CAPITOLO XIV.

Lo scandalo d’una tresca.

Fu intorno a quel tempo, che, senza volerlo, cominciarono a pervenirmi

le notizie sulla condotta di mia moglie a Florinas. Dico _senza

volerlo_, poichè non mi ero mai occupato di lei, nè di lei volevo mi

si parlasse mai. Mi contentavo di lasciare quella disgraziata in preda

al suo destino. Vivente nell’abbandono e nella miseria, ella trascinava

l’anima nel rimorso e il corpo nel digiuno, in espiazione d’una colpa a

entrambi fatale.

Per diversi anni il paese aveva ritenuto Maria Francesca come una donna

savia, rassegnata a subire cristianamente la sua cattiva sorte. Io,

invece, da qualche tempo ero informato, che il contegno di lei non era

così onesto ed esemplare, come si dava ad intendere ai credenzoni. Il

sospetto d’una tresca, che prima vagamente e poi con più insistenza si

metteva in giro, era diventato realtà.

Una donna che abitava nella casa vicina, affacciandosi per più notti

ad una finestra che dava sul tetto della casupola di Maria Francesca,

aveva udito distintamente la voce di un uomo. Sorpresa dalla strana

conversazione in casa della sarta ad ora sì tarda, ne aveva dato avviso

ad alcuni amici; i quali, volendo conoscere il misterioso visitatore

notturno, avevano deciso di fargli la posta per darsi spasso[24].

Nei villaggi — dove i passatempi son pochi, e molti gli oziosi — gli

scandali servono di pascolo ad ogni ceto di persone, buone e cattive.

Quei curiosi rimasero in vedetta lungo la notte; finchè al mattino,

un’ora prima dell’alba, videro aprirsi la porta della casupola di

Maria Francesca, ed uscirne un uomo incappucciato. Pedinatolo per

diverse mattine, riuscirono a ravvisarlo. Era Baingio Maronzu, modesto

macellaio, piccolo commerciante di bestiame, e amante di mia moglie.

La notizia si divulgò, fece chiasso, divenne pubblica. Le comari

del paese, la cui lingua non riposa neppur nel sonno, si diedero a

commentarla, ora accusando, ed ora scusando Maria Francesca, a seconda

i rapporti di amicizia o di parentela coll’adultera. Alla piccante

avventura (per sè stessa poco singolare) si volle dare una grave

importanza per i personaggi che vi erano implicati. Trattavasi della

moglie di un famoso bandito vivente, e di un ganzo ammogliato, padre di

cinque figli. Si diceva da tutti con raccapriccio:

— Che farà Giovanni Tolu dei due colpevoli?!

Ma Giovanni Tolu era tranquillo nella Nurra, nè pensava a consumare

una carica di polvere e due palle contro una donna che più non gli era

moglie, ed alla quale, da qualche anno, aveva strappato la figliuola,

prevedendo quanto sarebbe avvenuto.

Dopo la nostra separazione — come ho detto ultra volta — i genitori di

Maria Francesca non si erano più recati a far visita alla figliuola, nè

avevano ad essa permesso di visitarli con troppa frequenza. Essi davano

ad intendere, che ciò si voleva per non inasprirmi; ma il vero scopo

era quello di non volersi sagrificare a soccorrere la poveretta, da

essi traviata.

Eppure io sapeva, che Salvatore Meloni e sua moglie, tanto schizzinosi

nell’avvicinare la figliuola, non sentivano scrupolo a ricevere in casa

Baingio Maronzu; il quale faceva loro parte delle carni che macellava.

La studiata generosità era servita di mezzo al buon amico per la sua

relazione illecita con Maria Francesca; la quale, in quel tempo, aveva

forse più bisogno di pane, che delle carezze di un padre di cinque

figli!

Quando la notizia della tresca pervenne alla Nurra, già da una

settimana ero informato di uno scandalo maggiore. I miei parenti, che

vigilavano ad occhi aperti, erano venuti a dirmi:

— Bada, Giovanni! Tua moglie trovasi in istato d’inoltrata gravidanza!

L’ambasciata non mi giunse amara, nè mi fece montare sulle furie;

pensai invece a premunirmi contro lo scandalo, rendendo pubblico il

fallo di mia moglie.

Feci subito scrivere due lettere a Florinas: una al sindaco dottor

Serra, e l’altra al rettore Dettori, annunziando loro la gravidanza

illegittima di mia moglie, ed avvertendoli di farla sorvegliare, perchè

allevasse la creatura che da lei sarebbe nata.

Ammonita da entrambi sollecitamente, Maria Francesca protestò contro la

diceria calunniosa; ma il dottor Serra le fece conoscere la pena che il

Codice Penale infliggeva, a chi avesse tentato di far sparire il frutto

della propria colpa.

— Il fatto è ormai noto al paese — conchiuse il sindaco — ed io più di

ogni altro sono in grado di affermare il vero!

I miei parenti, dietro gli ordini da me ricevuti, raddoppiarono la

vigilanza, benchè inutilmente. La scaltra donna, assistita da alcune

comari compiacenti, riuscì a mandar fuori di casa il neonato, senza che

alcuno se ne avvedesse. Il bambino fii esposto e raccolto nel paese di

Bonnanaro, e i due funzionari non poterono far nulla.

Sparsasi la voce dell’interessamento da me preso per la gravidanza

di mia moglie, i due adulteri si sgomentarono, credendo scioccamente

ch’io non avrei frapposto indugio a massacrarli. Da soli tre giorni

era avvenuto il parto, quando i due colombi lasciarono Florinas per

fuggirsene a San Gavino Monreale, al di là di Oristano. Mia moglie

riuscì a collocarsi come balia a Cagliari; e Maronzu, non ritenendosi

abbastanza sicuro nell’isola, si recò a Portotorres, e di là prese

imbarco per Marsiglia, abbandonando la druda, la moglie, e tutti i suoi

figliuoli.

Morta la bambina affidatale come balia, Maria Francesca lasciò Cagliari

per ritirarsi nel villaggio di San Gavino Monreale, dove non tardò a

raggiungerla il suo drudo, stanco della vita miserabile che menava in

Francia.

Dopo circa due anni di assenza, l’uno e l’altra vollero far ritorno a

Florinas; ma vivendo in continue angustie per paura della mia vendetta,

spiccarono di nuovo il volo per San Gavino. Ivi Baingio acquistò una

casetta in nome di mia moglie, coi risparmi fatti nella miniera di

Monteponi, dove venne accettato come manovale.

Non sono molti anni che quella donna leggera, benchè inoltrata negli

anni, si separò dal drudo per unirsi ad un vecchio militare in ritiro.

Così appresi per caso dalle chiacchiere degli amici — poichè, lo

ripeto, non volli mai occuparmi di una donna, che non ho riveduto da

oltre quarant’anni, e che spero di mai più rivedere in questo mondo, nè

nell’altro.

La voce pubblica (che viene chiamata _voce di Dio_, sebbene non ne

azzecchi mai una!) andava dicendo, che io avessi più volte tentato

di uccidere i due adulteri, tendendo loro un agguato. Nulla di più

falso! — Dirò, anzi, che più d’una volta ebbi a tiro di fucile Baingio

Maronzu, ma mi guardai di spararlo, per non perdere una carica di

polvere e due palle. Così pure dirò, che facilmente avrei potuto

uccidere Maria Francesca; poichè se da lei mi fossi creduto offeso,

sarei stato capace di pugnalarla nella propria casa, dentro Florinas.

Ho già detto, come per togliere la vita a Francesco Rassu (da me ferito

in campagna) io mi fossi spinto fin sulla soglia della sua abitazione,

poc’ora dopo che n’erano usciti il medico ed il pretore.

Perchè, d’altronde, uccidere Maria Francesca? La pagavo col disprezzo,

ma non l’odiavo. Giovane inesperta, mal consigliata, abbandonata da’

suoi genitori, vivente nella miseria, era caduta nel fango per colpa

d’altri: di quel sordido prete, a cui Dio avrà chiesto conto dell’anima

buona da lui traviata. Chi lo sa? forse io devo alla piccola Maria

Antonia, se non divenni allora un ussoricida. Non avrei certo esitato

ad uccidere mia moglie; ma non potevo uccidere la madre della mia

figliuola!

Erano dunque abbastanza puniti i due adulteri, ed io per essi non

dovevo compromettere la mia coscienza. Baingio Maronzu, d’altra parte,

non si era unito a mia moglie, ma ad una donna da me ripudiata, e che

più non mi apparteneva. Anch’io era stato reo dello stesso peccato, nè

avrei saputo in altri punirlo[25].

Per Maria Francesca si era avverata la mia profezia. Dopo la

nostra separazione avevo detto a’ suoi parenti: — voi ne farete una

sgualdrina!

Destino di questo mondo! Io, abile lavoratore; lei, buona massaia,

eravamo nati per vivere felici nella nostra casetta di Florinas. E

invece, che fu di noi? Battemmo disgiunti una falsa strada: quella

dell’infamia. Chi eravamo noi? Io, il bandito della foresta — lei la

druda di un ammogliato. Fuggiaschi entrambi da un punto all’altro

dell’isola, avevamo bisogno di nasconderci: lei per dar la vita a

figliuoli bastardi — io per toglierla a’ miei persecutori!

Un solo cruccio ho risentito per l’abbiezione di Maria Francesca: — la

mia figliuola meritava una madre migliore!

Oh quante volte, quando mi sedevo la bambina sulle ginocchia, io le

diceva, senza che mi comprendesse:

— Povera creatura! tu sei alta poco più del mio coltello omicida;

nessuno ti conosce, nessuno ti cura, nessuno sa quanto vali! Eppure

dovrebbero adorarti in ginocchio come una Madonnina! Eppure molti

contadini e signori di Florinas dovrebbero caderti ai piedi, per

ringraziarti delle vite che hai risparmiato al nostro paese! Molto

sangue avrei sparso ancora, se io non ti avessi incontrato sul mio

cammino! Non ti manca che una sola virtù, figliuola mia: — quella di

non aver saputo spegnere nel mio cuore l’odio verso il prete Pittui —

verso l’uomo fatale, che a me tolse la pace... e a te la madre!

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 28 / 63 题