re altra
vendetta, cominciò co' suoi scritti almeno ad abbassare le sue ragioni
Fiscali, e quanto ne' Commentari de' Feudi, che compilò sotto Carlo II
fu Regalista, altrettanto poi nelle note alle nostre Costituzioni, che
compose nel Regno di Roberto, fuvvi avverso e contrario. Moltissimi
documenti ed esempj di questo suo animo esasperato possono leggersi
presso Liparulo[108], e presso il Consiglier Francesco d'Andrea[109].
Ed osservarono questi Autori, che ne' Commentarj de' Feudi, sempre
che l'accadea far menzione (ciò che fece molto spesso) di Re Carlo I
e II, non gli nominò, se non con elogi; all'incontro, scrivendo sotto
Roberto le note sopra le Costituzioni, ancorchè avesse avuto ben cento
occasioni, ed alcune volte necessità di allegarlo, non ci si potè
mai indurre di nominarlo; tanto che Matteo d'Afflitto[110], parlando
d'Andrea, pien di maraviglia ebbe una volta a dire: _Et satis miror,
quod non alleget Capitulum Regis Roberti, cum ipse fuerit eo tempore,
et usque ad tempus Reginae Joannae I_. Ed avendo una sola volta per
dura necessità dovuto nominare quel Re, che a' suoi tempi fu riputato
un altro Salomone, non fu d'altra maniera chiamato, che come un uomo
del volgo, senza elogio, ancorchè scrivesse vivente Roberto, ivi: _Et
fuit determinatum in Consilio, quando Rex Robertus erat Vicarius patris
sui_[111].
Ma morto Roberto nell'anno 1343, e succeduta al Reame Giovanna sua
nipote, non avendo altro competitore, gli fu facile entrare per la
somma sua dottrina in grazia della medesima, dalla quale fu inalzato
al posto di Luogotenente della Regia Camera, e fatto suo Consigliere;
la qual carica continuò insino al 1353 anno della sua morte. Quando
gli Scrittori moderni non ci portano se non leggieri indizi e deboli
argomenti, non dobbiamo rimoverci da ciò, che lasciarono scritto gli
antichi intorno a questa sua morte. Narrano questo infelice successo
due autori gravissimi, che scrissero non più, che cento anni dapoi
che avvenne, onde potevano averlo appreso da' loro maggiori: questi
sono _Paris de Puteo_[112], che fiorì sotto Alfonso I di Aragona e
fu maestro di Ferdinando suo figliuolo, che gli successe al Regno, e
Matteo d'Afflitto[113], che scrisse i suoi Commentari a' Feudi sotto il
medesimo Re Ferdinando, ciò che si ricava anche da' nostri registri; li
quali scrissero, che avendo Andrea giudicato in una causa d'un Tedesco
nomato Corrado de Gottis, contro il quale fu profferita sentenza, per
cui gli fu tolta una Baronia che possedeva; questi fieramente sdegnato
per la perdita, di notte accompagnato con alquanti suoi Tedeschi,
mentre Andrea ritornava dal Castel Nuovo a sua casa, vicino porta
Petruccia, l'assalì, dicendogli che siccome egli colla sua sentenza
l'avea tolta la roba, così egli colle sue armi gli levava la vita; e
da più fieri colpi de' suoi masnadieri fu miseramente ucciso. Ecco
ciò, che di questo infelice successo ne scrisse Matteo d'Afflitto:
_Fuit autem interfectus praefatus Doctor insignis in civitate
Neapolis die 11 octobris 12 Ind. 1353 etc._ ed altrove: _Et ego vidi
privilegium Reginae Joannae I vindicantis mortem Andreae de Isernia
ejus Consiliarii, occisi tarda hora noctis, dum veniret a Castro novo,
prope Portam Petrutiam[114] per quosdam Teutonicos, acriter condemnatos
de crimine laesae Majestatis_. La Regina contro gli infami assassini
prese aspra vendetta: furono puniti con supplicj, pubblicati i loro
beni, diroccate le loro case e sentenziati a morte, non altrimenti che
se fossero rei di delitto di Maestà lesa, per la dottrina dell'istesso
Andrea, il quale quasi presago del suo fato infelice, avea insegnato
che colui, che uccideva il Consigliere del Principe, era reo di delitto
di Maestà lesa, e dovea punirsi con tal pena.
Ci lasciò questo insigne Giureconsulto i suoi incomparabili _Commentarj
sopra i Feudi_, che e' compose negli ultimi anni del Re Carlo II,
opera nella quale superò se medesimo, e che presso i posteri gli portò
que' elogi, e que' soprannomi _Princeps, et Auriga omnium Feudistarum,
Evangelista feudorum_, e simili rapportati dallo Scrittore di sua
vita. Sopra la qual opera i nostri professori impiegarono da poi
tutti i loro talenti, ed acquistò tanta autorità, che faceva forza
non meno che le leggi feudali medesime. Bartolommeo Camerario[115]
v'impiegò in leggerla ed emendarla quasi tutti gli anni di sua vita,
ed egli stesso testimonia, che per lo soverchio studio che vi pose, ci
perdette un occhio. Fu non solo appo noi, ma anche presso le nazioni
straniere riputato il più gran Feudista, che avesse avuto l'Europa in
que' tempi; confuse Baldo e l'obbligò in vecchiezza a darsi allo studio
feudale[116]; e fu non meno da' nostri, che dagli esteri predicato per
Principe de' Feudisti.
Scrisse ancora nel Regno di Roberto intorno l'anno 1323 e ne' seguenti,
le nostre _Costituzioni_ e sopra i _Capitoli_ del Regno: compilò _i
Riti della regia Camera_, e compose altre opere legali rapportate
dal Toppi[117] nella sua Biblioteca. Narrasi ancora aver composte
alcune opere di teologia e di legge canonica, onde ne riportasse dagli
Scrittori, che lo seguirono, i titoli di _Excelsus juris Doctor_,
_Theologus maximus_, e di _Utrisque juris Monarca_.
Egli è però vero, che più per vizio de' tempi, nei quali scrisse, che
per proprio fu nello stile barbaro e confuso, e senza metodo: ciò che
diede occasione ad Alvarotto[118] di dire, che fu egli commendabile
più tosto per la abbondanza delle cose, che per lo metodo; e che il
nostro Loffredo[119] si lagnasse, che quelle cose, ch'egli avrebbe
potuto trattare con più distinzione e chiarezza, l'avesse esposte così
oscuramente, e con poco ordine.
Fiorì ancora negli ultimi anni di Roberto, e vie più nel Regno di
Giovanna I sua nipote, un altro insigne Giureconsulto, quanto, e qual
fu _Luca de Penna_. Fu egli coetaneo di Bartolo, come ci testifica
egli medesimo nelle sue opere[120]: fu questo Dottore presso la Regina
Giovanna avuto in gran pregio, e nelle cose legali riputato di grande
autorità. Compose pienissimi Commentari sopra i tre ultimi libri del
Codice 10, 11 e 12[121]; ma il soggetto che e' si pose ad adornare
in que' tempi scarsi d'erudizione, e ne' quali non vi eran molte
notizie delle cose romane, de' costumi ed istoria loro, cose tutte
necessarie, per quel lavoro, lo fecero cadere in moltissimi errori:
non deve però non riputarsi l'impresa degna d'un grande ingegno e
di un grande ardire. L'ordine e lo stile, fu un poco più culto di
quello che comportava la sua età, e secondo il giudicio di Francesco
d'Andrea[122], nel metodo di insegnare, e nella chiarezza si lasciò
molto indietro Andrea d'Isernia. I Franzesi, non altrimenti, che i
Germani tentarono per Pietro delle Vigne, cercarono di togliercelo,
e volevano che fosse loro, e nato in Tolosa; ma egli è chiaro più
della luce del giorno che fu nostro, e nato in Penna città d'Apruzzo,
come Nicolò Toppi l'ha ben dimostrato nella sua _Apologia_. Nè i più
gravi Autori franzesi ce l'han contrastato, fra' quali fu il celebre
lor Papiniano Carlo Molineo[123], che nella sua glosa parisiense, ed
altrove lo chiama _Partenopeo_, cioè del Regno di Napoli.
Ad Andrea d'Isernia e Luca di Penna bisogna unire anche il famoso
_Niccolò di Napoli_, di cui abbiamo alcune note nelle nostre
Costituzioni e Capitoli del Regno. Fu questi Niccolò Spinello detto
di Napoli, ma di patria di Giovenazzo, cotanto favorito dalla Regina
Giovanna I. Fu Conte di Gioia e G. Cancelliere del Regno ed adoperato
dalla Regina ne' più gravi affari di Stato, e quando fu eletto Papa
Urbano VI fu da lei mandato a Roma a rallegrarsi col Papa della sua
assunzione, ed a dargli ubbidienza[124]. Questi tre Giureconsulti
furono da Camerario[125] riputati di tanta autorità e dottrina, che
non si ritenne di dire: _Nos Andream de Isernia, Nicolaum de Neapoli,
et Lucam de Penna, in nostri Regni juribus interpretandis, non aliter
venerari, quam veluti humanam Trinitatem_.
Fuvvi anche il Viceprotonario Sergio Donnorso M. Razionale della G. C.
del quale abbiamo alcune chiose ne' Capitoli del Regno: scrisse anche,
come disse, un Commento nelle quattro lettere arbitrarie, del quale
fa egli menzione in detti Capitoli: fu egli Viceprotonotario, mentre
era nel 1352 C. Protonotario del Regno Napolione Orsino. La famiglia
Donnorso fu molto antica in Napoli, e diede il nome ad una delle porte
delle città, detta negli antichi tempi Porta Donnorso, la qual era a
piè del tempio di S. Pietro a Maiella, e fu poi trasferita presso la
chiesa di S. Maria di Costantinopoli nell'ultima ampliazione della
città[126].
A costoro deve aggiungersi il Giudice _Blasio da Morcone_ della
famiglia Paccona: fu egli sotto il Regno di Carlo II discepolo di
Benvenuto di Milo da Morcone, il quale, come si disse, fu Lettore
dell'Università degli Studj; ed occupò la Cattedra di legge civile.
Fece progressi maravigliosi in questo studio, tanto che poi da Roberto
successore di Carlo, per la sua dottrina, fu nel 1338 creato suo
Consigliere, famigliare e Cappellano. Fu parimente tenuto in somma
stima da Carlo Duca di Calabria, il quale in tempo, ch'era Vicario
del Regno, gli diede facoltà d'avvocare, e lo costituì Avvocato nelle
province di Terra di Lavoro, Contado di Molise, Apruzzo e Capitanata,
e ne gli spedì nell'anno 1323 lettere molto favorite, e ripiene di
molti encomj e commendazioni[127]. Ci lasciò molte sue opere, fra le
quali la più insigne fu il Trattato, che e' compose delle differenze
tra le leggi romane e longobarde, ed i pieni commentarj sopra quelle
Leggi. Marino Freccia[128] ci testifica aver avuto egli quel Volume
M. S. in poter suo, al quale sovente ricorre con citarlo. Questa
opera ci ha resi certi, che in questi tempi le leggi de' Longobardi
nel nostro Regno non erano ancora andate affatto in disuso. Ancorchè
nell'Accademie d'Italia, ed in quella di Napoli le Pandette, e gli
altri libri di Giustiniano fossero pubblicamente insegnati, e ne'
Tribunali avessero cominciato a prendere forza e vigore, la loro
autorità non fu tanta, che ne avesse discacciato affatto le longobarde,
siccome avvenne nel Regno degli _Aragonesi_; nel quale pure, siccome
nel Regno degli _Spagnuoli_, vi rimasero alcune reliquie, onde si diede
occasione a _Prospero Rendella_ di comporre quel suo libretto: _In
reliquias juris Longobardorum_. Scrisse ancora alcuni altri _Trattati_,
alcuni _Singolari_, le _Cautele_, e le _Note_ sopra le nostre
_Costituzioni_, e _Capitoli_ del Regno[129]. Di queste sue fatiche
gli Scrittori de' tempi, che seguirono, ne fanno onorata memoria.
Francesco Vivio[130] lo chiama uomo di grande autorità nel Regno, e
spezialmente per lo suo Trattato delle differenze tra le leggi romane
e Longobarde. L'Autore della Chiosa alla Prammatica _Dubitationi, De
termino citandi auctorem in causa reali_, lo loda non poco; e tutti
coloro, che han fatto studio sopra le di lui opere, di molti encomj lo
cumulano. Fu coetaneo, e molto amico di Luca di Penna, com'egli stesso
ci fa conoscere, scrivendo nella Costituzione _Majestati nostrae, de
Adulteriis_, ch'egli d'un dubbio, che avea sopra quella Costituzione,
andò a dimandarne parere da Luca di Penna, il quale, come e' dice,
_a me interrogatus sic de verbo ad verbum respondit_, etc. Passò per
qualche tempo, nell'avversa fortuna, la sua vita in Cerreto, e fu
sempre grato al suo Maestro Benvenuto di Milo Vescovo di Caserta;
confessando nel titolo _de Aedificiis dirutis reficiendis_, che da
niente l'avea fatto, e ridotto in quello stato, in cui si trovava.
Fiorì con lui nel medesimo grado di Consigliere del Re Roberto _Giacomo
di Milo_ suo compatriotto: fu anche costui, per la sua dottrina
e saviezza, da questo Re fatto suo Consigliere, e glie ne spedì
privilegio, che si vede ne' Registri degli anni 1337 e 1338 _lit. B
fol. 28_, onde Morcone, Terra del Contado di Molise, si rese in questi
tempi celebre per tre suoi famosi Cittadini, per un dottissimo Vescovo,
e due insigni Consiglieri, e Giureconsulti. Intorno a questi medesimi
tempi rilusse _Filippo d'Isernia_ celebre Legista, e Lettore della
prima Cattedra del _Jus Civile_ nell'Università degli Studj di Napoli,
nell'istesso tempo ch'era Consigliere, e famigliare del Re Roberto, il
quale lo tenne in tanta stima, che non solo lo fece suo Consigliere,
ma nell'anno 1320 l'elesse per Avvocato de' Poveri, e poi del suo
Fisco[131]. Fiorirono ancora _Bartolommeo di Napoli_, contemporaneo
di Dino[132], _Bartolommeo Caracciolo_, di cui si crede, che fosse
la Cronaca pubblicata sotto il nome di Giovanni Villano, al sentire
d'Agnello Ruggiero di Salerno[133], ed alcuni altri rapportati dal
Toppi, de' quali a noi rara ed oscura fama è pervenuta, per non averci
di loro lasciate opere, nè altra memoria si ha de' loro scritti.
Di _Napodano Sebastiano_, che fiorì sotto la Regina Giovanna I, famoso
Chiosatore delle nostre Consuetudini, a bastanza fu da noi detto nel
libro precedente: morì egli nel 1382, e possiamo dire in lui essersi
quasi che estinto presso noi lo studio della giurisprudenza. I tempi
torbidi, e pieni di rivoluzioni, che seguirono e che per lo corso d'un
secolo intero continuarono insino al Regno placido e pacato _d'Alfonso
I d'Aragona_, fecero tacere presso di noi non meno la giurisprudenza,
che l'altre lettere. Da Napodano insino a _Paris de Puteo_, Goffredo
di Gaeta, e Matteo d'Afflitto, nel tempo de' quali cominciò ella a
risorgere, non abbiamo Scrittore, che ci lasciasse di quella monumento
alcuno. E vedi intanto in queste regioni le vicende della nostra
giurisprudenza, e quanto ella debba a' favori de' Principi letterali,
ed all'amore della pace.
Nel tempo del Re Roberto, e ne' principj del Regno di Giovanna sua
nipote, nell'Accademie, e negli altri Stati d'Italia fiorirono tanti
insigni ed illustri Giureconsulti; nè l'Accademia di Napoli, e la Corte
de' suoi Re furono inferiori a quelle.
In questo decimoquarto secolo cominciò in Italia quasi un nuovo
periodo alla ragion civile, e surse l'età de' Commentatori; poichè dopo
Accursio niuno più con Chiose, ma con pieni Commentarj cominciarono i
Giureconsulti di questi tempi ad illustrarla. Si distinsero nelle altre
città d'Italia Bartolo di Sassoferrato, Baldo Perugino suo discepolo,
Angelo fratello di Baldo, e poi Alessandro Tartagna, Bartolommeo
Saliceto, Paolo di Castro, Giasone Maino, Cino, Oltrado, Pietro di
Bellapertica, Raffael Fulgosio, Raffael Cumano, Ipolito Riminaldo, e
tanti altri, i quali al Corpo della ragion civile aggiunsero nuovi
Commentarj. Noi in niente avevamo di che invidiargli per li nostri
celebri Giureconsulti, che vi fiorirono ne' medesimi tempi, Bartolommeo
di Capua, Andrea d'Isernia, Luca di Penna, Niccolò di Napoli, e gli
altri di sopra riferiti. E veramente, siccome confessano anche gli
stranieri[134], fu questa gran lode della nostra Italia, la quale sopra
tutte le altre Nazioni in ciò si distinse. E quantunque per l'ignoranza
dell'istorie, delle lingue, e dell'erudizione, ne' loro Commentarj sia
molto che riprendere; nulladimanco ciò non dee imputarsi a lor difetto,
ma al secolo infelice, nel quale scrissero. Ma ben lo compensarono
colla perspicacia ed acume de' loro ingegni, e coll'ostinate e lunghe
fatiche, in guisa che dove non eran assolutamente necessarie l'istorie
e le lingue ovvero la lezione degli antichi, essi arrivarono, e diedero
al segno col solo acume della ragione e della lor mente. Fu riserbato
questo miglior rischiaramento al secolo seguente, quando, come diremo,
per la ruina della città di Costantinopoli cominciarono a risorgere
presso noi, ed a fiorire le buone lettere; e questo vanto pur deesi
alla nostra Italia, e per la giurisprudenza, ad _Andrea Aleiato_ di
Milano, il quale in il primo a restituirla nel suo candore e pulitezza.
Ma siccome sotto il Re Roberto, stando il Regno in grandissima
tranquillità, poterono i Cavalieri e' Baroni desiderosi d'acquistar
onori e titoli, esercitar il loro valore nelle guerre, che fuori del
Regno, ora in Sicilia ed in altre parti d'Italia, ora in Grecia ed in
Soria si facevano, e servendo con molta virtù in presenza del Re, o
de' suoi Capitani generali, meritare essere esaltati, ed arricchiti
d'onorati premj, onde per questa via dell'armi sorsero le loro
famiglie, le quali poterono mantenere il di loro splendore per molti
secoli appresso: così gli uomini letterati e di governo servendo a'
loro Principi, si videro esaltati a diversi, ed eminenti posti, ed
adoperati in cose importantissime, de' quali insin'al dì d'oggi se ne
vedono successori posti in altissimi gradi e titoli; ciò che ha fatto
vedere, che non meno l'uso della spada, che della penna suol onorare,
e far illustri le persone e le schiatte, e che questi soli siano i
due fonti, donde ugualmente deriva la nobiltà e la grandezza nelle
famiglie. Ma quando per la morte del savio Re Roberto senza figliuoli
maschi, s'estinse la linea di que' Re potenti, e valorosi, e 'l Regno
venne in man di femmina, tra le discordie di tanti Reali, che vi
rimasero, e quelle arme, che fin qui s'erano adoperate in far guerra
ad altri, a mantener il Regno in pace, ed in quiete, si rivolsero a
danni e ruine del medesimo Regno; non pur ne nacquero mutazioni di
Signorie, morti violente di Principi, distruzioni e calamità di Popoli.
ma le discipline e le lettere tra i moti e dissensioni civili, vennero
parimente a declinare; nè presso di noi risursero, se non quando, dopo
tante rivoluzioni di cose, che saranno il soggetto de' seguenti libri,
venne finalmente il Regno a riposarsi sotto la dominazione d'Alfonso
primo d'Aragona, Re savio e magnanimo, che restituillo nella pristina
sua pace e quiete.