Giacomo D'Orea, deve fermarsi qualche giorno a Bex, prima di salire
alla _Tête-pointue_.
Deve farsi al clima e all'aria. Il lavoro eccessivo l'ha un po'
logorato, e basta la più piccola imprudenza a dargli i crampi allo
stomaco e l'emicrania.
A Bex, i due fratelli vivono abbastanza in buona armonia: l'uno e
l'altro giocano di abile prudenza, per non urtarsi reciprocamente.
Luciano sente che Giacomo è venuto lì con uno scopo preciso: far la
predica; e dispone l'orario della giornata e inventa mille pretesti
per non trovarsi mai solo con lui e per non offrirgli l'occasione
d'incominciare. Giacomo, a sua volta, sicurissimo che da un momento
all'altro, quest'occasione si sarebbe presentata da sè, non ha nessuna
fretta di andarla a cercare.
Luciano, adesso che gli fa comodo, non è geloso di Maria; e siccome ha
bisogno di Maria per occupare Giacomo e per tenerlo di buon umore, si
mostra gentile con lei e pieno di riguardi. Sempre con la scusa di un
nuovo automobile da provare, da cambiare, da comperare, non si lascia
vedere altro che a colazione ed a pranzo, ma in quei pochi momenti,
almeno, è di buon umore, non vanta la musica, nè l'arte divina del
canto. La sera, è stanco e si ritira prestissimo, ben inteso lasciando
lì, con sua moglie e Giacomo, il fido Zaccarella a far la spia.
— Ho il sospetto che mia moglie e mio fratello si mettano su, a
vicenda, contro di me. Lei stia attento, senza averne l'aria, a tutti i
loro discorsi.
Sempre insieme nelle brevi passeggiate all'ombra, e nelle lunghe
conversazioni, di giorno e di sera, nel giardino dell'albergo, Giacomo
e Maria hanno finito con l'affiatarsi fra di loro benissimo; si sono
anzi uniti in un'affettuosa intimità.
Giacomo ha sempre nutrito per la cognata un senso di malinconica
simpatia. — La giovane e bella signora deve essere tanto infelice
con Luciano! — Imparando a conoscerla bene, in quelle ore di vita in
comune, la simpatia diventa stima profonda, vivissima ammirazione.
— Com'è buona! Com'è giudiziosa, colta e intelligente! Come sa
ragionare con lucidità e con finezza! E come parla bene, con quella sua
pronunzia lenta, musicale, con quella cadenza soave e languida. E la
voce? Che voce! Un incanto! Accarezza l'orecchio e penetra nell'anima.
Certe volte, mentre Maria parla, Giacomo, non segue più le parole,
sente solo il suono della voce. Vorrebbe allora, poter chiudere gli
occhi e sognare.
E come Maria sa raccontare: ha una evidenza, un'efficacia, nella sua
semplicità, straordinarie.
Naturalmente, parlano spesso d'arte, di letteratura. Giacomo ha letto
poco di romanzi, Maria ha letto tutto. Giacomo se ne fa raccontare
la tela, lo svolgimento, i caratteri e sta a sentirla godendosi e
commovendosi.
S'è commosso, soprattutto al racconto di «Fort comme la mort» di Guy De
Maupassant.
Com'è vero!... Come Giacomo sente tutta la profonda e inesorabile
e dolorosa verità di quella passione che nasce inavvertita in un
cuore non più giovane, e cresce cresce, finchè divampa repentinamente
disperata e forte... forte come la morte! Eppure quello di Oliviero
Bertin per Antonietta de Guilleroy non era il primo, era il rifiorire
di un nuovo, di un secondo amore. Era il ritorno della giovinezza, era
il richiamo di sensazioni provate, di gioie godute.
Mentre la bella voce di Maria Grazia si vela di lacrime al tragico
epilogo di quella passione disperata, Giacomo sospira con un senso
profondo di amarezza. Per la prima volta egli pensa ai suoi anni
perduti, alla sua vita sciupata, invecchiata senza amore.
— Forte come la morte! — ripete a lui, la sua anima.
Anche il signor Zaccarella è preso nell'incanto della bella voce,
nel fascino e nella commozione del racconto. Poi, certe volte,
sente rossore di sè stesso; ha vergogna del suo mestiere, d'essere
«comandato», di star lì a «far la spia». Si alza e si allontana fra
le ombre del giardino, non senza aver guardato prima cautamente, se il
padrone non sia alla finestra e lo possa vedere:
— Invece di quell'orso rabbioso e ringhioso come servirei più
volentieri Donna Maria Grazia e Sua Eccellenza!
Alla _Tête-pointue_, come a Bex: pei primi giorni, armonia e buon
umore. Tutti i Moncalvo, si trovano a Grjon, — la stazione prima di
Villars, — ad incontrare i D'Orea. Grandi esclamazioni di gioia e
grandi abbracci e tenerezze.
Giacomo trova la duchessa amabilissima, il principe Rosalino assai
deferente e nota subito che quella monella dell'Idola s'è molto mutata
con lui: è assai più gentile ed espansiva. In fatti, appena entrato
nel salotto del suo appartamento, egli vede sullo scrittoio un grande
mazzo di rododendri. Interroga il servitore: è la duchessina che li ha
portati e messi a quel posto.
Giacomo ringrazia subito Remigia, sotto l'atrio, mentre, già sonata la
campana, si aspetta, perchè gli altri aspettano, di andare a pranzo.
— Ho trovato dei fiori magnifici sul mio scrittoio. È stata
un'improvvisata, lieta e cara come un buon augurio.
— È il saluto della montagna: sono roselline delle Alpi. Le ho raccolte
io stessa, stamattina a duemila metri: alla Chamossaire...
Il Danova che continua a ficcarsi tra la duchessina e l'onorevole
D'Orea, la interrompe con una sghignazzata:
— Cioè, cioè, cioè! Dica _noi_! Le abbiamo raccolte _noi_! La
verità, duchessina, sempre la verità, quando non si tratta di affari
d'importanza!
Un'altra risata: Giacomo ringrazia anche il barone, poi offre il
braccio a donna Maria e mentre l'accompagna nella sala da pranzo,
le esprime la sua contentezza per l'allegria di Luciano e le festose
accoglienze di Remigia.
— L'Idola s'è fatta più bella e si è fatta assai carina... Una volta
non mi poteva vedere e me lo faceva anche capire!
Maria, per tutta risposta, sorride crollando il capo e fissando Giacomo
con dolcezza. C'è tanta malinconia nel suo sorriso! Ella non ha la
fiducia di Giacomo. La Piccola, come Luciano, possono commettere una
cattiveria senza un secondo fine: un'amabilità no, o assai di rado.
Qual'era lo scopo vero e recondito di quel mazzo di rododendri?
Luciano, a sua volta, osserva la corte che fa la cara cognatina a
Sua Eccellenza; ne ride con sua moglie, con lo Zaccarella, ma ne
soffre, come soffre dovendo notare la grande considerazione che gode
l'onorevole D'Orea a Villars. Per la presenza di suo fratello egli
si sente messo in seconda linea, persino dinanzi ai saltetti e agli
sgambetti del signor Trüb. Lui, con le sue tre o quattro _toilettes_ al
giorno, e il suo automobile rimane nell'ombra; per la sua arte canora
a Villars-Ollon, non c'è pubblico. Egli continua a volersi mostrare
brioso e indifferente, ma si lascia veder poco e si sfoga, quando è
solo con loro, strapazzando il signor Zaccarella e ricominciando a
far scenate a Maria. Dopo di averla obbligata ad essere molto gentile
con Giacomo, adesso trova che esagera anche lei nel fare «una corte
ridicola e stupida a quell'asino-grand'uomo!...» Poi, ad un tratto, la
tempesta che non può più tardare scoppia improvvisa tra i due fratelli.
Giacomo D'Orea, sfogliando il _Figaro_ vi legge una notizia artistica,
nella rubrica degli spettacoli, che lo mette un po' soprapensiero: è
l'annunzio del grande successo di «mademoiselle Fanfan Trécoeur» nella
sua nuova creazione «_le rôle de Germaine dans le Corset envolé_».
— E Luciano?... Che cosa farà, adesso, quel matto di Luciano?
Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con
sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a
Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la
cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle
gelosie di Totò; sguinzaglia _Din_ e _Don_ sulle tracce di missis Eyre
e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra di
_mademoiselle_, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto
Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi,
e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori
di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor
Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare
in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una
delle sue.
— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre
a Parigi! — pensa Giacomo fra sè.
In fatti, due giorni dopo la notizia del _Figaro_, Luciano, a
colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non
addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra...
Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa:
tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che
Luciano se la sarebbe presto svignata.
— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia,
gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante.
Tutti _cito_, e il principe continua, dopo un altro momento di
silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione:
— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio.
— Non è vero, Cristina?
— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo
ha finito.
Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando
il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio.
— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di
Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora.
— E anche di rompersi l'osso del collo? — domanda Giacomo.
Don Luciano, non si degna nemmeno di rispondere, ma approfitta
dell'interruzione accolta dal pieno assentimento della duchessa
Cristina e del principe Rosalino, per aggiungere, rivolto a Maria, ciò
che più temeva di far sapere al fratello:
— Tutto compreso... non resterò assente... credo, più di una settimana.
— Novanta chilometri! — esclama Remigia. — Non è più correre; è volare!
— E ripete «volare... volare...» con un'espressione languida, quasi
voluttuosa, fissando Giacomo, il quale non le bada affatto, e continua
invece a osservare Maria, diventata un po' più pallida dopo l'annunzio
di quella partenza, e il capitano Zaccarella, che mangia con la testa
bassa, quasi sul piatto.
Dopo colazione, Luciano si ferma giù, dando ordini e disposizioni per
la sua partenza: adesso che questa sua partenza e già stata annunziata,
egli è contento ed è davvero di buon umore. Chiama il _chauffeur_,
vanno insieme al _garage_ a vedere la macchina, poi rientra
nell'albergo e cantarellando «un dì felice eterea...» sale svelto,
leggero, al suo appartamento, dove c'è già Andrea che lo aspetta per
preparar le valige.
— Tutto quanto mi può occorrere per quindici gior...
Sente bussare all'uscio; non finisce la parola e si volta:
— Chi è?...
— Sono io.
È la voce di Giacomo.
Luciano aggrotta le ciglia; diventa pallidissimo. Tutto il suo buon
umore è svanito.
— Avanti.
Rimane fermo, ritto in mezzo alla stanza, mentre Andrea corre ad aprir
l'uscio e s'inchina rispettosamente dinanzi a Sua Eccellenza.
Luciano interroga muto il fratello, squadrandolo con un'occhiata bieca,
sospettosa.
— Ho da parlarti.
— Adesso? — Luciano si mostra assai contrariato e seccato. — Proprio
adesso?
— Subito!
— Son qui che ti ascolto: ma fa' presto!
Giacomo fa cenno ad Andrea di andarsene: Andrea si affretta ad
ubbidire, ma giunto sulla soglia è trattenuto dalla voce aspra del
padrone.
— Non allontanatevi. State attento, pronto appena vi chiamo. È già
tardi e c'è ancora tutto da preparare.
Andrea se ne va chiudendo l'uscio, senza far rumore, e Luciano corre
all'armadio, lo apre, e con l'aria di non volersi occupare di Giacomo e
di non aver tempo da perdere leva in fretta tutti gli abiti che devono
essere messi nelle valige, e li butta uno dietro l'altro sul canapè.
Giacomo non si lascia intimorire da quelle furie.
Gli tien testa bravamente.
— Tu non vai nè a Losanna, nè a Ginevra. Tu vai... a Parigi.
Luciano si ferma, si volta, fissa il fratello:
— Vado a Losanna e vado a Ginevra, e andrò anche a... Parigi, se mi
accomoda. Non ho padroni, e dei fatti miei, non devo render conto a
nessuno.
Giacomo siede tranquillamente per dimostrare che se Luciano ha fretta,
lui non ne ha punto, poi risponde con grande pacatezza:
— Dei fatti tuoi, intanto, dovresti render conto a tua moglie.
— A mia moglie?
— Precisamente; a tua moglie. E ricordati bene, per poter vantarsi di
non aver padroni bisogna non dover niente a nessuno.
L'altro, perde le staffe.
— Va bene! Va bene!... Giacchè ci siamo, finiamola! Tu sei venuto qui,
non per la villeggiatura, ma con propositi... prestabiliti. Vuoi che
facciamo un po' di bilancio tra il _dare_ e l'_avere_?
Siede anche Luciano, dall'altro lato del tavolino, in faccia a Giacomo,
che gli risponde sempre pacato:
— Un po' di bilancio? Tu credi che io alluda al moltissimo danaro che
tu hai speso e spendi più di me?... No, io non penso in questo momento
a... proteggere il nostro patrimonio, ancora indiviso. Ci penserò,
forse, più tardi, se sarà assolutamente necessario. No, no. Dicendoti
che «per vantarsi di non aver padroni bisogna non dover niente a
nessuno» io penso a tua moglie, soltanto a tua moglie!
— Lascia stare mia moglie!... Maria non c'entra.
— Al contrario, c'entra a tuo dispetto!... Ha il diritto di entrarci ed
io ho il dovere di farcela entrare! Tu devi moltissimo a tua moglie;
ricordati. Tu devi a lei, a lei sola, alla sua prudenza, alla sua
pazienza, alla sua bontà, se hai ancora una famiglia, e se non hai
perduto la stima della gente!
— Tu... parli così?... A me?
— Sì, a te; parlo così. Tu non hai in mente altro che il danaro,
soltanto il danaro che abbiamo in comune! Io so, invece, pur troppo,
che abbiamo in comune anche il nome, e il nostro nome non posso e non
voglio lasciartelo sporcare!
Luciano balza in piedi; si alza ritto anche Giacomo.
— Sì, «sporcare!» È la parola vera; sporcare!
Luciano batte forte col pugno sul tavolino:
— Basta! Basta, così!
— No! Non basta!
— Dirò al signor Zaccarella...
— Che cosa vorresti mai dire a quel tuo infelice signor Zaccarella?
— Di preparare, subito, oggi stesso, tutti i nostri conti...
— Ma che conti! — Giacomo dà un'alzata di spalle.
— Gli ho già fatti io, i conti!... Ho una raccolta, un mucchio di
cambiali tue; cambiali in bianco, scontate dai più noti strozzini
internazionali! Lasciamo in pace il già travagliato signor Zaccarella!
Ho tanto in mano io, da farti inabilitare anche domani. E lo
farò, bada, lo farò, se sarà necessario, per salvare non il nostro
patrimonio, ma il nostro onore.
Luciano ha paura. Spinto dall'avarizia e dalla sua pudibonda
bigotteria, di timido provinciale, Giacomo è capace di qualunque
eccesso!
Egli però si rimette in carreggiata e ripiglia con ostentata
indifferenza:
— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...
— E di fare.
— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei
difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già
abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il
motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo
viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso
«proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta?
— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e
categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna
che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... —
Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di
milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur!
Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo:
— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto!
— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica! È tutto il mondo che
lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua
moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!
Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi.
Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così,
senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a
doversi reprimere.
Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero
plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si
ferma in faccia a Giacomo:
— Scusa, una domanda prima, per intenderci bene.
— Anche due; anche dieci!
— È stata mia suocera a spingerti... a questo passo?
— No. Non ho mai parlato di te con tua suocera...
— Allora... è stata mia moglie?
Passa come un guizzo, una fiamma, sul viso smorto e scarno di Giacomo:
è un lampo, ma basta a Luciano per fargli intendere dove deve mirare,
se vuol colpire a sua volta e colpir giusto.
— Certo, certo! È stata mia moglie!
— Non è vero!
— È stata mia moglie, nei vostri lunghi ed intimi colloqui a Bex!
— No! È stata la zia Gioconda! — risponde Giacomo con troppa
precipitazione.
L'altro scoppia in una risata:
— La zia Gioconda?... In campagna?... A Fiumicino?... Uhm! Non credo!
È stata mia moglie!... Forse ti ha scritto lei stessa, anche per farti
venire a Villars?
— È falso! È una falsità!
— Non gridare! Perchè gridare?
Luciano si diverte sghignazzando sguaiatamente.
— La zia Gioconda?... A Fiumicino?... Perduta tra i pampini e le
biade?... Uhm!... Sarà, ma non lo credo!
— È proprio così! — Giacomo si sforza e risponde pure con un tono
sarcastico: — _Les échos parisiens_, caro mio! Il _Gil Blas_ e il
_Figaro_, sono arrivati fin laggiù, a Fiumicino!
— Ma la zia Gioconda non sa il francese!... Chi li ha tradotti alla zia
Gioconda?... Tu, o mia moglie?
— Ragazzo! Ragazzaccio! — borbotta Giacomo tra' denti. È disgustato,
ma più ancora è conturbato e inquieto per la brutta piega, che va
prendendo il discorso.
— Sul mio onore: tua moglie non mi ha mai detto una parola in
proposito!... È troppo fiera, troppo dignitosa e ti vuol anche troppo
bene!
— Fiera e superba! — interrompe Luciano. — Il «troppo bene» è un di più!
— Sarebbe capace di soffrire e di morire, ma non direbbe mai una parola
contro di te!
— Criss...ti! La conosci a memoria!... _Par coeur!_
— Non voler essere ironico e non voler essere cattivo! Non è il
momento, e non si scherza! Io parlo e predico per il bene tuo e il
bene di tutti noi! Siamo sempre stati uniti, restiamo ancora uniti e
d'accordo!
Giacomo non è più irato, minaccioso: consiglia, invece, e cerca di
smuovere, di persuadere il fratello, con le buone ragioni e toccandogli
il cuore.
No, Luciano non deve più continuare con quella... donna di Parigi. A
parte che Luciano, essendo ammogliato, il capriccio e la leggerezza
diventano una colpa, quella... donna è tra le più pericolose! Egli ha
assunto informazioni sicure, precise, e può dire di conoscerla bene.
È una donna che rende ridicoli i propri amanti, mentre li conduce
fatalmente alla rovina!
Luciano diventa verde; Giacomo, per forza gli afferra una mano e
gliela stringe con effusione. Gli parla del babbo che Luciano ha appena
conosciuto, gli parla della loro mamma, — povera mamma! — Così semplice
e così buona!
— Ti ricordi?... Le ho promesso che ti avrei fatto da padre! Non andare
a Parigi! In questo momento, piantar qui tua moglie, piantar qui tutti,
sarebbe una pazzia e uno scandalo!
— Intanto, — ripete Luciano, non addolorato, nè commosso, ma sempre
più inasprito, — intanto io vado a Losanna e non vado, almeno per il
momento, a Parigi.
— Tu vai a Losanna, per andare subito — su-bi-to — a Parigi.
— Io, oggi, vado a Losanna e forse fino a Ginevra, come ho già detto,
per la riunione del Club automobilistico. Se poi, prima di tornare a
Villars, dovrò recarmi anche in qualche altro posto, ciò dipenderà
dalle circostanze, e io farò sempre ciò che dovrò fare senza mai
preoccuparmi dei commenti pettegoli e interessati e senza aver paura...
delle mie spie!
— Oh, so, che in certe cose hai un coraggio da vero leone!
Giacomo è lì lì per prorompere; tuttavia riesce ancora a dominarsi.
— Qui non ci sono spie. Qui hai la tua famiglia, hai le sole persone
che veramente ti vogliono bene. — Giacomo spiana la fronte e preso il
fratello a braccetto, lo spinge verso la finestra spalancata. — Che
buon'aria! Deliziosa, veramente balsamica!... Ha ragione il signor
Trüb di vantarsene e di farla pagar cara!... Ti seccano le prediche del
«putativo genitore?» Ti parlerò anch'io da uomo spregiudicato, moderno.
Hai avuto un capriccio per questa donna magra, ossuta e lunga come
la noia? Ebbene, te la sei goduta per due anni, ne hai preso per due
milioni, dunque basta, se non vuoi finire con l'essere _black-boulé_
dalla gente di spirito! Prendere sul serio, e prendere per tutta la
vita Margherita Gauthier? È roba del quaranta! Dopo il novecento il
giovane Armando, anche se non fa giudizio, fa i suoi comodi. A Parigi,
in questo mese, con il termometro a trentasei gradi Reaumur? Diventi
matto? Peggio, vuoi diventare un provinciale ridicolo? Tu resta a
Villars e manda a Parigi, in vece tua al caldo, il bravo capitano
Zaccarella con pieni poteri, con la borsa piena e con l'incarico di
liquidare!
L'idea colpisce Luciano:
— Liquidare!... La borsa piena!... Ottima la scusa di voler liquidare!
Ma, s'intende, non «mandare», andar lui, a Parigi e così, con la borsa
piena, sbaragliare, mettere in fuga il re della glicerina!
Giacomo, vede che l'altro è rimasto scosso, pensieroso, spera bene
e continua a cercare argomenti, anche speciosi, pur di riuscire
nell'intento.
— Io ti conosco; non sei tomo d'innamorarti scioccamente delle grazie
_faisandés_ e degli acuti stonati di una qualunque _mademoiselle_
Fanfan! Tu ci tieni per vanità, anzi, per amor proprio, come ad un
oggetto di gran lusso!... Non si deve dire a Parigi, ad Ostenda,
a Montecarlo, che non hai più milioni da spendere per mantenere la
Trécoeur! E ci tieni anche, per gelosia di possesso: perchè sai che
dietro di te ce n'è un altro, o dieci altri, che aspettano di ricevere
o di dividersi la tua successione! È una forma di gelosia che non ha
niente di comune con l'amore e con la stima; pure è questa la gelosia
che spinge a commettere i più grossi spropositi! Recipe infallibile,
purchè sia pronto: liquidare brillantemente con la signorina Fanfan e
brillantemente piantarla. Mostrarsi, con un bel gesto, grande signore
e uomo pratico!... Vedrai, subito, i tuoi rivali! Quelli che più ti
danno ombra!... Ci perdono l'uzzolo, sul momento!... Con che gusto
contendersi fra di loro _le corset_, quando non è più _envolé_?...
È la concorrenza della vostra reciproca minchioneria che fa quotare
così alto le azioni, mimiche, di _mademoiselle_ Trécoeur! Sei tu, il
milionario inesauribile, la più grande attrattiva e il suo fascino
maggiore! Le tue pazzie, soltanto, danno forma e colorito a quattro
ossa giallognole e bacate!
Luciano crolla il capo, Giacomo riprende allegramente:
— È così; e bisogna far così: piantarla con una buona uscita. Per
allontanare i propri amici dalla propria amante, non c'è che un modo,
sicuro: piantarla!
Luciano soffre, si rode. Vorrebbe rispondere a quel mezzo-uomo e
mezzo-prete « — che cosa ne puoi saper tu delle attrattive e dei
fascini di certe donne, come Fanfan? Tu... accontentati di lisciare
e di fiutare le sottane della famiglia!» Ma non può. Per seguire il
piano che ormai ha ben fisso in mente egli deve contenersi e fingere di
accettare, in massima, i consigli del fratello.
— Non dico di no. Una liquidazione brillantissima potrebbe essere anche
il mio desiderio e lo scopo del mio viaggio a Parigi; dato il caso
che io vada proprio a Parigi. Ma, intendiamoci: senza l'intervento di
nessun Zaccarella! Non voglio far la figura... di essere inabilitato,
prima del tempo!
Giacomo lascia correre; finge di non aver sentito la botta. L'altro
continua imperturbabile:
— Certi affari miei, di mia sola pertinenza, li tratto da me. E per
questi affari, vado e non mando.
Giacomo, si mostra conciliantissimo.
— Precisamente. Sei tu, solo, che tratti i tuoi affari; ma non vai
proprio, tu, in persona. Sei tu, che mandi, ed è lo stesso!
— No, no! Vado. Dato il caso, vado e non mando!
— Mandi... e non vai. — Non vai, perchè in questi mesi Parigi è vuota e
spopolata e soprattutto perchè quando fa caldo, ami di stare al fresco!
— Fresco o caldo, vado io. Certi affari _di mia sola pertinenza_, li
tratto da me.
Giacomo ha uno scatto che non può reprimere:
— E tua moglie, non è di tua pertinenza?... A lei non ci pensi?
— Moltissimo ci penso! Oh, se ci penso! Ma anche fra me e la mia cara
signora moglie, non ci si deve frammischiare nessun... Zaccarella!...
Voglio pensarci io! Soltanto io! Me lo permetti?
— Altro che! Te lo permetto e, di più, te lo impongo!
Dinanzi a tanto cinismo e a tanta improntitudine, Giacomo non si frena
più.
— È ora e tempo di mettere giudizio, è ora e tempo, vivaddio, di vivere
un po' anche per tua moglie, per quella povera... martire, che per la
sua bontà, e la sua forza di soffrire e tacere, merita tutto il nostro
affetto e tutta la nostra ammirazione!
Luciano, pronto, coglie la parola al volo:
— Ammirazione?... Ah! Ah! Straordinaria ammirazione! Me ne sono accorto
da un pezzo!
— Che cosa?... Ti sei accorto di che cosa? — Giacomo si avvicina d'un
passo al fratello, fissandolo: — Ti sei accorto... di che cosa?...
Ma l'altro non ha paura. Si sente forte della sua propria cattiveria.
— Voglio dire... niente. Che me n'ero accorto da un pezzo di questa
vostra e specialmente _tua_... ammirazione!
Giacomo alza le due mani tremanti, poi le sbatte, palma a palma, in
atto di dolorosa maraviglia:
— Ragazzo... ragazzaccio! Cattivo e bugiardo!
Luciano, rimane imperterrito. Fissa Giacomo a sua volta; parla alto,
borioso e sprezzante. È lui, il giusto; è lui, il giudice.
— No. Nè bugiardo, nè cattivo, nè ragazzo. Oh, tutt'altro che un
ragazzo. Osservo, da tempo, e noto. Intanto, intendiamoci: non
permetterò mai, _mai_, alla mia... cara signora moglie di cercarsi
protettori, nemmeno in famiglia, per metterli su, contro di me. Non
permetterò mai a nessuno, nemmeno... — Luciano fa una reticenza con
un'altra smorfia piena di sarcasmo, — nemmeno alla zia Gioconda,
di voler sentenziare fra me e mia moglie. Con mia moglie poi a suo
tempo... — Non vuol dire di più; ma le pupille hanno un tremolio
sinistro, che fa trasalire il povero Giacomo. L'altro se ne avvede,
indovina l'inquietudine del fratello per la cognata, e ne gioisce in
cuor suo.
Ah! Ah!... Ormai è libero! È lui il padrone! Padrone di fare tutto ciò
che gli accomoda; padrone di andare, di stare a Parigi quanto vuole;
padrone di spendere e di spandere a suo capriccio!... — Accendersi per
la cognata! — Ride, poi riprende, guatando Giacomo tra il serio e il
comico:
— Ah! Ah!... La dolcissima e soave Maria Grazia! La povera martire!
Impiegare tutto il suo tempo a Bex, per destare la tua ammirazione, e
per seminare la zizzania tra di noi!... Altro che la forza di soffrire
e tacere! Persino la minaccia di farmi inabilitare!
Giacomo, sorpreso da tanta perfidia, non sa che rispondere: Luciano,
alza la voce.
— Oggi, subito, parto, finchè non sono ancora inabilitato; ma quando
torno, e tornerò prestissimo darò alla... povera martire, l'ammirazione
che si merita!
L'ironia scompare a un tratto: è l'odio, è il veleno, che prorompono
dalle sue labbra livide e affilate.
— Sposata, senza un soldo! Mantenuta come una regina! E con lei,
mantenuta tutta un'orda di nobilastri parassiti, che non hanno salvato
dalla malora altro che le barbe e le parrucche! Per questo sì, davvero,
bisogna inabilitarmi! Bisogna interdirmi! È questa genia di spiantati,
sono i capricci, è il lusso sfrenato di mia moglie che mi hanno
costretto a spendere, a sprecare, a rovinarmi! Ma quando si tratta...
di mia moglie, quando si tratta della povera martire, tu, proprio tu,
dimentichi anche l'avarizia e non mi fai più la predica! Per te? Per la
tua ammirazione?... S'intende! Io ho sempre pagato troppo poco i grandi
meriti di mia moglie!
— Abbassa la voce! Abbassa la voce! — Giacomo è spaventato. Possono
sentire nel corridoio, in tutto l'albergo! — Abbassa la voce! Ti
supplico! — Ma più Giacomo ha paura e cede, più Luciano si monta e
grida: a forza di arrabbiarsi per progetto, finisce con l'arrabbiarsi e
col diventar geloso sul serio.
— Mia moglie dovrà parlare! Oh se dovrà parlare! Se dovrà confessare!
Che cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?... Con quante moine ha
potuto cambiarti così? Cambiarti... completamente?... Prima, non me
lo vorrai negare, tu Maria, non la potevi soffrire! Ti sei opposto
fino all'ultimo! Hai fatto il possibile e l'impossibile per impedire
il mio matrimonio! Oh, senza essere un grand'uomo, e non me ne importa
affatto, io, per altro, ho buona memoria! E se ne accorgerà mia moglie
quando torno! Appena torno!... Quella ipocrita, falsa, bugiarda! È lei,
la bugiarda e non io! La bugiarda e l'ingrata!
Giacomo capisce che, lui presente, la furia del fratello non farà che
divampare sempre più: si caccia le mani nei capelli e fugge via con un
singulto che gli rompe il petto. Sapeva che suo fratello era cattivo,
ma cattivo fino a quel punto, fino al punto di far paura, questo no!
— Povera donna! Povera donna!...
Giacomo, non pensa più a trattenere Luciano. Guai se Luciano, restasse
a Villars!
— Vada! Vada! lontano, a Parigi, all'inferno!
— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
È Luciano che parte in automobile, un'ora dopo la scena col fratello.
Non ha voluto veder nessuno; non ha salutata sua moglie. Sua moglie
la vedrà al ritorno e la... saluterà al ritorno! Adesso vuol partire
tranquillo, senza guastarsi il sangue!
— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
— Ah! Ah! La dolce, la soave Maria Grazia! La donna perfetta!...
Impeccabile!... Mio fratello!... Paolo e Francesca!
Luciano, questo, lo borbotta fra sè: per convincere sè stesso. Ma non
lo crede e non lo pensa. E per ciò, appunto, perchè non lo pensa e
non lo crede in cuor suo, è contentissimo di poter dar corpo a quelle
ombre, per convincerne sè stesso e più gli altri. Così, sua moglie,
avrà finito di darsi le arie e il sussiego della donna perfetta, della
donna superiore! Ah! Ah!... In faccia sua, anche sua moglie dovrà
abbassare gli occhi e la testa!
Geloso di tutti, e invidioso, geloso di tutto, Luciano aveva finito col
rodersi in cuor suo anche per i pregi e per le virtù e soprattutto per
la grande stima che godeva sua moglie e che tanto la innalzava, al suo
confronto, nell'opinione della gente.
— Giù! Giù! Anche lei! Giù! Adesso giù! Come tutte le altre!... Basta,
l'ammirazione! Non più panegirici, non più inni, ma tragedie: Paolo e
Francesca!
— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
L'automobile ha fatto tutta la ripida e contorta discesa da Villars
fino ad Aigle, in un attimo, ed ora, sempre di volo, sempre in discesa,
infila la strada polverosa, diritta che si snoda tra le colline verdi
e il lago azzurro, mentre alto e lontano si profila candido e immoto
dominatore dello spazio, il monte Bianco.
— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può più farmi da tutore
e Francesca da spia! Posso andare a Parigi! — evviva Parigi! — e
divertirmi!
— Divertirmi?...
Luciano torna a rabbuiarsi.
— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci!
E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i
riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi
sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando
non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere
un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con
il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra
di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina!
Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a
consolarsi.
— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue
a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...
— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_
E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del
sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza
tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra
la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad
accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di
vendette, i pensieri più tristi e più foschi.
— _Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!_