Don Luciano è stato subito informato da Cincino D'Ermoli dell'arrivo
a Roma della vecchia D'Orea, con quella perla... nera e funebre di sua
moglie.
— Ah! Ah! La zia bigotta che regge il lume!
Prima un ghignetto, poi si stringe nelle spalle.
— Non è il caso di essere geloso. — Che! Paolo è accidentato e
Francesca non è più che un'ombra con gli occhi!
Per certe viste, non dispiace anzi a don Luciano, l'arrivo di sua
moglie, presso suo fratello il ministro. Tutt'altro! Socialista in
politica, nelle finalità lontane, sta benone! Ma al presente, in
pratica, fra gli impresari, gli agenti e... il resto, bisogna essere
soprattutto il fratello... di suo fratello! Don Luciano D'Orea è
passato, per ciò, naturalmente, dal partito che dichiara «il povero
D'Orea già spedito» a quello che annunzia «l'alacre e illustre uomo in
piena convalescenza».
E... non più disprezzo per quel taccagno, senza talento! Esprimere,
invece, ammirazione e affezione. Ciò è in urto col suo carattere
franco, leale, e indipendente... dalla gratitudine e anche dal galateo;
ma... ma come si fa? Bisogna rassegnarsi!
«Vuolsi così colà, dove si puote». Così vuole, Fanfan!
In seguito allo strepitoso successo della _Manon_, si sta preparando
al Costanzi un altro grande avvenimento artistico: la _Fedora_,
protagonista la signorina Trécoeur. E anche Fanfan, per via delle vie,
fa la ministressa a sua volta, accettando suppliche, promettendo favori
e lasciando sperare al direttore d'orchestra _un joli ruban rouge et
blanc_.
Poi... la _Scala_. Vincere la maledetta camorra, alta e bassa, della
_Scala_!... Quel pubblico perfido e infame!... Bisogna assolutamente
che _monsieur D'Oreà_ resti al potere e che don Luciano si mantenga,
con lui, in ottimi rapporti, finchè lei non ha trionfato completamente
anche alla _Scala!_
Fanfan Trécoeur, a tutti gli amici e agli ammiratori che la visitano
in casa e in camerino, dà sempre, con l'imperturbabile sicurezza di un
qualunque signor Zaccarella, ottime notizie e particolari informazioni
sulla salute di _monsieur D'Oreà_.
— Oh, sua moglie, la Remigia, è contentissima! _Aux Anges!_ Aveva
tanta paura di dover rinunziare alle feste di Napoli, della Spezia e
di Venezia! Si troverà a Roma, per altro, certamente, per la grande
_première_ della _Fedora!_... Ieri, sono arrivati gli altri parenti
di Fiumicino per vedere _monsieur D'Oreà_ ristabilito e rallegrarsi
con lui! La vecchia zia ricchissima, e la cognata molto bella, Maria
Grazia...
Fanfan chiama sempre Luciano, don Luciano, per tenerlo a debita
distanza, ma usa di chiamare assai confidenzialmente, col solo nome di
battesimo, tutte le signore _D'Oreà_ — non sa ancora pronunziare D'Orea
— e Moncavallo. Ella si dà l'aria d'essere della famiglia e assicura i
suoi amici che sta facendo la predica a don Luciano, per fargli mettere
giudizio; per indurlo ad essere più amabile e più... buon marito.
— Voglio restituirlo a sua moglie assai migliorato!
Ella dichiara, per conseguenza, che i loro rapporti sono ristretti,
oramai, ad una pura ideale amicizia. Quando si tratta della voce, non
si scherza!
Del resto, lui, don Luciano, innamoratissimo oggi come ieri, sempre
furiosamente. Ma lei? Fanfan?... _Giammai!_ Con don Luciano _D'Oreà_,
non ci ha mai messo del suo.
Ci tiene questo a ripeterlo a tutti, a dichiararlo a tutti, amici,
giornalisti, compagni d'arte: al maestro, all'impresario e ai
porta-ceste.
— Ah, no, cari miei! Anche in passato, nei pochi momenti, e molto
insulsi, in cui era costretta... — sempre _vite! vite!_ — ad
immolarmi... Del mio?... _Giammai! Glacé à la napolitaine!_ Io sono
sempre stata troppo fiera! Il mio carattere si ribella! Impossibile!
Non ho mai potuto amare l'uomo al quale devo delle obbligazioni! I cani
soltanto, possono amare il padrone! Io, grazie a Dio, sono un'artista!
Il mio amore è libero e disinteressato!... Tutto per niente!
Anche don Luciano stesso è ben convinto, che... con la voce non si
scherza! Anzi, è lui che ha più paura e maggiori riguardi. Guai, se la
_Fedora_ non fosse stata un altro grande successo!
Pagava cari gli applausi, ma sapeva, per prova, che avrebbe dovuto
pagare assai più cari i fischi!
— Con la voce di Fanfan... Ma anche con Fanfan non si scherza!
In que' giorni don Luciano ha un gran da fare a preparare il successo.
Lavorare il pubblico, lavorare la stampa. Inviti a colazione, a pranzo,
gite in automobile, mettere a profitto amicizie, aderenze, influenze;
essere più che mai il fratello... di suo fratello il ministro dei
Lavori Pubblici.
Che vitaccia, povero don Luciano! Spendere, indebitarsi, finire di
rovinarsi... pazienza; umiliarsi, pazienza... Ma non bastava più
telegrafare; bisognava scrivere lettere...
Sicuro! Don Luciano, per il successo di _Fedora_, si rassegnava
a scrivere alle agenzie, ai direttori dei giornali artistici, ai
direttori dei teatri... E con tutto ciò, a sentire Fanfan, in que'
giorni pure assai nervosa, sempre per via della _Fedora_, lui non
faceva mai niente di bene, non sapeva muoversi, non sapeva montare
la macchina. Era debole, era fiacco, era avaro; per farlo correre, lo
colpiva con la solita sferzata:
— Oh, mister Kennet! Quello sì, è un uomo!
C'era uno scenario un po' misero? — Mister Kennet, non avrebbe mai
permesso un orrore simile! — Il vestiarista, era in ritardo? — Oh, con
mister Kennet, a quest'ora, sarebbe tutto pronto! Con voi, caro mio, si
arriva sempre tardi perchè — altro che automobile! — l'omnibus! I mezzi
di trasporto più economici!
Don Luciano sapeva che a Roma si faceva già il nome del miliardario
americano come suo associato nelle spese, ed era questo il suo spasimo,
la sua ossessione. Gli veniva oscurata tutta la gloria... di rovinarsi
solo per la Trécoeur!
— E mia moglie?... — pensa in que' momenti di angoscia, di rabbia, di
gelosia. — Non è tempo che la mia signora moglie ritorni a Fiumicino?
Ma sopraggiunge una notizia che fa quasi svenire Fanfan dalla gioia e
che raddoppia le pene di Luciano, non lasciandogli più tempo di pensare
ad altro.
— Il maestro Coccardè, ha risposto — _Oui: j'irai te voir!_ — Ha
accettato di venire a Roma da Parigi per assistere alle ultime prove e
alla prima rappresentazione della _Fedora_.
— Subito! Subito! _Al Grand Hôtel!_ Il miglior appartamento! E il suo
_Champagne!_ Non soltanto, la marca, anche l'annata!
Non beve altro: se non c'è il suo _champagne_ con la marca preferita e
l'annata migliore, il maestro Coccardè, a Roma, arrischia di morir di
sete!
Don Luciano, quando arriva il maestro, deve andarlo a prendere alla
stazione per condurlo direttamente a teatro, dove Fanfan ha la prova.
Niente automobile. Il maestro Coccardè li abborre: fetore e sudiciume.
Bisogna andare in landò, e in landò chiuso in un giorno in cui si
scoppia dal caldo. Il maestro Coccardè ha sempre freddo, è assai
delicato di gola e porta con sè una certa tossettina seccherella che
deve aver preso dalla _Violetta_ della _Traviata_ e che cura, come
tutto il resto, a _Champagne_.
Il maestro arriva col vagone pieno di scialli, di sporte, di bottiglie,
di scatole, di valige e di valigette. Non bastano due facchini: anche
don Luciano deve caricarsi di una cesta piena di commestibili e di una
pelliccia. Il maestro Coccardè ha il cappello a cilindro, un foulard
rosso al collo e il paltò. Saluta appena, con mal garbo, il signor
D'Orea che abborre quanto i suoi automobili, perchè non è abbastanza
signore, perchè è uno spilorcio, perchè non ha orecchio e forse, perchè
anche nell'animo del maestro c'è lo stesso sentimento, come in quello
di Fanfan, di fierezza indipendente.
In carrozza, nel tragitto dalla stazione al teatro Costanzi, poche
parole e non un ringraziamento. Ma sul palco-scenico l'incontro del
maestro con Fanfan è commovente: l'abbraccia, la bacia, si scosta,
l'ammira: — _Tenez, la voilà!_ — Torna a baciarla e ad abbracciarla.
Poi le partecipa la grande notizia.
— Sai, Fanfan?... Sarà qui, indubbiamente, verrà per la prima della
_Fedora_, per il tuo nuovo, strepitoso trionfo... Indovina?
— Chi?... — Fanfan ha già capito ed anche Luciano, che diventa verde.
Il maestro Coccardè, si leva la tuba e si toglie dal collo il
fazzoletto di foulard per dare la lieta notizia con più enfasi e con
tutte le sue poche, ma belle note superstiti:
— Il mio amico, il tuo amico, il nostro carissimo mister Kennet! Ha già
fissato l'appartamento all'_Hôtel Bristol!_
A Luciano si annebbia la vista. È furibondo, si sfoga contro lo
scenografo e con i coristi, una massa di cani! Poi tace, si rode,
s'imbroncia, seduto in un angolo del palcoscenico, finchè Fanfan lo
manda via perchè con quel muso dinanzi, è impossibile!... Non può
provare!
— Tutte così, le donne!... Tutte così!... Ma soltanto con me! È il mio
destino infame!
Continua a bestemmiare e a brontolare per un pezzo. Poi gli viene
un'idea: salta in una carrozzella e si fa condurre all'_Hôtel de Rome_.
— Andiamo a sentire da quella mia cara signora moglie quando fa conto
di ritornare a Fiumicino!
La _botte_, con un alto ronzino giallo, sfiancato, scende mezzo al
galoppo e mezzo al trotto da via Nazionale.
Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante, prostrata sotto
il solleone, che dardeggia fiamme infocate sui graniti delle vie e sui
marmi dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi deserta, il
Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso da un'improvvisa furia di
frustate, ripiglia il galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano,
mezzo sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo di Roma.
Fa a piedi l'ultimo tratto, ed entra:
— Che c'è?... Ch'è successo?
Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione insolita
a quell'ora, in cui non ci sono nè arrivi, nè partenze... Un via vai di
gente affrettata, inquieta...
— Che c'è?... Ch'è successo?
Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente dallo
scalone, tutto rosso, trafelato, turbato. Ha lo _stiffelius_ e il
panciotto sbottonati, e ha in una mano alcuni foglietti; ricette,
evidentemente.
— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?...
L'altro non lo riconosce nella confusione del momento e non gli
risponde. Chiama i due fattorini dell'ascensore, e consegna all'uno
e all'altro i vari foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo
il nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole etere...
ossigeno...
Luciano non ha più dubbio. Suo fratello ha avuto un altro colpo.
Corre per andar di sopra, dà una spinta, butta in là un cameriere
che incontra, ma quando sta infilando lo scalone, sente parlare
concitatamente nel camerino imbottito del telefono. Si ferma,
ascolta... Riconosce la voce. Apre l'uscio di colpo, chiamando,
gridando forte:
— Signor Zaccarella!
Il signor Zaccarella si volta: è pallido, sfigurato.
— Che c'è? Ch'è successo?... Giacomo... è di nuovo aggravato?
Il signor Zaccarella rimane muto un istante... Lo guarda fisso, volge
intorno un'occhiata circospetta, poi gli si avvicina, tenendo sempre
nella mano il comunicatore e gli sussurra piano all'orecchio:
— È spirato or ora. Ma silenzio, con tutti. Prima di dare la notizia
bisogna aspettare le istruzioni di Sua Eccellenza il Presidente del
Consiglio!