BISCIONI, _Lettere de' Santi e Beati fiorentini._

Oltre il Razzi e le tante monografie. E vedi qui sopra a pag. 297.

[416] Fra le carte tolte ai conventi, e deposte nella Magliabecchiana,

trovammo pure la storia de' conventi di Santa Maria Novella e di Santa

Croce, ma neppur parola dell'Inquisizione. Le carte di questa dovettero

esser deposte nell'archivio della Curia, dove giaciono in disordine.

[417] Lo Statuto di Firenze era stato compilato la prima volta nel 1353

da Tommaso da Gubbio, e divenne quasi comune a tutta la Toscana, eccetto

il Senese: talchè la repubblica ne commise una nuova redazione a Paolo

di Castro nel 1415. Era talmente accreditato, che, giusta il Gravina,

veniva chiamato _speculum et lucerna juris, virtus juris, dux

universorum, robur veritatis, auriga optimus, Apollo Pythius, Apollinis

oraculum, etc_.

[418] Di questa venuta di Cosimo a Roma fa cenno anche il De Thou,

Historiæ XXVI, sez. 16, dicendo: Fluctuanti (Pio IV p.p.) et de alia

quavis re potius quam de munere pastorali sollicito, supervenit

Cosmus... perhonorificeque exceptus, ac deinde ad colloquium privatum

admissus, rationibus suis pervicit ut Concilium indiceretur. Il

Lagomarsino inveisce contro questo passo (Comm. alle ep. del Poggiano.

Tom. II, pag. 154).

[419] N. CCIC del _Carteggio di papi e cardinali_ nell'Archivio di Stato

a Firenze.

[420] Già riferimmo nel Discorso XXXI, nota 15, alcun che delle

relazioni fiorentine sopra il Concilio di Trento. Singolarmente notevoli

sono le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco

del Riccio nei numeri 47 e 48 del _Carteggio universale_ nell'Archivio

di Stato. Ambasciadore pel duca al Concilio era Giovanni Strozzi, poi

Jacobo Guida vescovo di Penna. Del primo (al nº 4011) leggiam questa

lettera del 1555 15 marzo al granduca:

«Essendo occorse più volte quistioni fra servidori, come spesso accade

dove sono tante persone e di così diverse condizioni, e andatisi a poco

a poco ampliando e facendosi interesse di nazioni subito che duoi

s'affrontavano, del che qui si dà la colpa maggiore alli Spagnuoli,

parendo che sieno vaghi di far quadriglie, venerdì alquanti di loro

vennero alle mani con certi Italiani, e chiamando ciascheduno la sua

nazione, crebbe la zuffa con molti feriti et alcuni morti, di sorte che

il capitano della terra fece sonare a martello, e levato in arme il

popolo, quietò il tumulto, et ha ordinato certe guardie per ovviare a

simile scandalo».

Al 28 aprile 1563, Jacobo Guida scriveva al duca da Trento (nº 4015 del

_Carteggio mediceo_):

«Venne qui nuova, li 24 di questo, a monsignor d'Augusta, ambasciador

dell'illustrissimo duca di Savoja, d'una congiura che s'era scoperta di

certi Ugonotti di ammazzare quel duca e duchessa ancora, ed essersi

scoperta in questo modo. Un portiere di s. e., ingelosito che un suo

segretario non si raggirasse intorno alla moglie, venne seco alle mani,

tanto che l'ammazzò, sebbene egli restò ferito assai malamente: e preso

dalla giustizia e condannato alla morte, pregò quegli ministri che

dovessino sopratenere tanto l'esecuzione contro di lui ch'egli potesse

far intendere a s. e. alcune cose che gli sarebbono di salute,

rimettendosi alla bontà sua, intesa che n'avesse l'importanza, del

campargli poi o no la vita, avendo fatto quanto aveva per il suo onore.

Rivelò adunque come, per opera del principe di Condé, tre camerieri di

s. e. avevano determinato di torle, e alla duchessa ancora, la vita, e

che un italiano, che si tratteneva in quella Corte, era stato a nome del

medesimo principe ricercato, che, preso da lui conveniente stipendio, si

trattenesse in quella Corte per potergli far un dì qualche rilevato

servigio, al che l'italiano non volle consentire altrimenti. Questi tre

camerieri furono presi subito per intender da loro tutto il disegno, e

gli altri capi ed interessati. E di pochi giorni innanzi era venuto

nuova che monsignor illustrissimo di Lorena aveva in Venezia avuto

lettere che la regina di Scozia aveva portato pericolo della vita per

modo insolito: che in camera sua era entrato sotto il letto, poche ore

innanzi che ella se n'avesse a ire a dormire, uno armato tutto d'arma

bianca per ammazzarla la notte. Ma successe che, parendogli di sentire

qualche poco di movimento, e facendo cercare tutte le stanze sue

contigue alla camera, nè trovando cosa alcuna, commesse ancora che si

vedesse sotto il letto. Dove scoperto costui, e fatto mettere in mano

della giustizia, pare che dapprincipio dicesse che, preso dall'amore di

lei, si fosse messo a questo, ma che poi in ultimo, stretto dai

tormenti, confessasse che vi era stato indirizzato per ammazzarla, ma da

chi non si sa ancora.

«Posso dire di più che di Francia è stato scritto a monsignore cardinale

di Lorena come, sendosi inteso ch'egli pigliava una villa qui vicina a

cinque miglia per trattenervisi alle volte in questa state, vi era chi

disegnava contro la vita sua, e che per niente non la usasse

altramente».

[421] Bolla di Pio V, 1569.

[422] _Literæ SS. D. N. Pii V super creationem Cosimi Medicis in magnum

ducem provinciæ Etruriæ ei subjectæ._ Firenze 1570.

[423] Archivio di Stato, _Carteggio universale_, N. 44.

[424] _Carteggio universale_, N. 30.

[425] _Carteggio di Cosimo_, filza XXIX.

[426] _Carteggio universale_, N. 161 al 1561.

[427] _Legazione di Roma_, N. XI.

[428] _Ill. Domine frater noster honorande,

Scimus excellentiam tuam non ignorare S. D. N. hisce proximis diebus nos

super negocio fidei deputasse. Verum, quia in præsentia ex officio nobis

injuncto est super aliquibus rebus agere, atque a Petro Martyre, ordinis

canonicorum lateranensium, de eis informari cupimus, exc. tuam enixe

rogamus, velit, pro singulari suo in Christo amore, ac in hanc sanctam

sedem apostolicam studio dare operam ut, quanto honestius et cautius

fieri possit, idem Petrus capiatur, et ad nos eodem modo quo rev.

dominus cardinalis Burgensis collega noster scripsit, cum alio fratre

lucensi transmittendum curret etc._

_Romæ_ XVII _kal. octobris_ MD. XXXXII.

_Cardinales deputati_, IO. PETRUS.

CARDINALIS S. CLEMENTIS.

CARDINALIS BURGENSIS.

P. CARDINALIS PARISIENS?

B. CARDINALIS GUIDICIONUS.

_Archivio Mediceo_, cartella 3717.

[429] «Illustrissimo patrone. Io ricèvetti le di v. e. delli XI, al

solito gratissime, insieme con la copia delle lettere scrittele dal

commissario di Pisa sopra quello frate Cilio da Turino che le ho fatto

intendere. E non pensi v. e. che quanto io ho scritto sopra ciò sia

stato senza causa, chè mi pareva veder ordito una tela cui faceva

ricordare di frà Girolamo al tempo del magnifico Piero de Medici, di che

mi ricordo bene. Ma penso per grazia di Dio ne siamo presso che fuora,

mediante le buone opere di frate Bernardino da Siena generale de'

Cappuccini, che avrà chiarito che non sempre è oro quello che luce.

Credami V. E. l'amor mi fa dire non meno ch'ella ha da guardarsi dagli

eretici che ci abbiamo noi prelati, perchè menano la folla contro a

tutte le potestà, ecc.

«Di Perugia XVI di settembre 1512.

Cardinale DE PUCCI.

_Archivio Mediceo_, fascio 5717.

[430] «Confidando s. s. nella buona e cristiana mente et intentione

delle E. V., sicurissimo che non dispiacerà a Lei quel che mi ha

ordinato che le faccia intendere, come è pesato oltre modo alla santità

sua, e vi farà subito la provisione che le si ricorda, si è novamente

ridotto in Pisa un pessimo spirito, chiamato Celio da Turino, quale

pubblicamente e in più luoghi ha fatto professione di luteranesimo, et

ultimamente trovandosi in Lucca, ove si dimostrò tale, ne è stato

bandito, e si è ricovrato in Pisa, ove, sotto professione di maestro di

scuola, ha insegnato quella mala setta et eresia. Il che essendo della

importanza che v. e. può per sua prudenza considerare, ha bisogno di

presto rimedio, onde s. b. la ricerca e stringe quanto più può per

debito dell'offizio suo a mandar subito commissione al suo offiziale in

Pisa che lo faccia carcerare et tenere sotto buona custodia, finchè si

sarà fatta palese l'iniquità sua e castigata per esempio degli altri

ecc.

«Da Roma 26 agosto 1552.

«Il cardinale FARNESE».

_Archivio Mediceo_, cartella 3717.

[431] In Santa Maria Maggiore a Firenze, nella nave a mezzodì, è la

cappella dei Carnesecchi, collo stemma, che consiste in tre liste d'oro

con sotto un ròcco pur d'oro; e da una parte l'arma de' Capponi,

dall'altra quella de' Velluti per due dame entrate in quella casa. Anche

la cappella della Comunione nella nave a tramontana fu fondata da

Bernardo Carnesecchi nel 1449, oltre un'altra cappella pure dei

Carnesecchi: e vi sono sparse qua e là molte lapidi de' Carnesecchi.

Le corrispondenze del Carnesecchi col Grannela sono nei manuscritti

della Magliabecchiana, Classe VIII, 51: e così le lettere al Vergerio

del 1534, in risposta a quelle che son nella Vaticana, _Nuntiatura

Germaniæ_. Vol. IV.

[432] «Ho inteso per lettere di M. Marcantonio Flaminio, che v. s. ha

avuto una febbre acutissima, la quale l'ha condotta appresso alla morte,

e che ancora non è fuor del letto benchè sia fuor del pericolo. Ne ho

sentito, come debbo, gravissimo dispiacere: e considerando fra me

stesso, come v. s. è in ogni cosa temperatissima, e con quanto regolato

ordine di vivere si governi, non so trovare altra causa delle tante

infermità sue, se non che è di troppo nobile complessione, il che ben

dimostra l'animo suo divino. Dovrìa Iddio, come i Romani conservavano

quella statua, che cadde loro dal cielo, così conservar la vita di v. s.

per benefizio di molti: e lo farà, acciocchè così per tempo non

s'estingua in terra uno dei primi lumi della virtù di Toscana. Vostra

signoria dunque col presidio di Dio attenda a ristorarsi e vivere con

quell'allegria, con che soleva, quando eravamo in Napoli. Così ci

fossimo ora con la felice compagnia! E mi par ora di vederla con un

intimo affetto sospirar quel paese, e spesse volte ricordar Chiaja col

bel Posilippo. Monsignore, confessiamo pure il vero, Firenze è tutta

bella, e dentro e fuori, non si può negare; nondimeno quell'amenità di

Napoli, quel sito, quelle rive, quell'eterna primavera mostrano un più

alto grado di eccellenza, e là pare che la natura signoreggi con

imperio, e nel signoreggiare tutta da ogni parte piacevolissimamente

s'allegri e rida. Ora se vostra signoria fosse alle finestre della torre

da noi tanto lodata, quando ella volgesse la vista d'ogn'intorno per

quei lieti giardini, o la stendesse per lo spazioso seno di quel ridente

mare, mille vitali spiriti se le multiplicherebbono intorno al cuore. Mi

ricordo che innanzi la partita sua, V. S. più volte disse di volerci

tornare, e mi ci invitò più volte. Piacesse a Dio, che ci tornassimo:

benchè, pensando dall'altra parte, dove anderemo noi, poichè il signor

Valdes è morto? È stata questa certo una gran perdita ed a noi ed al

mondo, perchè il signor Valdes era uno de' rari uomini d'Europa, e quei

scritti ch'egli ha lasciato sopra l'Epistole di san Paolo, ed i Salmi di

David, ne faranno pienissima fede. Era senza dubbio nei fatti, nelle

parole, ed in tutti i suoi consigli un compiuto uomo. Reggeva con una

particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte

poi, e col puro intelletto, quasi come fuori del corpo, stava sempre

sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine. Mi

condoglio con messer Marcantonio, perchè egli più ch'ogni altro l'amava

ed ammirava. A me par, signore, quando tanti beni, e tante lettere e

virtù sono unite in un animo, che faccian guerra al corpo, e cerchino,

quanto più tosto possono, di salire insieme con l'animo alla stanza,

ond'egli è sceso: però a me non incresce averne poche, perchè dubiterei

qualche volta, che non s'ammutinassero, e mi lasciassero in terra come

un goffo, vorrei vivere, se io potessi: così esorto V. S. che faccia: le

bacio la mano. Nostro Signore le dia quella prosperità di vita ch'ella

desidera».

[433] Bisogna intendere Andrea, non Filippo, che non fu in Francia.

[434] _Carteggio universale_, filza 2972.

[435] Una lettera di Angelo Cajazzi teatino denunziava al papa, come

eretico Giambattista Veneto, proposto generale della sua congregazione.

_Carteggio di Cosimo_ 199.

[436] VIII del _Carteggio di Cosimo_.

[437] Il De Thou accusa Achille Stazio, valente letterato portoghese,

cantore d'un poema sulla _Vittoria di Lepanto_, d'aver denunziato il

Carnesecchi. Fra i 430 e più testimonj sentiti nel costui processo, o

nominati come correi, lo Stazio non compare.

[438] Le due lettere sono nel Laderchi, vol. XXII, pag. 97, 98.

[439] Nominatamente Pero Gelido suddetto e Pietro Leone Marioni.

[440] Il Gibbings crede alluda all'imperatore. Vedi qui sopra a pag.

324.

[441] Forse il Paleario.

[442] Arch. Toscano. _Appendice al carteggio_ di Roma, filza IV.

[443] _Ibid_.

[444] _Legazione di Averardo Serristori ambasciadore di Cosimo I_ a

Carlo V e in Corte di Roma 1537-1568 (Firenze Le Monnier 1853).

[445] Per soddisfazione della regina Caterina De Medici, il papa non

esitò a mandarle il processo, che così venne conosciuto anche fuori del

Sant'Uffizio. Gli estratti ne sono prodotti dal Laderchi, tom. XXII, p.

325; poi fu stampato da Richard Gibbings, _Report of the trial and

martyrdom of Pietro Carnesecchi_. Dublino 1856.

Il Serristori scrive al 19 luglio. «Quanto più s'allunga il processo, le

condizioni si peggiorano, al rovescio di quel che il Carnesecchi

aspettava.

12, 19 e 21 settembre. «Gli si diedero altre dilazioni, se mai volesse

ravvedersi, ma egli stette duro: invano gli parlò il cardinale Paceco».

[446] «Al supplizio andò tutto attillato, con la camicia bianca, con un

par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano. Piaccia a Dio averlo

compunto in quel punto di morte, perchè per prima non si era partito

dalla sua prava opinione». SERRISTORI.

[447] _Carteggio di Roma_, appendice, filza XXVI. Nella XXXVI della

legazione di Roma vi sono diligenze affinchè resti proibita la storia di

Michele Bruto, scritta, dicesi, a istanza d'alcuni mercanti fiorentini a

Lione: l'autore si esibì a modificarla nelle parti che ledono la casa

Medici: ma essendo egli eretico, non si volle intraprenderne il

trattato.

Nella filza LIII è un'istanza del granduca perchè le opere di Nicolò

Machiavello vengano levate dall'Indice, facendone un'edizione espurgata.

[448] Io non trovai alcuno che avesse veduto questo libro, e non conosco

alcun'opera di Calvino con questo titolo. Ben so che il Domenichi, al

fin della sua vita, tradusse «La spada della fede per difesa della

Chiesa cristiana contro i nemici della verità, cavata dalle sacre

scritture, per frate Nicolò Granier» (Venezia 1565).

[449] Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna,

nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in

Francia; e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l'efficacia di lui

sopra il teatro francese, specialmente sopra Moliére, e si mostra quanto

abbia tratto da' nostri. Tradusse pure le _Notti facete_ dello

Strapparola.

[450] È poc'altro che una revisione di quella del Bruccioli la _Bibbia

novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana_, per maestro

Santi Marmochino fiorentino, dell'ordine de' Predicatori (Venezia,

Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici, lucchese apostata, a Ginevra

fece o rivide una versione della Bibbia sopra i volgarizzamenti del

Vatable, del Pagnini, del Bruccioli. Solo da una lettera dell'Aretino al

Dolce, novembre 1545, raccolgo che questi traducesse o illustrasse la

Bibbia, scrivendogli esso: «Sì che seguitate pure la incominciata

Bibbia, avvegnachè il fattor sommo vi aprirà i di lei secreti, così nel

fine come nel mezzo».

[451] Il Bruccioli scrive a Cosimo I.

«Ill. ed Ecc. Duca, Ho, poche ore sono, avuta una di v. e., ed inteso il

contenuto, non poco mi dolgo della malignità degli uomini, che sono

sempre pronti a riferir male e far poco bene, come mi pare che qualche

maligna anima abbia fatto a v. e. di me pure. Bisognando far altro che

dolersi, dico il caso mio esser passato in questa forma, che qua è pena

cinquanta ducati d'oro chi stampa cose senza licenzia, e due anni bando

di Venezia. Ora essendo io andato fuor della terra, uno mio, che è sopra

la stamperia, prese a stampare senza chieder la licenzia, una opera

sospetta. La qual cosa saputa, furono tolti tutti i libri d'essa opera,

non mia composizione e che non era in Venezia, ed arsi; e così caddi

nella pena per la colpa d'altri: dipoi intesa bene la cosa, hanno levato

il bando di due anni, ma che io debba pagare detti denari, che se ne

vanno in ducati settanta: e che non sia stato per mia composizione o

openione di eresia ne mando la fede a v. e. sigillata dal padre

inquisitore, che si trovò a tutta la causa, e se non che i danari sono

destinati a luoghi pii, avevo la grazia. Ancora di quegli delle opere

mie ove sia il mio nome non è stata mossa, nè tocca, nè dannata alcuna,

come ne può far fede ancora il segretario di v. e., al quale le ho

mostrate, e chiarito che si vendono per tutti li librari. E se io fossi

stato notato d'eresia, non potrei stare, non che in Venezia, neancora

nel dominio, e tutte le mie opere sariano dannate, che non è dannata

alcuna, ma approvatissime; nè è qua gentilomo a chi non sia doluto di

tal disgrazia, che mi è stata di gran danno..... nè mai ho trovato uomo,

per frate che sia, che abbia avuto ardire alla mia presenza di mettervi

bocca.... È se nessuno è nello Stato di v. e. che abbia ardire di

dannare cosa alcuna ne' miei libri della Scrittura sacra, sono parato

sempre a mostrar che non sa che cosa sia Scrittura sacra nè pietà

cristiana, e che è uomo maligno et ignorante, o voglia con li scritti, o

voglia con la presenzia trattar la cosa davanti a v. e.

«Circa a scrivere a v. e. avvisi utili alla conservazione del suo Stato,

al presente per il poco tempo che io ho da scrivere, non posso

soddisfare, come farò per l'avvenire.... (_qui dà alcuni avvisi e

finisce col_ baciar le signorili mani).

«Di Venezia 20 aprile 1549».

«La quarta opera che io dissi, nella epistola della dedicazione del

libro, avere principiato per v. e., per buon rispetto ho voluto serbarmi

a dirla qui, essendo di grandissima importanza e momento, perchè è tale

che in essa vedreste gli avisi di tutte le cose che possono toccar lo

Stato vostro, non solamente del passato e del presente, ma ancora del

futuro. Questo è che, considerando io che tutti gli scrittori che hanno

voluto costituire un principe che potesse sicuramente governare lo

Stato, tutti hanno assegnato precetti e consigli, comuni a tutti i

generi di principati che potessero servire, a tutti i luoghi e regioni

ove fussino, ma nissuno, ch'io abbia mai visto o letto, ha nel dare buon

ricordi al principe per la salvazione del suo Stato, avuto in

considerazione la qualità de' suoi cittadini, gli umori di quelli, le

fazioni di dentro e di fuori, le condizioni de' sudditi, come sieno

animati verso il principe, o se sono desiderosi d'altri governi, e come

ne' pericoli se ne abbia a fidare: di poi la qualità de' potentati

attorno ecc. ecc. (_qui divisa la sua opera_). Dovendo esser quest'opera

solo per v. e. come uno specchio, nel quale vedesse non solamente se

medesima, ma e i suoi cittadini grandi e piccoli, fuorusciti e

malcontenti, e tutta la possanza ed umore de' principi e dominj che

potesse mai avere a fare cosa alcuna con v. e., e non solamente vedere i

volti, ma e gli animi e le forze ed i pensieri, e perchè tal cosa doveva

solamente servire per v. e. veggendomi di esser poco in sua grazia, se

ben non lo merita l'amore e reverenzia che gli porto, e servigi che già

gli feci, ho lasciato di seguitar tal opera, solamente facendo intender

a v. e. che quella lascia perdere una delle più utili cose che si

potessino mai pensare per quella....

«Di Venezia 8 giugno 1549».

Il 29 giugno torna alla cerca di sussidj:

«Quando primieramente scrissi a v. e. la pregai, per la necessità in che

mi trovo, che mi volesse fare un poco di bene, o per l'amor di Dio o per

servizj fattigli già in tempi pericolosi, o per quegli che mi promettevo

fare. La risposta fu che io dovessi prima giustificarmi della

imputazione d'eresia, il che feci, nè per questo ebbi mai cosa alcuna. E

chi non direbbe di aver poco credito con un principe, se gli chiede una

grazia di pochi scudi, e non la ottiene per promessa che gli si faccia?

E se io mi trovassi il modo di poter vivere uno o due mesi di tempo che

andiamo in dar compimento a tal opera, e da poterla far copiare, l'avrei

fatto senza chieder prima cosa alcuna. Ma non avendo altra rendita che

il tempo, mi bisogna metterlo in cose, per le quali io possa guadagnar

il vitto alla mia famiglia.....»

E segue insistendo sull'utilità di quell'opera, con bassezza chiedendo.

Poi il 4 agosto 1554, a M. Agnolo Dovizio da Bibiena segretario del

duca, dà contezza de' maneggi di Piero Strozzi col Cavalcanti ed altri

profughi, per far la guerra di Siena; al 18 agosto informa sugli

andamenti e progetti de' fuorusciti, e continua a domandare per sè.

Un'altra del 25 agosto va sul tenore stesso. Sotto al 28 luglio 1554

troviamo questo estratto:

_Il Bruciolo vorria sapere se v. e. vuole che sia al suo servizio o no,

e che desidera servirla_.

Il duca scrive di proprio pugno:

_Che serva, se lo vuole per ogni modo_.

Il 1º settembre costui fa congratulazione per le vittorie di Siena,

promette un'orazione con cui mostrerà al mondo esser Cosimo giustissimo

principe ed ornato di tutte le virtù ecc.; ragguaglia sugli Strozzi e su

chi dà danari, e che partì l'ambasciadore di Francia, «e se avessi avuto

la possibilità, e non avessi avuto l'obbligo delle lezioni, io pigliavo

l'occasione d'andar seco fin a Ferrara, dove pel camino arei intese più

cose più particolarmente. Corrono spesso di simili casi, a' quali

sarebbe bene andar dietro con ogni diligenza, il che farò se vorrete.

Per quest'altro corriere vi aviserò di cosa che ne potresti col tempo

cavare qualche buon utile per le cose vostre».

Eppure solamente jeri, un di questi storici ciarlatani che or vanno per

la maggiore, noverava il Bruccioli fra i martiri della buona causa, sol

perchè messo all'Indice.

[452] Carte strozziane, filza 246.

[453] _Carteggio concernente Cosimo I_, filza LVIII. Quando l'esercito

del sig. Gabrio Serbollone accampava in Francia, san Carlo a nome del

papa informava il duca di Firenze che le sue genti aveano fatto danni al

paese, onde lo pregava a desistere dai guasti e dalle prede, e risarcire

quel che si potrà. Lettera 10 luglio 1560, nell'archivio di Stato di

Firenze.

[454] Lettera d'illustri uomini, per Antonio Manuzio, 1561.

[455] _Carteggio di Cosimo_, N. 198.

[456] Arch. di Firenze, _Carteggio univers._, N. 180.

[457] _Carteggio di Cosimo_, N. 211.

[458] _Id._ N. 199, 200.

[459] _Carteggio universale_, N 145.

[460] _Id._ N. 147.

[461] _Carteggio di Cosimo_, N. 224.

[462] È Alessandro De Medici de' principi d'Ottajano, cugino di Cosimo

I, che stette quindici anni ambasciator suo a Pio V a Roma, poi nel 1605

fu papa col nome di Leone XI, ma per soli 26 giorni.

[463] Ap. LAMI, _Lezioni_, pag. 600.

[464] _Carteggio di Roma_, filza C.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 65 / 88 题