NOTE:

[1] Veramente, Tolu fu poco cavalleresco e molto rusticano!

[2] Ricordo per l’ultima volta al lettore, che io non aggiungo una

sillaba alla narrazione del bandito.

[3] Omicidio commesso il 10 dicembre 1856. Vi fu sospetto, forse per

la dichiarazione delle moglie dell’ucciso; ma fu dichiarato _non farsi

luogo a procedere_ con ordinanza del 5 gennaio 1862. Il Tolu, però,

confessa schiettamente l’omicidio; e ciò prova la veridicità della sua

confessione.

[4] Pare incredibile! E si era nel 1854!

[5] — Che cosa vuol dir _Basto_? — chiesi a Tolu.

— È il nome di una città! — fece il bandito, come sorpreso ch’io non lo

sapessi. — Scriva così!

[6] Nè alcuno potrà spiegarlo, quantunque consimili casi siano stati da

altri avvertiti.

[7] Giovanni Tolu conosceva il codice della pirateria!

In tempi amichi, e fino al primo ventennio del secolo spirante, molti

pirati si gettavano sulle spiaggie della Nurra e dell’Asinara. A

quest’isoletta approdò, il 19 settembre 1812, uno sciabecco turco, che

fece schiavi 20 individui, fra uomini, donne e fanciulli. Un turco fu

ucciso da un pastore.

[8] Traduco sempre le parole di Giovanni Tolu, che invitavo a parlare

in sardo per meglio capirlo. Lascio intatta la sua narrazione, sebbene

in qualche punto non ci accordi colla storia di quei tempi.

[9] I sicari erano scrupolosi nell’adempimento del loro dovere.

L’ho detto altra volta: fare il sicario era ritenuto a quel tempi un

mestiere come un altro! — Questi fatti accadevano nel 1851.

[10] Questo caso di Sant’Agostino mi fu citato parecchie volte dall’ex

bandito. Non poteva tollerarlo!

[11] Tolu non volle dirmi neppure il nome di battesimo di questa

donna, mentre mi confidò quello delle altre donne, con preghiera di non

pubblicarlo.

[12] Durante il tempo che avvicinai Giovanni Tolu, mi divertivo ogni

tanto e farmi dir l’ora. Non si sbagliò mal di oltre una quindicina di

minuti; e quando lo correggevo esclamava: — È il suo orologio che va

male! Quella di Roma è un’ora falsa per noi.

[13] L’agguato era per Tolu, come mi risulta da un processo. I

carabinieri Virdis e Nuvoli, nella loro relazione scritta, dichiararono

ch’era loro intenzione di far fuoco su Tolu, senza neppure intimargli

il _ferma!_

[14] A quest’ambasciata prese pur parte il Dott. Antonio Francesco

Satta, il quale lodò Tolu per il disdegnoso rifiuto a intingere in

un tradimento. I florinesi erano gelosi della propria dignità, e

preferivano un feroce bandito ad un vil traditore.

[15] Abbiamo veduto come le Autorità, più tardi, cercarono di aver

nelle meni Tolu per mezzo di Derudas, che si trovava in carcere.

Pare che il sistema del governo assoluto perdurasse anche in quello

costituzionale.

[16] _Stirare_ il cavallo: esercitarlo alla corsa alcuni giorni prima

della festa. Espressione sarda.

[17] Corre nel popolo insistente la voce, che il bandito avesse in

precedenza fatto un segno alla bambina per riconoscerla più tardi.

Tolu la smentisce, e con ragione. Quando poteva farle il segno, se non

l’aveva mai veduta? Il primo suo dubbio, comunicato ad altri, diede

forse appiglio alla diceria.

[18] A costo di annoiare il lettore, ho voluto riportare le minuzie di

queste scene puerili, che Giovanni Tolu mi narrava con tanto trasporto.

[19] Trascrivo fedelmente la lettera, dettatami in italiano da Tolu.

[20] Ho già detto che su Tolu caddero i sospetti di questo colpo, ma in

seguito fu dichiarato _non farsi luogo a procedere_. Ora l’ex bandito

si dichiara colpevole, volendo confessare tutti i suoi delitti.

[21] Io credo che Antonio fosse sempre risentito per essere stato

accusato dai fratelli; e lo desumo dalla sua deposizione alle Assise

per il fatto di _Monte Rasu_. Egli rivelò alcune confidenze fattegli da

Tolu, a proposito dell’odio che nutriva verso il brigadiere Piettone.

[22] Noti il lettore la paura che si aveva dagli sconosciuti negli

ovili della Nurra.

[23] Il fatto avvenne la mattina del 21 maggio 1859.

Darò il sunto della relazione dei carabinieri e di altri testimoni, che

tolgo dagli atti del processo.

Il brigadiere Antonio Piettone, il vice brigadiere Giuseppe Delrio, e

i due carabinieri Antonio Catte e Raimondo Argiolas erano usciti dalla

stazione di Portotorres, fin dal 19 maggio, in perlustrazione. Nella

mattina del 21 si presentarono all’ovile della vedova di Paolo Sechi

per abbeverare i cavalli.

Il vice brigadiere Delrio precedeva i compagni, avendo il cavallo

indomito. Giunto alla porta della capanna che guarda levante, mentre un

mastino abbaiava, gli fu fatto fuoco da dentro, e cadde.

Piettone e Argiolas spinsero allora i cavalli in avanti, mentre Catte

si dirigeva alla porta opposta, volendo impedire l’uscita all’_ignoto

assassino_. Uscito il bandito, e veduto a 30 metri il carabiniere, lo

sparò scaricando l’altra canna.

Il bandito prese la fuga verso tramontana, e Piettone e Argiolas si

diedero ad inseguirlo per 10 minuti, tirandogli dietro tre fucilate.

Quantunque sicuri di averlo ferito, tonarono indietro per andare

in cerca di carri per trasportare i feriti. I due carri furono

somministrati da L. Gianichedda, da D. Atzoni e da Gio. Sechi.

Il vice brigadiere Delrio e Catte furono trasportati a Portotorres,

indi all’ospedale militare di Sassari, dove morirono: il Catte

l’indomani, e Delrio il 1º luglio, 40 giorni dopo.

Nell’ovile erano due sole donne: la vedova Sechi, e Maria Rita, la

moglie del servo pastore. Quest’ultima preparava alcuni laticini per i

bambini, nell’ovile; la Sechi era nella capanna.

Dice quest’ultima, che per Tolu fu tutt’uno: udire il cane, vedere il

vice brigadiere, spararlo, fuggire, e far fuoco su Catte.

Gio. Sechi dice, che Tolu fece gli spari _per mera vendetta_.

Antonio Sechi afferma, che avendo più tardi rimproverato Tolu per la

catastrofe, questi gli disse che _non aveva potuto farne a meno, poichè

in tali casi l’unico mezzo di scampo è sempre il far fuoco sull’arma_.

Più dice, avergli Tolu confidato, che uccise Delrio credendolo il

brigadiere, di cui andava sempre in traccia perchè lo perseguitava.

Il Tolu niega tutto, e dice che i carabinieri andarono ad arrestarlo,

perchè a _Boturru_ vi fu chi volle informarli del suo ritiro nell’ovile

di Paolo Sechi.

[24] Risulta che questa voce si sparse a Florinas verso il 1863.

[25] Assennate considerazioni, che mi sorpresero in un rozzo bandito.

[26] Ecco i nomi di tutti i banditi, ch’ebbe a compagni Giovanni Tolu,

durante il primo decennio di latitanza:

1. Antonio Rassu d’Ittiri — 2. Leonardo Piga — 3. Giomaria Puzzone —

4. Antonio Maria Derudas — 5. Pietro Cambilargiu — 6. Pietro Deligios,

d’Osilo — 7. Sebastiano Branca, d’Ossi — 8. Gio. Andrea Ilde, di Nurra

— 9. Antonio Careddu — 10. Giomaria Cossu, di Nulvi — 11. (ed ultimo)

Giomaria Ibba.

Quasi tutti vennero arrestati od uccisi da carabinieri o da nemici.

Tranne Derudas, col quale Tolu visse due anni, gli altri non gli furono

compagni che per pochi mesi, o parecchie settimane.

Di questi banditi il Tolu narrò le _brutte_ azioni, tacendo le _buone_,

che pur non sono ignote. In ciò non fu scrupoloso; e mi accorsi ch’ei

tacque per un sentimento di gelosia. Questo lo noto per la verità,

volendo scrivere una storia, non un romanzo.

[27] Quantunque da un quarto di secolo siano avvenuti i fatti che qui

si narrano, ho creduto conveniente tacere, cambiare, o alterare diversi

nomi di persone, che l’ex bandito mi declinò scrupolosamente per

avvalorare la sua narrazione.

[28] Per _cavallo dei morti_ s’intende un tumulo, formato da un’alta

panca ricoperta da un manto nero, sul quale si collocano alcuni ceri,

due teschi e un crocifisso.

[29] _Screpolarsi la pianta dei piedi_, è bestemmia sarda che allude al

cadavere.

[30] Giovanni Tolu era molto inasprito per l’uccisione de’ suoi buoi,

e forse non tutte le sue induzioni saranno state fondate, a proposito

della complicità di compare Maurizio nello scannamento.

[31] Il lettore avrà notato la facilità e la fretta con cui nella

Nurra si riportavano le parole pronunziate da questo e da quello.

Queste parole (gonfiate ed alterate ad arte) forse eccitavano gli odî

e provocavano le vendette di sangue. La maggior parte dei misfatti dei

latitanti dell’isola hanno per origine la leggerezza dei referendari.

Qui, per esempio, vediamo Tolu avvertito da quel Tignosu, che altrove

ci venne indicato come il _fiduciario_ dei carabinieri nell’assalto

di _Monte Rasu_. E fidatevi di queste prove, che ciascuno crede avere

sulla reità dell’avversario!

Le passioni, che in quel tempo agitavano gli animi degli abitanti della

Nurra e di quasi tutti i paesi del Logudoro, erano fomite di dicerie,

di denunzie e di sospetti, non di rado privi di fondamento. Anche certi

giudizi di Tolu, o per antipatie, o per false referenze, saranno stati

erronei. Quanto ho asserito per i buoi, valga per altre asserzioni di

Tolu, da me riportate; come, per esempio, i sospetti su Francesco Serra

(pag. 160, I.) — il giudizio per l’assassinio di Bazzone (pag. 162, I.)

— la vendita dell’oliveto di _Giacinto_ (pag. 59, II.) — la complicità

di Manunta e di Deroma nell’assassinio di Antonio Careddu (pag, 63,

II.) e così altri. Rimando il lettore alla mia nota, a pag. 159, vol.

I.

[32] Trovasi presentemente a Milano, colonnello giubilato.

[33] La sentenza contumaciale ha la data del 14 luglio 1869.

[34] Vento _buono_ e vento _cattivo_: espressione dei pastori e

contadini sardi, per dire che il vento è favorevole o contrario

all’olfato o all’udito degli animali, l’uomo compreso.

[35] Se è vero che questa curiosità entusiastica eccitava il bandito a

perseverare nelle azioni generose, è pur vero che in altri tempi essa

dovette incoraggiarlo a cimentarsi in imprese, non sempre nobili, nè

degne di plauso.

[36] Pare che il bandito sperasse in un maggior compenso, credendo sul

serio che la strada l’avesse fatta lui! Gli Inglesi certamente avevano

inventato un pretesto per avvicinare il famoso bandito.

[37] Pare che Tolu desse un senso troppo largo all’art. 137 del Codice

penate, dimenticando la sentenza del 14 luglio 1869, che lo condannava

a morte.

[38] Ecco un brano del verbale di arresto, eseguito il 22 settembre

1880, firmato dal maresciallo Guangani; dal brigadiere Badino, dal vice

brigadiere Cicotti, e dai carabinieri Morelli, Gallu, Zunchelli, Mirra,

Battiston, Spada, Vagnone, Banalli, Concu, Agostini e Dalpozzo:

«Non appena Tolu si avvide del gruppo dei carabinieri, tentò sottrarsi

colla fuga, uscendo dalla porta laterale e dirigendosi verso il suo

nascondiglio; ma non appena ebbe percorso circa 80 metri, si trovò di

fronte a noi. Gli intimammo il ferma e di arrendersi. Egli si fermò,

continuando sempre a tenere il fucile impugnato con ambe le mani, a

braccia distese; ma vistosi attorniato in modo da aver preclusa ogni

via di scampo, sia colla fuga, come col far fuoco, e in seguito pure

alle continue minaccie di arrendersi, con un certo malincuore gettava

il fucile a terra, le pistole cariche, e pugnale, e ventriera con entro

35 palle, e capsule, e fiaschetta di polvere.»

[39] Riporto fedelmente alcune frasi, per dimostrare il buon senso

e lo spirito di Tolu, che faceva entrare dappertutto la storia di

_Bertoldo_, la Storia Sacra e quella dei _Reali di Francia_.

[40] Fra le deposizioni scritte, trovo nel processo quella di Don

Antonio Pitzolo; il quale asserisce, che Giovanni Tolu s’impietosì

quando un giorno vide nella Nurra i figli del drudo di sua moglie,

ch’erano laceri, scalzi e in uno stato miserando. Egli disse loro: —

Assicurate vostro padre, che da me non avrà mai male!

Questo fatto mi venne taciuto dall’ex bandito, non so se per

dimenticanza, o per altro scopo.

[41] I certificati sono delle Giunte comunali e Sindaci di Ploaghe,

Florinas, Cargeghe, Banari, Portotorres, Ossi, Alghero a Sassari; più

del capitano dei barracelli e del parroco di Florinas.

La Giunta di Florinas (7 Agosto 1869) certifica, come il prete Pittui

inveleniva i dissidî fra Tolu e la moglie, anzichè consigliar loro la

pace e la concordia. Accenna a vari documenti ufficiali, fra cui alla

nota in data 21 agosto 1850, rilasciata dall’Intendente Generale, nella

quale si biasima la condotta del prete e si dà incarico al Sindaco di

Florinas di chiamare Maria Francesca, invitandola a far la pace col

marito, con minaccia, in caso contrario, di ricorrere alla forza.

Il parroco di Florinas (nel luglio del 1869) certifica, che Tolu adempì

alle pratiche religiose e frequentò i sacramenti. Dice, che nell’ultimo

triennio, conosciuta l’infedeltà della moglie, invece di pensare alla

vendetta, egli si contenne da buon cristiano, e perdonò, in modo da

lasciare ai suoi conterranei un esempio splendido da imitare.

Questi documenti (da me consultati dopo la morte di Tolu) attestano la

scrupolosa narrazione del bandito.

[42] L’egregio Antonio Pezzini scrisse testè nel pregievole suo

opuscolo _Sulle condizioni d’Italia, e sue riforme_, queste dure

parole:

«Nella bizantina e inconseguente Italia, noi consideriamo il

delinquente in generale come un perseguitato ingiustamente dalle leggi,

tanto che molti ascrivono a merito di nasconderlo, e possibilmente

anche di salvarlo.»

Ho parlato nelle _pagine storiche_ di un bandito raccomandato al re dal

cardinale Alboni nel 1733. Il detto Pezzini parla dei briganti Crocco e

La Gala, che sotto la bandiera francese, verso il 1860, ricevettero dal

Papato onori, benedizioni, sicurezza, e mezzi.

[43] La disgrazia avvenne il 14 luglio del 1883.

[44] D’ordinario i carri funebri si fermavano al _Ponte romano_. Di

là veniva dato avviso al prete, che vi si recava per accompagnare

il cadavere al cimitero. Da una diecina d’anni a questa parte,

i morti della Nurra vengono seppelliti nel cimitero di Sassari o

dell’Istintino.

[45] L’_uscita_ ha luogo ai tre, ai cinque, o ai sette giorni dopo i

funerali. Se venisse fatta in giorni non dispari sarebbe per il popolo

un _malaugurio_!

[46] Ed infatti fu scrupoloso e disse la verità. Tacque molti atti

di beneficenza che risultano dal processo; e si accusò di molte

colpe, ignorate o dubbie — come, per esempio, la morte di Salvatore

Rassu nel 1854, ed i delitti per cui fu dichiarato _non farsi luogo a

procedimento_, come lo sparo a Piana nel 1851 — la ferita al brigadiere

Andorno nel 1852 — e l’omicidio di Salvatore Moro nel 1856.

[47] Era già in corso di stampa il presente libro, quando una novella

prova venne ad avvalorare la misteriosa relazione fra il prete Pittui e

la moglie di Giovanni Tolu.

Fatti da me consultare i libri della parrocchia di Florinas, non vi

si rinvenne l’atto di nascita di Maria Francesca, mentre nessuno vi

mancava degli altri figli di Salvatore Meloni Ru. Sospettai subito, che

la moglie di Tolu non fosse che una figlia adottiva, affidata alle cure

dei coniugi Meloni da qualche ragguardevole e misterioso peccatore.

Recatomi nel passato febbraio (1897) a Florinas, in compagnia

dell’amico Giuseppe Dessì, andammo a visitare Peppe, il gemello di

Giovanni Tolu. Egli ci dichiarò francamente, di aver sempre ritenuto

Masala Pittui come padre, non come amante di Maria Francesca, da lui

ritirata in casa fin da bambina. Peppe Tolu non si mostrò meravigliato

dell’omissione dell’atto di nascita nei libri della parrocchia,

perocchè il caso si era verificato altre volte a Florinas. Egli, per

esempio, volle citarci il proprio fratello Giomaria, il cui nome non

figura nei registri di quella parrocchia.

Il fratello di Tolu volle consultare in proposito, alla nostra

presenza, una vecchia più che ottantenne, la quale ci dichiarò che per

la gravidanza di Caterina Merella (madre di Maria Francesca) nacquero

malumori e scompigli in casa di Salvatore Meloni — tanto che i due

coniugi vissero separati per oltre tre mesi. Dietro questi trambusti,

fu omesso, (forse per trascuranza, forse per diffidenza di Salvatore,

o per altre ragioni occulte) di registrare l’atto di nascita della

bambina.

Sulla grave e inaspettata rivelazione dalla vecchia, potrebbero farsi

non pochi commenti, che io lascio tutti al lettore. Misteri dell’amore

o del capriccio, comuni in ogni luogo, in ogni tempo, e in ogni classe

sociale!

Il gemello Peppe rassomiglia perfettamente a Giovanni Tolu nella

sembianza, nella voce e nelle movenze — non nelle forme, assai più

delicate. È un vecchio pieno di spirito e di buon senso, ed ha un

ingegno acuto, forse superiore a quello di Giovanni. Nel narrarci

diversi episodi (che combinano con quelli narrati dal fratello)

egli non dimenticò, come antico sagrestano, d’infiorarli con qualche

citazione in latino.

[48] Vedi la vignetta della cascina a pagina 260.

[49] Sono non poche le inesattezze e gli episodi fantastici, che

corrono sulla vita di Giovanni Tolu. Basti, fra gli altri, la storiella

del marito, che ha _ucciso_ il prete per vendicare il proprio onore

oltraggiato. In una recente _conferenza_, letta a Roma, si osò

asserire, che Tolu fosse un _laureato_ (!), e che uccise il prete

sull’altare, al momento dell’_elevazione_ (!!).

Questo valga per dimostrare, come la fantasia del popolo riesca a

creare le _leggende_, anche su personaggi contemporanei. Che diremo di

certi fatti, a noi trasmessi dai secoli più remoti? Povera Storia, se

mancassero i documenti o la buona fede!

Meno fantastici, in generale, sono gli scrittori stranieri, nel parlare

di Giovanni Tolu. Ecco quanto scrive il valente pittore e poeta

francese Gustavo Vuillet, nel pregievole suo libro illustrato: _Le

isole dimenticate_. (Parigi, 1893).

«_Certains_ BANDITI, _tels que Giovanni Tolu, ont rendu de grands

services au pays. Tolu purgea toute une région de malfaiteurs à ses

risques et pèrils au milieu de continuels dangers. Il se rendit aussi

dans la Nurra, ou les habitants ètaint en armes: il éteignit les

haines, réconcilia les familles, et delivra le pays de brigands_ (?)

_qui l’infestaient; souvent il protegea les volés contre le voleurs,

et, gràce à lui, plus d’un brave paysan vit revenir à l’étable, ou à

l’ècurie, les bêtes dont des mècréants l’avaient soulagè. On racontait

bien que Tolu avait tuè quelques carabiniers, mais en cas de lègitime

défense, et tout le monde lui donnait raison._»

Il quadro, sebbene a tinte color di rosa, ha un fondo di vero.

[50] Giovanni Tolu, di statura media, era robusto, tarchiato, diritto

della persona, sebbene contasse 74 anni. Aveva grave il portamento,

fiero lo sguardo, folta e bianca la barba.

Serio, compassato, sentenzioso, di poche parole, egli rideva di rado,

ma aveva sempre pronta la barzelletta e il motto di spirito, per lo più

sarcastico. Di carattere piuttosto burbero, tenace delle proprie idee,

difficilmente cedeva all’altrui consiglio. Menava vanto, assai spesso,

della propria forza e della propria perspicacia, forse perchè troppo

magnificate dal volgo.

Era diventato un po’ sordo, e inforcava gli occhiali quando voleva

leggere o scrivere. Sobrio e frugale, non beveva mai vino fuor di

pranzo.

Da una trentina d’anni indossava una giacca di fustagno o di velluto,

pantaloni lunghi, berretto alla sarda, e cappottone con cappuccio

nell’inverno. Usava da qualche tempo fasciare il collo con una larga

pezzuola di lana bianca, come lo si vede nel ritratto, eseguito a

Sassari dal fotografo Lori.

[51] Diversi giornali aggiunsero: «l’_uccisore di diciasette

carabinieri_ (!?)».

[52] A proposito di quanto asserisco, si legga la storia di Domenico

Tiburzi (ucciso nell’ottobre del 1896) di recente pubblicata dal _Conte

Alvise da Santafior_, nel _Corriere Agricolo Commerciale_ di Milano,

(in 20 puntate).

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 62 / 63 题