_Modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio della
religione cristiana._
_Modo o via breve di consolare quelli che stanno in pericolo di morte._
_Opera divina della cristiana vita._
_Opera utilissima intitolata, Dottrina vecchia e Dottrina nuova._
_Maniera di tenere a insegnar i figliuoli cristiani._
Tutte le opere di Alberico Gentile e del De Dominis.
_Precedenzie alla apologia della confessione virtembergense._
ANTONIUS POLUS _venetus, Lucidarium potestatis papalis, septem libros
complectens._ (Appendice).
[231] Per esempio, il _Consilium de emendanda Ecclesia_ per le note e
prefazione ereticali; _Epitome responsionis Silvestri ad M. Luterum_,
edita da Lutero; _S. Concilii trid. decisiones_, edite da Giovanni di
Gallemart; FECEBICO FREGOSO, _Pio e cristianissimo trattato della
orazione; Della giustificazione della fede e delle opere; Prefazione
alla lettera di san Paolo ai Romani_, opere attribuitegli falsemente.
_Poemata varia doctorum piorumque virorum de corrupto Ecclesiæ statu,
cum præfatione_ M. FLACCI ILLYRICI.
_Scripta quædam papæ et monachorum de Concilio tridentino, ann._ 1547
_et_ 1548, _cum præfatione_ MATTHIÆ FLACCI ILLYRICI. Così i decreti di
Alessandro VII e di Innocenzo XI contro le proposizioni di morale lassa:
il decreto del Sant'Uffizio contro certe confraternite, perchè nella
ristampa venne esteso più che non fosse in origine.
[232] Stimo non disopportuno avvertire che, dovendo pe' miei lavori, e
più specialmente per questo, valermi d'ogni sorta di libri, anche de'
peggiori e degli ereticali, chiesi e ottenni la più ampia licenza dal
santo padre.
E mi sia dato citare alcuni casi particolari non senza importanza
intrinseca, nè senza opportunità.
Lodovico Muratori, bersagliato come ogni letterato, e specialmente ogni
storico nel nostro paese, fu anche accusato di opinioni antipapali, e
sin dai pulpiti come pazzo, temerario, eretico. Denunziato alla sacra
Congregazione, il Muratori ne scrisse al pontefice, chiedendo esser
edotto degli errori appostigli. E Benedetto XIV gli rispondeva, ne' suoi
scritti trovarsi certamente molte cose disapprovabili, ma che «secondo
l'esempio dei predecessori, le opere degli uomini grandi non si
proibiscono», e tanto meno il farebbe delle sue, attesa la gran fama
dell'autore e la conosciuta sua pietà: quel ch'era spiaciuto in esse non
si riferiva se non ai possessi temporali della santa sede: egli «avea
sempre creduto non convenisse disgustare per discrepanza di sentimenti
in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni governo possa
proibire quei libri che contengono cose che gli dispiacciono» (Roma, 25
settembre 1748).
Gian Domenico Romagnosi in fondo era filosofo sensista e giurista
statolatro. Le opere sue divennero più celebri dopo la sua morte, e
nessuno può non ravvisarvi lo spirito degli Enciclopedisti, per cui la
religione è considerata come un affare civile, e piuttosto trascurata
che attaccata. Dovette dunque alcuno zelante denunziare al sant'Uffizio
la _Genesi del diritto penale_. E la sacra Congregazione mandò a lui
l'arciprete del duomo di Milano Opizzoni, nel novembre 1827,
esponendogli i varj passi incriminati. «Grato ai generosi riguardi coi
quali veniva onorato dalla sacra Congregazione», il Romagnosi si sentì
«in dovere di corrispondere con la dovuta venerazione e lealtà», ed
espose spiegazioni, che io ho pubblicate in una biografia di quel mio
maestro. La sacra Congregazione, «dopo diligentemente esaminate le
osservazioni e spiegazioni sopra le proposizioni censurate, commendò la
sommessione e il rispetto» di lui; solo «consigliando pel caso di
ristampa, alcune aggiunte spiegative».
Le dottrine religiose del Romagnosi erano state impugnate vivamente
dall'insigne filosofo Antonio Rosmini. Uomo religiosissimo, fondatore
d'un Ordine nuovo, esemplare di vita, splendidamente caritatevole, parve
però ad alcuno che, colle sue teoriche filosofiche, arrivasse a vere
eresie, e specialmente nel _Trattato della Coscienza_. Fu dapprima
imputato in giornali cattolici, poi virulentemente in alcune lettere di
Eusebio Cristiano, nelle quali si volle vedere una vendetta de' Gesuiti,
perchè esso piantava sistemi contrarj a quelli sostenuti da filosofi di
quella Compagnia. Dai libri la cosa procedette ai tribunali: e deferite
quelle opere alla sacra Congregazione dell'Indice, vennero prese a
severo esame. Gli avversarj de' Gesuiti asserivano che la costoro
potenza riuscirebbe certo a farlo condannare. Noi amici dell'autore
restavamo in un'ansietà paurosa, temendo di vedere riprovato un
tant'uomo, e condannate opere che, camminando sempre sulle traccie dei
santi padri, erano sembrate un gran sostegno della religione contro gli
errori de' nostri tempi, e l'irruzione della filosofia eclettica e del
panteismo. Quale immensa consolazione quando Roma proferì non esser
condannabili!
Di rimpatto quella spudorata che si chiama opinione pubblica avea
sparnazzato coi suoi organi che la _Storia Universale_ del Cantù era
lavoro complessivo de' Gesuiti, a cui egli non dava che il nome o la
forma. In quella vece dai Gesuiti stessi gli vennero severissimi appunti
e pubblici e privati: ond'egli supplicò alcun di loro togliesse in esame
l'opera sua, indicandogliene gli errori, sicchè potesse correggerli
nelle successive edizioni. Si cominciò in fatto il caritatevole officio;
poi, forse perchè la messe crescente sbigottisse il pio annotatore, si
giudicò opportuno trasmettere quelle note, anzichè all'autore, alla
sacra Congregazione dell'Indice. Il Cantù, privatamente informatone,
dichiarò sottomettersi a qualunque decisione prendesse la santa sede,
ma, a norma della Costituzione di Benedetto XIV, invocava d'essere
informato e di potersi difendere. Non fu esaudito in ciò, forse perchè
sembrasse bastante la difesa che internamente se ne farebbe; e dopo
lungo tempo, che fa supporre accurata indagine, gli venne rescritto che
«la sacra Congregazione in maturo esame ha dovuto convincersi essere
nella _Storia Universale_ trascorse qua e là inesattezze ed anche
proposizioni erronee: in vista però della vastità dell'opera, delle
molte edizioni, delle belle pagine che contiene, della rettitudine
dell'autore.... avuto riguardo alla Costituzione Benedettina, ha
dichiarato non si condannano esse istorie, benchè vi s'incontrino
opinamenti erronei che l'autor medesimo potrà col suo senno e colla sua
erudizione avvertire».
Accompagnando questa decisione, il 7 settembre 1860, il cardinale
prefetto della sacra Congregazione in particolare si congratulava
coll'autore «del non essersi lasciato adescare da quel partito
antipapale e forse anticattolico, il quale dispensa le più clamorose
corone. Ella ha saputo tanto scostarsene, che mai non ne otterrà gli
applausi».
[233] È all'indice FURIUS CORIOLANUS (cioè Federico Valentino) _Bononia,
sive de libris sacris in vernaculam linguam convertendis_.
La regola IV dell'Indice edito per ordine del Concilio Tridentino pone:
«Essendo manifesto dall'esperienza che, se la sacra Bibbia in lingua
vulgare si permetta _senza distinzione_, ne vien più detrimento che
utilità, in grazia della temerità degli uomini, stiasi in ciò al
giudizio del vescovo o dell'inquisitore, acciocchè col consiglio del
parroco o del confessore possano concedere di legger la traduzione de'
libri santi fatta da cattolici, a coloro che capiscano poter trarre da
tale lettura non danno, ma aumento di fede e di pietà.
«Lo stesso dicasi pei libri vulgari di controversie fra cattolici ed
eretici del nostro tempo» (Regola VI).
[234] Manuscritto della Magliabecchiana, classe XXV, 274, al marzo 1549.
[235] _Storia della Scultura_.
[236] È chiamata _missa papæ Marcelli_, ma non par vero la componesse
per difendere la musica sacra davanti a Marcello II, il quale non regnò
che 22 giorni. La compose per commissione di san Carlo, e fu cantata
nella cappella Sistina il 19 giugno 1565.
[237] Il padre Pietro Canisio di Nimega, gesuita, fu uno de' più operosi
avversarj della Riforma. Assistette al Concilio: fu spedito a missioni
importantissime: fondò Congregazioni in onore della beata Vergine, in
molti luoghi e nominatamente a Messina; procurò la istituzione del
collegio Germanico a Roma, e del collegio di San Michele a Friburgo, che
fu il centro della resistenza in Svizzera. In tale opera l'ajutò assai
il nunzio Bonomo. Colà morì il 1597, e fu beatificato nel 1865.
[238] «C'è un libretto che si fa imparar a memoria ai fanciulli, e sul
quale sono interrogati in Chiesa. È il catechismo. Leggetelo, e vi
troverete la soluzione di tutte le quistioni. Domandate al cristiano
donde viene la specie umana; e lo sa. Dove va? lo sa. Come si va? lo sa.
Dimandate a quel ragazzino che non vi ha mai pensato, perchè egli è su
questa terra, che cosa diverrà dopo morte; egli vi farà una risposta
sublime, che forse non comprenderà, ma non per questo è meno ammirabile.
Dimandategli come il mondo fu creato e a qual fine, e perchè Dio ha
posto animali e piante; come la terra fu popolata d'uomini; se da una
sola famiglia o da molte; perchè gli uomini parlano diverse lingue;
perchè soffrono e si fan guerre, e come ciò andrà a finire: egli sa
tutto. Origine del mondo, origine della stirpe umana, differenza delle
razze, destinazione dell'uomo in questa vita e nell'altra, relazioni
dell'uomo con Dio, doveri dell'uomo verso i suoi simili, diritto
dell'uomo sul resto del creato, nulla, egli ignora. Più adulto, non
esiterà a dirvi il vero sul diritto di natura, sul diritto politico, sul
diritto delle genti, perchè tutto ciò scaturisce chiaramente e
naturalmente dalla dottrina cristiana». Th. JOUFFROY, _Mélanges
philosophiques_, vol. I, p. 470.
Il Thiers scrive che il catechismo e la scuola parrocchiale del
villaggio saranno l'unica salvezza della Francia.
[239] Ci par bene ripetere quest'avvertimento di sant'Agostino:
«La vera maniera d'insegnar la religione è risalir alle parole _In
principio Dio creò il cielo e la terra_, e svolgere tutta la storia del
cristianesimo sino ai nostri giorni. Nè già fa duopo riferir per filo e
per segno tutto ciò che è scritto nel vecchio e nel nuovo Testamento;
cosa nè possibile nè necessaria. Fate un compendio; insistete viepiù
sopra ciò che vi par più importante, e scivolate sul resto. In tal modo
non istancherete colui che volete eccitare allo studio della religione,
e non sopracaricherete la memoria di chi dovete istruire». _De
catechizandis rudibus_, cap. III, nº 5.
[240] Si ha nella Magliabecchiana (Manuscritti, classe XXXVII, 292) un
discorso di Giovanni Carza sopra il modo di dar esecuzione al decreto
del Concilio di Trento _De editione et usu sacrorum librorum_, «per
conservar illesa la scrittura sacra, per estirpar il morbo delle eresie
radicate nelle stampe infette, e per rimediare agli abusi di stampatori,
i quali con le stampe hanno oscurato e depravato il senso della dottrina
e disciplina ecclesiastica, in questi ultimi cento anni che la lor arte
è in uso, forse più che li scrittori non l'hanno fatto con le loro penne
in prima». E dice che fin i decretj del Concilio Tridentino, stampati da
Paolo Manuzio con soscrizioni autentiche, furono ristampati con infiniti
errori e alterazioni di senso. Consiglia pertanto di metter una
stamperia grande e operosa in Roma; suggerisce donde prendere il denaro
per istituir una commissione, alla quale ricorrerebbero anche stampatori
forestieri per aver le lezioni migliori. Ciò non sarebbe monopolio,
perchè i libraj, oltre vantaggiarsi col vender quelle stampe, potrebbero
anche riprodurle, ma in modo che, chiunque voglia, possa confrontarle
colle autentiche e comprar le migliori.
Seguono varj capitoli di libraj, i quali offrono di pagar una tassa; di
metter ai libri il minor prezzo possibile; seguir l'ortografia indicata
da deputati, e lasceranno che altri li ristampi colle norme prescritte:
s'uniranno in congresso, dove la metà siano oltremontani, ed eleggeranno
lor presidenti e ufficiali; non faranno lavorare che buoni credenti e
pratici dell'arte, e stabiliranno in Roma un seminario di buoni
stampatori.
[241] Dalla biblioteca Palatina di Firenze (Codice CCCIC) passò alla
Magliabecchiana una copia degli opuscoli di san Cipriano, che al
carattere pare di Bernardo Davanzati, traduttore di Tacito. Egli vi
appone e note e correzioni che attestano buona critica, e avverte i
passi che fanno contro Lutero, e provano la preminenza della Chiesa
romana. Dello stesso Davanzati trovossi tradotto un estratto dei
_Commonitorj_ di Vincenzo Lerinese _contro le eresie_: e il Bindi, che
primo lo pubblicò nell'edizione delle opere del Davanzati (Firenze,
Lemonnier 1852) avverte come questi fosse versato nei sacri autori, e
che, anche nel tradur lo scisma d'Inghilterra, «più che a pruova di
lingua mirò a mostrare da che laide origini sorse il funesto dissidio
inglese, non potendo così non illuminare anche sul conto degli altri
nimici della verità cattolica».
Nella biblioteca stessa sono i manuscritti di Baccio Bandinelli, nipote
dello scultore omonimo, del quale è memoria che scrisse 24 libri contro
gli eretici nel 1611, e un'opera _De invisibili Lutheri, Calvini, et
aliorum hujus temporis hæreticorum ecclesia_.
Ivi pure è un poema in terzine _Della diffusione del sommo bene_,
probabilmente di frà Paolo del Rosso, cavaliere gerosolimitano, fatto
attorno al 1530, ove confuta le varie eresie, e le nuove, e canta:
Lutero, al tuo dispetto lo vedrai
Che i tuoi errori alfine andranno al fondo,
Ed i piaceri in pene cangerai.
[242] Per un esempio trovava,
_Ad cœnam agni providi_
_Et stolis albis candidi_
_Post transitum maris Rubri_
_Christo canamus principi,_
_Cujus corpus sanctissimum_
_In ara crucis torridum_
_Cruore ejus roseo_
_Gustando vivimus Deo._