In carcere.
A questo punto tolgo la parola a Giovanni Tolu, per prenderla io.
Coll’arresto a _Lèccari_ si è chiusa la storia del bandito.
Il vecchio florinese continuò a narrarmi minuziosamente gli episodi
della sua vita in carcere; le fasi del processo e del dibattimento;
il suo ritorno alla Nurra; le peripezie domestiche e i suoi contrasti
in famiglia. Io mi limiterò a riassumere gli avvenimenti principali,
non volendo tirare più in lungo la narrazione con particolari
insignificanti. Ripeto solo, che ho sempre riportato fedelmente
quanto Giovanni Tolu mi espose, senza nulla aggiungere, nè togliere.
Trattandosi di una storia contemporanea dettata dal protagonista, il
romanziere non poteva in coscienza permettersi la minima alterazione,
senza compromettere la verità.
Pur riassumendo i fatti, riporterò qua e là le parole del bandito,
quando le crederò necessarie all’efficacia della narrazione.
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«— Entrato in carcere — continuò Tolu, stuzzicando il tabacco nella
pipa — i guardiani mi costrinsero a cambiar d’abiti. Diedi un’occhiata
alla mia persona, e mi venne da ridere; poichè mi parve di trovarmi
nelle stesse condizioni di Bertoldo, dinanzi al re Alboino: nè nudo,
nè vestito. Al terzo giorno venni condotto nel parlatorio, dove mi
aspettava il giudice istruttore.
«Appena mi vide, mi disse:
«— Hai un bel ceffo!
«— Perchè? forse perchè mi vede in questi panni? Ella dovrebbe capire,
che non sono tagliati a misura.
«Il giudice si fece allora serio, e cominciò l’interrogatorio,
chiedendomi soltanto i particolari sull’attacco di _Nuzzi_ e di _Monte
Rasu_.»
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Giovanni Tolu continuò a narrarmi i particolari della sua vita di
carcerato, che io ometto.
Le prime pratiche furono fatte per una cella separata, a pagamento, che
gli venne subito concessa. Avendo pure ottenuto che l’amico Zara gli
mandasse ogni giorno il pranzo da casa, egli voleva che si passasse la
sua zuppa ad un carcerato vicino, col quale si era messo in relazione.
Ciò niegatogli, dispose che fosse data ai poveri.
Il contegno di Giovanni Tolu in carcere (secondo la sua confessione)
non era stato troppo edificante. Egli perdeva facilmente la pazienza,
s’irritava per ogni nonnulla, ed ebbe più volte aspre parole coi
carcerieri e con qualche detenuto. Lo star chiuso da mattina a sera in
una cella angusta, priva d’aria e di sole, non poteva certo confacersi
ad un uomo, abituato da trenta anni a battere la campagna sterminata,
sotto l’immensa volta del cielo.
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Non appena corsa la voce dell’arresto, si era manifestata nel popolo
una corrente simpatica, favorevole a Giovanni Tolu. La lunga serie
d’anni trascorsi aveva gettato un velo pietoso sulle colpe giovanili
del bandito florinese, e più non si volevano ricordare che le azioni
generose, compiute durante l’ultimo ventennio. Il popolo entusiasta
esaltava le virtù dell’arrestato; le vicende della sua vita leggendaria
furono per molti giorni l’argomento di tutte le conversazioni, di tutti
i discorsi; e l’autorità giudiziaria se ne impressionava, prevedendo
l’influenza che avrebbe esercitato quella simpatia sull’animo dei
giurati.
Fu dunque creduto cosa prudente togliere Giovanni Tolu ai suoi Giudici
naturali, per rinviarlo ad altra Corte d’Assise dell’isola.
Il 9 luglio 1881 la Corte di Cassazione di Roma dichiarò prescritti
quattro processi; revocò la sentenza contumaciale di morte del 1869;
e per i reati di _Nuzzi_ e di _Monte Rasu_ rinviò Giovanni Tolu alle
Assise di Oristano.
Prima di lasciare le carceri di Sassari, il cappellano si presentò a
Tolu, chiedendogli se volesse confessarsi, in occasione del Giubileo.
— Non sono disposto! — rispose secco l’ex bandito.
Dopo un anno e tre mesi d’ingrato soggiorno nelle carceri di Sassari,
Giovanni Tolu fu trasferito a quelle di Oristano, il 9 gennaio del
1882.
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Il bandito mi dichiarò, che nelle carceri di Oristano fu trattato
più umanamente, e si sentì più tranquillo. Egli fece amicizia coi
bambini del direttore, e passava con essi ore deliziose, parendogli di
trattenersi co’ suoi nipotini.
Nel giorno di Pasqua un amico gli mandò una caraffa di vernaccia ed
un piatto di lunghe frittelle alla sarda. Tolu chiamò la bambina del
direttore; le adattò al collo un pezzo di frittella a mo’ di collana, e
le disse:
— Va dal babbo, e pronuncia queste parole in nome mio: «— Come
facilmente si spezza la mia collana, così fra poco si spezzeranno le
catene di Giovanni Tolu!»
Anche ad Oristano si era presentato in carcere un frate dalla lunga
barba, che aveva domandato a Tolu se intendeva confessarsi.
— Non sono disposto! — rispose il bandito.
— Perchè?
— Perchè io mi confesso quando a me piace: quando la coscienza me lo
suggerisce. La legge di Cristo non m’insegna altro!
— Che ne sai tu?
— Sono stato sagrestano, reverendo!
Il frate se ne andò borbottando. Appena uscito, fu detto al Tolu che
era l’arcivescovo.
Avevano annunziato al bandito, che il suo dibattimento si sarebbe
tenuto in quelle Assise nei tre giorni dal 14 al 16 giugno. Nuovi
incagli, però, nuovi timori, e nuovi scrupoli, consigliarono i giudici
a non fidarsi dei giurati d’Oristano, dove si erano manifestate le
stesse simpatie in favore del bandito.
Il 29 maggio di quello stesso anno (1882), dopo quattro mesi di
detenzione, Giovanni Tolu fu tolto dal carcere di Oristano, per essere
trasferito a quello di Cagliari.
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Le carceri di Cagliari non gli lasciarono grata impressione. Cominciò
dal bisticciarsi coi carabinieri, che lo avevano tradotto alla torre di
San Pancrazio, stringendogli le manette in modo inumano.
Chiuso in cella, ebbe più tardi un battibecco a causa dei fornitori del
vino e del tabacco, i quali defraudavano i poveri prigionieri. Se ne
lamentò col direttore, che finse di dargli un po’ di ragione...
Neppure a Cagliari Giovanni Tolu ebbe il giudizio. Si tornò a tirar
fuori la corrente troppo favorevole al detenuto, le simpatie per
le azioni generose, le influenze degli avvocati, e simili. Si parlò
d’altra Assise.
— Se si continuerà la linea retta, mi manderanno a Tunisi! — disse Tolu
al direttore.
Il procuratore del re aveva trasmesso gli atti alla Corte di Cassazione
di Roma; e questa designò per il giudizio la Corte d’Assise di
Frosinone.
— Ho capito! — fece Tolu — mi si manda da Erode a Pilato. Si finisse
almeno col lavarsene le mani![39]
Nella prima diecina del settembre successivo (dopo altri tre mesi di
detenzione) il bandito florinese fu portato alla darsena; lo si gettò
nella stiva del piroscafo, e lo si fece sbarcare a Civitavecchia, per
poi proseguire fino a Frosinone, nella Romagna, dove le memorie del
brigantaggio erano ancora vive.
— Il quarto carcere? — esclamò — Speriamo almeno che sia l’ultimo!