Alla Nurra.
Datomi alla campagna dopo l’attentato alla vita di prete Pittui, io
non poteva dimenticare la Nurra, vasta regione che da giovinotto avevo
visitato con frequenza, chiamatovi per i lavori del seminerio, per la
mietitura, e per il raccolto del grano. Come ho già detto, ero salito
in fama di uno dei più abili lavoratori di campagna. Le mie cognizioni
agricole, il mio ardore, la mia instancabilità, mi avevano procurato
la conoscenza di molti proprietari di terre e di bestiame. D’ordinario
io veniva invitato come capo agricoltore, coll’incarico della scelta
degli uomini adatti al lavoro; epperciò godevo d’una stima e fiducia
illimitate.
Non potevo dunque dimenticarla, la Nurra, territorio accidentato,
sicuro, adatto per i banditi, perchè ricco di montagne, di foreste,
di macchioni e di rifugi quasi inaccessibili ed inesplorati. I casali
e gli ovili, posti a grandi distanze; i pastori ospitali e fedeli
per indole; le rare visite dei carabinieri per la inaccessibilità dei
luoghi, facevano della Nurra un soggiorno assai gradito ai latitanti
del Logudoro e di altre regioni della Sardegna. Da tutta l’isola,
infatti, vi accorsero in ogni tempo agricoltori, pastori, e banditi,
i quali finirono per domiciliarvisi; e ciò si desume dai casati delle
famiglie, molte delle quali rivelano l’origine degli abitatori — come i
Bittichesu, i Rebecchesos, ed altri molti.
Sparsi per la Nurra saranno un 270 ovili circa; ognuno dei quali
possiede in media un centinaio di _rasieri_ di terra (circa 140
ettari).
Nei primi tempi che io vi andai (verso il 1845) la fama dei nurresi
non correva troppo buona. Mi si disse dai più anziani, che non pochi
lavoratori forestieri vennero uccisi dai proprietari, per non pagar
loro alla fine dell’annata il salario dovuto.
Gli abitanti della Nurra erano protetti dai signori di Sassari; i quali
assai spesso se ne servivano come _bravi_, massime nei tempi in cui più
ardevano le inimicizie tra le famiglie cittadine.
La zona delle mie escursioni era ristretta. Il campo di azione era
per me limitato ai soli territori della Nurra e di Florinas, ch’io
conoscevo palmo a palmo. Mi spingevo qualche volta fino ad Osilo, a
Sorso, o ad altri paesi lontani, solo per compiacere i banditi coi
quali mi univo. È consuetudine che l’uno serva di guida all’altro nel
territorio del proprio paese.
Nei primi anni di banditismo, poco mi allontanai dal mio paese,
dov’erano sparsi gli ovili dei parenti e dei fidi amici che mi
soccorrevano, e dai quali potevo facilmente attingere informazioni su’
miei avversari, per affrontarli, o per sfuggirli. In seguito sbollì
nel mio cuore il patrio entusiasmo. A Florinas non avevo più affetti;
non avevo più nido, perchè me lo avevano distrutto i miserabili che
giurarono la mia rovina. Più tardi la Nurra divenne la mia seconda
patria, perchè in essa e a Portotorres erano concentrati tutti i miei
affetti, come dirò nel corso della mia narrazione.
Anche fra i banditi vi sono i tristi, i miserabili, che vendono il
proprio compagno, adescati dal lucro d’una taglia, o dalla speranza
della propria impunità. Ma è cento volte da preferirsi il cader
fulminato sotto le palle dei carabinieri, che viver libero, segnato a
dito qual traditore e spia. D’altra parte questi tali non vivono sicuri
neppure in libertà, poichè non tardano a cader vittima del proprio
tradimento, per opera dei parenti del tradito.
Io posso dire di aver passato i miei trent’anni di banditismo fra le
campagne di Florinas e quelle della Nurra.
La mia vita di bandito, in rapporto al soggiorno, potrebbe dividersi
in due distinti periodi. Durante il primo decennio mi fermai più a
lungo nei dintorni del mio paese, facendo brevi soste nella Nurra,
da me ritenuta come luogo di diporto e di villeggiatura. Nel secondo
periodo, al contrario, feci brevi le soste nel territorio di Florinas,
per fermarmi più a lungo nella Nurra, finchè la prescelsi a mia stabile
dimora.
*
* *
Come altrove dissi, mi esercitavo continuamente nella lettura. La
storia dei _Reali di Francia_ era fra i miei libri prediletti, e
tuttora la conservo. Ho sempre letto con vivo piacere le avventurose
gesta di _Fioravante_ e di _Buovo d’Antona_; e confesso che esse
eccitarono la mia immaginazione, contribuendo ad accrescere nel
mio animo le ansie della lotta e del combattimento. Tutti gli altri
libri, che in seguito lessi, erano dello stesso genere. I fatti d’armi
m’inebbriavano.
Nelle mie prime gite alla Nurra, io visitava qua e là gli _stazzi_
(casolari isolati) de’ miei vecchi amici, dov’ero accolto con molta
cordialità, e dove trovavo conforti e soccorsi, che lenivano in parte
le mie continue ambascie.
Nei famigliari colloqui con quella buona gente io dimenticava, almeno
per brev’ora, le mie sofferenze e gli odî miei. Avevo bisogno di
scambiare quattro parole con un mio simile, perchè i ricordi dolorosi
venissero con meno insistenza a martellarmi il cervello, e perchè
i sogni di sangue turbassero meno le brevi ore del mio riposo. Il
silenzio e la solitudine mi erano cari; ma io mi avvedevo che in seno
ad essi fantasticavo troppo, diventavo più irrequieto, più irascibile,
più feroce nei propositi di vendetta.
Quando mi trovavo solo — massime nelle fredde e tempestose giornate
invernali — mi pareva che i miei pensieri nuotassero come in un lago
di sangue; mentre invece quando mi trattenevo a scherzare colle donne e
coi bambini dei pastori, dimenticavo di essere un fuggiasco maledetto,
e mi pareva di vivere nel focolare domestico, insieme alla famigliola
che avevo sognato. Raccontavo alle donne le barzellette, narravo ai
pastori qualche passo della Storia sacra o dei _Reali di Francia_, e il
tempo mi volava.
*
* *
Il lungo ozio, mi aveva aguzzato la mente. Poco per volta mi ero
perfezionato nella lettura e nelle nozioni popolari di medicina. Ero il
medico della gente di campagna, perchè conoscevo la virtù di non poche
erbe medicinali, e molti segreti per le cure, attinti all’esperienza.
Venivo chiamato con frequenza al letto degli ammalati, perchè conoscevo
la febbre. Avevo sempre meco le lancette, e salassavo le donne incinte
e gli uomini di temperamento sanguigno; poichè a quel tempo il salasso
era tutto; e quando l’uomo riusciva a cavarsi un po’ di sangue si
credeva immune da qualunque malanno. Naturalmente io entrava negli
ovili con circospezione, e tenevo sempre un occhio sull’ammalato e un
occhio alla porta, poichè sapevo che i carabinieri non avevano troppo
rispetto per l’uomo della scienza!
Le mie nozioni popolari di medicina e di chirurgia erano molte: tutte
indispensabili ai banditi, i quali non possono ciecamente affidarsi
alle cure di un medico.
Fra le altre cose, io era salito in fama per la guarigione delle
fistole. Tagliavo un’erba che nasce nei luoghi umidi (da noi chiamata
_s’erva de sa rana_, o _de sus fistolas_) pronunciando per tre volte il
nome della persona ammalata; la facevo seccare al sole, la riducevo in
polvere, e la somministravo per nove giorni di seguito al sofferente,
sciolta nel caffè o nel brodo. Il difficile stava nel cogliere l’erba
in tempo utile. Guai se si sbaglia il giusto punto della luna!
Parimenti famoso ero nella guarigione delle grosse piaghe alle gambe.
Prendevo il femore di un uomo ucciso a malefizio; lo raschiavo, e ne
applicavo la polvere sulla piaga. Consumato tutto l’osso, la persona
era guarita. Non mi fallì mai una cura!
Narrerò in proposito un aneddoto.
Un giorno fui chiamato dal prete Matteo Sanna di Florinas, il quale
camminava zoppo, a causa di molte piaghe alle gambe.
— Ti chiedo un favore — mi disse. — Tu che vai in giro per la campagna,
e conosci tante vittime immolate per vendetta, devi procurarmi l’osso
della gamba di un uomo morto di palla, o di pugnale. Ho bisogno di
raschiarlo per guarirmi dalle piaghe che mi tormentano.
— Lei è prete — gli risposi — nè so se io possa, senza peccato,
soddisfare al suo desiderio. Trattasi della profanazione di un
sepolcro, e vorrei sapere se mi assolverebbe, se venissi a confessarmi
da lei!
Il prete mi disse solennemente:
— Quando una cosa si fa per il bene, il bene uccide il peccato!
Gli portai l’osso desiderato, e il prete guarì. Questo buon successo mi
rese più saldo nella mia convinzione[4].
Dirò un altro fatto. Venni un giorno chiamato a curare un certo tale,
affetto da un grosso tumore al ginocchio. Sul tumore erano chiaramente
segnati i due occhi, il naso e la bocca di una testa di morto.
Interrogato l’infermo, egli mi confessò di aver avvertita l’enfiagione
poco dopo di aver dato un calcio ad un teschio, capitatogli fra i piedi
attraversando una viottola.
L’infermo e i parenti sapevano, al pari di me, che il rimedio
infallibile era l’osso di un morto. Promisi di cercarlo, e indicai un
posto in campagna per venire a ritirarlo.
Non dimenticherò mai quel giorno; poichè nel momento che consegnavo il
femore ai tre amici dell’infermo, vidi a poca distanza da me quattro
carabinieri immobili, che mi guardavano fisso. In due salti raggiunsi
un’altura, dove mi seguirono i compagni. I carabinieri continuavano a
piantarmi gli occhi addosso; ed allora feci loro segno colla mano di
accostarsi. Per fortuna essi si allontanarono, dopo aver scambiato fra
loro qualche parola. Mi persuasi quel giorno, che anche la professione
di medico non va esente da pericoli!
*
* *
Lo studio delle lettere mi tornava più gradito della medicina, poichè
potevo coltivarlo con meno spasimi. Chiuso nel crepaccio d’una roccia,
o sdraiato in mezzo a una folta macchia di lentischio, io leggevo
stentatamente, ma con pazienza e molto piacere, i miei tre libri
prediletti: l’ufficio della Beata Vergine, regalatomi del Rev. Dettori,
rettore di Florinas; i _Reali di Francia_, che possedevo da lungo
tempo; e una piccola Bibbia del Diodati, che avevo acquistata da un
rivenditore ambulante di libri.
Ripeto dunque, che vivevo con piacere nella Nurra, dove meno erano
i pericoli, e dove non mi mancava un po’ di svago, compreso qualche
amoruccio, come narrerò in seguito.
Non tralasciavo, pertanto, di far frequenti gite al mio paesello
natìo, quando sentivo il bisogno di rivedere la mamma e i congiunti,
per cambiarmi la biancheria, o per chiedere notizie di nemici che non
cessavano di tendermi insidie.
Le vendette da me compiute davano un po’ d’inquietudine ai miei
compaesani, non esclusi i signori.
Comincierò dunque dal narrare le principali mie avventure nella Nurra,
nonchè il risultato delle mie gite a Florinas, quando di tanto in tanto
ero costretto ad andarvi.