CAPITOLO I.

In carcere.

A questo punto tolgo la parola a Giovanni Tolu, per prenderla io.

Coll’arresto a _Lèccari_ si è chiusa la storia del bandito.

Il vecchio florinese continuò a narrarmi minuziosamente gli episodi

della sua vita in carcere; le fasi del processo e del dibattimento;

il suo ritorno alla Nurra; le peripezie domestiche e i suoi contrasti

in famiglia. Io mi limiterò a riassumere gli avvenimenti principali,

non volendo tirare più in lungo la narrazione con particolari

insignificanti. Ripeto solo, che ho sempre riportato fedelmente

quanto Giovanni Tolu mi espose, senza nulla aggiungere, nè togliere.

Trattandosi di una storia contemporanea dettata dal protagonista, il

romanziere non poteva in coscienza permettersi la minima alterazione,

senza compromettere la verità.

Pur riassumendo i fatti, riporterò qua e là le parole del bandito,

quando le crederò necessarie all’efficacia della narrazione.

*

* *

«— Entrato in carcere — continuò Tolu, stuzzicando il tabacco nella

pipa — i guardiani mi costrinsero a cambiar d’abiti. Diedi un’occhiata

alla mia persona, e mi venne da ridere; poichè mi parve di trovarmi

nelle stesse condizioni di Bertoldo, dinanzi al re Alboino: nè nudo,

nè vestito. Al terzo giorno venni condotto nel parlatorio, dove mi

aspettava il giudice istruttore.

«Appena mi vide, mi disse:

«— Hai un bel ceffo!

«— Perchè? forse perchè mi vede in questi panni? Ella dovrebbe capire,

che non sono tagliati a misura.

«Il giudice si fece allora serio, e cominciò l’interrogatorio,

chiedendomi soltanto i particolari sull’attacco di _Nuzzi_ e di _Monte

Rasu_.»

*

* *

Giovanni Tolu continuò a narrarmi i particolari della sua vita di

carcerato, che io ometto.

Le prime pratiche furono fatte per una cella separata, a pagamento, che

gli venne subito concessa. Avendo pure ottenuto che l’amico Zara gli

mandasse ogni giorno il pranzo da casa, egli voleva che si passasse la

sua zuppa ad un carcerato vicino, col quale si era messo in relazione.

Ciò niegatogli, dispose che fosse data ai poveri.

Il contegno di Giovanni Tolu in carcere (secondo la sua confessione)

non era stato troppo edificante. Egli perdeva facilmente la pazienza,

s’irritava per ogni nonnulla, ed ebbe più volte aspre parole coi

carcerieri e con qualche detenuto. Lo star chiuso da mattina a sera in

una cella angusta, priva d’aria e di sole, non poteva certo confacersi

ad un uomo, abituato da trenta anni a battere la campagna sterminata,

sotto l’immensa volta del cielo.

*

* *

Non appena corsa la voce dell’arresto, si era manifestata nel popolo

una corrente simpatica, favorevole a Giovanni Tolu. La lunga serie

d’anni trascorsi aveva gettato un velo pietoso sulle colpe giovanili

del bandito florinese, e più non si volevano ricordare che le azioni

generose, compiute durante l’ultimo ventennio. Il popolo entusiasta

esaltava le virtù dell’arrestato; le vicende della sua vita leggendaria

furono per molti giorni l’argomento di tutte le conversazioni, di tutti

i discorsi; e l’autorità giudiziaria se ne impressionava, prevedendo

l’influenza che avrebbe esercitato quella simpatia sull’animo dei

giurati.

Fu dunque creduto cosa prudente togliere Giovanni Tolu ai suoi Giudici

naturali, per rinviarlo ad altra Corte d’Assise dell’isola.

Il 9 luglio 1881 la Corte di Cassazione di Roma dichiarò prescritti

quattro processi; revocò la sentenza contumaciale di morte del 1869;

e per i reati di _Nuzzi_ e di _Monte Rasu_ rinviò Giovanni Tolu alle

Assise di Oristano.

Prima di lasciare le carceri di Sassari, il cappellano si presentò a

Tolu, chiedendogli se volesse confessarsi, in occasione del Giubileo.

— Non sono disposto! — rispose secco l’ex bandito.

Dopo un anno e tre mesi d’ingrato soggiorno nelle carceri di Sassari,

Giovanni Tolu fu trasferito a quelle di Oristano, il 9 gennaio del

1882.

*

* *

Il bandito mi dichiarò, che nelle carceri di Oristano fu trattato

più umanamente, e si sentì più tranquillo. Egli fece amicizia coi

bambini del direttore, e passava con essi ore deliziose, parendogli di

trattenersi co’ suoi nipotini.

Nel giorno di Pasqua un amico gli mandò una caraffa di vernaccia ed

un piatto di lunghe frittelle alla sarda. Tolu chiamò la bambina del

direttore; le adattò al collo un pezzo di frittella a mo’ di collana, e

le disse:

— Va dal babbo, e pronuncia queste parole in nome mio: «— Come

facilmente si spezza la mia collana, così fra poco si spezzeranno le

catene di Giovanni Tolu!»

Anche ad Oristano si era presentato in carcere un frate dalla lunga

barba, che aveva domandato a Tolu se intendeva confessarsi.

— Non sono disposto! — rispose il bandito.

— Perchè?

— Perchè io mi confesso quando a me piace: quando la coscienza me lo

suggerisce. La legge di Cristo non m’insegna altro!

— Che ne sai tu?

— Sono stato sagrestano, reverendo!

Il frate se ne andò borbottando. Appena uscito, fu detto al Tolu che

era l’arcivescovo.

Avevano annunziato al bandito, che il suo dibattimento si sarebbe

tenuto in quelle Assise nei tre giorni dal 14 al 16 giugno. Nuovi

incagli, però, nuovi timori, e nuovi scrupoli, consigliarono i giudici

a non fidarsi dei giurati d’Oristano, dove si erano manifestate le

stesse simpatie in favore del bandito.

Il 29 maggio di quello stesso anno (1882), dopo quattro mesi di

detenzione, Giovanni Tolu fu tolto dal carcere di Oristano, per essere

trasferito a quello di Cagliari.

*

* *

Le carceri di Cagliari non gli lasciarono grata impressione. Cominciò

dal bisticciarsi coi carabinieri, che lo avevano tradotto alla torre di

San Pancrazio, stringendogli le manette in modo inumano.

Chiuso in cella, ebbe più tardi un battibecco a causa dei fornitori del

vino e del tabacco, i quali defraudavano i poveri prigionieri. Se ne

lamentò col direttore, che finse di dargli un po’ di ragione...

Neppure a Cagliari Giovanni Tolu ebbe il giudizio. Si tornò a tirar

fuori la corrente troppo favorevole al detenuto, le simpatie per

le azioni generose, le influenze degli avvocati, e simili. Si parlò

d’altra Assise.

— Se si continuerà la linea retta, mi manderanno a Tunisi! — disse Tolu

al direttore.

Il procuratore del re aveva trasmesso gli atti alla Corte di Cassazione

di Roma; e questa designò per il giudizio la Corte d’Assise di

Frosinone.

— Ho capito! — fece Tolu — mi si manda da Erode a Pilato. Si finisse

almeno col lavarsene le mani![39]

Nella prima diecina del settembre successivo (dopo altri tre mesi di

detenzione) il bandito florinese fu portato alla darsena; lo si gettò

nella stiva del piroscafo, e lo si fece sbarcare a Civitavecchia, per

poi proseguire fino a Frosinone, nella Romagna, dove le memorie del

brigantaggio erano ancora vive.

— Il quarto carcere? — esclamò — Speriamo almeno che sia l’ultimo!

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 43 / 63 题