Ogni albero dee portar frutti, ogni dottrina esercitare efficacia sugli
atti degli uomini; altrimenti non evita lo sprezzo, destinato alla
sterile in Israele. Se primario uffizio del sacerdote è combattere il
vizio e la miscredenza, duopo è ch'egli possieda molta dottrina, e
insieme porgasi modello di virtù. La superbia di non volere dar ragione
ai dissidenti non distolse i Cattolici dal confessare la depravazione
insinuatasi nel clero, e volere l'emenda morale, e che il sentimento
religioso prevalesse alla classica idolatria nelle arti, nelle dispute,
nelle lettere, nella vita. Nessuna sessione del Concilio passò senza
decreti di riforma per restituire, come la chiarezza della dottrina,
così la purezza delle opere. Furono dichiarati per l'avvenire irriti e
nulli i matrimonj clandestini, o senza la presenza del parroco e di
testimonj, prescrivendo a tal uopo di premettervi le tre pubblicazioni;
vietato l'ordinare chi non possedesse benefizio o patrimonio sufficiente
a sostentarsi; condannati i questori e spacciatori d'indulgenze, le
quali non devono pubblicarsi che dai vescovi; siano gratuite la
collazione degli Ordini, le dispense, le dimissorie; obbligata la
residenza, e perciò impedita la pluralità di benefizj curati; su questi
nessuno sia messo prima dei venticinque anni, nè a dignità in chiesa
cattedrale prima dei ventuno, e previo sempre un esame; con decoro e
disinteresse si compia il sagrifizio dell'altare[225]: delle rendite di
cattedrali e collegiate un terzo si eroghi in giornaliere distribuzioni
a quei che intervengono agli uffizj; i vescovi ogni anno, o al più ogni
due, visitino le chiese della loro diocesi, esaminando quanto vi
occorre, e provedendo, oltre la cura delle anime e la correzione de'
costumi, che sugli edifizj e agli arredi sacri si facciano i necessarj
restauri; abbiano ciascuno un seminario, e ne' sinodi provinciali e
diocesani estirpino i resti delle superstizioni e delle indecenze.
Così non rendevansi santi i pastori, opera più che d'uomo; ma veniva
appurata e chiarita la coscienza del loro debito pastorale; e la scelta
e gli uffizj e tutte le relazioni fra sacerdoti e fedeli erano
ricondotte sotto l'impero di sante leggi. Anzi, al vedere quei decreti,
si direbbe che i pii riformatori si fossero lusingati di tornare il
mondo all'apostolica purità, neppure evitando gli eccessi che possono
guastar le cause migliori. Nel fatto una tale riforma toglieva alla
falsa i pretesti, e secondo la frase del padre Ventura, «ne distrusse
teologicamente l'impero».
Trattossi pure di quella de' principi, ma vivo contrasto opposero gli
ambasciatori; onde bisognò limitarsi ad esprimere che confidavasi
restituirebbero alla Chiesa le ragioni sue, non ne esigerebbero gabelle
o decime, indurrebbero i sudditi a riverire il clero, non
permetterebbero che ufficiali e inferiori magistrati violassero le
immunità della Chiesa e delle persone; sudditi e principi obbediranno
alle costituzioni del papa e de' Concilj, e a quelle che tutelano la
libertà ecclesiastica; non pretenderanno di sottoporre all'_exequatur_
le bolle pontifizie; l'imperatore, i re, i principi e tutti venereranno
le ragioni ecclesiastiche, in modo che i cherici possano stare alla
residenza ed esercitare i loro ufficj senza impacci e con edificazione
del popolo: scomunicato chi usurpasse beni o ragioni di Chiesa.
Principale studio doveasi porre ad impedire la diffusione dell'errore, e
qui affacciavasi innanzi tutto la vigilanza sui libri.
La libertà illimitata pel bene compete alla Chiesa, perchè è azione di
Dio sull'uomo; ma nell'individuo che opera sull'altro la libertà non può
esser tale se non regolata. La ragion pura domanda che la verità
trionfi: la ragion pratica domanda che se ne scelgano le vie, si rimuova
la violenza per far luogo alla convinzione. La libertà e la verità sono
fatte una per l'altra; ma non si può andare dalla libertà alla verità,
come vogliono i Protestanti, bensì dalla verità alla libertà, gloria de'
figliuoli di Dio, cercando il bene colla maggior possibile libertà, non
la libertà senza il bene.
Questo vuolsi tener a mente nel discutere sulla libertà de' libri, ove
spesso la quistione politica è anteposta alla quistione morale. Finchè i
libri erano una rarità, poco si pensava a mettervi freno, eppure sembra
che i Pagani abbian sporto petizione al senato di Roma di distruggerne
alcuni, e nominatamente Cicerone _De natura Deorum_, perchè offrivano
troppi argomenti ai Cristiani onde battere la religione antica[226]. Fin
dall'età de' martiri si ponevano in avviso i fedeli contro le scritture
degli eretici, essendo conforme alla legge divina il preservare dal
contagio, il non esporsi alla tentazione senza necessità, il non
distrarsi in cose vane[227]; e poichè molti appunto si divagavano per
amor del bello, da un Concilio di Cartagine nel 400 fu concesso ai
vescovi di leggere i libri degli eretici, perchè li doveano confutare,
ma non i gentileschi. È evidente la ragione di tal operare, come del
contrario quando i libri pagani più non furono di pericolo alla fede,
mentre lo erano gli ereticali. E questa è legge di difesa e cautela,
come del questore che proibisce l'armi insidiose o la vendita de'
veleni. E per prudenza o de' principi o de' prelati a volta a volta si
videro proibiti alcuni libri, altri bruciati: anche cataloghi se ne
fecero dalle Università di Lovanio e di Parigi: ma era naturale che
crescesse la paura de' libri quando la scolastica era flagellata dai
classici, e gli umanisti di Germania aveano iniziato la guerra
teologica. Però un divieto generale e minaccia della scomunica non si
trova fin quando Leon X, condannando Lutero, vietò anche tutti i libri
di esso. Una costituzione del 1554 di Paolo IV proscrisse in generale i
libri di magia e d'altre superstizioni, i lascivi ed osceni, i libri
d'eresiarchi, non quelli d'eretici; neppur le traduzioni di scrittori
sacri fatti da questi, purchè nulla contengano d'erroneo. Per leggere la
Bibbia vulgare ci vorrà la permissione, e così per le controversie con
eretici.
E qui a noi, intrepidi difensori della stampa anche ne' giorni più
pericolosi, l'intollerante secolo conceda di dire che non si è forse
abbastanza considerata l'importanza sociale della scoperta di essa, la
più decisiva della civiltà. Nel medioevo la coscienza cristiana e le
costituzioni germaniche aveano restituita all'uomo la personalità, che
era stata assorta nella splendida cittadinanza romana, e ne vennero
quelle istituzioni così caratteristiche, il monacismo, la cavalleria, la
feudalità, le corporazioni d'arti e mestieri. I quali elementi si
andavano ravvicinando, per combinarsi anzichè distruggersi, e formare lo
Stato moderno, ove le varie società sussistessero una accanto all'altra:
allorchè in mezzo al lento lavoro fu gittata la stampa, che creava
l'opinione, la diffondeva, la imponeva.
Istromento della pubblicità non era stata sin allora che la parola,
fosse nelle Chiese, fosse nelle Università; or ecco surrogarsene un
nuovo, molto più diffuso e più comune. Avvegnachè pel discorrere si
richiedono una certa superiorità e occasione e luogo e coraggio: la
stampa invece è un agente meccanico, di cui ponno servirsi tutti e
sempre, anche il codardo e l'ignorante, non occorrendovi probità, non
zelo, non eloquenza, non cautele oratorie, nè rispetto all'udienza, nè
pudore, nè tampoco un apparato scenico. Ognuno dice quel che vuole, e
come lo vuole, e quando lo vuole: l'impotente, il maligno, il vile che
vuol ferire senza farsi scorgere, lo sfacciato che vuol asserire senza
vergogna di smentita, aveano trovato il loro campo, e come far prevalere
l'utile al giusto, gl'interessi al diritto, purchè l'osassero.
Alle prime non se ne conobbe che l'utilità: come vedemmo[228], i papi
accolsero la stampa sotto il loro manto, quale una benedizione del
Cielo: i dotti l'applausero come un mezzo di popolarizzare la coltura;
ma intanto a migliaja di copisti, più o meno eruditi, surrogavasi il
torchio inintelligente: al libro, che un autore elaborava unico in tutta
la vita, e che tramandavasi alla posterità, sottentrava l'improvvisa
composizione, destinata a brevissima vita; gustato di quel nettare,
presto se ne divenne ubriachi: la propagazione de' classici tentò
ripiantare la civiltà pagana, non ancora sulle ruine, ma in competenza
della cristiana: le dispute vennero divulgate e perpetuate. Gli Egiziani
aveano detto a Platone che la scoperta della scrittura fu il primo
attentato contro il carattere santo del pensiero[229]. Nel senso
medesimo potè dirsi che la stampa diè il crollo all'edifizio feudale ed
ecclesiastico, e così attenuò il diritto personale, tanto prezioso per
chi rispetta sè stesso, offrendo un poderosissimo mezzo
all'accentramento, all'audacia, alla scaltrezza, onde conformare tutte
le menti sul modello che piacesse a chi o esercitava o dirigeva questo
grande pressojo.
La stampa era ben lungi dall'aver acquistata la onnipotenza che poi, che
oggi: ma subito se ne insignorì quella umana inclinazione che volge ad
attaccare ciò, che, per qualsiasi titolo, è rispettato. Allora ogni
dovere da compiere diventa un peso incomportabile; ogni autorità è una
tirannia; ogni disordine d'applicazione è una condanna delle
istituzioni: ogni male inevitabile è colpa di chi non lo toglie; e
toglierlo si potrebbe facilmente, e procurare un paradiso sulla terra,
della quale gli sconcerti non provengono che dagli uomini.
In conseguenza i primi attacchi la stampa diresse contro i monaci e gli
ecclesiastici, perchè erano custodi dell'ordine e della coscienza
individuale contro la tirannide dell'opinione generale che essa voleva
imporre, e che dichiarava pregiudizj i sentimenti anche più nobili, le
più libere ispirazioni della coscienza. A tal uopo la beffa o il
raziocinio si camuffarono col vizio che apponevano alla Chiesa, cioè
l'ipocrisia, fingendo voler la correzione e la riforma, mentre miravano
alla distruzione: non minacciavano il dogma come tale, non rinfacciavano
all'autorità ecclesiastica di esistere, bensì di non essere sincera, di
pretendere l'obbedienza e il sagrifizio con mezzi immorali, e sviando
dalla divina istituzione.
Già Hutten, Erasmo, l'Ochino, il Vergerio ci mostrarono qual uso se ne
facesse contro la morale o la fede: sin l'Aretino era e tollerato e
premiato per paura dell'opinione stampata: e questa ben presto divenne
la voce sovrana degli interessi: non buona, non cattiva in sè, ma
onnipotente, e perciò tirannica e irreparabile, sia che esalti o
deprima: toglie d'aver più una fede, una coscienza individuale,
obbligando gli uomini a ricevere le suggestioni altrui, disposti a
prenderne altre domani, con un avvicendamento che distrugge la facoltà
d'averne di vere, cioè personali. Enorme oppressione dell'individuo e
del pensiero libero, che però piace perchè può esercitarla ognuno.
I re cercarono farne tutto lor pro, onde alla fede, al feudalismo, al
cattolicesimo opporre la burocrazia, le scuole, gl'interessi, alfine la
libertà organizzata, cioè la libertà di chi tutto dirige. Ma venne il
tempo che tale ordigno sguizzò dalle loro mani per cader in quelle di
chiunque sappia adulare le passioni del giorno.
La Chiesa avea preveduto il pericolo, e custode com'è della morale e del
diritto, potea non provedervi?
La bolla _in Cœna Domini_ scomunicava gli eretici o chi ne leggesse i
libri, ma non essendo questi distintamente nominati, ne nasceva
incertezza: i varj inquisitori registravanli, man mano che ne aveano
contezza, onde differivano gli uni dagli altri. Prima l'inquisizione di
Spagna nel 1558 pubblicò un catalogo di libri proibiti: l'anno seguente
papa Paolo IV mandò fuori l'_Indice_, che servì di norma ai successivi.
Era diviso in tre parti. La prima, d'autori de' quali riprovavansi tutte
le opere, sebbene d'argomento non religioso: tra' quali autori n'ha
alcuno vissuto e morto nella nostra comunione. La seconda, dei libri
condannati particolarmente: la terza, degli anonimi, dove per regola
generale si vietavano quelli dati fuori senza nome dopo il 1519[230].
Anzi notaronsi settantadue stampatori, ogni opera edita dai quali si
considerasse interdetta: e così le edizioni di qualunque avesse stampato
libri d'eretici. Sono le esagerazioni consuete di chi si trova di fronte
a un pericolo urgente.
Restarono allora proscritti autori che da secoli correvano per le mani;
altri stampati in prima con approvazione, come le Annotazioni di Erasmo
al Nuovo Testamento, che pur Leon X aveva onorate d'un breve; cogli
ereticali poi si appajarono le opere che attenuassero l'autorità
pontifizia a fronte sia dei vescovi, sia de' principi e magistrati
temporali.
Alcune volte ottimi libri furono vietati, pe' commenti appostivi da
editori[231]. Un grandissimo numero son di devozione, orazioni, legende,
offizj, prediche.
Pio V regolò quella materia mediante la _Congregazione dell'Indice_,
alla quale diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, per cautelare
men tosto contro i lavori d'eretici che contro quelli di cattolici, e
togliere i lamenti anche pubblicamente mossi per condanna di buoni.
Lodando la santa sede di aver sempre provisto che i cattivi libri non
pregiudicassero alla fede e alla pietà de' Cristiani, e d'averne a tal
uopo pubblicato l'Indice, prima sotto Pio IV, poi sotto Clemente VIII,
poi sotto Alessandro VII con aggiunte di nuovi, Benedetto XII ne fece un
altro, seguendo le norme che prescrisse nella bolla _Sollicita ac
provida_.
Secondo questa, la Congregazione dell'Inquisizione è composta di
cardinali, cospicui per studj gli uni di teologia, gli altri di scienza
canonica, gli altri di cose ecclesiastiche o di affari: vi s'aggiunge un
auditore di Sacra Rota, un maestro di teologia domenicano, alquanti
consultori del clero secolare e regolare e dotti qualificatori. Quando
un libro sia denunziato, essi vedono se sia a trasmettere alla
Congregazione dell'Indice. Se sì, è dato a un qualificatore o
consultore, che lo legga attentamente, e indichi i luoghi riprovevoli.
La sua relazione è presentata in istampa a ciascun membro di questa
Congregazione; la quale poi ne discute, e proferisce un voto. Ma voto
consultivo, giacchè col libro è trasmesso alla Congregazione de'
cardinali, che pronunziano coi procedimenti stessi; allora tutti gli
atti son presentati al pontefice, senza di cui nessuna condanna è
proferita.
È antica regola che, per libro d'autore cattolico, non basti che un solo
relatore ne proponga la proibizione: ma sia presentato a un altro
revisore, che ignori il nome del primo. Che se questi dissenta, un terzo
revisore esamini; e sulla differenza pronunzino i cardinali.
Taluni si lamentano perchè si decida senza ascoltare l'autore. Ma non
n'è bisogno, giacchè non si giudica della persona, bensì dell'opera; non
di punir lui, ma di ammonire i fedeli del pericolo. Trattasi però
d'autore cattolico di buona fama? Si proibisce il libro colla clausola
_finchè si corregga o si emendi_, se è possibile. Data questa sentenza,
prima di pubblicarla si comunichi all'autore o a qualche suo
rappresentante, indicandogli qual cosa abbiasi a correggere o levare. Se
egli eseguisca tali emende in una nuova edizione, sopprimasi il decreto:
salvo che della prima fossero divulgati molti esemplari. Per un autore
cattolico e di reputazione si vuole sia sentito, o nomini un consultore
che ne sostenga le difese. E sebbene vi sia giuramento di silenzio, il
segretario della Congregazione potrà comunicare gli appunti all'autore,
sopprimendo i nomi del denunziante e del censore. Ma a che buoni questi
riguardi per libro che con dirette eresie intacchi la fede, o leda i
buoni costumi?
A censori è prescritto si assumano persone di pietà e dottrina
riconosciuta, la cui integrità non lasci temere odio o favore: non
credansi destinati a condannar l'opera, ma ad esaminarla equamente;
pesino le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di scuola,
d'istituto, di parte; ricordino che molte opinioni pajono indubitabili
ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure sono rejette da altri
cattolici senza detrimento della fede. Sovratutto abbiano a mente che
d'un autore non può sentenziarsi se non leggendo intera l'opera,
comparando i differenti passi, e badando all'intenzione di esso; non
proferire sopra una o due proposizioni staccate: giacchè quel che in un
luogo egli dice oscuramente e per transenna, è forse spiegato
abbondantemente altrove.
E deh (soggiunge la Costituzione) si potessero proibire le ingiurie, le
facezie che si lanciano gli uni agli altri! Chi le adopera in quistioni
religiose mal serve alla verità e alla carità. Si reprimano dunque
costoro, che difendono accannitamente una sentenza, non perchè vera, ma
perchè sua, e che recano opinamenti privati come dogmi certi della
Chiesa.
Esso pontefice diede altre norme in una lettera diretta al grande
inquisitore di Spagna, disapprovandolo d'aver messo all'Indice le opere
del cardinale Enrico Noris, mentre grande parsimonia va usata nel
proibire libri di autori illustri, e benemeriti delle buone dottrine. Ci
ha bensì (dice) nell'opera di esso cardinale proposizioni censurabili,
ma di tali non mancano la _Storia_ del Tillemont, nè quella de'
Bollandisti, nè _la Dichiarazione del clero gallicano_ di Bossuet, nè
gli Annali di Lodovico Muratori: eppure, sebbene queste opere venissero
denunziate, i pontefici si astennero dal condannarle, giudicando si
dovesse molto condiscendere alla fama e ai meriti di quegli scrittori,
senza che ne pericolasse la Chiesa, la quale libra i vantaggi e i danni
prima di proferire.
Di tutte queste cautele fanno strame coloro, che non hanno se non
esecrazione per l'_Indice_, e, v'accerto io, non l'hanno mai veduto. La
Chiesa crede i suoi principj siano giusti, e i meglio atti a prosperare
lo Stato e la famiglia; onde impedisce siano guastati. Altrettanta
autorità non si conferisce allo Stato e alla famiglia? perchè
negherebbesi alla Chiesa? Essa, non potendo impedire il male, bada che
questo produca altro male. A tal effetto adopera armi a lei convenienti:
l'ammonizione e la scomunica. E non si tacia che la legge è meramente di
rimedio: non impedisce colla forza di stampar libri, bensì di leggerli:
ne dà licenza a coloro che crede non ne faranno mal uso[232], appunto
come si fa dell'armi insidiose: non è licenza di far il male, ma di
conoscerlo.
Si dice: il lento procedere della sacra Congregazione dell'Indice rende
inutile la proibizione, giacchè viene dopo che il libro è diffuso, e
fors'anche dimenticato.
Vorreste dunque la proibizione preventiva? Con altrettanta ragione si
priverebbe la giustizia penale delle sue formalità, giacchè per queste
la punizione perde d'efficacia, non seguendo immediatamente al delitto.
La Chiesa, estranea alle repressioni materiali, crede suo dovere
l'annunziare ai Cattolici che dottrine pericolose o esempj infausti sono
esposti ne' libri ch'essa appunta; e a cui essa non vuole, quantunque
tardi, lasciare l'impunità.
Non dal Concilio ma dalla sacra Congregazione dell'Indice venne il
divieto delle Bibbie volgari[233], provvedimento richiesto dalla natura
di quei tempi, poi abrogato da Benedetto XIV: ma chi negherà sia
necessaria una direzione per iscegliere un buon volgarizzamento?
Dai libri lascivi ed osceni erano eccettuati i classici, per riflesso
all'eleganza; e così non venne registrato l'empio Lucrezio, bensì la
traduzione fattane dal Marchetti. Contro del Decamerone già da pezza
declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio
Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto
lascivi hanno aperte di gran finestre all'idolatria, ed all'eresie, ed a
pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra noi
cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone
del Boccaccio, rimarrebbe stupito e senza senso». Rincrescendo però di
privare gli studiosi d'un libro che si reputava modello del bene
scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro
Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di
Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, acconciò quel libro
quale comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti
non ne rimasero soddisfatti, e una nuova epurazione fu voluta, alla
quale attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare
ne facessero i bontemponi e gli umanisti, mettendo questa operazione a
parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl'ignudi del Giudizio di
Michelangelo.
I quali ignudi, che fan senso anche oggi agli ammiratori, troviamo
appuntati già dai contemporanei. Un de' quali chiamava Michelangelo
«inventor delle porcherie», riprovando «tutti i moderni pittori, e
scultori; per imitar simili capricci luterani, altro oggi per le sante
chiese non si dipinge o scarpella che figure da sotterrar la fede e la
devozione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare
per terra simili idolatrie come queste»[234]. E perfino il sozzo Aretino
ne moveva rimprovero al suo adorato Michelangelo: e «Voi in soggetto di
sì alta istoria mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna
terrena onestà, quelli privi d'ogni celeste ornamento.... In un bagno
delizioso, non in un coro supremo si conveniva il fare vostro: onde
saria men vizio che voi non credeste, che, in tal modo credendo,
iscemare la credenza in altrui..... E conciossiachè le nostre anime han
più bisogno dello affetto della devozione che della vivacità del
disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine
di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma delle superbe statue
degli idoli, che tôrre, bontà loro, la riverenza all'umili immagini dei
santi».
Or ci venga a contare il Cicognara che quelle nudità sono effetto della
_innocente semplicità_ del Cinquecento[235]. Nell'archivio arcivescovile
di Milano è una lettera di Scipione Saurolo a san Carlo, 6 settembre
1561, ove gli dice come a Paolo III e IV, e così a Marcello II e a molti
cardinali fossero spiaciute le nudità del Giudizio di Michelangelo, il
quale pure «ebbe a dire che lo voleva ad ogni modo conciare, perchè si
teneva di coscienza lassar da poi sè una cosa tale». Perciò gli
trasmette una memoria da presentare al papa, in cui gli riduce a memoria
_quod odio sanctissimo intuenda est pictura Judicii sacræ capellæ suæ
sanctitatis, in quo divinam offendit majestatem, eo quod in eum
nuditatis modum depicta est, in quo omnes vident et multi admiratores
plorant_: e segue dimostrando come la maestà del giudice, l'ornamento di
Maria, i seggi degli apostoli sieno falsati in quella composizione.
_Quis enim vidit Dominum et sanctos sic depictos, sic formatos aut
sculptos in qualibet mundi parte? Quis vidit in pictura Judicii nostri,
sic memorabilis et tremendi, fubulosam Acherontis cymbam repræsentari?_
E lagnasi che per le case e per le cappelle stiano immagini di santi e
della divinità, sucidi, tormentati da chiodi, ecc.; ed augura che il
Borromeo «et sua santità meritino l'onore di risarcire la santa barca,
così da nojosi venti sbattuta e male condotta, et ridurla al porto
sicuro de la salute».
Il Concilio proibì che nelle chiese si mettessero immagini se non
approvate dal vescovo, e dove nulla di falso, di disonesto, di profano,
di superstizioso, di contrario alla verità delle Scritture e della
tradizione; bensì convenissero alla dignità e santità del prototipo,
sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. A ciò vigilarono
in fatto i vescovi, e massime san Carlo proibì di ritrar nei santi
persone vive, e di rappresentare teatralmente la passione di Cristo o
azioni di santi.
Molti voleano s'interdicessero i teatri, e ben n'aveano di che se si
guardi a quel ch'erano allora, e più a quel che sono oggi. Non potendo
però sbandire uno spasso così gradito alle moltitudini, si pose almen
freno ai recitanti a soggetto, volendo sottoponessero l'orditura delle
loro rappresentazioni a un deputato del vescovo. Ripiego insufficiente,
che non impediva le basse scurrilità, come la sorveglianza della polizia
odierna non toglie che la scena sia la peggiore scuola d'immoralità,
d'egoismo, di sragionamento. Meglio san Filippo Neri cercò opporvi gli
_Oratorj_, che prima erano sole cantate, poi divennero compiute
rappresentazioni di fatti morali e sacri.
Ma la musica ha un'altra missione speciale, quella d'accompagnare i
sacri riti. Resa però interamente profana, cioè occupata ad allettar i
sensi e la fantasia, anzichè elevare il sentimento, trastullavasi in
superare difficoltà, in imitazioni e combinazioni disparate, prolazioni,
emiolie, nodi, enigmi, dove le voci umane non figuravano meglio che un
altro istromento, e a cinque, sei, fin otto parti intralciavansi, o non
offrendo senso, od offrendone di giocosi e perfino di osceni. Leon X
aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini per avvezzare i suoi
cappellani a conservare la tonica nel canto de' salmi e la misura
sillabica negli inni. Il Concilio di Trento erasi querelato di tali
profanità, e Paolo IV fece esaminare se o no dovesse tollerarsi la
musica in Chiesa. Quanto all'escludere l'intralcio delle parole, le arie
profane, i testi non ecclesiastici, si cadeva d'accordo, ma i maestri
assicuravano sarebbe impossibile far intendere chiare le parole in un
canto figurato. Parve altrimenti a Pier Luigi Palestrina, che per
esperimento compose la messa papale a sei voci, con melodia semplice,
rispettando l'espressione rituale e adattandola alle varie
significazioni de' cantici e delle preghiere[236]. Uomo pio, alieno
dalle brighe e perciò negletto, sul suo manoscritto, che si conserva,
leggesi _Signore, illumina me_. Così ebbe salvata quest'arte, non
distruggendo e abolendo, come facea la Riforma, ma ravvivando e
santificando. Ancora povero di melodia, possedea però perfettamente il
puro sentimento dell'armonia e della tonalità, e s'altri lo superarono
in arte, nessuno certo nella potenza, nel profondo e semplice accento,
nella mistica tenerezza con cui rivelò i dolori della madre di Dio, le
ambasce del figliuol dell'Uomo, e ci elevò a pregustare le sinfonie, di
cui gli angeli circondano il padiglione dell'Eterno.
Le lotte coi Protestanti aveano dato incremento alla scienza cattolica,
e le opere posteriori al Concilio di Trento furono assai più precise
nella conoscenza del cristianesimo giacchè i dogmi v'erano stati
dibattuti e chiarìti con tanta profondità e precisione.
Non appare che nel medioevo si formassero catechismi, ove, ad uso dei
non teologi, si esponessero i punti essenziali della dottrina. Il
Concilio di Trento ne ordinò uno, affidandolo a san Carlo, che assunse a
compilarlo il vescovo Foscarari, Muzio Calino bresciano, vescovo di Zara
poi di Terni, Leonardo Marino genovese, arcivescovo di Lanciano, tutti
domenicani. Interrotta, l'opera fu ripigliata da esso Calino, Pietro
Galesino milanese, che trattò del decalogo, e Giulio Poggiani pur
milanese di Suna, che espose l'orazione dominicale, e ripulì e unificò
la dicitura di tutti (non già Paolo Manuzio, come suol dirsi), mentre la
parte dottrinale era riveduta da una Congregazione preseduta dal
cardinale Sirleto. Quest'è il _Catechismo Romano_, ammirato per eleganza
e lucido metodo, e che dimostra come la profonda e solida erudizione
sacra non abbia bisogno d'avvilupparsi in argomentazioni e formole da
scuola, e ben si accordi colla esposizione chiara e precisa e colla
sublime semplicità del pensiero. Fu pubblicato in italiano e in latino,
poi diviso per capitoli, infine a domande e risposte nell'edizione
d'Andrea Fabrizio, unendovi una tavola della lezione del Vangelo di
ciascuna domenica, con una tessera di predica, e coi richiami al
catechismo stesso per isvolgerla; inoltre i doveri del parroco sovra i
diversi punti della dottrina, in modo che servisse come corso di
teologia, di sermoni, di meditazioni pei parroci.
In quell'opera si danno per risoluti alcuni punti, che il sinodo avea
lasciato indecisi, o di cui avea solo condannato i contrarj. Perciò i
Gesuiti che, massimamente nel fatto della Grazia, dissentivano dai
Domenicani, non l'aggradirono, e ne pubblicarono altri, fra cui la
_Summa doctrinæ christianæ_ del Canisio[237], e il Bellarmino.
Il catechismo è il libro de' sapienti e degli ignoranti, dove trovasi la
soluzione di tutte le grandi quistioni morali e sociali; donde venga
l'uomo e la specie umana, dove vada, come ci vada: perchè l'uomo è in
terra; dove va quando n'esce; come originarono il mondo, la specie e le
varie stirpi umane; che relazioni ha l'uomo con Dio, co' suoi simili,
colle altre creature: quali doveri nella società, coi superiori, collo
Stato, colle genti. Il catechismo dà a tutto una risposta precisa;
aggiungiamo risposta la più umana, la più generosa[238]. E questo è il
libro della prima infanzia, è il libro unico d'un'infinità di famiglie
ne' paesi più colti del mondo; benchè sia stato di tutti i libri il più
combattuto. Ed a ragione, poichè infonde sin nelle tenere menti
l'objezione decisiva a tutti gli errori religiosi, morali, sociali[239].
Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, elegante e dotto stampatore,
affinchè con que' suoi lodatissimi caratteri pubblicasse i santi
padri[240]. Esso Manuzio, dedicando a Carlo Borromeo l'edizione di san
Cipriano (Roma 1563), divisa le cure che egli e altri letterati italiani
posero ad emendarne le opere, parendogli che «in tanta procella, in
tanta distruzione giunga opportuna la voce di Cipriano, sostenitore
meraviglioso della cattolica dignità»[241].
Il raffinamento della civiltà esigeva si emendassero le lezioni
apocrife, certe goffe antifone, alcuni riti burlevoli, introdotti
dall'ignoranza o dalla semplicità, e Leon X ne diede commissione a
Zaccaria Ferreri vicentino. Quando lo spirito ecclesiastico era sì
scarso, e l'amor dell'eleganza preoccupava a segno da far sorridere
all'impulito latino di san Paolo, potea molto sperarsi da quest'uffizio?
Lo Zaccaria avea servito al cardinale Carvajal nel conciliabolo di Pisa,
onde erasi ricoverato a Lione, finchè il papa gli perdonò; ed egli in
tre giorni fece un poema di mille esametri, ove esaltava la felicità del
genere umano sotto un tal pontefice. Messo a riformare gli inni, li
leggeva man mano a Leon X, che gliene faceva congratulazioni; ma se
erano puri di stile, restavano freddi di pietà, ritraendo da Orazio non
solo le parole ma le immagini. Meglio riuscì il Sarbiewski che, per
ordine di Urbano VIII, assunse il medesimo còmpito con maggior
rispetto[242].
Pio V mandò un nuovo breviario, obbligatorio per tutte le chiese che non
ne avessero uno almeno ducentenario; e vi tenne dietro il messale.
Sisto V pubblicò una Bibbia, che unica dovesse avere autorità, e
v'attese egli medesimo col Nobili, l'Agello, il Morino, Lelio Landi,
Angelo Rocca, il cardinale Caraffa, Prospero Martinengo bresciano. Ma
appena uscita, vi si scopersero molti sbagli, onde fu messa all'Indice,
e ritiratine sollecitamente gli esemplari, divenuti così una delle
maggiori rarità bibliografiche. Clemente VIII pubblicò poi quella che fa
testo[243].
Oltre pubblicare libri di più regolata devozione,[244] si pensò a
chiarire e assodare la storia. Lutero, come bruciò le bolle
dichiarandole d'autorità incompetente, così bruciò il Diritto Canonico,
asserendo che la somma di esso è questa: «Il papa è Dio in terra,
superiore a tutti i celesti, terrestri, spirituali e corporali: tutte le
cose son proprietà del papa, e nessuno deve osare di chiedergli, _cosa
fai_?» Il fumo di quest'incendj, opposti a quelli del Savonarola,
offuscò la storia, che si trovò ridotta ad aneddoti; e sedici interi
secoli della Chiesa vennero presentati come solidariamente rei di
frodolenza e di menzogna, nelle diatribe de' Protestanti e nelle gravi
_Centurie di Magdeburgo_. Eppure la società cattolica è eminentemente
storica, avendo per vincolo d'unità la tradizione; _quod semper, quod
omnibus, quod ubique._ Mentre dunque si contrapponeva agli eterodossi la
precisa esposizione del dogma, bisognava pur colla storia rivelare e i
fatti, e l'essere della Chiesa, e la potenzialità della virtù dello
Spirito Santo.
Nei secoli credenti erano a ciò bastate le cronache e le legende, ma
queste non reggeano all'età critica, che al sentimento surrogava il
raziocinio. Si pubblicarono legendarj di miglior critica, quelli di
Pietro Natali, di Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano, superati poi da
Lorenzo Surio, indi dai Bollandisti[245]. Ma era desiderata una storia
ecclesiastica, che rivelasse le leggi che governano i fatti, mostrasse
il predominio dell'unità della Chiesa sopra la versatilità degli
avvenimenti, l'imperturbabilità di essa tra i sofismi e le violenze, lo
sviluppo del principio dell'autorità attraverso gli accidenti, e
ribattesse le parziali applicazioni, con cui voleasi oppugnare il
cattolicismo col mostrarlo deviato dalle credenze e dalle pratiche
primitive. In tal senso tutto cattolico e papale lavorò Cesare Baronio,
napoletano di Sora (1538-1609). Avea egli cominciato a narrare alcuni
momenti ecclesiastici a' suoi Filippini, quando, per istanza
principalmente di Filippo Neri, assunse la narrazione completa degli_
Annali Ecclesiastici_[246], traendo la storia fuor delle cronache e
delle legende, sistemandola colla cronologia, dandole unità e decoro, e
facendone così una battaglia sintetica contro gli analitici attacchi di
teologi e di filologi. Non arrivò che al secolo XII. Ignorava il greco;
volea veder in ogni avvenimento l'immediato castigo o la rimunerazione
di Dio, quasi egli retribuisca quaggiù: mai però non iscusa il delitto,
nè esita a disapprovare i pontefici erranti, e «ben ponderate (dice) le
sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle
francamente anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano
conniventi alle debolezze dei papi». Della sua buona fede non dubitarono
nemmeno i più avversi[247]; e il suo libro restò la fonte forse più
importante di notizie sul medioevo, allorchè Roma era centro della
civiltà del mondo.
Così la fede della storia veniva opposta allo scetticismo della
discussione; tornava ad associarsi il principio conservativo della
tradizione col progressivo della civiltà; e mentre erasi idoleggiata la
società pagana, si tornava a studiare l'ideale cristiano, l'autorità che
rigenera il mondo.
Già erasi nel 1551 (Venezia per Michele Tramezzini) cominciata la
collezione delle _Lettere edificanti_, relazioni de' missionarj ne'
paesi nuovi, dove la pietà più schietta e operosa avviva le relazioni
più interessanti.
Si raccolsero pure le bolle, e nella prima collezione, apparsa il 1586,
Laerzio Cherubini distribuì cronologicamente le costituzioni pontificie
da Leon Magno fino a Sisto V; la crebbero suo figlio Angelo Maria, poi
Angelo Lantusca e Paolo da Roma; nel _Bollarium Magnum_ del 1727 furono
tirate fin a Benedetto XIII; indi fin a Pio VIII nell'edizione di Andrea
Barberi del 1835. Oggi infinite altre lettere pontifizie vengono in
luce, e i _Regesta pontificum romanorum_ di Jaffe (Berlino, 1852)
aggiungono mille ottocentottantun documenti al Bollario e mille
cinquecentrentasette alla raccolta del Mansi, soltanto dall'anno 882 al
1073; nel XII secolo adducono seimila settecennovantuna bolle, quando il
Bollario ne ha seicento, e mille trecentottantanove il Manso.
Non bastava togliere i vizj dal clero e riprovare gli scandali
antecedenti; bisognava prepararlo col dirigere la vocazione e la
laboriosa cooperazione che deve alla grazia divina chi è chiamato al
sacerdozio. A tal fine era necessario che una educazione speciale
precorresse all'unzione sacramentale; e perciò vennero istituiti i
seminarj. Già sant'Ignazio, d'accordo col cardinale Polo e col Canisio,
aveva istituito il Collegio Germanico. Sul modello di questo venne
eretto il Collegio Romano, una delle principali glorie ecclesiastiche e
scientifiche del mondo cattolico. Fu compito il 10 febbrajo 1565,
raccogliendovi cento giovani delle principali famiglie d'Europa, sotto
la direzione dei Gesuiti, e di là uscirono i pontefici Gregorio XV,
Innocenzo X, XII, XIII, Clemente IX, XI, XII; più di ottanta cardinali,
centinaja di vescovi.
Su quel tipo, il Concilio prescrisse che ogni diocesi avesse un
seminario pe' chierici: attestazione della virtù razionale de' credenti,
del progresso voluto nell'intelletto e nella coscienza; destinati a
formare la milizia che combatta le battaglie di Dio colla scienza non
men che coll'amore; una delle istituzioni più nobili del Concilio;
dovremmo dire delle più efficaci se guardiamo alla rabbia con cui è
osteggiata dai _deliri potenti_. Se ogni capitano ha diritto di formare
i proprj soldati, doveva ai vescovi esser riservata la facoltà di
ordinare i seminarj, esclusa ogni ingerenza laica: ordinarli
all'acquisto delle dottrine più opportune. Queste erano la letteratura,
il canto, il computo ecclesiastico e le altre arti liberali; inoltre la
santa scrittura, i libri ecclesiastici, le omelie de' santi, le forme
de' riti e de' sacramenti. Ai vescovi prescriveasi di stabilirli, e far
che le norme vi venisser osservate mediante frequenti visite[248], ben
vedendo, che «se la gioventù fin da' teneri anni non venga informata
alla pietà e alla religione prima che l'invada l'abito dei vizj, non mai
perfettamente e senza massimo e singolare ajuto di Dio onnipotente
s'otterrà che perseveri nella disciplina ecclesiastica».
Si diede opera a trar agli ecclesiastici anche l'educazione de'
secolari; e vi s'industriarono i Barnabiti, gli Scolopj, i Somaschi, e
più di tutti i Gesuiti. N'aveano naturalmente invidia i maestri laici,
eppure tutti i letterati d'allora vanno d'accordo nel lodare
l'istruzione data da quelli. Non occorre dire che mai non andava
scompagnata dall'educazione, e dirigevasi nell'interesse dell'anima, più
che prima non si vedesse ne' trattati che ne scrissero, fra altri, il
Sadoleto in buon latino[249], e in volgare il cardinale Antoniano.
Un altro de' mille errori che la petulanza accademica prima, poi il
sistematico odio propagarono contro il medioevo fu, ch'esso abbia
distrutto le opere gentilesche. Alle ricantate celie del beffardo
Boccaccio e dell'insulso Benvenuto da Imola opporremo che _tutte_ ci
vennero per mezzo degli ecclesiastici, e sfidiamo a smentirci.
Ben vi furono scrittori ecclesiastici de' primi tempi, e nominatamente
Tertulliano e Arnobio, che declamarono contro lo studio de'
classici[250], perchè in fatto riuscivano pericolosi allorchè la loro
bellezza allettava all'oscena felicità, mentre la severità cristiana
chiamava all'ascetismo penitente. Ma stabilitosi il cristianesimo, nelle
scuole si conservò l'antica tradizione letteraria: se anche in alcune si
introdusse qualche autore cristiano, la prevalenza restò ai Gentili,
riprovati per le cose, studiati per la forma.
San Basilio, nel trattato ai giovani _Sul modo di leggere con frutto le
opere de' Gentili_, raccomanda di studiar questi, primo per raccogliervi
esempj di virtù; secondo, perchè quanto di utile e di vero essi
contengono lo dedussero dalle sacre scritture; opinione allora
divulgata. Avrebbe potuto aggiungere che lo studiar in quelli affina il
gusto ed esercita l'intelletto e la critica per adoperarli poi ad usi
santi; ed egli con quest'opuscolo ben meritò impedendo la distruzione
che uno zelo stemperato faceva dei libri profani.
Cassiodoro, raccomandando a' monaci suoi lo studio degli autori profani,
invoca l'esempio non solo di Mosè, che fu istrutto in tutta la sapienza
degli Egizj, ma anche de' santi padri, i quali, «non che decretare si
rigettassero gli studj delle lettere profane, diedero l'esempio del
contrario, mostrandosene espertissimi, come vedesi in Cipriano,
Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri. Chi dopo l'esempio
d'uomini siffatti oserebbe più esitare?»[251]
Carlo Magno, in una celebre enciclica _De literis colendis_, diretta ai
vescovi ed abati nel 787, raccomandava assai gli studj umani, affinchè
col disimparare a scrivere non si perda anche l'intelligenza
dell'interpretare le sante scritture: perocchè, se son dannosi gli
sbagli di parole, più il sono gli sbagli di senso. Gli esorta quindi a
gareggiar di zelo nell'imparare, onde possano con facilità e sicurezza
penetrare i misteri delle sacre carte. Nelle quali trovandosi figure,
tropi, altri ornamenti, più facile ne coglierà il senso spirituale chi
vi sia preparato dall'insegnamento delle lettere.
In qualche Ordine religioso era vietato al monaco _gentilium libros vel
hæreticorum volumina legere_, ma ne' più era anzi un degli esercizj
prediletti il ricopiarli, e se ne trovano ne' cataloghi di tutte le
biblioteche monastiche. Abbiamo del secolo XI una lettera, in cui Enrico
cherico a uno Stefano descrive il lavorare che si fa nella badia della
Pomposa presso Ravenna, attorno agli studj, annoverando i libri che ne
formano la biblioteca, e loda «la clemenza di Dio, che accresce la
nostra sete di conoscere mediante la sapienza. Non ignoriamo (continua)
potervi esser alcuni superstiziosi o malevoli, che vorranno appuntar
questo venerabile abbate dell'aver messo libri pagani e favole di errore
insieme colla verità divina e colle pagine de' libri santi. Noi vi
risponderemo colle parole dell'apostolo, che ci ha vasi di creta come
vasi d'oro; lo che fu istituito affine di allettare e occupare i varj
gusti degli uomini».
Coloro che disapprovano tali letture, il faceano o nel fervore della
disputa, o per colpire l'abuso, come san Girolamo nel passo succitato:
come sant'Agostino ove, nelle _Confessioni_, si pente che le lacrime di
Didone lo facessero dimenticare di Cristo, o nelle _Ritrattazioni_
d'aver troppo adoprato la parola _Fortuna_ e rammentato le _Muse_. E che
strani pericoli potesse recare lo studio de' classici lo mostra quel
Vilgardo di Ravenna che già mentovammo, di cui uno scrittore del XI
secolo racconta che con soverchia assiduità studiava la grammatica (cioè
i classici) «come sempre ebber costume di fare gli Italiani, a
preferenza del resto». E inorgoglitosi del suo sapere, una notte gli
apparvero i demonj in forma de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale[252],
e con fallaci parole tolsero a ringraziarlo dello studio che in essi
poneva, e gli promisero farlo partecipe della loro gloria. Da queste
seduzioni traviato, cominciò insegnare cose contrarie alla fede,
asserendo dovessero le parole de' poeti esser credute quanto le sacre
scritture. Convinto d'eresia, fu condannato dall'arcivescovo Pietro; e
si trovò che in Italia molti erano infetti dalle medesime opinioni[253].
Ma conveniva formare il gusto de' giovani sui classici gentili? Dante,
nel XX del _Paradiso_ condannava quel puzzo di paganesimo, benchè si
facesse condurre da Virgilio, e in effetto prendeva dagli antichi il
classico, non il gentilesco. Ma i profani pigliarono poi il sopravento
sugli autori ecclesiastici, tanto che la riazione proponeva di sbandirli
dalle scuole, come insinuatori di sentimenti e passioni anticristiane.
La Chiesa mostrossi men rigorosa, e lo stesso san Carlo non li
proscrisse da' suoi seminarj, solo facendoli in qualche parte emendare,
e suggerendo si unissero agli Uffizj di Cicerone quelli di
sant'Ambrogio, alla sua retorica quella di san Cipriano, e così d'altri
santi padri. E il gesuita Possevino proferì a Lucca un discorso sul modo
di trar profitto dai classici anche per la morale, accoppiandovi le
opere di Pantenio, di Giustino Martire, d'Eusebio, principalmente di
sant'Agostino, i quali diedero interpretazione cristiana alla civiltà
gentilesca; i maestri avessero a mano i santi padri, e se n'ajutassero
per cercare la verità anche ne' profani, e il divario che corre fra la
nebulosa luce di questi e la fulgida del Vangelo; si desuma da Tullio lo
stile, dai Padri la pietà e la dottrina vera; si mettano a parallelo gli
eroi di Grecia e di Roma coi nostri, quali Carlo Magno, san Luigi di
Francia, santo Stefano d'Ungheria, e giù sino a Vasco de Gama e
all'Albuquerque, tanto più che di questi aveansi le imprese narrate in
buon latino dall'Emilio, dal comasco Giovio, dal bergamasco Maffei[254].
Sono principj liberali, più che non gli abbia professati o praticati il
nostro secolo, più che non potesse attendersi dal color religioso e fin
chiesolastico, che prendea l'educazione, quando, anche fuor de'
seminarj, moltiplicavansi le pratiche religiose, frequentavansi i
sacramenti e gli esercizj, introducevansi feste, altarini, cappannucie;
insinuavasi la venerazione per ogni cosa sacra, l'obbedienza
incondizionata al papa, l'orrore per ogni lubricità.
Allora campeggiò lo zelo di molti, vorrei dire di tutti i vescovi, nel
restaurare la disciplina delle proprie diocesi.
Il cardinale Giberti, già datario, e soprannominato padre de' letterati
e dei poveri, nel suo vescovado di Verona pose una stamperia, da cui
fece riprodurre le opere de' santi padri; rese quel clero un modello di
ecclesiastica disciplina, sicchè il Concilio non fece quasi che ridurre
a decreto ciò ch'egli aveva introdotto.
A torto vien attribuita al Contarino, ed è probabilmente del Flaminio
una lettera, inserita nelle raccolte di quel tempo, ove si dice:
«Tenetevi per voi questi vostri mostruosi vescovi con le loro sete, ori,
argenti, tappezzerie, cavalcature, staffieri, per non dir peggio, ne'
quali non si vede altro di vescovo che una gran cherica. A noi fanno di
mestieri vescovi, che per gemme e ori abbiano le sagre lettere, per
delizie la povertà ed i digiuni, per ornamenti un'ardente, casta ed
umile carità, quale a dì nostri fu il santo vescovo Matteo Giberto, di
tante esimie doti dell'animo ornato, che alli antichi si poteva
propriamente paragonare. Visse con tanta celebre opinione di santo
vescovo, che lasciò di sè eterna memoria ed indicibile desiderio».
Gabriele Paleotto, insigne grecista e canonista e gran sostegno del
Concilio di Trento, del quale stese gli atti, fatto cardinale e
arcivescovo di Bologna nel 1566, vi si modellò sugli esempj di san
Carlo, di cui era amico e collaboratore; nella sua diocesi riformò i
costumi e la disciplina, introdusse divozioni, frati, nuove chiese,
opere di carità, un de' primi seminarj: spiegava egli stesso il
catechismo ai bambini, amministrava i sacramenti, albergava tutti i
sacerdoti avveniticci visitava nelle case i poveri, e gl'infermi che
mandava a rimettersi nelle proprie ville; insieme raccoglieva sapienti,
quali l'Aldrovandi, il Pandusio, il Sigonìo. Volendo il papa imporre ai
sudditi una nuova gravezza per sostenere i Cattolici di Francia nella
guerra contro gli Ugonotti, egli si oppose, non curandone lo sdegno e la
punizione (-1597).
Benedetto Lomelli riformava la diocesi d'Anagni: la pavese il cardinale
Ippolito De Rossi, dotto insigne e caritatevole, che vi fabbricò
l'episcopio, restaurò la cattedrale, introdusse ospedali, sinodi,
visite, dottrina cristiana. Roberto Nobili di Montepulciano, nipote di
Giulio III, che l'ornò della porpora a quattordici anni, a quindici
promosso bibliotecario della santa Chiesa da Marcello II, era
universalmente chiamato angelo del Signore: assiduo alle orazioni, al
digiuno, al predicare; colle penitenze si logorò tanto, che moriva a
diciotto anni, dicono per non voler ledere la castità.
Angelo Niccolini fiorentino, governatore lodatissimo di Siena e di Pisa
ove poi fu arcivescovo, ambasciadore presso molte Corti, nel conclave
per Pio V poteva divenir papa se non fosse parso troppo familiare col
granduca (-1567).
Rodolfo Pio da Carpi, operosissimo nel combinar paci e nel ben
governare, fu segnalato non meno per grandi virtù che per una splendida
biblioteca e collezione di statue e di medaglie. Il cardinale Alessandro
Farnese moltiplicò in varie parti istituzioni benefiche e pie. Prete
Demetrio Petrone rigenerò Montagano nel Sannio, quella popolazione
corrotta e ignorante inducendo, per penitenza e in proporzione de'
peccati, a piantare alberi fruttiferi ne' campi proprj e negli altrui,
egli stesso ai più poveri fornendo gli alberi e le zappe.
Gaspare dal Fosso, frate paolotto, fatto arcivescovo di Reggio, fu
lodatissimo al Concilio di Trento, donde volendo andarsi per riparare a
semi d'eresia che udiva spargersi nella sua Calabria, i legati lo
indussero a rimanere, dove per la sua prudenza e virtù pareva, dice il
Pallavicino, non pur utile ma necessario. Finito il Concilio, moltissimo
adoprò al meglio della sua diocesi, rifabbricò la cattedrale, quasi
distrutta dall'irruzione de' Turchi; al rito gallicano, ivi
conservatosi, surrogò il latino: prodigossi nella peste del 1576, e
distribuì molte terre della mensa a trentadue famiglie col patto vi
coltivassero fichi e gelsi. Le sue ossa furono violate in una nuova
invasione dei Turchi del 1594.
Fra quei che illustrarono allora la porpora e la mitra menzioneremo il
Rusticucci, uomo perspicace quanto retto; il Salviati, vivo tuttora
nella lode de' Bolognesi; il Sartorio, severissimo capo
dell'Inquisizione. Tommaso Campeggi, che nell'opera _De auctoritate ss.
Conciliorum_ mostra la necessaria dipendenza di questi dal papa, salvo i
casi dati. Clemente Dolera genovese, vescovo di Foligno, combattè gli
errori correnti, e lasciò un _Compendium institutionum theologicarum_,
molto reputato. Tolomeo Gallio di Como aperse alla sua patria inesausti
tesori di beneficenza, fra i quali un collegio, dove i fanciulli della
diocesi dovessero educarsi, non in grammatica solo e rettorica, ma nelle
arti e mestieri; scuole tecniche, quali il secolo nostro le proclama.
Lungo sarebbe ripetere quanti nelle nunziature furono spediti a sfidare
o dissipare le procelle di quel tempo.
Carlo Caraffa, nunzio apostolico, nella _Germania sacra restaurata_
divisa i progressi della Riforma ne' paesi tedeschi, e le sovversioni
che ne seguirono fin alla guerra dei Trent'anni. Giovenale Ancina di
Fossano, amico a Roma de' gran santi e de' gran dotti, si sottrasse alle
dignità per rendersi oratoriano; e cansato più volte l'episcopato, al
fine fu costretto accettare il povero e pericoloso di Saluzzo, ove potè
mostrare zelo e dottrina, finchè il veleno gli accorciò la vita.
Feliciano Scosta da Capitone servita, adoprò assai contro gli Ugonotti;
poi ad istanza di san Carlo e per autorità di Pio V promosso arcivescovo
d'Avignone, campò questa città dalle dottrine e dalle armi dei
Protestanti (1511-77).
Tra gli auditori di Rota si citano, e fan tuttora testo le decisioni del
cardinale Mántica friulano, dell'Arrigone milanese, di Serafino
Olivieri. Tale corredo i pontefici s'eran messo attorno, invece dei
poeti e dei soldati d'un secolo prima.
Tipo del riformatore cattolico, l'arcivescovo Carlo Borromeo sei volte
convocò il clero milanese in sinodi diocesani, de' quali stampò gli
_Atti_; vera carta costituzionale, ove l'universalità della Chiesa è
applicata al governo di ciascuna diocesi; corpo di disciplina, ammirato
tuttora anche fuori, e dall'assemblea del clero francese fatto
ristampare e diffondere a sue spese nel 1657.
Moltissimo carico egli si fa della dignità e del contegno de' preti e
del vescovo nel vestire, nel conversare, nell'abitare, nella tavola. I
suffraganei suoi si facessero mandare una volta l'anno una predica da
ciascun parroco, e se nol vedessero migliorare, vi spedissero un
predicatore. I morti si seppelliscano in campagna, cinta di muro; si
tenga cura delle biblioteche. Vuol ponderazione nel riconoscere le
antiche reliquie e nell'accettarne di nuove o nuovi miracoli; pose
ritegni ai troppi che andavano in pellegrinaggio o per devozione, o per
penitenza: bonissime norme ai predicatori tanto per le materie e la
forma de' discorsi, quanto pel modo di porgere; e al suo clero ripeteva
quel della Scrittura, _Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter_:
volevalo oculato su' costumi de' fedeli, sino a tener in ogni parrocchia
un registro della condotta di ciascuno. Anzi rintegrò le prische
penitenze pubbliche, nel suo rituale raccogliendo quelle comminate in
antico a varj peccati[255]. E fra le penitenze enumera il vietare le
vesti di seta e d'oro, i conviti e le caccie; il far limosine, o
mettersi pellegrini o servi in ospedali, o visitare carcerati, o
chiudersi alcun tempo in monasteri, o pregare in Chiesa a braccia tese,
o tenervisi bocconi, o flagellarsi, o cingersi il cilizio.
Instancabile a cercare della estesissima sua diocesi qualunque angolo
più invio e remoto, oltre destinarvi visitatori generali e particolari,
gran fatica egli sostenne, e consigli, comandi, esempj adoprò per
rimettere l'uso quasi dimenticato de' sacramenti e la decenza nelle
chiese, più ch'altro simili a taverne, senza campane o confessionali o
pulpiti o arredi; introdurre devozioni e riti e un regolato cerimoniale;
ripristinare l'adempimento de' legati pii; istituire parrocchie ove
prima un solo prete attendeva a vastissimi territorj; circoscrivere
meglio le pievi, con vicarj foranei in corrispondenza colla curia; i
preti abituare al pulpito, su cui prima non salivano quasi che frati;
misurare i diritti di stola bianca e nera; rendere regolari i registri
di battesimi, matrimonj, morti; svellere le superstizioni, sincerare le
legende di santi e di miracoli. Istituì le _Compagnie della dottrina
cristiana_, ove la festa oltre le verità della fede, s'insegnasse, anche
a leggere e scrivere; e con espresso divieto ai membri di esse di
cercare rendite o vantaggi temporali per questo titolo. Zelò
l'osservanza delle feste, sin mandando a togliere la roba a contadini
che in esse aveano lavorato; niuna donna di qualsia stato o condizione,
entri in Chiesa, nè accompagni le processioni se non con velo non
trasparente o zendado o altro panno, di tal modo che stiano coperti
realmente tutti i capelli. Niuno v'entri con cani da caccia o sparvieri,
nè con archibugi, balestre, arma d'asta o simili, nè le appoggi alle
porte o ai muri di Chiesa, nè le deponga ne' sagrati o negli atrj[256].
I principi vogliano escludere i ciarlatani, gli zingari, i giuochi, le
smodate spese; vietino le taverne al possibile, e vi si possa dar
mangiare e bere, ma non alloggiare.
Al commercio dei libri si vigili con cautele rigorose; non si tengano
Bibbie vulgari, nè opere di controversia cogli eretici, senza licenza;
non si lascino andar i fedeli ne' paesi ereticali, nemmeno a titolo di
mercatura o d'imparare la lingua; si favorisca in ogni modo il
sant'Uffizio. Istituì gli Oblati di sant'Ambrogio, preti con voto di
speciale obbedienza all'arcivescovo, perchè accudissero alle parrocchie
più faticose e povere, e dessero esercizj e missioni, e istruissero i
giovani ne' seminarj. I frati Umiliati, arricchitisi colle manifatture
della lana, possedeano nel solo Milanese novantaquattro case, capaci di
mantenere cento frati ciascuna, e non ne conteneano due; onde quelle
rendite di venticinquemila zecchini, godute da pochissimi, erano fomite
di schifosa depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un di
essi gli sparò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire
l'Ordine, e delle rendite di esso dotare collegi e seminarj, massime di
Gesuiti.
Traversando la val Camonica, ove da alcun tempo non si pagavano le
decime, Carlo non dà la benedizione, e que' popolani ne restano
sgomenti; nella valle retica della Mesolcina fa processare severamente
eretici e maliardi[257]: illusioni che (al par di certe esorbitanti
pretese di giurisdizione, come d'avere forza armata a sua disposizione,
di far eseguire le sentenze della sua curia anche contro laici[258] i
quali non vivessero da buoni cristiani) vorremo perdonare ai tempi,
piuttosto proclamando come profondesse ogni aver suo coi poveri, e a
sovvenire di corporale e spirituale assistenza gl'infermi d'una
terribile peste allora scoppiata, e che oggi ancora in tutta Lombardia è
intitolata peste di san Carlo: tanto prevalse l'idea della carità a
quella del disastro.
Molto egli si valse di Carlo Bescapè barnabita milanese, che poi vescovo
di Novara vi fondò il seminario, e scrisse opere di diritto
ecclesiastico e la vita di esso san Carlo. Col quale e come lui operò il
beato Paolo d'Arezzo teatino, a correggere la depravatissima sua diocesi
di Piacenza, poi quella di Napoli; dove ancora servono di modello per le
visite diocesane le istruzioni dell'arcivescovo Annibale da Capua.
Giovan Francesco Bonomo, patrizio cremonese, nel suo vescovado di
Vercelli sostituì l'uffizio romano all'eusebiano, fabbricò il seminario
affidandolo ai Barnabiti, istituì un Monte di pietà colla propria
sostanza; tra gli Svizzeri e i Grigioni a tutela della fede mise in
pericolo anche la vita, e introdusse i Gesuiti a Friburgo, i Cappuccini
ad Altorf; poi andò nunzio apostolico all'imperatore, indi nelle
Fiandre, sempre zelando la causa cattolica. Delegato da Gregorio XIII a
visitare la diocesi di Como, vi stampava delle prescrizioni[259], dove,
fra evangeliche maniere ed elevati intenti, appajono esagerazioni, che
viepiù risaltano or che è cessata la prevalenza ecclesiastica. I vescovi
non abbiano cortine e tappeti a fiori, non lauta mensa, non elegante
suppellettile, non vasellame d'argento, col quale potrebbero mantenere
dei poveri; lor precipuo uffizio è il predicare, nè possono mancarvi
senza potente motivo. Nel triduo avanti Pasqua il vescovo sieda in
confessionale per ascoltare chi si presenti: ogni due anni compia la
visita diocesana, non ricevendo a tavola che tre piatti, oltre cacio e
frutta; dia facile udienza a tutti, anzi v'incoraggi i poveri; veda e
spedisca da sè quanto può. Ogni maestro faccia in man di lui la
professione di fede[260]; le feste si osservino coll'astenersi da opere
servili e dagli stravizzi. Ogni anno si intimi la scomunica a chi non
denunzia fra quindici giorni qualunque eretico o sospetto; si pubblichi
la costituzione di Pio V contro chi offendesse le fortune o le persone
del sant'Uffizio; e ogni settimana il vescovo si affiati
coll'inquisitore e con alcuni teologi e avvocati sovra il processare gli
eretici. Chi bestemmia Dio o la Beata Vergine sia punito in venticinque
zecchini, il doppio se ricada, e cento alla terza volta, oltre il bando
e l'infamia. Se non gli ha, stia colle mani legate al tergo, genuflesso
tutt'un giorno di festa al limitare della Chiesa; se ricade, sia per le
strade battuto a verghe; alla terza volta, foratagli la lingua con un
acuto, indi condannato in perpetuo al remo. Crescono le pene se il reo è
chierico; altre a chi bestemmia i santi; e si pubblichino indulgenze ai
denunziatori e ai giudici. I parroci visitino ogni settimana le case per
conoscere i bisogni spirituali e temporali, e raccolgano i viglietti
della comunione pasquale.
La prebenda de' parroci si migliori col prelevare dai benefizj
inutilmente goduti da cardinali o prelati. Freno all'avarizia de'
curiali; via i borsellini che soleano appendersi ai confessionali; via i
sepolcri elevati in Chiesa; non si nieghi sepoltura per mancanza di
denaro, nè si varii secondo le fortune il suon delle campane o la
grandezza della croce. Se le donne in chiesa lascino dal denso velo
apparire pur un capello, sia colpa riservata al vescovo. Questo ponga
ben mente che nessuna fanciulla venga monacata per forza o per
seduzione; i confessori di monache non ne accettino regalo o cibo; esse
non tengano nella cella nessun arnese da scrivere, e in caso di
necessità lo chiedano alla badessa; v'abbia carceri e ceppi e catene ne'
monasteri per quelle che violano la disciplina.
Istruzioni di tenore somigliante si diedero dapertutto.
Ai vescovi fu ingiunta rigorosamente la residenza, come a tutti i
benefiziati; cessò l'abuso di attribuire badie, collegiate, vescovadi a
secolari e fin a militari.
Ordini novamente istituiti, o antichi rigenerati tendeano a rintegrare
il sentimento religioso, e ringiovanire il monacato quando i Protestanti
lo abolivano. Già prima san Francesco da Paola calabrese aveva istituito
i Minimi, che in Ispagna furon detti _Padri della vittoria_ perchè alla
loro intercessione s'attribuirono i trionfi sopra i Mori; e in Francia
_Boni uomini_, perchè con questo nome era indicato il lor fondatore alla
Corte di Luigi XI. I francescani ebbero le varie riforme dette degli
Scalzi, de' Minori Conventuali, della Stretta Osservanza, de'
Cappuccini. Quest'ultimi, dissipati i sospetti d'eresia insinuatisi per
colpa dell'Ochino, impetrarono di venire esentati dalla licenza di poter
possedere, che il Concilio di Trento aveva data anche agli Ordini
mendicanti. Ambrogio Stampa Soncino milanese, genero di Anton da Leyva,
abbandonò le dignità per vestirsi cappuccino: udendo per le vie di
Milano un che bestemmiava, prese a correggerlo, e percosso da questo con
uno schiaffo, gli offrì l'altra guancia dicendo: «Batti, ma cessa di
bestemmiare»; col quale atto fe ravvedere il violento; andò poi apostolo
fra' Barbareschi, convertendo e riscattando, ove morì il 1601. Alfonso
III duca d'Este a trentott'anni si veste cappuccino a Merano del Tirolo,
dove assiste appestati, converte eretici. Giuseppe da Leonessa, mandato
missionario in Turchia, a Pera catechizza i galeotti, onde i Turchi lo
sospendono per un piede, poi lo esigliano: roso da un orribile cancro, e
dovendosi operarlo, non volle esser legato, dicendo: «Datemi il
Crocifisso, e mi terrà immobile più di qualunque legatura». Lorenzo da
Brindisi, professato a Verona, a Padova si diede a migliorare i costumi
dei giovani studenti; a Roma discuteva co' rabbini, senza iracondia nè
personalità, invitandoli ad esaminare il testo biblico; poi tolse ad
esortare i principi tedeschi contro Maometto III, e a capo dell'esercito
cavalcò colla croce in mano nella battaglia dell'11 ottobre 1611, la cui
vittoria volle attribuirsi a miracolo di esso; indi fu adoperato a
stringere leghe e menare ambasciate nella guerra dei Trent'anni.
Gli annali de' Cappuccini, raccolti dal Boverio con pochissima critica,
offron una serie di uomini dedicatisi alla propria perfezione morale e a
servire il prossimo nelle maggiori necessità, cominciando appunto quando
cominciava Lutero, cioè nel 1524. Tra il popolo si diffondeano a
consolare, a benedire, a consigliare, a predicare, fin triviali e buffi;
ma dal deriderli di ciò e delle assurde pruove del loro noviziato e
delle minuziose osservanze si asterrà chi non dimentichi come
mostraronsi eroi nelle pesti ricorrenti allora, e sempre furono
spruzzati dal sangue de' suppliziati.
In quella vece nelle pesti i Protestanti fuggivano: e Lutero l'attesta.
«Si schivano talmente l'un l'altro, che non si troverebbe un chirurgo o
un infermiere. Pare che tutti i diavoli li caccino, talmente son presi
da terror panico, il fratello abbandonando il fratello, il figliuolo il
padre..... Flagello affatto nuovo questo fuggir tutti, mentre il diavolo
non percosse che pochi. Non so rinvenirmi dallo stupore nel vedere che,
quanto più è abbondante la predicazione della vita in Gesù Cristo, più i
popoli sono presi da timore all'appressarsi della morte: sarebbe forse
che, sotto il papato, gli uomini erano sostenuti da false speranze, onde
si mostravano meno pusillanimi, mentre ora, meglio ammaestrati, senton
meglio quanto è debole la natura?[261]».
Paolo Giustiniani avea riformato i Camaldolesi colla nuova congregazione
di Monte Corona, detta degli Eremitani; come fuor d'Italia suor Teresa
riformò le Carmelitane, Francesco di Sales fondò le Visitandine,
Giuseppe Calasanzio le scuole pie, Giovan di Dio i Fate bene fratelli,
Luigia di Marillac le suore della carità, propagatesi ben presto in
Italia. Frà Pietro spagnuolo, carmelitano scalzo, predicando a Napoli,
raccoglie quattordicimila ducentottantacinque reali, coi quali compra il
palazzo e i giardini del duca di Nocera, e li trasforma in chiesa e
monastero della Madre di Dio; mentre le Teresiane Scalze vi compravano
per sedicimila ducati il palazzo del principe di Tarsia, e ne facevano
il loro monastero di San Giuseppe. Il palazzo Caracciolo divenne
ospedale de' Frati della carità; il Seriprando, chiesa de' Filippini, la
più sontuosa forse di Napoli; i Camaldolesi vi occuparono quella
deliziosa altura, i Cappuccini la Concezione, i Domenicani la Sanità, i
Paolotti la Stella.
E in ogni Ordine ci si presentano fervorosi operaj della vigna di
Cristo, che nella educatrice vigilanza delle contese, nelle maschie
gioje della astinenza, nella rassegnata resistenza alle persecuzioni,
nella dignità del pericolo permanente divennero santi.
Al clero secolare specialmente facea mestieri di riforma, e se le
esuberanti austerità, le interminabili salmodie, le prostrazioni
ripetute convenivano in secoli rigidi a genti bisognose di scosse
violenti; allora, nella ricca varietà de' sacrifizj si avvisò piuttosto
al raccoglimento dell'animo, alla mortificazione del cuore,
all'educazione dell'intelletto, ad assicurare la preponderanza sopra la
carne mediante il vigore dello spirito.
I cherici regolari aveano i voti de' monaci coi doveri de' preti, e
preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi non
montavano che tonache.
A Milano, disastrata dalle guerre di cui fu pretesto, Antonio Maria
Zaccaria cremonese, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Antonio Morigia patrizj
milanesi nel 1533 istituirono i Barnabiti per dar missioni, dirigere
collegi, sussidiare i vescovi, con voto di non brigare cariche nella
loro congregazione: fuori di essa non accettarne se non con dispensa del
pontefice.
Domenico Sauli, buon letterato, filosofo, storico, politico senza
togliersi dal negoziare, da Genova si mutò a Milano, dove nacque
Alessandro, che entrato barnabita, fu inviato a Pavia, e fu de' primi e
meglio meriti nel riformarvi l'insegnamento filosofico e teologico.
Iniziati gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica,
mettevali alla _Logica_ d'Aristotele, libro opportunissimo per
restaurare ciò che dalle rivoluzioni è peggio guastato, il buon senso.
V'univa lo studio della geometria, e, come dice il Gerdil, aperse la
mente degli studiosi disponendoli a raccogliere tutte le forze razionali
nella contemplazione di un solo oggetto, principalmente coll'addestrarli
alle matematiche. La _Somma_ del maggior filosofo del medioevo egli
aveva talmente digerita, che in Pavia si diceva: «Se si perdesse la
Somma di san Tommaso, donn'Alessandro potrebbe dettarla per intero».
Cooperatore di san Carlo nella diocesi milanese, nella Corsica con
providente assiduità introdusse i sinodi diocesani[262]. Presto in
quell'Ordine fiorì Bartolomeo Gavanto, detto padre della liturgia,
adoprato da Clemente VIII e Urbano VIII ad emendar il breviario romano.
Agostino Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla
devozione claustrale, nella quale compose gli _Annali sacri e profani
dalla creazione fino alla redenzione_, primo buon tentativo a chiarire
le difficoltà de' sacri libri, e che serve come d'introduzione agli
_Annali_ del Baronio. Enrico IV nel 1610 domandò a Paolo V una missione
dei nostri Barnabiti per convertire il Bearn, ove neppure una chiesa
cattolica restava più, ed ove di numerose conversioni si consolarono,
coadjuvati da san Francesco di Sales.
Filippo Neri, che faceva versi italiani come tutti i fiorentini, e versi
latini come pochi, cercava il disprezzo con tant'arte, con quanta altri
l'ammirazione. Padre spirituale de' più gran santi, quali gli operosi
Carlo Borromeo e Francesco di Sales, e il contemplativo Felice da
Cantalice; amico de' maggiori studiosi, quali il Tarugi insigne
predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano poeta e scrittore dei brevi
papali, il celebre medico Michele Mercati, Filippo adagiavasi or fra i
cenciosi che mendicano sotto ai portici di San Pietro, ora ai banchi de'
cambisti o ai tribunali o nei palagi, colla soavità inalterabile e colle
arguzie fiorentinesche insinuando la carità, persuadendo la giustizia,
sorreggendo la vacillante virtù.
Indulgente nelle cose accessorie quanto irremovibile nelle essenziali,
al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze. A un
che veniva per ambizioni a Roma, e gli diceva che aspirava al fiocco
pavonazzo, domandò: «E poi? — E poi potrebbe venire il verde — E poi? —
Chi sa che non segua il rosso! — E poi? — Se n'è vedute tante: e il papa
è scelto fra' cardinali. — E poi? (conchiudeva Filippo) «E poi morire».
Diceva ancora che rovinano il mondo rispetti, sospetti, dispetti.
Persuase egli Tommaso Bozio da Gubbio, gran conoscitore di lingua e di
storia, a privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e
destinollo per umiltà a insegnare la grammatichetta. Il qual Bozio, fra
opere da grand'erudito, scrisse una confutazione della politica del
Macchiavelli.
Accoglieva la gioventù a devote ricreazioni, a musiche, a passeggi, a
visite di santuarj, a studj liberali, a una pietà affabile come la sua.
Con venerazione si va all'oratorietto dov'egli spesso confabulava con
san Carlo, san Camillo, sant'Ignazio, san Felice da Cantalice, e con
dilettazione a sedere sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde
si domina tutta Roma, e ch'egli avea ridotto ad anfiteatro, ove
all'ombra di begli alberi faceva ai giovinetti recitare commediole
volgenti alla pietà; vera ribenedizione dell'arte e del teatro[263]. E
diceva: «La pratica ha mostrato che, interponendosi agli esercizj gravi,
fatti da persone ancor gravi, la piacevolezza e la purità dei putti,
s'attrae moltissimo popolo d'ogni sorta, con un concorso forse di 3 o 4
mila persone; e s'è visto che Nostro Signore si è servito di queste reti
per pescare anime[264]». Introdusse la visita delle sette basiliche,
sopprattutto nel carnevale, e a mezzo fermavasi a refiziarsi sulla
verdura di villa Massimi, o Crescenzi o Mattei del monte Celio.
Facendosi un deserto nella popolosa Roma, nottetempo le visitava, poi
ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe di San
Sebastiano. Col Baronio, ch'egli eccitò, come dicemmo, al gigantesco
lavoro degli _Annali_, e con altre persone di merito, nel 1564 istituì
la comunità de' Preti dell'Oratorio, non aventi altre regole che i
canoni; altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che
quelli della carità.
Con Persiano Rosa aprì l'ospizio di Santa Trinita per quei che
pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e quattrocento
quarantaquattromila cinquecento uomini, venticinquemila donne vi furono
ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600, pel quale vuolsi
concorressero tre milioni di devoti a Roma, e dove principi e cardinali
faceano le stazioni, indistinti dal vulgo; e moltiplicaronsi le
conversioni.
I suoi cherici si diffusero subito, e a Napoli[265] principalmente
operarono su quella plebe famosa con confraternite, ospedali, rifugi per
pentite e pericolanti; massime dai trivj e dalle bettole chiamandoli
alla dottrina festiva; e uscendo dal Carmine Maggiore, conduceanli
processionalmente per le piazze del Mercato, della Selleria, della
Vicaria; spettacolo ammirabile ai buoni, d'inestinguibil riso ai
giornalisti d'oggi, veneratori de' carabinieri e de' fucili rigati. Gran
giovamento portarono a quella città Nicolantonio Bellarbore di Trani,
occupato a ridur i concubinarj; G. B. Antonino di Lanciano, Matteo
Borello di Napoli, e principalmente Alessandro Barla piacentino, ch'era
stato come «il foriero del novello oratorio»; e buttatosi negli
ospedali, ne eresse dei nuovi, introdusse le Suore del ben morire, i
Fatebene-fratelli, i Ministri degl'infermi: e in Santa Maria del Rifugio
un ospizio per le figliuole di meretrici: e Giovenale Ancina da Fossano,
che oltre dieci anni faticò negli incurabili ai più bassi uffizi, e vi
chiamava giovani di buone case e gentili donne per assisterli, tra le
quali ricordano la viceregina, le contesse di Miranda e di Monterey, la
duchessa di Mondragone, la principessa di Stigliano, sicchè, a detta di
un contemporaneo, quella casa potea dirsi un paradiso di delizie[266]. E
quell'opera vive ancora, per subire i colpi di una dotta persecuzione
non meno impopolare che irreligiosa.
Anche i Teatini erano poveri, e a Firenze spesero centomila scudi in
fabbricar San Gaetano, una delle più splendide chiese.
Nella qual città Ippolito Galantini setajuolo, fin dall'adolescenza
applicato ad amare e soccorrere i poveri, col sussidio del cardinale
Alessandro Medici fondava la congregazione de' Vanchetoni o della
Dottrina Cristiana, che durò fin oggi, principalmente a vantaggio de'
lavoranti in seta. Ivi stesso, a persuasione di frate Alberto Leoni,
fondavasi una pia casa de' catecumeni.
Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo.
Maddalena de' Pazzi e de' Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi
alla gioja dell'obbedienza, divenne miracolo della perfezione spirituale
e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate a intensa carità
del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi domenicana, si trovò
in gran relazione coll'Ochino e col Vermiglio, la loro apostasia pianse
a calde lacrime, e tutta infervorata d'amor divino, compose inni per
ciascuna solennità dell'anno, cantati lungamente e messi in musica, e
tradotti anche in francese. Caterina de' Ricci, sottrattasi alle
lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò a Dio una vita
tutta d'amore e di dolori, provata dalle contraddizioni e dalla
calunnia, poi dalle lodi e dall'ammirazione: e come la beata Michelina a
Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena al Vanni e al
Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture al Parenti e al
Tosini in Prato.
Veronica Franco, rinomata a Venezia per amori e per chiassosi convegni
di musica e poesia, contrita fondò per le sue pari il ricovero di Santa
Maria del Soccorso; Francesca Longa a Napoli, il famoso ospedale degli
incurabili; Mariola Negra di Genova, un reclusorio per le femmine
disperse, un altro per le pentite, e intendeva porne uno per ciascun
sestiere della città.
E Genova, oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista
Interiano, che all'Acquassola aperse un conservatorio, dove le zitelle
si educassero a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a
venticinque anni, votò i suoi sei figli a Maria, e fatta povera per amor
di questa, fondò le Annunziate, che solo tre volte l'anno riceveano al
parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza,
autrice di trattati e poesie pastorali; Agostino Adorno, che con
Francesco Caracciolo istituì i Cherici Regolari Minori e l'adorazione
perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto di casa
Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio piuttosto che
aderire al Corano.
In essa città si moltiplicarono sino a ventuna le confraternite, dette
Casaccie, che si corruppero poi in gare di lusso e di esercizj atletici.
Tre sorelle Gonzaga, nipoti di san Luigi, fondarono a Castiglione delle
Stiviere le Vergini di Gesù, nobili, senza clausura, e dedite
all'istruzione, per la quale furono risparmiate fin da Giuseppe II e da
Napoleone, non dal nuovo regno d'Italia.
Camillo de Lellis, da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo,
e ridotto a far da manuale in una fabbrica de' Cappuccini, ivi tocco nel
cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un'ulcera alla gamba, sente
quanto mal giovi agli infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586 fonda
i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.
Dopo la peste del 1528 una società a Cremona istituì un ritiro, dove
orfani d'ambo i sessi lavorassero seta, bambagia, lana; la compagnia di
san Vincenzo vi aprì un conservatorio per donne vedove o mal maritate,
uno per le convertite, uno per le pericolanti; un ricovero pei poveri,
al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un legato onde esimere i
mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa d'affitto; nel 1562
l'ospedale di sant'Alessio per gl'incurabili, e i Barnabiti nel 1575 una
Compagnia della Carità per soccorrere ai poveri vergognosi; onorevoli
cittadini si congregavano tutte le domeniche, e dopo un discorso morale,
davano relazione delle famiglie povere, de' bisogni d'orfani e pupilli,
de' pericoli di zitelle, e consultavano sul modo di provvedervi,
mediante offerte loro o collette; istituzione, imitata in molti luoghi,
e che rivisse ai dì nostri nelle conferenze di san Vincenzo di
Paolo[267]. E in quella città il Campi ricorda una Margherita Spineta,
terziaria carmelitana, che per trentacinque anni si tenne rinchiusa in
una cameretta presso Sant'Antonio: e l'affollatissimo concorso al
giubileo del 1575, venendovi tutti i diocesani in processione vestiti di
sacco, e la gara di alloggiarli nelle case: la notte principalmente
vedeansi queste lunghe schiere d'uomini e donne andar coi lumi accesi e
scalzi anche di stridente inverno, flagellandosi e cantando salmi e
litanie.
In Roma all'oratorio del Divino Amore appartenevano Contarini, Sadoleto,
Giberti, Caraffa, che poi furono cardinali, e Gaetano Tiene e il
Lippomano. Sotto Paolo III, i curiali fondarono l'Arciconfraternita, che
educa e istruisce nelle arti poveri orfani d'ambo i sessi; come la
Compagnia di Sant'Ivone assume a patrocinare le cause di poveri e di
pupilli. Leonardo Ceruso salernitano, palafreniere del cardinale de'
Medici, radunava in Roma i fanciulli abbandonati (1580), e li facea
cantar laudi e scopar le vie, raccogliendo limosine, e così cominciò
quell'istituto, poi tanto ammirato col nome d'Ospizio apostolico di San
Michele a Ripa, ove centinaja di trovatelli sono educati nelle arti
industri e belle; al tempo stesso che il suo compagno Ottavio
raccoglieva le zitelle sviate, e cominciava il Conservatorio di Santa
Eufemia.
Tra le guerre di quel secolo era cresciuta la miseria; e il chiudersi di
tanti conventi tolse a un'infinità d'uomini non meno il pane spirituale
che quello del corpo; sicchè troppo avea dove esercitarsi la multiforme
carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro la lega
di Cambrai la fortezza di Castelnuovo di Piave e cadutovi prigioniero,
votossi alla beata Vergine di Treviso, e miracolosamente liberato,
raduna gli orfani rimasti da quelle battaglie e dalla fame del 1528, ove
si mangiavano sin gli animali più schifi; e pertutto fonda ospizj a
ricovero ed istruzione di quelli, e ad emenda delle povere traviate:
assiste in Venezia gl'incurabili, a cui faticarono pure sant'Ignazio,
san Gaetano, il Saverio: fa istituire o sistemare gli ospedali di
Verona, Padova, Brescia, Bergamo. Sul bergamasco lasciavansi in campagna
le biade per mancanza di braccia; ed egli raccoglie falci, e mena
attorno mietitori, che invece delle villotte, cantano orazioni. Poi nel
1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti ad istruire nelle
lettere, nei mestieri, nella virtù.
Dai Somaschi uscì poi la congregazione della Dottrina Cristiana,
istituita nel 1592 da Cesare de' Bussi, milanese nato in Francia, e
applicata a catechizzare i poveri.
Il beato Giovanni Marinone veneziano, maestro di Andrea Avellino, compì
prodigi di pietà e di carità a Napoli, di cui ricusò l'arcivescovado.
Suor Angela Merighi di Desenzano (-1540), trovate settantatre compagne
di primarie case bresciane, le pose in protezione di sant'Orsola (1527)
senza regole austere, nè contemplazione, nè le altre esigenze, contro le
quali allora gli eretici declamavano: rimanevano in grembo alle
famiglie, variando il tenore di lor vita secondo i luoghi e le
circostanze, intente a scoprire gli infelici per soccorrerli, visitare
spedali e malati, educar bambine. Dicevano: «Bisogna innovare il mondo
corrotto per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le
famiglie, le famiglie le provincie, e le provincie il mondo».
Quest'istituzione di carità e beneficenza esalava tale fragranza di
santità, che san Carlo accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi:
poi diffuse in Europa non solo, ma oltre l'Atlantico, coi miracoli della
carità faceano stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il
Vangelo, del pari che le capitali della Francia e dell'Inghilterra; e
pur testè faceano invidiare dagli Inglesi le sante loro industrie e i
soccorsi ch'elle prestavano ai guereggianti nella Crimea. Ciò non tolse
che, adesso appunto, il regno d'Italia dicesse a loro, come a tutti gli
Ordini religiosi: «Andate via! Io saprò meglio orare, meglio istruire,
meglio beneficare».
Il nome di Vincenzo di Paolo, popolano francese, ricorda quanto la
carità ha di sacro, di spontaneo, di squisito. I suoi Preti della
Missione, istituiti nel 1625, ben presto si diffusero nella Corsica,
straziata da efferate vendette; e nell'Italia, ove il Piemonte, il
Genovesato, la Romagna offrivano tanta materia al loro zelo. I pastori
che guidano gli armenti per la campagna di Roma e nelle valli
dell'Apennino, mesi e mesi restavano senza sacramenti nè predicazione,
ignorando fin le cardinali verità della fede; e i Missionarj li
raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle stalle o a cielo aperto, e
la festa li chiamavano attorno a qualche tabernacolo per rigenerarli coi
santi riti.
Un Gesuita nel 1569 sotto il nome di Maria associava i giovani studenti
a Napoli, e già nel 1584 ogni città possedeva siffatta congregazione,
che Gregorio XIII arricchiva d'indulgenze. Dalle scuole trapassarono
tali unioni di spirito alle varie condizioni; artigiani e nobili,
mendicanti e magistrati, invocavano Maria in concordia di formole. In
Milano prete Castellini da Castello formò la Compagnia della riforma
cristiana, che insomma era quella del catechismo, e che poi prese il
nome di _Servi de' puttini_. Frate Buono da Cremona vi introdusse la
devozione delle quarant'ore, il sonar l'agonia alle ventun'ore, e un
asilo per le pentite a Santa Valeria. Potremmo aggiungere le
congregazioni del Buon Gesù, della Madre di Dio, della Buona Morte, e
d'altri nomi.
Quanto il sentimento religioso si fosse ravvivato lo attestano i tanti
miracoli allora proclamati, e le frequenti apparizioni della Beata
Vergine a Caravaggio, ai Monti in Roma, a Narni, a Todi, a San Severino,
nella Val San Bernardo del Savonese; sul monte Pitone a Brescia ordina a
un pastore di fabbricarvi una Chiesa; l'effigie di Subiaco suda; davanti
al santo Crocifisso di Como si spezzano le catene opposte alla
processione; una Madonna piange a Treviglio, e così salva questa borgata
dai latrocinj del Lautrech; una parla in San Silvestro; una in
Sant'Eugenio di Concorezzo dà segni miracolosi; una è prodigiosamente
scoperta a Portovenere, un'altra a Castiglione delle Stiviere entro un
grosso noce. Un soldato a Lucca nel 1588, perdendo al giuoco, avventa
bestemmiando i dadi a una Madonna, ma in quell'atto gli si rompe il
braccio; pel qual miracolo i doni fioccarono, e dugencinquanta
processioni in mezz'anno vi accorsero, dalle cui oblazioni si fabbricò
la Madonna de' miracoli. Tutti avvenimenti alla cui storia abbisogna il
prolegomeno della fede. E noi gli enunciamo solo come segni del tempo;
poichè, mentre al principio di quel secolo tutto era paganizzato ne'
costumi, nelle arti, ne' governi, nella Chiesa, al fine di esso non si
operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo si
scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si sfamava;
ecclesiastici di robustissima potenza entrano ne' consigli dei re a
dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne
rifanno coll'acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed ai
pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta
contro l'autorità di Pietro.
Se la riforma cattolica non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non
mutato la struttura delle Università e dei corpi religiosi, cui l'alta
istruzione veniva affidata; se anche gli Ordini nuovi s'intepidirono o
corruppero, il rinvigorito spirito cristiano combatteva l'effervescenza
della carne e la voluttà sensuale; la carità che aveva balsami per ogni
piaga, impediva che la corruzione toccasse all'estremo. Quante anime,
stanche dal fortuneggiare del mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio!
Le Suore della Carità, lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane
seppellendosi anticipatamente, pareano invase da una passione cristiana;
il clero spandeasi dapertutto a cercar l'ignoranza da istruire, il vizio
da correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al
quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia.
Siamo forse usciti dal nostro tema col mostrare quali ripari opponesse
la Chiesa agli assalti portatile dall'eresia? Ammirando questi prodigi
della carità non possiam di meno di ricordare come Lutero esclamasse:
«Almeno sotto al papato le persone erano caritatevoli, e non si faceano
tirar le orecchie per dare; adesso, sotto il Vangelo, invece di dare,
tolgon l'uno all'altro; vi scorticherebbero vivo purchè ci trovino
qualche piccolo guadagno, e pare non s'abbia nulla se non si ha tutto
l'altro[268]».
E Musculo: «Abbiam fino cangiato natura; divenuti benevoli e
caritatevoli gli uni agli altri press'a poco come le fiere. Chi più
s'interessa del prossimo? Tutti amano se soli, di se soli fan conto, e
si può dubitare se rimanga ancora in noi goccia di sangue umano[269]».
E Wizel: «Per lo passato v'avea cristiani che amavano talmente i poveri,
da chiamarsi padri e figliuoli: lavavan loro i piedi, li servivano a
tavola, come ha fatto Gesù Cristo. Ora si escludono di città e di casa
come reprobi e pubblici nemici. È il tuo spirito, o Signore, questo che
regna oggi nelle Chiese? Qual purificazione, qual riforma, quali
elementi d'unità e concordia»[270]. E potremmo seguitare lunghissimo
tempo queste citazioni, e conchiuderemmo con quello onde cominciammo,
che l'albero si giudica dal frutto.